IL GHETTO.

Io avevo lavato le mani alla fontana e le asciugavo al sole, allorchè

un mormorio di voci nasali attrasse la mia attenzione. Mi lasciai

guidare dal romore, e giunsi in breve davanti ad una di quelle

innumerevoli madonne, che la divozione dei Romani ha Incastrato

in tutte le muraglie. Quattro uomini del popolo, tre vecchi ed uno

giovane, in ginocchio nella polvere, col naso rivolto verso il muro,

baciavano divotamente le litanie della Vergine. È qui che il rispetto

umano non molesta alcuno, e che le anime cristiane si curano poco dei

pettegolezzi della gente[3].

Un po’ più lontano trovai la strada inondata nel mezzo. Due

manovali lavoravano ad una pompa per tirar l’acqua da una cantina.

Le inondazioni sono altrettanto frequenti a Roma quanto son rari

gl’incendj. Le case non bruciano quasi mai, perchè gli appartamenti

sono grandi e poco ammobigliati e perchè raramente vi si accende fuoco,

fors’anche perchè il piano terreno è inumidito da quelli che passano.

Il terreno sotto la città è attraversato in tutti i versi da migliaja

d’acquedotti che alimentano le fontane private e pubbliche. Le montagne

dei dintorni mandano le loro limpide acque a Roma per la via più

diretta e ciò fino dall’antichità, giacchè la sabbia liquida del Tevere

non è mai stata potabile. L’acqua abbonda sì nelle proprietà private

come sulle piazze pubbliche. Essa si presenta tal fiata in masse sì

imponenti, che rende imagine di torrenti versati nei laghi, come alla

fontana Paolina e alla fontana Trevi. Se Napoli è sur un Vulcano, Roma

è su mille fiumi. Allorchè torno un po’ tardi all’Accademia, io non

sento che il rumore dell’acqua in mezzo al più profondo silenzio; ma

gli acquedotti sono soggetti a delle eruzioni, e quest’è il motivo per

cui vi sono dei pompieri nella città.

Sono entrato nel Ghetto dalla piazza delle Sinagoghe; ve ne sono

cinque installate in due case per i quattro riti in cui si divide la

popolazione israelita. Noi abbiamo il rito italiano, il portoghese, il

catalano ed il siciliano. Le sinagoghe sono pulite e modeste; le loro

parrocchie sono sporche ch’è un orrore.

È certo che l’edilità pubblica lascia molto a desiderare nella capitale

del mondo cristiano. Vi è troppo permesso di lordare nelle strade,

e v’è troppo poca cura di spazzarle. Le finestre vi si aprono troppo

spesso per lasciar cadere delle cose orribili; la quantità di pannilini

che vi si fanno asciugare lungo le case ed i palazzi fanno credere

agli stranieri che si entri nella capitale della lavanderia; ma questi

sono gigli e rose, quando si ritorna dal Ghetto. Nella città cristiana

la pioggia lava le strade, il sole dissecca le immondizie, il vento

porta via la polvere, ma non vi è nè pioggia nè vento nè sole che possa

nettare il Ghetto: abbisognerebbe per purificarlo un’inondazione o un

incendio.

Avrete forse inteso parlare della smania di riproduzione che possede

la razza romana: non s’incontra una donna che non abbia almeno un

fanciullo sul braccio. Ma al Ghetto è tutt’altra cosa. I ragazzi vi

nascono come i funghi ed ogni famiglia compone una tribù. Se devesi

credere all’ultimo censimento, v’erano 4196 Ebrei in questa valle

di fango. Vivono nella strada in piedi, seduti, coricati in mezzo

ai cenci: bisogna ben guardare dinanzi a sè per non commettere un

infanticidio ad ogni passo. Il tipo è brutto, il colorito livido, la

fisonomia degradata dalla miseria. Eppure questi disgraziati sono

intelligenti, atti agli affari, rassegnati, facili a vivere e di

costumi irreprensibili.

L’esistenza di una colonia di Ebrei, a pochi passi dalla sede

apostolica, è un anomalia curiosa. Sarebbe più curioso ancora

ch’essa avesse prosperato, ma ciò non è. Il Ghetto è povero, e vado

a dirvi perchè è povero e lo sarà sempre. Un ebreo non può essere nè

possidente, nè affittajuolo, nè industriale; può vendere della roba

nuova e della roba vecchia; gli è permesso di accomodare la vecchia per

farne della nuova. Ma violerebbe la legge, se fabbricasse una sedia,

un gilet ed un pajo di scarpe. Rinchiusi nel loro commercio gli Ebrei

riescono qualche volta a far fortuna, ma emigrano subito verso un

paese ove le leggi siano più dolci, ed un popolo che li disprezzi meno.

Essi trasportano i loro beni a Livorno: di mano in mano che i privati

s’arricchiscono, il Ghetto s’impoverisce.

Non è già che il governo sia crudele e nemmeno severo. La severità

sta nelle leggi antichissime che il progresso dei costumi e la bontà

del papa correggono un poco tutti i giorni. Il sangue degli Ebrei non

è scorso a Roma durante il medio evo, allorchè inondava la Spagna e

le sue provincie. Il papato conservava gli Ebrei come saggio di un

popolo maledetto, che deve trascinare una vita miserabile fino alla

consumazione dei secoli; si limitava a tenerli ad una certa distanza,

ad umiliarli e spogliarli. Si rinchiudevano nella valle Egeria a più

di due miglia dalla porta San Lorenzo, a più d’una lega dalla città

abitata. Era ben lontano; verso il quattordicesimo secolo, si mitigò

tal rigore e fu loro permesso di abitare il Trastevere. Fra il 1555 e

il 1559 fecero un nuovo passo. Paolo IV gli stabilì al Ghetto. Le porte

della loro prigione si chiudevano tutte le sere, alle dieci e mezzo

in estate, ed alle nove e mezzo nell’inverno. Se qualcuno ritornava

dopo l’ora, non era mai senza pagare la compiacenza del soldato di

guardia. I proprietarj delle case che abitavano erano cattolici

ferventi oppure comunità religiose, che ritenevano fare un’opera

pia scorticandoli senza pietà. Quest’abuso eccitò la compassione

d’Urbano VIII, che credette fare un atto di giustizia e di previdenza

fissando una volta per sempre i prezzi delle pigioni. Tale casa sarà

affittata dieci scudi, tal’altra quindici, mediante un’investitura

di enfiteusi perpetua trasmissibile alla più remota posterità; e

mediante dieci scudi il proprietario sarebbe tenuto a far eseguire

tutte le riparazioni necessarie. Urbano VIII è morto or sono duecento

trentaquattro anni, e la sua bolla imprudente ha sempre forza di legge.

Ne consegue che le pigioni sono aumentate in tutto l’universo, fuorchè

nel Ghetto. Gl’inquilini israeliti vivono letteralmente a spese dei

loro padroni di casa. Me ne fu mostrato uno che è mantenuto da un

convento di Orsoline. Ha in affitto per trenta scudi una casa delle

più grandi e delle più adatte per commercio; ei la subaffitta quindici

volte tanto, vale a dire quattro cento cinquanta scudi. E siccome

il fabbricato non è nuovo, così le Orsoline devono spendere tutti

gli anni cento scudi in riparazioni. Esse sono ridotte a procedere

giudizialmente contro un inquilino sì oneroso, affinchè si accontenti

di tenere a pigione la casa per niente senza pagar fitto, ma senza

pretendere le riparazioni. Il mio Ebreo si difende come un diavolo; la

sua investitura è il patrimonio dei suoi figli, la dote di sua figlia!

Dal 1847 in poi le porte del Ghetto sono demolite, ed alcuna

barriera visibile non separa più gli Ebrei dai Cristiani. Essi sono

autorizzati dalla legge, se non dai costumi, a spargersi nella città,

e ad alloggiare ove loro piace. Taluni si lamentano vedendo che

i proprietarj de’ bei quartieri non vogliono o non osano dar loro

a pigione; si lagnano di essere costretti a restituire in secreto

le libertà che furono loro accordate in pubblico: essi accusano il

governo pontificio di rimpiangere troppo vivamente i beneficj del

1847. Essi domandano il ristabilimento di quelle porte che li rendevano

interessanti, assicurando la loro tranquillità per tutta la notte. I

più saggi d’Israello prendono filosoficamente il loro partito, godono

della semi-gratuità delle pigioni, della modicità delle imposte,

dei beneficj d’un alto protettore straniero che introduce qualche

articolo secreto in loro favore in tutti i trattati di finanza; essi

si sovvengono in fine che, se il purgatorio è a Roma, il paradiso è a

Livorno.

Egli è ancora sotto il regno di Pio IX che Israello ha cessato di fare

le spese del carnevale. Nel medio evo lo pagava colla propria persona;

la municipalità dava al popolo lo spettacolo di una corsa di Ebrei.

Benedetto XIV vi surrogò de’ cavalli liberi che corrono meglio senza

confronto; ma tal cambiamento costò ottocento scudi all’anno al popolo

ebreo. I principali del popolo andavano a portare la somma in gran

cerimonia a casa del Senatore che li riceveva senza complimenti.

— Chi siete voi?

— Ebrei di Roma.

— Non vi conosco; andatevene! A questo discorso così affabile il primo

magistrato municipale aggiungeva inoltre, dieci anni sono, un gesto co’

piedi.

— L’ambasciata così allontanata, se ne andava da uno dei conservatori

della città. «Chi siete voi?»

— Ebrei di Roma.

— Che cosa domandate?

— Noi imploriamo umilmente da Vostra Signoria il favore di dimorare qui

ancora per un anno.

Si accordava loro la permissione, condita da alcune ingiurie, e

in segno di riconoscenza essi offrivano i loro ottocento scudi che

si degnava di prendere. Il sovrano gli ha affrancati dalla spesa e

dall’umiliazione.

Eccone un’altra, da cui non sono ancora esentuati. All’avvenimento di

ogni papa, i deputati del popolo ebreo si collocano sul passaggio del

santo padre vicino all’arco di Tito. Il papa domanda loro che cosa

fanno là. Essi presentano una Bibbia dicendo «Noi chiediamo la grazia

di offrire a Vostra Santità un esemplare della nostra legge». Il papa

accetta dicendo: «Legge eccellente, stirpe detestabile».

Vedrete all’ingresso del Ghetto, in capo al ponte delle quattro Teste,

una chiesetta dove gli Ebrei erano costretti di venire, ogni sabbato

dopo pranzo, in numero di cento cinquanta. Un predicatore, pagato da

essi, regalava loro una buona diatriba contro la loro ostinazione. I

centocinquanta uditori erano puntuali, ed a ragione, perchè la loro

comunità avrebbe dovuto pagare uno scudo per ogni testa assente. Un

vecchio ebreo di mia conoscenza dicevami jeri: «Per venticinque anni,

signore, non ho mancato una volta al sermone». Ma questo popolo ha dura

cervice, nè lo si può costringere a conversione. Pio IX ha dispensato

gli Ebrei dall’omelia, e la chiesuola è diventata deserta; si è tentato

di farvi predicare l’abbate Ratisbonne, ma nessuno volle andarvi a

sentirlo.

Eppure ogni anno, al sabbato santo, si fa una conversione. Il

battistero di Costantino si spalanca a due battenti dinanzi ad una

vecchia ebrea, che guadagna ottanta scudi ed il paradiso. Il popolo

di Roma però non presta troppa fede alla sincerità dei catecumeni: «È

adesso, egli dice, che gli Ebrei si fanno Turchi».

Riepilogando, gli Ebrei di Roma non sono più nè racchiusi di notte,

nè multati nel carnevale, nè catechizzati loro malgrado, e cotesto

triplice beneficio lo debbono a Pio IX: sono amministrati dai loro

notabili ed invigilati dai loro rabbini. Se alcuno di essi manca alla

legge del sabbato, il cardinal vicario lo condanna, è bensì vero, alle

galere, ma a norma di richiesta del rabbino. Nelle inondazioni del

Tevere la municipalità romana fa loro portar de’ viveri, ed usa loro

l’attenzione delicata di mandar loro vivande apprestate a norma del

rito ebraico. Nè si dimentichi che buon numero di essi sono alimentati

dai proprietarj delle loro case. Pagano per tassa generale 450 scudi

da cinque franchi, i quali, ripartiti fra circa 4500 persone, formano

qualche cosa più di 50 centesimi per testa. La contribuzione non è

grave; eppure dopo il 1848 rifiutano di pagare anche questa.

L’origine di questo balzello merita d’essere fatta conoscere. Due o

tre secoli fa, un ebreo si convertì, entrò nel convento de’ neofiti

e nel silenzio della sua cella scrisse un libello contro i proprj

correligionarj, accusandoli, fra l’altre cose, di mangiare dei bambini.

Ora questo suo zelo fu ricompensato, imponendosi al Ghetto di pagare

450 scudi di rendita allo scrittore che sì bene gli aveva dipinti. Il

Ghetto pagò, e la rendita del monaco, com’è naturale, fu devoluta al

tesoro del convento. Ma il neofito, che non era eterno, venne a morire;

onde il convento, che aveva goduto quella somma, e l’aveva trovata

vantaggiosa, non volle rinunciarvi. «È forse colpa nostra, dissero i

frati, se il nostro confratello è morto? Noi l’abbiamo assistito per

bene. Questo reddito era sua sostanza, e noi siamo i suoi eredi. E poi

gli Ebrei hanno preso l’abitudine di pagare questi 450 scudi all’anno,

e Roma è una città d’abitudine».

Attualmente gli Ebrei pretendono che, non avendo pagato nel 1848,

ne hanno perduto ad un tratto l’abitudine, e per nulla al mondo

s’indurrebbero a ripigliarla. Dopo lunghe contestazioni tra essi ed il

convento, il papa finalmente permise loro di liberarsi del passato e

dell’avvenire mediante un quarto della somma reclamata; ma gli Ebrei

fanno il sordo, e preferirebbero non pagar nulla affatto.

Se accettano le condizioni loro offerte, saranno in progresso esenti da

ogni tassa, al pari de’ gentiluomini.

Saranno forse più felici? Chi lo sa? Ho riferito in buona fede tutto

quanto Pio IX aveva fatto in loro vantaggio, ma non posso dissimulare

che la popolazione Israelita va rapidamente decrescendo negli Stati

della Chiesa. Essa era, nel 1842, di 12700 persone sotto il rigido

Gregorio XVI. Undici anni dopo, nel 1853, sotto il paterno regno di Pio

IX, era diminuita di più d’un quarto, e caduta sotto la cifra di 9237

anime.

Cotesta spaventosa diminuzione d’una stirpe naturalmente feconda non

può spiegarsi altrimenti che per l’emigrazione. Ho dimandato notizie,

e venni chiarito, che difatti gli Ebrei disertavano gli Stati del papa

appena che potevano ottenere un passaporto e pagare il viaggio.

Gli sciagurati non vollero, o piuttosto non osarono dirmi qual fosse

la causa che gli scacciava. I più coraggiosi mi supplicarono di non

scrivere nulla in loro favore, se non volevo aggravare i mali onde sono

travagliati. In somma credetti d’aver compreso, che la tolleranza del

governo attuale era unicamente alla superficie, ed ecco un fatto che

convalida la mia ipotesi. Un ebreo di Roma campava la vita coltivando

la terra. Per violare la legge in modo sì flagrante aveva bisogno

d’un complice, onde trovò un cristiano, il quale, mediante un premio,

consentì di prestargli il proprio nome. Ma la canaglia delle vicine

terre non istette lungo tempo ad ignorare che le messi appartenevano

ad un ebreo, onde si pose a saccheggiarle; ed in quello spoglio del

frumento e grano turco dell’ebreo ciascuno credeva far opera meritoria.

Il derubato non osava nè lamentarsi, nè difendersi; ma ben a proposito

si risovvenne che i Francesi erano in Roma, e che esercitavano certa

autorità. Ricorse dunque al generale Goyon per ottenere il favore

di far giurare una guardia, che all’occorrenza avesse a stendere il

processo verbale.

Il conte Goyon, a parte la politica, è un uomo eccellente. Ebbe pietà

di quell’ebreo, e promise di ottenere ciò che dimandava. Anzi fece di

più: andò in persona dal cardinal Antonelli.

Questi non dissimulò ch’era cosa mostruosa il far prestare giuramento

ad un cristiano nell’interesse d’un ebreo. Però, siccome non si poteva

rifiutar nulla al più saldo appoggio della santa Sede, così fu promesso

non solamente di dare una guardia giurata, ma ben anche di sceglierla.

Si prese tempo per fare la scelta; un po’ di tempo, circa un trimestre.

Il saccheggio intanto continuava, l’ebreo non osava più dir parola, ed

il generale, persuaso d’aver fatto una buona azione, dormiva pacifico.

Un bel mattino, una voce timida venne a svegliarlo; dicendogli che non

s’era fatto nulla. Partì rapidamente, e corse di nuovo al Vaticano.

L’autorità, messa alle strette, non osò più resistere, accordò la

guardia promessa; e la nomina fu fatta a tamburo battente. Il generale

Goyon la recò egli stesso, e la consegnò vittoriosamente al proprio

protetto.

L’ebreo proruppe in ringraziamenti, siccome Mosè al capitolo XV

dell’Esodo. Mancò poco che non bagnasse di lagrime il nome benedetto

della guardia che gli si dava. Ma era il nome d’una persona ignota,

scomparsa già da sei anni, e di cui non si aveva più traccia.

Che potevasi fare? Tornar dal generale? Lagnarsi una terza volta?

Dimostrare ad un galantuomo, ad un personaggio rispettabile, che le

autorità romane si erano corbellate di lui? L’ebreo vi pensò veramente.

Ma la polizia, che non dorme giammai, gli ordinava di rimanere in

casa sua, di vivere in pace e contento, sotto minaccia delle pene più

severe.

Quando per avventura i nostri ufficiali l’incontravano, gli dicevano:

«Or bene, voi avete quanto vi occorre. Le vostre messi sono poste al

sicuro. Siete in debito d’una grazia all’esercito francese!» Ed egli

ringraziava prudentemente, sorrideva per necessità, e se ne andava a

piangere in disparte.

Non voglio qui ripetere la storia del fanciullo Mortara. Essa dimostra

che gli uomini più esercitati a dare lo spettacolo della tolleranza

dimenticano qualche volta la loro parte.

Il fatto del signor Padova, meno conosciuto, meritava non minore

celebrità. Sebbene l’abbia già narrato molto tempo fa, non posso

trascurare quest’occasione per ripeterlo.

Il signor Padova, negoziante israelita di Cento, provincia di Ferrara,

aveva moglie e due figli. Un commesso cattolico sedusse la signora

Padova; ma, sorpreso e scacciato dal padrone, fuggissene a Bologna,

dove l’adultera lo raggiunse, traendo con sè i due figli.

Il marito corse a Bologna, e chiese che gli si rendessero almeno i

proprj figli. L’autorità gli rispose che i suoi figli erano battezzati,

non meno che la madre loro, e che perciò eravi un abisso tra lui e la

sua famiglia. Tuttavia gli venne accordato il diritto di pagare una

pensione, colla quale vissero tutti, compreso l’amante della signora

Padova. Alcuni mesi più tardi egli potè assistere al matrimonio della

sua legittima consorte col commesso che l’aveva sedotta. Chi benediceva

le nozze officiando era nientemeno che S. Em. il cardinal Oppizzoni,

arcivescovo di Bologna.

Mi fu riferita la storia d’un ebreo che dalla sua religione seppe

ricavare il più singolar beneficio. Aveva commesso un delitto, quasi

inaudito presso gli Ebrei de’ tempi nostri, aveva cioè assassinato,

e la vittima era suo cognato. La cosa era evidente, ed il fatto

comprovato. Ora ecco la ragione di difesa che venne impiegata dal suo

avvocato:

«Signori, d’onde procede che la legge punisce severamente gli uccisori,

e va talora fino a colpirli colla morte? Egli è che, assassinando

un cristiano, se ne ammazza in pari tempo e il corpo e l’anima. Si

manda al cospetto del giudice supremo una creatura non bene preparata,

che non si è peranco confessata dei suoi falli, che non ne ha quindi

ricevuta l’assoluzione, e che precipita diritta in inferno, od almeno

in purgatorio. Ed ecco perchè l’uccisione d’un cristiano non è mai

soverchiamente punita. Ma che abbiamo noi ucciso? Null’altro, o

signori, che un miserabile ebreo, già predestinato alla dannazione.

Se anche gli fossero stati concessi cento anni per convertirsi,

abbastanza è nota l’ostinazione della sua stirpe, egli sarebbe morto

senza confessione come una bestia. Abbiamo pur troppo, ne convengo,

anticipato d’alcuni anni la scadenza della giustizia celeste; abbiamo

per ciò affrettato un’eternità di pene, che presto o tardi non gli

poteva mancare; ma via, siate indulgenti per una colpa veniale, e

riserbate la vostra severità per coloro che attentano alla vita ed alla

salute d’un cristiano».

Cotesta perorazione sarebbe assurda e ridicola a Parigi; ma era logica

a Roma, dove il reo potè trarsi d’impaccio con alcuni mesi di carcere.

Gli Ebrei sono tollerati in parecchie città dello Stato romano ed in

alcuni villaggi. Abitano in Roma, Ancona, Ferrara, Pesaro, Sinigaglia.

È in Roma che sono trattati con maggior dolcezza; mentre in Ancona,

nell’anno passato, fu rimessa in vigore dal delegato un’antica legge

che proibisce ai cristiani di conversare in pubblico cogli Ebrei.

Il popolo minuto li disprezza, ma non gli odia. Ho veduto un ragazzo

di quindici anni accostarsi ad un vecchio ebreo, dargli un colpo sul

cappello, sicchè glielo cacciò fino sugli occhi, ma non gli avrebbe

fatto alcun male. Ho inteso un contadino dire ad un ebreo: «Voi altri

siete ben fortunati; voi non temete la morte di apoplessia (senza

confessione), poichè non avete, come noi, un’anima da salvare».

I frati, i preti, e generalmente tutto il clero inferiore, circolano

nel Ghetto senza ostensibile ripugnanza; ma il papa, i cardinali, i

vescovi ed i semplici monsignori sono esclusi da questo luogo impuro,

chè degenererebbero dalla loro casta ponendovi il piede.

Però gli ecclesiastici romani pongono molta differenza fra gli Ebrei ed

i Protestanti: se pei primi hanno un po’ di disprezzo, nutrono contro

gli altri un odio implacabile. E n’è causa, che gli Ebrei sono i vinti,

ed i Protestanti sono i ribelli. La Chiesa non ha dimenticato quel

gran principio di politica romana, che Virgilio aveva condensato in un

solo verso, di cui il concetto è _risparmiare i vinti, e debellare i

superbi_.

Permettetemi di citare un fatto all’appoggio del mio asserto. Un

israelita di Parigi, che era venuto a vedere la settimana santa,

aveva preso alloggio in una casa privata. Alcuni giorni dopo Pasqua,

ricevette la visita d’uno dei preti incaricati di raccogliere i

viglietti di confessione e di denunciare alla giustizia chiunque avesse

violato il comando della Chiesa. «Perdonate, signore, rispose l’Ebreo

aprendo la sua porta, io non sono cristiano.

— È Luterano il signore? chiese il prete con più civiltà che tenerezza.

— No, signore; Israelita.

— Ebbene! meno male».

Egli è certo che gli Ebrei, per grande che sia la loro fortuna,

conservano al cospetto della santa sede un’attitudine rispettosa; nè

mai le prestano denaro senza domandarle perdono della gran libertà che

si prendono. Per lo contrario i Protestanti fanno un po’ ostentazione

della loro eresia. Vi è sempre a Pasqua, nella cappella Sistina,

qualche inglese di gigantesca statura, che se ne sta ritto sulle sue

gambe in mezzo alla folla inginocchiata. Lo si potrebbe inutilmente

sradicare, chè ripullulerebbe l’anno appresso.

Ma rientriamo in Ghetto. Questa finestrella, al terzo piano d’una

casa orribile, in una delle vie più luride del quartiere, è celebre

nelle scherzose tradizioni dell’Accademia di Francia. È costume che

i nuovi pensionisti paghino il loro buon ingresso con una giornata di

grandi noje e di mistificazioni talora un po’ forti. Si narra che un

giovane compositore israelita fu avvertito arrivando che avrebbe ad

alloggiare al Ghetto. «Tu potrai mangiar qui, gli fu detto, poichè noi

siamo in un luogo d’asilo; ma bisogna dormire in mezzo al tuo popolo:

su questo proposito la legge romana è inesorabile!» Ei pranzò coi

camerati, e dopo le frutta fu condotto nell’appartamento che era stato

preso a nolo per esso. I mobili erano stati scelti appositamente per

far orrore all’uomo meno dilicato; se il letto posava su tre piedi,

era già di soverchio. L’albergatrice era distinta pel sucidume più

ributtante; però promise al giovane inquilino che lo avrebbe curato

siccome un figlio ed avrebbe per esso mille riguardi. È appunto in

questa prospettiva, dicesi, ch’ei si coricò; e la notte fu sì cattiva,

che il giorno appresso ei parlava di ritornare in Francia. Lo scherzo

però non fu spinto più in là, onde il giovane rientrò all’Accademia,

nella sua stanza legittima, e non vi perdette il tempo. Ma chi sa, se

in progresso, quand’egli scrisse la bella _partizione della Giudea_, le

memorie del Ghetto non gli siano ritornate in mente?

Gli abitanti del Ghetto fanno tutto in istrada, come già si è detto:

forse perchè le loro case non sono sicure. Ciò che ho veduto del loro

interno non mi ha inspirato nessun desiderio di penetrarvi. Mi terrò

pago d’attraversare il quartiere in tutti i sensi, ed ecco in qual

modo m’inizio alle costumanze di questa popolazione. Nella settimana

li veggo vendere e comprare, lavorare pazientemente colle loro mani,

mangiar poco e male. Il regime vegetale cui sono condannati dalla

miseria, aggiunto alla rarità dell’aria respirabile, impoverisce il

loro sangue, e fa deperire la loro salute. Benchè vicini al Tevere,

essi vanno soggetti alla febbre meno che gli abitanti de’ paesi più

elevati; poichè non è già l’acqua del fiume, ma sibbene i miasmi della

campagna apportati dal vento che avvelenano i Romani. Al sabbato

cotesti poveri Ebrei si vestono con abiti festivi per invadere le

sinagoghe. Jeri, ch’era domenica, trattarono affari fino a tre o

quattro ore dopo mezzodì; ma ben presto le botteghe semiaperte si

rinchiusero per intero; il popolo prese la sua ricreazione. Ho trovato

nell’angolo d’ogni via una tavola circondata da dieci a dodici persone

de’ due sessi, con un giuoco di tarocchi nel mezzo. Non sono abbastanza

scienziato per penetrare il mistero di queste carte da zingari, cui il

popolo minuto di Spagna e d’Italia correntemente sa spiegare. Ciò che

ho osservato si è che non v’era denaro sui tavoli, e che nullostante

insorgevano litigi ad ogni tratto.

Credetti un momento che nascesse un parapiglia generale a proposito

d’un asso di spade o d’un sette di bastoni. Uno dei giuocatori gettò

in viso al suo avversario le carte di tarocchi; l’altro rispose

gettandogli il gesso di cui si serviva per segnare i punti. Le

donne s’intromisero fra i combattenti, ma non si potè impedire che

si pigliassero pei capelli. Tutta la contrada prese parte bentosto

alla baruffa, ciascuno parteggiando pei proprj parenti, ed in un

batter d’occhi quelli de’ quartieri vicini affluirono sul campo

di battaglia. I disputanti si scagliarono ingiurie in un dialetto

per me inintelligibile, e gli Italiani, attirati dal rumore, non

vi comprendevano gran cosa. Tuttavia in capo ad un quarto d’ora

tutto ritornò in calma, e poscia seppi che tutto questo tumulto

erasi suscitato per mezzo soldo. Non ridete della somma: conosco

un professore di mandolino, che diede diciassette coltellate al suo

miglior amico per una discussione di cinquanta centesimi.

Mi allontanai colla testa sbalordita. In vita mia non aveva mai inteso

tanto fracasso, tranne forse all’uscita del teatro di Pera, quando la

popolazione delle strade si abbandona a lotte urlanti co’ morsi. Ma

quelle battaglie notturne di Costantinopoli non sono d’uomini.

La mia giornata doveva finire al Transtevere, nel quartiere più romano

di Roma. La popolazione che abita al di là del Tevere è senza dubbio

la più maschia, la più fiera, la più ombrosa e la più onesta della

città. È anche la più bella e la più pittorica: e non s’è detto nulla

d’esagerato in sua lode. I Transteverini hanno senza dubbio lo spirito

meno pronto e meno agile degli abitanti dei monti, ma posseggono

maggior lealtà e coraggio.

Mi sono smarrito per istrada, ed invece d’arrivare al Ponte Rotto, che

m’avrebbe condotto nel cuore del Transtevere, mi ritrovai in mezzo ai

magazzini di fieno ed alle chiese che circondano la Bocca di Verità.

Que’ magazzini erano nel loro migliore aspetto: quaranta carri simili a

montagne quadrate arrivavano in fila, tratti da’ buoi. Sotto l’ultimo

carro vedevasi il buon Sant’Antonio, protettore degli animali. Non ho

veduto nulla di più sano, di più bello e di più odoroso che questi

fieni della campagna di Roma, e non è scarso piacere l’incontrare

in seno ad una grande città i lavori, i costumi e gli odori delle

campagne. Quando Roma non sarà più la prima città del mondo, sarà

ancora il villaggio più pittorico dell’universo.

Cotesta Bocca di Verità, che ho testè nominato, è una curiosa reliquia

del medio evo, serviva ai giudizj di Dio. Figuratevi una ruota di

mulino che somiglia ad un viso di luna: vi si distinguono degli

occhi, un naso ed una bocca aperta, dove l’accusato poneva la mano

per prestare giuramento. Questa bocca mordeva i mentitori, almeno per

quanto la tradizione l’attesta. Vi ho introdotto la mia destra, dicendo

che il Ghetto era un luogo di delizie, e non sono stato morsicato.

È presso la Bocca di Verità, dinanzi il piccolo tempio di Vesta, non

lontano dalla Fortuna Virile, che la giustizia romana manda al patibolo

un assassino sopra cento. Quand’io giunsi sulla piazza, non vi si

ghigliottinava nessuno; ma sei cuciniere, di cui una bella al pari di

Giunone, danzavano la tarantella al suono d’un tamburo da banda. Per

mia sfortuna esse indovinarono ch’io era straniero, e si misero a fare

la polka contro tempo. Fuggii quindi a tutte gambe, e caddi sul ponte

che andava cercando.

Roma contemporanea · 第 22 / 71 题