Lo sbarco delle truppe francesi in Civitavecchia è avvenimento
gravissimo, nel quale sta inchiusa una questione di fatto e una
questione di alto diritto. Sebbene, in quanto al diritto, la parola
questione è forse impropria ed equivoca; imperocchè, al sentir
nostro, la violazione del diritto è patente, e non può muovere alcuna
ragionevole controversia. Per ciò noi ringraziamo di cuore i Triumviri
per avere prontamente e con solennità protestato; ed altre grazie
avremmo ad essi reso, se per compire lo sbarco fosse ai Francesi
tornato necessario il venire a qualche atto di forza e all'uso
dell'armi, e i superiori e magistrati del luogo fossersi ritratti in
Roma o in altra terra sicura, secondo che in simiglianti frangenti
è costume di fare. Sì nel proclama dei Triumviri e sì in quello
dell'Assemblea, per ciò che spetta all'invasione del territorio, sono
adoperate parole piene di giusta indignazione e di romana alterezza.
Ma ci avrebbe gradito assai che le legittime rimostranze non fossero
unicamente state fatte nel nome nostro, ma di tutta la Nazione
Italiana; perchè non è lecito mai di scordare che noi siamo provincia
d'Italia e nobile parte del territorio nazionale comune, il quale
gli stranieri ànno offeso e violato, offendendo e violando il nostro
particolare. E in questi sensi per appunto fu dettata la protestazione
del Ministero del 16 di novembre contro il minacciato invio di truppe
francesi; in questi sensi parlò il ministro Mamiani al Consiglio
dei deputati, i quali tutti nella sua sentenza convennero con pieni
applausi ed unanime deliberazione.
Ma, salvato il principio, e fatto conoscere agli stranieri che alla
Nazione Italiana se manca tuttora il nervo non manca il senso, e che
l'altrui forza può bene opprimerla ma non ingannarla, nè indebolire
in cuor suo la coscienza piena che à racquistata del proprio diritto,
deesi considerare con gran diligenza la questione del fatto.
Noi preghiamo strettamente ogni buono e leal cittadino a ponderare
con fermo giudicio, se nelle condizioni presenti d'Italia e nella
disposizione più generale degli animi, e dopo cadute le armi subalpine
a Novara, sia probabile o no di trovare mezzi copiosi, séguito e ardore
di gente, ostinazione invitta e magnanima non diciamo per far trionfare
il diritto, ma per difenderlo con dignità. D'altro lato, è grandemente
mestieri di porre eziandio in esame, se la calata de' Francesi non
abbia per cagion vera e impellente la necessità di prevenire altre
violente occupazioni, ben davantaggio odiose e malefiche, e di gente
nimicissima d'ogni libertà nostra e del sacro nome d'Italia. Uopo è
di considerare se nel pericolo sommo in cui si travaglia la patria,
e sul punto di naufragare e perire, non le corra debito di gettar via
nell'onde qualche insigne parte del carico perchè tutto il restante si
salvi. Infine, veggano e considerino gl'ingegni integri e imparziali,
se in tanto bisogno di concordia e di fratellanza, non divenga
ufficio doveroso e pietoso insieme di rimovere quelle poche cagioni
di differenza che peranco insorgono in mezzo di noi, e impediscono
che noi ci stringiamo tutti in un sol pensiere e ci affatichiamo in
un solo studio, e il qual sia di campare ed assicurare alcuna porzione
di libertà, e quanta almeno i nuovi infortunj d'Italia e la prepotenza
degli stranieri ne posson lasciare intatta e sincera . . . . . .
(Dalla _Speranza dell'Epoca_.)