Se v’ha taluno che supponga inverosimili queste cifre, sarà certo
perchè non conosce i Romani, nazione eccessiva in tutte le cose, e più
esagerata nelle sue azioni, che non fossero i Greci stessi nelle loro
parole.
Sonvi de’ giorni in cui, per quanto osservi fuori delle mie finestre,
non veggo altro che pioggia e nubi. Il cattivo tempo è qui peggiore che
altrove. Quando il vento di sud-ovest, il maledetto scirocco, comincia
a soffiare, lunghe nubi grigiastre s’addensano all’occidente, e gli
uomini non meno che le bestie vengono assaliti da uno strano malessere.
Sulle uniformi superfici del mare e della terra, il vento d’Africa
spira tumultuosamente senza trovar ostacoli; Roma è la prima resistenza
ch’ei trova per ora, onde s’aggira in vortice intorno ai sette colli,
e direbbesi che a quell’urto le case scrollino dalle fondamenta. Le
nubi si addensano le une sulle altre, siccome montagne sovraposte da
un Titano, fino alla sommità della volta celeste. Ed in breve più non
formano che una massa compatta, che oscura la luce del giorno. Quindi
si spalancano quelle nubi siccome cataratta, ed ecco un torrente
fitto, uniforme, inestinguibile si scatena allora fragorosamente sulla
città. Il vento continua a spirare, accumula nuove nubi, e riempie di
nuovo i serbatoj atmosferici, prima che siano vuotati. Qualche volta
il tuono si fa compagno, e l’acqua, il vento, i lampi, le scosse che
fanno traballare la mia stanza, mi rendono perfetta imagine d’una nave
sbattuta dalla procella.
Talora l’uragano minaccia, passa e scompare senza lasciar traccia,
siccome un re che fosse atteso in una città, e che non vi si fermasse
che il tempo di cambiare i cavalli.
Si bussa alla porta del mio osservatorio: è una visita. È persona
sensata e spiritosa, sebbene non vada esente da pregiudizj
aristocratici. S’installa, forma sigaretti di tabacco turco, fuma una
buona mezz’ora senza dir sillaba.
La sua conversazione mi ha recato piacere e paura in pari tempo,
offrendosi d’insegnarmi tutto quanto sa intorno all’Italia, ma in pari
tempo mi sfida a scrivere un libro che abbia il senso comune.
«Se mi credete, disse egli, consacrerete tre o quattro mesi nello
studiare Roma, senza osservare nè quadri, nè rovine, nè nulla di
quanto gli stranieri vengono qui a vedere. Voi senza dubbio non
avete l’intenzione di ripetere ciò che tutti i viaggiatori hanno
scritto; e d’altronde l’Italia contemporanea non ha nulla di comune
coll’antichità, col medio evo o col rinascimento. Limitatevi all’esame
delle instituzioni, de’ costumi e de’ caratteri; ne avrete per molto
tempo, se cercate la verità. Studiatevi di veder tutto da voi; non fate
conto nè sui Francesi nè sugl’Italiani per aver notizie, chè i Francesi
osservano poco, e la divisione militare occupante, di cui ho l’onore
di far parte, non si compone di filosofi. Noi Francesi vi diremo molto
bene o molto male degl’Italiani, a norma della casa dove ciascuno di
noi è alloggiato. Vi diremo anche qualche sciocchezza. Uno de’ nostri
soldati, parlando ad un Italiano, e furibondo per non essere inteso,
esclamava mostrandogli il pugno: «E che? poltrone! Sono oramai nove
anni che noi siamo qua, e tu non sai ancora il francese?» Noi tutti, di
tratto in tratto, ricadiamo nel ragionamento di questo soldato. Parlate
cogl’italiani nella loro lingua, quand’anche sapessero esprimersi
nella vostra. La nobiltà romana, cominciando dal papa e dal cardinal
Antonelli, sa il francese quasi così bene come voi; epperò anche il più
dotto Italiano, quando non parla la sua lingua, non è del tutto nel
proprio elemento. E d’altronde perchè vorreste privarvi del piacere
di ascoltare questa bella lingua armoniosa? Venire in Italia per
conversare in francese, è come andare all’opera senza sentir la musica.
Passeggiate a piedi per le strade, e badate di non conoscere la strada;
il caso vi condurrà nei luoghi migliori.
Se entrate in una chiesa, non osservate solamente ciò che v’è; ma
osservate eziandio ciò che vi si dice e ciò che vi si fa. Impegnate
la conversazione con tutti coloro che incontrerete. Non siete già
in Inghilterra: non istate ad aspettare d’essere presentato ad un
muratore per poterlo interrogare. Parlategli, e vi risponderà. Non vi
garantisco che vi abbia a dire la verità, nè egli nè altri: chè tutti
gl’italiani, ricchi e poveri, sono diffidenti per natura, essendo stati
quasi sempre ingannati. Non vi sarà agevole il cavare un sì od un no
dai vostri interlocutori. Non istate a scoraggiarvi se vi si guarda con
inquietudine, e se vi si dà una risposta evasiva quando dimanderete che
ora è.
«La società romana è divisa in tre classi: nobiltà, plebe e ceto medio,
che si move fra le due. La nobiltà è ospitaliera, e vi riceverà, se
lo bramate: ma v’è poco a dire. I principi della Chiesa ed i principi
romani hanno da lungo tempo rinunciato al sistema del nipotismo e del
cicisbeismo. I cardinali sono poveri, e le più nobili signore vanno nel
mondo senza amante.
«La plebe è più interessante da studiarsi, ma è già nota per gli studj
degli artisti. Essi s’abbatterono nel lato pittorico de’ costumi,
mentre andavano in traccia del pittorico de’ volti e delle foggie.
Il ceto medio è quello che inspira maggior interesse ed è meno
conosciuto. Si stende ben lontano, abbracciando tutto che non è nobile
nè mendico, da più modesti mercanti del corso, fino agli antichi
ministri del 1848. Tutti gli avvocati, i medici, gl’impiegati e lo
stesso ministro, quando per avventura non appartenga alla prelatura,
formano parte di questo mondo intermediario, che non ha alcun contatto
col grande. È il ceto medio che lavora, progredisce, si agita e
minaccia. Esso ha fatto la rivoluzione del 1849, potrebbe far meglio,
potrebbe far peggio, essendovi molto a sperare e molto a temere da
gente siffatta. Dove li trovereste? Vivono tra loro, in casa loro;
buona parte di essi passa metà dell’anno nei campi, e chiamansi
mercanti di campagna. Coltivano le terre de’ grandi signori, pagano
fitti enormi, e fanno fortuna, senza darsene il vanto. Mi si accerta
che parecchi di costoro sono assai intelligenti ed onesti, ma dubito
che la loro compagnia vi sia aggradevole, poichè hanno poche idee
comuni da scambiare con voi. Supponendo che il vero mondo vi permetta
di frequentare quello là; supponendo che il medio mondo consenta a
ricevervi, vi sarà più che difficile di frequentarli entrambi alla
volta; chè essi non fanno nulla nel medesimo modo, nè nelle ore
medesime.
«Nondimeno voglio supporre che abbiate la pazienza, il talento
e la felicità necessaria per approfondire la società romana: non
avrete ancora fatto grandi passi. Roma è città d’eccezione, che non
rassomiglia a verun’altra; nè convien giudicare l’Italia su quello
stampo, e nemmanco lo Stato romano. È un saggio magnifico, ma la pezza
è d’altra stoffa.»
— Non importa, risposi. Cominciamo dal conoscer Roma. Parmi che se
esco di qua a mia gloria, il resto procederà da sè e mi costerà pochi
sforzi.»