IL MIO ALBERGO.

Carlomagno era alloggiato nel palazzo de’ Cesari, sul monte Palatino.

Questo albergo imperiale, dai barbari rispettato fino all’anno 800, non

è più attualmente abitato, anzi non vi rimangono che rovine, entro cui

i gufi medesimi trovano difficilmente un comodo nido.

Carlo VIII, nella sua irruzione trionfale, abitava in capo al Corso

quel gigantesco palazzo di Venezia, sì deforme e sì nero, dove il conte

Colloredo dà le più belle feste di Roma.

Montaigne andò a stanziare all’albergo dell’Orso: ora non vi si trovano

più pedanti, essendo ricetto de’ cocchieri.

Il nostro divino Rabelais alloggiava sotto la medesima insegna, ma poco

mancò, che non gli venisse accordato gratis il più bell’appartamento

del forte Sant-Angelo. Il padre dello spiritoso francese sarebbesi

trovato bene colà, per ragionare a suo bell’agio sui costumi e le

usanze dell’isola Sonnante.

Nicola Poussin viveva poco lontano, rimpetto alla chiesa della Trinità

de’ Monti, a due passi dal bell’affresco di Daniele di Volterra, da

lui tanto apprezzato, e cui il governo francese sperò un istante di

collocare nel Louvre.

Il presidente De Brosses, a’ tempi ch’era consigliere e che mostrava sì

strane figure sulla portiera della sua carrozza, abitava sulla piazza

di Spagna. Chateaubriand si era annidato presso l’ambasciatore di

Francia, e la Stael nelle nubi.

Ma io meschinello sono meglio alloggiato che non tanti Francesi

illustri, e dalle due finestre del mio osservatorio veggo le cose da un

punto assai più sublime.

Ho appena rinoverato i gradini che mi sollevano al di sopra della

piazza di Spagna, dove gli stranieri si danno convegno. Sono 327, nè

più nè meno: mettetene 135 per giungere al livello dell’Accademia di

Francia; aggiungetene 77 fino al suolo del giardino, che è al primo

piano, siccome nel palazzo di Semiramide. Da ultimo, doveste anche

metter fuori la lingua, salirete ancora 115 gradini prima d’entrare

nella camera turca, che è la mia.

Non potreste sbagliare l’uscio: siamo in capo alla scala a chiocciola,

sul vertice della torricella destra dell’edifizio: i soli inquilini che

mi signoreggiano di tempo in tempo sono le cornacchie, annidate sul

tetto. Una mezza luna di ferro, tracciata sopra la mia serratura, vi

accenna ch’entrate in Turchia, e che questa mia porta è una cugina in

terzo grado della Porta Sublime.

Un O ed un V, disegnati sulla chiave, vi chiariscono che l’operajo l’ha

fatta per Orazio Vernet.

Poichè anche il mio albergo ha alloggiato ospiti illustri, essendo

nientemeno che l’antica villa de’ Medici. Galileo vi fu racchiuso, se

la tradizione non erra; e la prigione del grande astronomo è una stanza

assai bella e maravigliosamente situata. Auguro siffatto carcere a

tutti i martiri della verità.

Nel 1803 l’Accademia di Francia, fondata dalla munificenza di Luigi

XIV, erasi trasportata lontano dal tumulto delle vie, nella villa

Medici. Dopo quel traslocamento, quasi tutti i grandi artisti del

nostro paese hanno abitato quel palazzo e meditato sotto quelle belle

pianto. David, Pradier, Delaroche, Ingres e Vernet vi hanno scritto i

loro nomi sulle pareti.

Il primo aspetto del palazzo è grande, maestoso, ma senza molti

ornamenti. Veggonsi da lontano e sopra la porta gli stemmi e la

bandiera di Francia. Il solo lusso dell’entrata consiste in un viale

di querce verdi ed in un getto d’acqua cadente in una larga vasca. Si

passa fra due colonnette di marmo antico rarissimo e bellissimo, ma

assai modesto; non ve n’è là che superi il valore di sei mila franchi.

Il portinaio è degno d’essere rimirato siccome uno de’ più bei tipi

della razza romana. Grande, dal torso largo, ben fatto, ha faccia

pienotta, con barba a ventaglio, porta maestosamente il bastone di

capotamburo e de’ guardaportoni delle case principesche. È un uomo di

certa importanza, ed ha proprj domestici; suo figlio gli bacia le mani

ogni volta che rientra od esce. Nei dì festivi quando si veste in gran

livrea sulla soglia dell’Accademia, i sempliciotti gli fanno cerchio

intorno e lo stanno ammirando. Ei li lascia giungere vicini, ma per

tratti, per evitare la confusione. Di cinque in cinque minuti, gli

allontana dolcemente col suo bastone e loro dice con tuono paterno:

«Basta! voi avete già goduto il colpo d’occhio; lasciate che si

avvicinino gli altri.»

Il primo piano è occupato dagli appartamenti di ricevimento, vasti,

magnifici, ornati de’ capolavori de’ Gobelins, e degni per ogni

rispetto della grandezza della Francia. Viene poscia e per dipendenza

un vestibolo ammirabile, ornato di colonne antiche e di statue foggiate

anch’esse all’antica. Ma il lato più appariscente della casa è la

facciata posteriore, la quale può noverarsi tra i capolavori del

Rinascimento. Si direbbe che l’architetto ha esaurito una miniera di

bassorilievi greci e romani per tappezzarne il suo palazzo. Il giardino

è dell’epoca medesima, e data dal tempo in cui l’aristocrazia romana

professava il più profondo disprezzo pei fiori. Non vi si veggono che

de’ gruppi di verdura, allineati simmetricamente con cura scrupolosa.

Sei prati, cinti da siepi all’altezza della mano, si distendono dinanzi

la villa, e lasciano correre la vista fino al monte Soratte, che chiude

l’orizzonte. A sinistra, quattro volte quattro pezzi quadrati di zolla

s’incorniciano entro alte muraglie di lauri, di bossi giganteschi e

di verdi querce. Queste mura d’alberi si riuniscono in fascio in cima

ai viali e gli avviluppano d’un’ombra fresca e misteriosa. A dritta

una terrazza di stile elegante raccoglie un boschetto di querce verdi,

contorte e rese cave dal tempo. Mi vi reco talora a scrivere all’ombra;

e la merla e l’usignuolo fanno a gara i loro gorgheggi sopra il mio

capo, in quel modo che un bel cantore di villaggio può rivaleggiare con

Mario o Roger. Un po’ più in là, una rozza vite si estende fino alla

porta Pinciana, dove si dice che Belisario abbia mendicato. Vi si vede

almeno una pietra ornata del celebre motto: _Date obolum Belisario_. I

giardini piccoli e grandi sono sparsi di statue, d’ermeti e di marmi

d’ogni specie. L’acqua sgorga nei sarcofagi antichi, ovvero zampilla

entro vasche di marmo: marmo ed acqua sono i due oggetti di lusso di

Roma; noi, a Parigi, non li conosciamo che per fama.

Questo bel possesso della Francia è appoggiato in tutta la sua

lunghezza ai bastioni della città. Confina da un lato col passeggio del

Pincio, dall’altro col convento francese della Trinità. Domina tutta

Roma, ed ha il vanto di abbracciarla d’un solo colpo d’occhio.

L’Accademia esercita generosamente l’ospitalità. I suoi giardini sono

pubblici, le sue gallerie di studio e le sue sedute di modello sono

accessibili ai giovani artisti d’ogni paese; le sue sale si aprono

una volta alla settimana a tutti i Francesi dì condizione civile; il

suo territorio è un asilo inviolabile dove la polizia romana non ha il

diritto d’inseguire un accusato.

Gli artisti che al concorso ottengono il diritto di compirvi i loro

studj, non hanno tutti il medesimo talento, sebbene tutti abbiano

riportato il medesimo premio. Se ognuno d’essi ritornasse in Francia

nella condizione d’uomo di genio, la Francia più non saprebbe dove

collocarli, e l’eccesso della nostra gloria ci cagionerebbe grave

imbarazzo. Ma si può francamente affermare che un soggiorno di alcuni

anni in una tale dimora ed in un paese di tal natura, non è mai stato

inutile allo sviluppo d’un uomo. Una vita modesta, ma senza il pensiero

del pane quotidiano, l’obbligo stretto di lavorare unito all’assoluta

libertà del lavoro stesso, lo spettacolo de’ più bei paesaggi, de’

più grandi edifizj e delle popolazioni più pittoriche, la vicinanza di

ricche collezioni, il contatto perpetuo colle memorie d’un passato più

vivo che il presente, tutto ciò forma dell’Accademia l’abitazione più

sana che sia in tutto il mondo. E bisogna ch’io ne sia ben convinto, se

vi ritorno a mettermi in pensione.

A tutti i vantaggi enumerati aggiungete la calma insinuante, che

emana dalla Città Eterna, certo spirito di pace e d’armonia, d’ordine

e dignità, che s’impossessa all’insaputa d’ogni cervello il più

disturbato. In questa solitudine abitata che si estende da S. Pietro

a S. Giovanni di Laterano, le memorie della vita militante ci appajono

da lontano siccome sogni d’una notte procellosa. Chi vede l’agitazione

di Parigi senza prendervi parte, prova il medesimo stupore, lo stesso

malessere e lo stesso sdegno che s’ei vedesse un vortice di danzanti

aggirarglisi intorno in un ballo di carnevale, senza sentire i violini.

I giornali ciarlieri che assordano i Parigini non giungono sino a Roma;

i mascalzoni più celebri e più temuti dagli artisti non vi sono nemmeno

conosciuti; e gli arzigogoli della stampa minuta non vi sarebbero

nemmeno compresi. Vi si lavora in pace, in un onesto raccoglimento,

senza curarsi delle dicerie, de’ passaggeri capricci del pubblico,

cogli occhi rivolti alternativamente alla natura ed ai maestri.

Roma è forse, dopo Atene, la città dove meno si diverte. Eppure gli

stessi giovani confessano che non ve n’è altra di più attraente. Il

primo movimento de’ pensionisti dell’Accademia è d’annojarsi come ad un

còmpito, e di noverare i giorni che li separano ancora da Parigi; essi

se ne vanno poi tutti con rammarico o piuttosto con dolore.

Si può dire di Roma, ciò che un critico diceva del più grande poeta

dell’antichità: _C’est avoir profité que de savoir s’y plaire_.

Il piacere elevato che la grande città ci procura non si può

già provare in capo ad otto giorni. Mi fu mostrato un esemplare

del Guido-Giovanni, arricchito di note manoscritte d’un commesso

viaggiatore. Cotesto bell’uccello di passaggio aveva scritto in margine

all’articolo S. Pietro di Roma: «Ho veduto qualche cosa di meglio di

ciò.» Io non so bene ove potesse aver veduto di meglio; ma scuso i

falli d’un viaggiatore di otto giorni.

Papa Gregorio XVI, ch’era un vecchio spiritoso, accordava volentieri

udienze ai viaggiatori stranieri. Dimandava a tutti da quanto tempo

erano in Roma. Quando gli si rispondeva: «da tre settimane» ei

sorrideva maliziosamente, e diceva: «andiamo avanti! Addio.» Ma se il

viaggiatore aveva passato tre o quattro mesi in città, il santo padre

allora gli diceva: «A rivederci!»

E di fatti, tutti coloro che conobbero Roma per un tempo sufficiente

da saperne gustare il bello sentono il bisogno di ritornarvi, come se

vi avessero dimenticato qualche cosa loro appartenente. Si riconoscono

tra loro, od almeno si ravvisano dopo pochi minuti di conversazione.

Si danno una buona stretta di mano, siccome uomini che abbiano amato

una medesima persona ad alcuni anni di distanza, e che ne siano stati

egualmente ben trattati. E finalmente si danno convegno al Foro, al

Vaticano, o sull’eterna piazza di Spagna.

Il direttore attuale dell’Accademia, signor Vittore Schnetz, vi si è

recato per la prima volta nel 1816; è quasi mezzo secolo! Aveva fatto

il viaggio a piedi, secondo l’eccellente abitudine degli artisti di

que’ tempi. Dopo il giorno del suo arrivo, ei non lasciò più la città

se non colla speranza di ritornarvi. Vi ha vissuto ventiquattro anni, e

crede che sia poco. Ha 72 anni, ma ne dimostra non più di 60. Il clima

di Roma è tanto favorevole ai pittori quanto alle pitture. Quell’uomo

eccellente ha conservato tutto il vigore del suo corpo e del suo

spirito; passeggia con passo sicuro tra le rovine e le memorie della

città. Nessun Francese conosce meglio di lui i Romani, e ne è meglio

conosciuto. La nobiltà indigena lo considera siccome sua creatura, ed

ei gode di considerazione eguale a quella de’ principi e de’ cardinali.

La sua vita privata, tranne i giorni di gala, è d’una semplicità

affatto romana. Io asciolvo con lui, e pranzo coi pensionisti; la sola

differenza tra il suo pranzo e quello degli allievi, è che l’uno viene

servito al primo piano e l’altro nel mezzanino.

Forse è tempo di farvi entrare nella mia camera. Non è la più grande

della casa, ma posso farvi sette passi in linea retta, ed è quanto

mi basta per lavorare. La cupola che v’è in essa, è abbastanza alta,

sicchè l’aria non manchi a’ miei polmoni. Orazio Vernet l’ha fatta

dipingere in uno stile orientale sopra disegni copiati in Algeria. La

tradizione vuole, che gli uccelli d’ogni colore, che svolazzano sopra

il lampadario, siano di mano stessa del maestro. Se ciò fosse vero,

la rondinella del caffè Foy troverebbe qui una sorella. Le pareti

sono coperte di majolica dipinta, la cui freschezza mi reca gran noja.

L’ingresso dell’alcova si spartisce alla moresca, fra due enormi mazzi

di fiori fantastici. Sonvi poi iscrizioni arabe sopra al letto, sulla

porta e sulle finestre. Venite pure a coricarvi, se vi piace, sul

tappeto, ad adagiarvi sopra uno de’ miei due divani, od a sprofondarvi

entro la sedia a bracciuoli; ma non toccatemi quel mio tavolino: è

sopra di esso che compongo la mia prosa, rimpetto a Monte Mario.

Non saprei perchè mi sono accovacciato a questa piuttosto che

all’altra finestra: probabilmente perchè il sole vi si mostra più

tardi. L’altra è quasi a mezzodì, questa è quasi ad occidente. Veggo i

sedici praticelli dell’Accademia entro il loro cerchio d’alberi verdi;

poscia viene il Pincio, quindi la verde campagna, il fulvo Tevere ed

una serie di collinette. Monte Mario è coperto d’alberi, paragonabili

ad ombrelle: la più parte aperte, ed i cipressi ad ombrelle chiuse.

A destra veggo parte della villa Borghese, ed a sinistra l’obelisco

della piazza del Popolo. Riepilogando, poca parte di Roma e molta della

sua campagna. Tuttavia quando il sole si corica entro nubi nerastre

screziate di grandi macchie sanguigne, rimpiango che non siano qui con

me a vederlo tutti quanti gli amici.

Quando mi affaccio all’altra finestra, veggo quattro quinti della

città, numero le sette colline, percorro le strade regolari che si

distendono fra il corso e la piazza di Spagna, faccio il novero de’

palazzi, delle chiese, delle cupole e de’ campanili; mi smarrisco

entro il Ghetto e nel Transtevere, non veggo rovine più di quel che

bramerei: esse stanno ammucchiate là in fondo, nelle vicinanze del

Foro. Però veggo presso noi la colonna Antonina e la Mole di Adriano.

La prospettiva viene poi gradevolmente chiusa dai pini della villa

Pamfili, che riuniscono le loro ampie ombrelle e formano quasi una

tavola da mille piedi per un banchetto di giganti. L’orizzonte si perde

a sinistra a distanze infinite; la pianura è nuda, ondosa ed azzurra

siccome il mare. Ma se vi mettessi in presenza d’uno spettacolo così

immenso e diverso, un solo oggetto attirerebbe gli sguardi vostri, uno

solo colpirebbe la vostra attenzione: non avreste occhi che per San

Pietro. Quel mio commesso viaggiatore aveva veduto alcun che di meglio;

ebbene io lo sfido d’aver veduto alcun che di sì grande.

Dal punto più lontano d’onde si scorge Roma, è San Pietro che si

disegna all’orizzonte, la sua cupola è parte nella città, parte in

cielo. Quando apro la mia finestra, verso le cinque ore del mattino,

veggo Roma immersa nelle nebbie della febbre: sola la cupola di San

Pietro è vestita della rosea luce del sol nascente. Mi ricordo che,

recandomi un giorno da Scira a Malta, vidi la Sicilia alla distanza di

quaranta leghe: era un tempo magnifico, al cader del giorno. Tuttavia

mi fu mostrata un’ampia ed eccelsa montagna che sembrava spingere le

sue radici nel mare. Era l’Etna che sorge sopra il suolo di Sicilia,

siccome San Pietro al di sopra di Roma. Noi non distinguevamo la

Sicilia, ma vedevamo l’Etna.

Un giorno di grande solennità (credo nella settimana santa), mi sono

imbattuto in un uomo assai scandalizzato. Era un dabben Normando,

pacifico per indole ed educazione, ed antico consigliere municipale

della città d’Avranches. Come lo vidi alzar le spalle, dimandar il sole

a testimonio, non potei trattenermi dal dirgli: «Che avete?»

— Che ho? Sono ormai due ore e più, che quivi entra un’onda di gente,

eppure nella chiesa non v’è folla. L’edifizio è troppo vasto. Questa

gente non ha criterio ed esagera in tutto.

— Ohimè! Signore, gli diss’io, che direste del presbitero? Questo

Vaticano, che è un’appendice della chiesa, è stato costrutto colla

medesima esagerazione. Non vi si contano meno di dodici mila sale,

trenta corti, e tre cento scale.

— Assurdo, davvero! È come quella chiesa, che mi venne mostrata a due o

tre chilometri di qua.

— San Paolo fuor delle mura?

— Appunto. Essa è troppo grande e fuor di proporzione coi bisogni della

località.

— Lo credo benissimo! difatti la parrocchia si compone d’un albergo e

di due trattorie.

— E noi, signore, quando abbiamo fabbricato la nuova chiesa

d’Avranches, abbiamo preso sì bene le nostre misure, che non s’è speso

un centesimo di più in pura perdita.

— Me ne congratulo con voi. Ma bisogna dire, a giustificazione de’

Romani, che essi hanno costrutto, in San Pietro e San Paolo, non

già delle chiese private, come quella d’Avranches, ma le parrocchie

centrali di tutto il popolo cattolico.

Per bella che sia Roma, quale la veggo dalla mia finestra, m’imagino

ch’essa era ancor più sorprendente or sono tredici secoli. San Pietro

non era ancora fabbricato, nè alcuno degli edifizj, che noi ora tanto

ammiriamo; ma l’antichità era vivente e florida, malgrado le invasioni

de’ barbari ed i saccheggi d’Alarico. Secondo una statistica del secolo

VI, scoperta dal cardinal Mai e citata da Ampère, la gran città contava

ancora:

Roma contemporanea · 第 9 / 71 题