[Stampata separatamente a Torino (per Chirio e Mina) nel 1834 a
pro del Regio Ospedale de' Pazzarelli.]
***AL SIGNOR MARCHESE DI RORA*
Direttore della Lotteria per il Regio Ospedale de' Pazzarelli in Torino.
Pochi mesi sono, eravamo due ad attendere, ognuno nell'arte sua, a due
lavori per la vostra lotteria. Uno de' due lavori non fu compiuto; e
l'altro, non è stato possibile nemmeno a me di continuarlo. Ora per
adempiere, quanto ancor posso alla promessa, ed avendo da parecchi anni
alcune Novelle, per un secondo volume del MAESTRO DI SCUOLA, ne tolgo, e
vi mando questa in questo modo, pregandovi di compatire la tenue
offerta, e tenermi per
_Torino_, 18 marzo 1834.
Amico vostro
L'AUTORE.
*IMILDA.*
Tornando io già una sera in sull'imbrunire alla mia terra da alcuni
casolari dove avevo a balia un mio bimbo, vennemi incontrato il buon
maestro, che tornava credo da suonar l'organo di quella pieve, a' piè
d'una scoscesa via, anzi quasi un burrone scavato tra due altissime
sponde dall'acque. Dove, oscurandosi tra lampi e lampi il cielo a un
tratto, e incominciando a cader larghe goccie annunziatrici di
temporale, e a scivolare il lubrico terreno, e a non più reggerci i piè,
ci sforzavamo pure amendue d'andar innanzi ed arrivare prima che
franasser l'acque ad una casupola a mezza costa, solo abitato che sia o
si scorga in quella vallea. Quando a dispetto della fatica che si durava
incominciò il loquace maestro: «Non vi par questo vero agguato da ladri?
Mirate, muro di qua, muro di là, non un'uscita; un uomo ne fermerebbe
dieci.» «Sì», diss'io, «ma il maggior pericolo per ora è di cadere tra
questi fanghi; nè i ladri sono sì mal accorti da mettere bottega in tal
deserto, dove non passano tre lire al giorno; e poi c'è là la casupola
che guarda il passo dai ladri, e così ci salvi dall'acque.» «O quanto
alla casupola», disse il maestro che appunto per a ciò avea messo il
discorso, «sapete voi chi l'abita? Un brav'uomo che n'ha ammazzati tre
egli solo in un giorno.» «Come?» diss'io. Ed egli: «Al tempo della sua
gioventù ei fu già....» ma non ebbe tempo, chè appunto il padrone della
casa, avendoci veduti, era venutoci incontro, e sorreggendo il buon
maestro ci faceva entrare nella casupola, dove già donna e fanciulli
avevano acceso il fuoco di fuscelli e fogliacce di gran turco, e poi
recatoci il vin bianco, che è in quel paese, come il pane e il sale
degli antichi, primo e sacro segno di ospitalità. E non era bevuto il
primo bicchiere, che il contadino, il quale aveva udito le ultime parole
del maestro: «Io credo» disse, «che avevate incominciato a narrare a
questo signore il gran fatto della mia gioventù; e perchè non è cosa
ond'io abbia ad arrossire io stesso la narrerò.» E incominciò ab ovo una
lunga storia di certe dispute tra l'arciprete e il sindaco di quel
paese, accadute trent'anni addietro, ma così nuove in sua memoria come
se fosse stato ieri, e vi si riscaldava sopra come allora; ma intanto il
compagno mio che fin da principio dimenavasi sulla sedia, forse per
dispetto che gli fosse tolta di bocca la narrazione, ora non potendo più
reggere al modo in che era fatta, e meno alle millanterie del bravo: «A
che monta tutto ciò? Io dirollo in due parole. Il sindaco e l'arciprete
eran due uomini senza cervello, che disputavano su non so che; anzi
credo che nol sapessero nemmeno essi, e la prova è che ci voglion tante
parole a farlo capire. Avean torto tutti e due; ma più il prete, perchè
prete. Nimici essi, nimici tutti gli uni con gli altri nel paese; i
quali poi aveano tanto più torto, che si facean nimici pe' fatti altrui.
Questo qui fece la scioccheria di prender una delle parti, non so
nemmeno quale, e non me ne curo; e perchè era più giovane e più bravo, e
come dicono qui, più _bullo_ degli altri, egli avea nome, forse senza
colpa sua, di capo di parte. Tre de' contrarii lo assalirono un giorno
allo uscir di Messa; certo è, essi furono gli assalitori; egli a dar
mano a un coltello, e metterne in terra uno; poi a fuggire inseguito dai
due, e vedendogli discosti l'un dall'altro, a rivolgersi al più vicino,
ucciderlo; ed aspettato il terzo, questo pure uccise.» «Oh», interruppi
io, «questo l'è pure un bel fatto, e tal quale come quello...» Ma
riprese più forte il maestro: «A che servono comparazioni? Quest'uomo
non sa le storie vostre; e se volete parlare di un antico che ammazzò in
guerra tre nimici del suo re, la comparazione non istà; perchè questi
uccise in pace tre sudditi del nostro. Scappò, uscì del paese, fu
giudicato contumace; poi, consigliato tornare, tornò e fu assolto come
dovea, perchè l'avea fatto in propria difesa; e del resto, come vedete,
ha moglie e figliuoli, ed è vivuto sempre da galantuomo, e lo è. Ed è
tanto più da lodare, che al solito chi mette mano al sangue anche con
ragione, continua poi a torto, e diventa facinoroso. Ma ad ogni modo,
figliuol mio, l'uccidere, se non fu delitto, è almeno disgrazia; e non
si vuol darsene vanto, ma compiangerla, e principalmente dinanzi a
questi vostri figliuoli. Che se non avete avuto altro torto, avete avuto
quello di mettervi in cose che non toccavano a voi, in vece di vivere in
pace con tutti. E queste parti a che conducano ne' paesi grandi come ne'
piccoli ve lo voglio dir io; e perchè è cosa antica, dirovvi oggi tutti
i nomi, che questo signore li potrà andar a riscontrare ne' libri, e
dirvi quanto sia vero l'esempio. E venite qua, voi altri fanciulli; che
la pioggia fa un chiasso che assorda.
In una gran città d'Italia detta Bologna, ei fu già, come in molte
altre, questa medesima gara tra preti e secolari, che sindaci o podestà
o signori si chiamassero; i preti volevano far quello che era de'
signori, e questi quello che era de' preti; e i cittadini mal accorti se
ne dividevano in parti. Erano principali in ognuna delle due parti due
famiglie dette dei Lambertazzi e de' Gieremei, gran nimici perciò gli
uni con gli altri; principale poi ne' Lambertazzi, Orlando un vecchio
signore potentissimo di ricchezze, e per la moltitudine de' parenti e
de' figliuoli. Fra' quali ultima d'età, ma non nei pensieri del padre
era Imilda; che cresciuta bellissima oltre ogni altra della città, egli
sperava che per averla in moglie tutti i giovani s'accosterebbero a lui,
ed egli poi al più caldo e pro' partigiano suo la concederebbe. E in
vero essendo ella giunta così intorno ai diecisette anni, e sempre più
venuta crescendo in bellezza, ed anche poi, come dalle stesse donne e
compagne sue dicevasi, in bontà, incominciò a correrne voce non pure tra
i giovani de' Lambertazzi e loro partigiani, ma anche tra quelli de'
loro nimici i Gieremei. Nei quali era allora appunto uno di poco più di
vent'anni, il quale Fazio o Bonifazio avea nome, giovane d'indole pronta
ed audace, ond'erasi anche troppo fatto già noto all'opere nella sua
parte; ma che sarebbe stato degno di miglior campo, e miglior fama;
perchè, ostinato e caldissimo quando i suoi erano perdenti, ad ogni
volta poi che erano superiori, egli tornava benigno ed avrebbe voluto
far pace. Non so se gli venisse questo da retta e buona natura, per sè
stessa abborritrice di quegli scandali; o da prematura ragione che
gliene facesse scorgere il danno comune a tutti; o forse non da altro
che da giovanile disposizione, più che alle brighe, rivolta a' piaceri e
all'allegria. Certo è che a questi attendendo il più che potea, e talor
più che non avrebbe dovuto, fra l'altre scappataggini volle un giorno
far questa, di assolutamente vedere e per sè conoscere, se pur fosse
tanto bella ed accorta e cortese come si dicea la Imilda de' Lambertazzi
sua nimica. E così essendo il tempo di carnovale, e sapendo che si dovea
far una gran festa in casa ad Orlando Lambertazzi, Fazio senza dirne a
persona, messa una bautta o non so che maschera, che non si facea
scorgere, cacciossi nella folla, e sconosciuto entrò e incominciò a
mirare. Era per avventura quella notte la giovane più che mai di
bellezza ed anche di femminili grazie ed ornati risplendente, siccome
quella a cui era la festa dedicata dal padre appassionato di lei, e vago
di mostrarla, e più che mai accenderne quella innamorata gioventù. Era
poi la non sua adornatezza dalla tutta sua semplicità rattemprata così,
e la eleganza dalla modestia, che in mezzo a tutte le altre comparendo
ella sola, non pure l'avreste detta principal donna o regina di esse, ma
quasi angelo di paradiso sceso in un coro di belle e pure fanciulle, più
bello e più puro e di più celestiale natura. All'ardentissimo giovane,
vederla, ammirarla, invaghirsene, anzi impazzirne e volerla
risolutamente, fu un punto, un pensiero, un affetto. E con quella grazia
e naturalezza poi, che viene da un vero e giovanile ardore, non andò
guari che trovò modo di accostarsele, e colla eloquenza che dà l'amore,
l'amor dichiararle, ed accenderla, se non altro, della vaghezza di
sapere chi questo nuovo amatore fosse, e questa sconosciuta voce.
Perchè, agli accenti di cortese e rispettosa adorazione ella era per
volontà di suo padre non poco avvezza; ma appunto ella fin allora aveali
uditi, più che per altro, per obbedienza; ed ora o che le cose non
comandate anche ai migliori pajan più dolci, o che più dolce veramente
fosse questa nuova non più udita voce, o le parole più acconce, o gli
affetti più gentili, certo ella oltre al consueto se ne compiacque, o
domandò al giovane chi egli fosse? sollazzevolmente pregandolo si
discoprisse. A cui egli benchè a siffatto caso non avesse nel venire
posto mente: «O donna», disse, «quello che imponete è accompagnato forse
di maggiori difficoltà che voi nol vi pensate; pure non fia disobbedito
mai nessuno comandamento d'Imilda a Fazio Gieremei.» E così detto, levò
la maschera dal viso. Immaginatevi che paura corresse per ogni vena alla
fanciulla, udendo il nome del maggior nemico che fosse di sua casa, un
nome non mai dinanzi a lei pronunciato senza qualche aggiunto di
scellerato o maledetto, o se v'è peggio, e vedendolo audacemente così
palesarsi in mezzo a tanti, di cui non era uno che se il riconoscesse
non avesse volentieri fittogli il pugnale nel cuore, e lei dell'odiato
sangue cospersa. Fu stupore, fu pietà, timore per sè, per lui, per
tutti, che la fecero impallidire, e in assai meno tempo che non dissi
io, dir ella: «Per l'amor del cielo, che fate voi? copritevi,
copritevi.» Ma egli, senza altrimenti turbarsi, ed anzi dolce e
lietamente sorridendo: «O donna! troppo crudeli ed assoluti sono i
vostri comandi. Che non avendo io fatto conto veramente per questa sera
di mostrare il mio volto, voi me lo faceste scoprire; ed appena
scoperto, ne siete già pentita, e così alterata che mel volete far
ricoprire. Ondechè, io voglio mi perdoniate, se ad obbedirvi in questo
secondo comando io ci pongo un patto; ed è, che non potendo io oramai
vivermi senza la vista di voi, mia dolcissima nimica, e volendo ogni
sforzo fare per tornarvi a vedere, voi, non che opporvici, farete da
parte vostra, quando io ve ne richiegga, ogni sforzo perchè ci possiamo
onestamente ritrovare.» E rispondendo ella molto affannata e
ripetutamente che non si potea, «Nè io posso questa volta assolutamente
obbedirvi.» E faceva atto con allegro volto di buttar in terra la
maschera, e rivolgersi dal cantuccio ove erano in mezzo al ballo, quando
ella dall'ostinazione di lui vinta con femminil dispetto disse
brevemente, che lo farebbe. Allora, datogliene con uno sguardo degli
innamorati occhi le dovute grazie, egli rimetteva la maschera; ed ella
di là si fuggiva, ed egli, perchè incominciava ad essere osservato,
dileguandosi tra la calca, non molto dopo se ne uscì.
Il giovane era di quelli che si vedono tutto dì, i quali meglio amano
arrampicarsi per una costa ritta che passeggiare per lo piano, montar un
cavallo bizzarro che uno mansueto, passare per lo ciglione di un
precipizio che per la strada maestra, e in somma quando si potrebbe far
come tutti gli altri, voler sempre far diverso, e in vece delle facilità
cercare le difficoltà. Pazzi da catena, dico io! chè quando si cercano,
le difficoltà le si trovano; e principalmente in questo punto del
matrimonio ei ce ne sono tante per sè, che il volerne aggiungere delle
inutili è una vera scempiaggine; ed al principio, prima d'innamorarsi,
se pensasse ognuno ch'ei potrebbe facilmente ottenere tante che vaglion
quella ch'ei prosiegue con difficoltà e pericoli, io credo ch'ei
piglierebbe una di quelle. Ma signor no; ei si vuole appunto quella che
non si può. La giovane anch'ella avea nella sua benchè dolce natura
alcun che di questa stessa caparbieria e amor delle cose strane;
oltrechè soprammodo erale andato a genio quell'audacia dello scoprirsi,
e quella ostinazione del voler rimanere scoperto finchè avesse il suo
intento. Le quali due qualità dell'audacia e dell'ostinazione ben so che
vanno a genio malamente al più delle fanciulle, che poi maritate ne
incresce loro molto sovente. Ma io, non approvandolo nè troppo
intendendolo, non ispiegherovvi altrimenti l'amore di que' due; sì
dicovi, che se fin allora la Imilda aveva avuto nome di alquanto ritrosa
verso a' pretendenti, ora in breve acquistò quello di superbissima, e
quasi non fu nissuno che non ne disperasse. E riprendendonela il padre,
e dicendole che ora s'appressava il tempo che ella si dovesse decidere;
ella diceva che no, e domandava tempo, e voleva prima d'ogni cosa
aspettare l'inteso abboccamento, e fra sè dicea, che quand'anche avesse
a prendere un partito poi, assolutamente nol potea nè dovea prima d'aver
adempiuta la ingaggiata promessa. Perchè, vedete, anche questo è un
vizio solito della gioventù: mettersi in capo certi doveri immaginarii
che son tutt'altro che doveri; e per essi i veri doveri di figliuoli
rispettosi ed obbedienti e confidenti trascurare. Pareva sì alla giovane
che Bonifacio molto tardo fosse a domandar egli quell'adempimento: e
talora dubitò della sincerità o costanza di lui; e il desiderio e il
dispetto le mettevano allora in cuore non so che d'amaro, che tuttavia
non vi scemava la passione. Nè pensava ella in che difficoltà si fosse
messo pur egli Fazio; il quale, passata quell'occasione della festa, non
che tornar addentro alla casa, non potea nemmeno andarle intorno. Perchè
era usanza di quei nimici, assalirsi quando incontravansi per le vie, e
più se gli uni ardissero passare dinanzi alle case degli altri, che
toglievasi per bravata ed insulto; ed egli che l'avea fatto cento volte,
nol volea far più; e non che esser vago di siffatti incontri, li cansava
ora con più prudenza che i prudentissimi d'ambe le parti. E pensate se
ora gli venissero a noia le parti, che mai non avea seguito se non per
mal esempio altrui, ed ora ei le trovava quasi insuperabile muro, o
interminato mare tra sè e la sua disiata donna. Venne alcune notti in
abito mentito di giullare o menestrello sotto il verrone, dove lei
sapeva dormire, e intuonava sul liuto or l'una or l'altra canzone in
lingua volgare. Ma questi erano istanti, e il più sovente non finiva
nemmeno la canzone, e dileguavasi non solamente se udiva uscir dalle
case alcuna persona, ma anche più se vedeva aprir il verrone e spuntarvi
la fanciulla; che, non essendo comodo quel luogo a parlarsi, non volea
sprecar così il promesso appuntamento, e temeva udir da lei cosa che non
avesse qui agio a risponderle, e ridurla a' suoi desiderii ed a' suoi
già fermati disegni.
In ultimo sendo così due o tre mesi passati, ed o per il ritorno di
primavera che invitasse, o più probabilmente perchè le brighe e le
guerre loro particolari così richiedessero, i Lambertazzi si ridussero a
un castello che aveano molto forte e presidiato, non discosto dalla
città. Quivi parve a Fazio gli si porgesse occasione di veder la sua
amata. Perchè avendo già, siccome molto destro a siffatti maneggi, messo
dalla sua una delle donne che servivano ad Imilda, seppe da quella come
poco prima era stato cacciato di casa Lambertazzi per non so quali
mancanze un povero donzello. Onde Fazio vestitosi a quel modo capitò un
mattino alla capanna di una buona vecchierella; la quale molto povera
essendo, e la capanna non molto discosta dal castello, la Imilda or con
l'una or coll'altra delle sue donne vi veniva sovente come a diporto, e
ad arrecarle qualche men rozzo cibo, o panno, o monetuccia.
Ora a costei presentandosi Bonifazio le venne dicendo, sè esser quel
meschinello caduto in mala gracia di messer Orlando, e che uscito di
quella casa non avea più avuto una buona ora, ed era anzi in gran
miseria caduto; e così avendola impietosita, aggiunse, che se potesse
vedere un momento Imilda e parlarle, egli non dubitava di poterla
muovere, tanto era buona, a domandare la sua grazia, e che domandata da
lei al padre, ei la crederebbe ottenuta. La donna, che come sogliono
tutte, nulla aveva caro al mondo quanto potere spacciar protezione,
entrò molto volentieri nel pensiero; e rispose che la signora Imilda
veniva sovente a sua capanna, e bastava che le facesse dire che
abbisognava di lei, perchè ella venisse; e che l' farebbe. A che riprese
il finto donzello, povero essere, ma pur rimanergli una catenella d'oro
datagli da una sua innamorata, e che egli le darebbe volontieri, e
quanto potesse avere, se ella gli agevolasse questo modo di ingraziarsi
di nuovo co' suoi buoni signori, e principalmente colla buonissima
Imilda. Adunque la vecchierella fece avvisata la Imilda; la quale
poc'ora appresso ci venne; e la donna compra da Bonifazio trovò modo di
venirci con lei. Se fosse stupita la fanciulla di trovare Bonifazio
nella capanna, pensatelo voi; e sua prima mossa veramente fu verso la
porta per tornarsene, ma ne fu trattenuta dalla promessa sì ben tenuta
in cuore, e fors'anco dal proprio amore, e poi dalle cortesi preghiere,
e dalle eloquenti, innamorate parole del giovane. Che fossero siffatti
discorsi nol vi verrò io sminuzzando; montavano a ciò, che egli dicea di
grandemente amarla; ella mostrava che l'amerebbe, se non che non potea
sperare un felice fine a quell'amore per la nimicizia di lor parenti. Ma
Bonifazio era venuto ben apparecchiato a ciò; e quanto volentieri poi ci
si cacciava nelle difficoltà, tanto agevolmente sempre gli parea poterne
uscire. Adunque in mezzo a molto amoroso parlare dall'una e dall'altra
parte, egli le venne dispiegando, e non in breve, tutto il pensiero
ch'egli avea tra sè lungamente maturato; ed era, in poche parole poi,
che egli tra i suoi compagni e tutti i Gieremei, ella per via di suo
padre tra i Lambertazzi s'adoprassero d'ogni maniera a riaccostarli gli
uni e gli altri, e lor odii scemare, e lor guerre finire, e ricondur
pace nelle due case ed in tutta la città. Così in proprio pro e della
loro passione operando, opererebbero il bene anche dei concittadini; e
il loro dolcissimo amore sarebbe fine alle crudeli inimicizie di lor
case, ed ai guai della città, e lor nozze principio a nuova età tutta di
pace. E unite tutte le parti in quella concordia, che potenza di fuori
non se ne accrescerebbe a tutta la città, e che gloria? E così d'una in
altra immaginazione avanzando, e la Imilda lui ascoltando quasi un
profeta o un angelo che fosse venuto a parlarle, ed ardentissimamente
bevendosi tutte le idee di lui, non è a dire a quanti e quali sogni
s'abbandonassero i due giovani inesperti. Ma che volete voi? la
imprudente gioventù se mette gli occhi a uno scopo alto e bello a
mirarsi, non guarda mai alla via che vi ha per arrivare, e non tien
conto nè di burroni, nè di precipizii, nè di acque, nè di fuoco che la
possano fermare. In breve, quando Bonifazio ed Imilda si lasciarono, non
che lasciarsi afflitti ed avviliti come sogliono gli amanti disgraziati,
voi gli avreste veduti quasi di celeste fiamma accesi lor volti; e uditi
allegramente dirsi addio per poco tempo, e darsi appuntamenti a questa
medesima capanna per insieme adoprarsi alla loro immaginata opera
divina.
Che ne succedesse poi, già vi può essere conto se vi siete trovati mai a
vedere la commare mettersi tramezzo a due donnicciuole che garriscano in
mercato, o un amico commune in senno tra due furiosi ubriachi, o un
monello in piazza tra due cani combattenti; che donnicciuole ed ubriachi
e cani, lasciando la prima contesa e facendo pace o almeno tregua, si
rivolgono a mordere e straziare gl'imprudenti pacieri. Perchè Bonifazio,
primo già tra' compagni allorchè era uso condurli alle gare ed
agl'incontri, quando incominciò a ritrarsene, incominciò pure a perdere
ogni autorità e credito; ed ora volendo dire che queste contese erano
già durate troppo, e che facevano più male che bene a tutti e
principalmente al comune, e che bella cosa sarebbe, in vece di
straziarsi gli uni e gli altri, combattere tutti insieme per la città e
contro a stranieri, ed altri simili argomenti di pace, ora non fu più
inteso per nulla; e vennero a poco a poco a dire gli altri Gieremei, che
novità, che mutazione, che tradimento era questo? Sempre s'era mostrato
dappoco e paciere Bonifazio; quante volte nella vittoria non li avea già
impediti di proseguirla e valersene, e spegnere del tutto e cacciar quel
mal seme de' Lambertazzi? ma pur pure se non valeva nulla fin d'allora
a' negozii, valeva almeno in guerra e col ferro in mano; ora poi nè in
un modo nè in un altro. E che credeva egli? era un bambino col latte in
bocca e voleva dar consigli; tutta superbia, gran superbia; credevasi
dappiù degli altri, ma vedrebbe bene; e cento altre cose che erano
false, ma egli, per la sua grande imprudenza, quasi si può dire che si
meritasse. Perchè se egli aveva dalla sua diritta natura l'orrore alle
civili discordie, e dal suo amore l'ardente brama di racconciarle, forza
è poi confessare che la prontezza e schiettezza, a lui non meno
naturali, lo facevano meno di niuno atto a ciò. Al solito si vede chi
vuol racconciar due disputanti ir all'uno e dir tu hai ragione, e
all'altro tu pur l'hai; ma egli all'incontro non sapea d'un capello
scostarsi da ciò che credea vero; e volendo dar ragione o torto secondo
che l'avea ciascuno, perchè i furiosi parteggianti sempre hanno più
torto che ragione, egli dava così più sovente torto, e veniva in ira a
ciascuno. Peggio era della debole Imilda; perchè, vedete voi, quanto più
uno è debole, tanto più peggio quell'ufficio di paciere si fa. Che se in
vece della commare tra le donnicciuole garrenti vengono i mariti, o tra
due ubriaconi la giustizia, o tra i cagnotti un can grosso, allora sì
che si fa pace per forza o per amore, che allora vuol dire paura. Ma chi
usa e non può usare se non preghiere, non fa far pace a chi vuol pur
combattere, ed egli ne sta sotto. Pensate dunque che bel profitto
potessero fare o le corte parole, o le lontane esortazioni della
fanciulla; le quali poi altro non potevano essere se non quando si
parlava di queste cose, un dir talora molto in generale, che ella amava
la pace, e vorrebbe veder finite queste guerre, ed altre cose simili. E
sì che il solo argomento che avrebbe fatto colpo, sarebbe stato forse
quello di dire che ella non al più acre combattitore, ma a chi più si
fosse adoprata a far fare la pace si sarebbe donata. Ma questo nè lo
voleva dir ella, nè lo voleva lasciar intendere nemmen per ombra; fra le
altre virtù avendo questa ancora tutta giovanile della gran sincerità, e
del non pensare nemmeno a lasciarla per danno che le venisse. Così con
tutte queste virtù, meno quella della prudenza, i due giovani non fecero
altro che venire l'uno e l'altro in sospetto ognuno a' suoi, e più volte
rivedendosi alla capanna ebbero a scambiare di ciò mutue lagnanze, già
troppo diverse dalle speranze di quel primo abboccamento. All'ultimo
avvisarono i Gieremei, che Bonifacio per certo dovesse aver qualche
interesse ne' Lambertazzi; e questi, che la Imilda, già così aliena or
così pronta a' discorsi di pubblici affari, dovea pur avere qualche
interesse ne' Gieremei. Il padre, principalmente, e i tre fratelli,
ruminandoci sopra, si ricordarono della festa e di quella maschera
incognita che avea parlato a loro sorella, ed era poi sparita, ed ella
non avea mai voluto dire chi fosse; onde a poco a poco dubitarono che
dovesse essere alcuno di lor nimici; e non vedendo più Bonifazio così
pronto alle risse, e udendo che egli pure facea il paciere, finalmente
s'apposero al vero. E benchè non credessero che quella cosa fosse ita
più in là, nè che la Imilda avesse più veduto Bonifazio, od avesse altro
per lui che una prima disposizione d'amore, tuttavia arsero di grand'ira
contro lei e contro lui; e tenuto consiglio insieme, deliberarono di non
farne rumore, ma lasciato ogni altro pensiero, guardar molto dappresso
la Imilda, e tutti adoprarsi poi contro Bonifazio. E fuvvi chi disse
aver da certe spie saputo come questi appunto per la nuova o cresciuta
moderazione era venuto a noia a tutti i suoi, e che se al consiglio
grande della città si mettesse il partito di cacciar Bonifazio, egli
credeva che si vincerebbe a pieni voti o pochissimi discordanti; e così
fecero, e così successe. Intanto la Imilda, fattasi accorta de' sospetti
in che era venuta ancor essa, e temendo meno per sè che per l'amante se
più venisse alla capanna, l'avea per la fedel serva avvisato, che
assolutamente non venisse più, e che per ora non si poteano più vedere;
ma che se egli era dell'animo di lei, nè tempo, nè fortuna, nè morte, li
avrebbero l'un dall'altro disgiunti. Ed egli che non l'avrebbe mai
voluta trarre a questa risoluzione, pur vedutagliela prendere da sè,
avea risposto impegnando sua fede, e gli avea mandato l'anello. Ma ora
poi udendo il proprio esiglio, e che gli si davano sole ventiquattro ore
a partire, non volendo trarre sua donna a niuna disperata risoluzione,
senza altrimenti vederla, solo e tutto amore per lei ed ira contro
gl'ingrati concittadini, solo con uno scudiero per gli Appennini alla
volta di Firenze s'avviò.
E prima non mettendo mente che le ingiustizie son sempre fatte da pochi,
e che le vendette pur toccano a molti; nè a questo, che quand'anche
fosse tutta ingrata e scellerata la patria, non è lecito contro a lei,
quasi madre, vendicarsi, furono i pensieri dello infelice giovane tutti
di vendetta. Riandò, scusò, anzi ammirò tutti gli esempi di coloro, che
cacciati dalla patria tornarono a lei con in mano il ferro e il fuoco,
ed a capo de' suoi nemici. E proruppero siffatti pensieri non di rado in
feroci discorsi, quando s'abbatteva in persone che volessero scusare or
l'una or l'altra delle parti scellerate. Ma avendo una volta parlato in
cotal modo innanzi ad alcuni capi del Popolo Fiorentino inimico del
Bolognese, e questi rallegratine avendogli proposto di mettersi con essi
contro la sua città, tanta vergogna gliene prese, che mai più all'ira
sua non si abbandonò. Anzi, perchè anche Firenze era divisa nelle
medesime parti, ed egli nè voleva accostarsi a quella già contraria, che
gli sarebbe paruto tradimento, nè a quella già sua da cui pareagli
essere stato tradito, lasciò Firenze, e incominciò a vagare a Siena, a
Pisa, a Pistoia e l'altre città di Toscana; ma trovò in tutte le
medesime parti e i medesimi furori; onde a Firenze si raccolse, ma senza
più voler vedere nè udire degli uni nè degli altri; e tutto in sè
ristretto e solingo poi visse. E passato così tutto l'anno e non pochi
mesi dell'altro, cessata l'ira, incominciò il rincrescimento della
patria, accresciuto dal desiderio dell'amata. Usciva talora soletto
dalla città, e senza accorgersi s'avviava per gli Appennini in verso a
Bologna, e talor andava fin sulle vette onde potesse scorgere da lungi,
o immaginare il vietato suolo della patria. E vedendo non che i
viandanti, ma gli augelli o le nuvole o i venti avviarsi là, gli si
stringeva il cuore, e tornava. Ma peggior disconforto eragli pure
camminare solo e diserto tra la calca del popolo, per le vie brulicanti
ed allegre della città; veder affaccendarsi ognuno ai proprii piaceri o
negozii, egli disoccupato e senz'altra fretta che della sera, la quale
terminasse quella giornata di più, e l'accostasse al fine qualunque
fosse dell'esiglio. Allora, sentendosi cadere in siffatti pensieri, egli
stesso se ne sarebbe voluto distrarre; ma desiderando un amico, non
trovava nè un compagno in mezzo a quella moltitudine. Vedeva accostarsi
gli uni agli altri, disgiungersi, tornare, affaticarsi, sorridere,
insomma vivere; egli solo misero non vivea, ma di rivivere o di morire
aspettava. Allora gli tornava in cuore il dolce tempo, e gli si facea
questo più amaro; allora bramava, e forse meditava la propria morte. E
forse n'era trattenuto meno dal dovere di religione, che dalla
disperazione di lasciar l'ossa così fuori della patria, e non più
rivedere la sua donna. Perdurando arriverebbe, chi sa? a giorni
migliori; ammansa il tempo i più duri uomini; e quelli che non ammansa,
muta. Così entravano nell'animo del fuoruscito i pensieri di morte; così
computava i giorni proprii e quelli de' suoi nemici; e forse forse,
infelice, anche questi con inavvertiti iniqui desiderii accorciava, o
con preghiere empie li chiedeva da Dio. Allora di sè inorridito sè
stesso scoteva, e domandavane perdono a Dio, e tornava al solitario suo
albergo, e lunghi giorni e interminate notti vivea. Venivangli di tempo
in tempo non frequenti lettere della sua donna, quanto meno di speranze,
tanto più d'amore e di costanza e virili conforti piene. Perchè voi
altre donne sempre mi siete parate divise in due qualità: le une, che
amate l'allegria, le faccende, il brio, e cercate gli uomini felici,
allegri, affaccendati; e se questi o per sè o per fortuna mutano, voi, o
li lasciate a un tratto senza vergogna, o almeno a poco a poco e
salvando le apparenze, ma rivolgendo l'amore in pietà. Le altre poi son
tutte all'incontro, che mettono amore naturalmente più ai non fortunati
che ai fortunati; e quanto più s'accresce l'infelicità, tanto più anche
cresce il loro amore e la loro abbandonata devozione; e se son capaci
d'impazzire o di perdersi, egli è per uno che sia del tutto caduto ancor
egli e perduto. Che se niuna mai, Imilda certo era di queste. E mentre
ogni dì più acquistava voce di ritrosa e superba, disprezzando i voti, e
negando la mano de' maggiori uomini e de' più briosi giovani della
città, ella scriveva al fuoruscito che mandasse a toglierla, od ella,
anche sola ed a piè, lo verrebbe a raggiugnere; e che ella volentieri
abbandonava casa, padre e fratelli per lui, che ad ogni modo era signor
suo, ed ella sua donna innanellata da lui, e che lo dovea e voleva ad
ogni modo e in ogni luogo seguire. Bonifazio che innamorato e per ciò
generoso giovane era, quando il rapivano di contento queste parole,
tanto per altra parte l'accoravano, e più volte scrivevale che non
voleva. Ma non la potendo pure dissuadere, e vedendo il suo esiglio
allungarsi, e le speranze scostarsi, e dal proprio desiderio mosso
finalmente, di soppiatto partì di Firenze, e per discosta via a Pistoja,
e poi a Modena, e finalmente presso a Bologna alla capanna della
vecchierella ne venne. La quale, se vi ricorda, avea la prima volta
ricevuto Bonifazio in abito mentito, e credutolo quel donzello cacciato
di casa dai Lambertazzi; ma in ultimo, così essendo necessario per
rivedersi l'altre volte, era stata messa nella fiducia de' due amanti, e
avendone di molti e grandi regali ricevuti, li avea sempre
fedelissimamente aiutati e serviti. Per la quale fatto saper prima ad
Imilda la sua venuta, e che non movesse sino a nuovo cenno, ne fece poi
anco avvisato uno amico suo e compagno dall'infanzia, e quasi solo di
tanti rimastogli fedele. E con questo abboccatosi più volte alla
capanna, disposero, che raccozzando una ventina de' suoi scudieri e
uomini d'arme, con tre buoni palafreni si trovassero tre giorni appresso
all'annottare in una macchia molto vicina alla capannuccia; dove poi
Bonifazio ed Imilda, con quella donzella consapevole de' loro amori,
verrebbero, e tutti insieme per la via più presso ai confini si
caccerebbero di corsa. In ultimo, per la vecchia, fecene avvisata
Imilda, ed ella la sua donzella. Onde, venuto il giorno appuntato,
queste due insieme, quasi a diporto uscendo non attese, alla capanna
vennero, e inosservate giunsero.
Dove immaginate voi che abbracciarsi, che gioie, che dolcissime parole
fossero tra i due innamorati giovani, orbi tanto tempo di così fatti
conforti. E la Imilda, facendosi promettere e giurare nuovamente, che
alla prima posata che potessero fare, e' cercherebbero di qualche prete
che desse loro la benedizione, e li facesse legittimi marito e moglie,
alla sua guida tutta s'abbandonò. Aspettavano il suono dell'Ave Maria, e
uditone il primo tocco, la Imilda alzatasi da sedere con un atto di
mestizia insieme e di dolcissima arditezza porgendo la mano a Bonifazio
si moveva a lui seguire. Ma aperta a un tratto la porta alla capanna
videro avventarsi addentro, seguiti da altri, tre armati furiosi che, nè
a Imilda, ne all'altre donne attendendo, quasi a devota preda sovra
l'infelice Bonifazio si precipitarono. Trasse il ferro, e pur credendo
di aver a difender la donna tenevala per l'altra mano e parava i colpi;
ma in breve ebbe riconosciuto i tre Lambertazzi fratelli di lei, che
gridando: «A te, Fazio, a te: lascia costei; a te, a te; tu sei morto;»
in lui solo le loro tre spade e i tre pugnali rivolgevano. Onde,
lasciata la donna, rotava pure il ferro contro loro, ed attendeva a
difendersi; ma uno rivolgendoglisi a spalle immergevagli al destro
fianco il pugnale fino al manico, e gridava: «Sei morto.» In quello
udivasi un grande frastuono d'armi e cavalli, e un azzuffarsi fuor della
porta. Onde Bonifazio, immaginandosi che fossero, com'erano, i suoi,
benchè ferito faceva pure ogni sforzo per raggiungerli; e rivolgendosi
ed affrettandosi pur essi fuori i Lambertazzi a sostenere lor gente
assalita, gli riuscì in parte. Ma erano più forti i Lambertazzi, e
gridando: «Morto egli è, lascialo pure, morto egli è;» tutti insieme
sforzandosi contro gli amici di Bonifazio, li ricacciavano verso la
macchia, ed ivi assalendoli li incalzavano poi fino alla città.
Intanto Bonifazio traeva a stento il ferito fianco, e sforzavasi
d'arrivare alla macchia e pure arrivava; ma ivi rifinito ed esangue
cadde, ed in breve i sensi perdè. Imilda meschina avea pur tentato
frammettersi nella zuffa, e principalmente tener quello de' suoi
fratelli che avea ferito lo sposo; ma trattenuta ella stessa dalle
donne, e principalmente da quella sua che era stata la traditrice, non
se ne era potuta disimpacciare, se non quando all'accorrere de' Gieremei
era diventato universale il terrore o la fuga. Allora precipitossi pur
ella fuori della capanna, e cercando di Bonifazio e non vedendolo, e
dileguandosi poi i combattenti, gli uni a fuggire, gli altri ad
inseguire, vennerle finalmente vedute le traccie di sangue, onde il
trafitto Bonifazio avea segnata sul terreno la via. Le quali tutta
d'affanno e dolore palpitante, seguendo, giunse la misera Imilda alla
macchia, e ivi ebbe veduto giacente, e immobile, e pallido come morto il
suo Bonifazio. Credettelo spento dapprima; e cadendo boccone sopra di
lui, e volto a volto, e bocca a bocca accostando, vennele pure sentito
un lento respiro, e un debole palpitare che la rinfrescò di qualche
speranza. Pensò cercar acqua là intorno, e lavandogli la piaga e il
capo, farlo rinvenire; ma sovvenendole come troppo sovente in mezzo a
quelle scellerate nimicizie non bastando il ferro a straziarsi, solevasi
aggiugnere il veleno, e n'erano per lo più contaminati i pugnali, e
temendo i fratelli seguissero quel nefando uso, e pensando che, ferito
Bonifazio, avean gridato: «Sei morto», e lasciatolo per finito; di nuovo
spavento compresa, senza aspettare o pensare altro, snudò la piaga e
raccogliendone i lembi colle dita e poi colla bocca, a succiarli
incominciò. E trattenendo il proprio alito e i sensi, e tutta più e più
volte empiendosi del corrotto sangue la bocca, tanto fece che a poco a
poco si riebbe lo sposo suo, e mirolla, e subitamente affacciandoglisi
alla mente che facesse ella, ne la volle colla mano debole trattenere,
chè colle parole non potea. Ma ella con tanto più ardor continuando
quanta più speranza le si aggiugnea, e più chiaro il pericolo le si
accennava, nuova sangue pur gli veniva traendo, e nuovo tossico forse
bevendo. Finalmente riavutosi meglio Bonifazio: «Donna, donna,» le potè
dire: «per quell'amore ch'io vi portai, per l'anima mia, pregovi,
tralasciate questo ufficio inutile a me, letale a voi. Imilda... Imilda
mia... nelle tue braccia morendo... tue braccia tanto tempo
desiderate....» Nè poteva dir più, nè la donna di sovrumana possa e di
nuovo celeste animo accesa o udiva lui o restavasi un momento; e tanto
con tal ansia ed affanno fece, che anche a lei venner meno le forze, e
semiviva appresso a lui riposare dovè. Due o tre volte pure, ripresa
lena, ricominciò. All'ultimo potendo, più che l'amor suo a tenerla viva,
il bevuto veleno o forse il dolore ad ucciderla, sentissi venir meno, e
le si aggiugnea la disperazione di non aver pure potuto far riavere lo
sposo; e allora componendosi accosto a lui, e lui tenendo nell'amorose
braccia, e la intrisa bocca pur riaccostando alla piaga, nuovi sforzi
fino all'ultimo facendo, così morì.
Era la vecchierella accorsa intanto, e testimone stata di quegli ultimi
istanti; nè per preghiere o sforzi avea potuto, non che trattenere
Imilda, ma neppur quasi farsene udire. Diè in istrida vedendola
spegnersi; accorsero dopo alcun tempo reduci dallo inseguimento i
Lambertazzi, i fratelli di lei, e poi suo padre istesso. E dicono gli
uni che infiammati del medesimo furore non altro dicessero tutti che
«Ben le sta.» Altri pure ne li scusano, e dicono che amaramente
piagnendo li facessero insieme quasi marito e moglie sotto a quelle
piante seppellire. Questo è certo che le nimicizie, non che spegnersi od
ammorzarsi, di nuovo ardore arsero, ed infuriarono peggio che mai.»
Non avea finito per anco la sua narrazione il maestro, quando entrarono
nella casupola un ragazzuccio mandatomi innanzi colla lanterna da mia
moglie, e il sagrestano venuto propriomoto a cercare il maestro. Perchè,
sapendone le usanze, era venuto domandandone ad ogni casa giù per la
via, e così trovatolo. Il maestro, che era nel più caldo della
narrazione aveva accennato loro, tacessero; ma finita appena, perchè
l'ora era tarda e il temporale finito, e l'acque scolate, insieme ci
levammo per partire; nè ci fu verso, aggiunti due ospiti nuovi, che non
si bevesse tutti un altro bicchiere di vino, e bevendo disse il padrone
di casa: «La storia del signor maestro è bella, e quanto alle nimicizie
tutto è vero e buono quel che n'ha detto; ma io non consento in ciò che
Bonifazio si avesse a disperar tanto di star fuori di paese. Io per me
ci sono stato pure io; e se non era che qui avevo la casa e il podere,
che facendoli vendere da lungi, Dio sa s'io ne vedeva più un quattrino,
credo pure che non ci sarei tornato mai, perchè, vedete voi, come si
dice, tutto il mondo è paese.» Ed aspettava la risposta; ma il maestro o
fosse stanco di parlare, o avesse fretta di partire, o che, come mi
parve anche altre volte, quanto era vago di narrazioni, tanto lo fosse
poco di dispute; e facendo in cotal modo suo quando era udito senza
contraddizione, gli si strozzasse la parola al contrastare, certo questa
volta non rispose altro se non «De' gusti e de' colori et cetera;» e
partì, ed io appresso, e i due lumi che ci corsero innanzi. Ed io pur
vedendolo tacere e in sè ristretto, e quasi come accorato, pur mi vi
accostai prendendogli la mano, e dicendo: «Gli è vero che i gusti sono
diversi, ma quelli dei buoni s'incontrano talvolta.» Nè credo che quando
il Papa apre la bocca a' cardinali nuovi, egli lo possa fare con effetto
più pronto che fecero le mie parole al buon maestro; che incominciò a
dire dell'amore al paese; come somiglia ad ogni altro amore, che
talvolta può essere iroso, indispettito, furioso, e rivolgersi per a
tempo anche in odio e nimicizia; ma che quando è vero, pur torna sempre
ad essere amore, e che il peggio è l'indifferenza degli uomini; e molte
altre cose. Dalle quali l'una all'altra venendo, e tornando alla
novella: «Maestro,» gli diss'io, «a me non dispiacciono le vostre
novelle, ma vorrei sapere perchè voi le rivolgiate così sovente a dir di
parti, e gare, e nimicizie, facendole voi dinanzi a questa buona gente
di sì piccolo paese, che nemmeno ci son tanti da potersi dividere in due
parti, nè ci è poi donde parteggiare, così son poveri e semplici.» Ma
egli: «Sempre e' ci ha bastante gente da disputare quando e' sono due
uomini insieme; ed errate grandemente se credete che ne' paesi piccoli
si disputi meno che ne' grossi; e si vede che non ci ha molto che voi
siete in questo, in quale pure è de' meno disputanti, ed io ne conosco
degli altri troppo peggiori. Voi vi credete quasi vecchio, ma non siete.
Del resto, forse è vero che in siffatti discorsi io ci cado troppo
sovente; ma la lingua batte dove il dente duole; e, non che le novelle,
ci ho fatto sopra a questo soggetto anche una predica.» Ma sendo noi
giunti presso alla scuola, a quella senza altro commiato prendere si
rivolse, ed entrò.