Abbiamo, non con le parole soltanto ma col fatto cotidiano, mostrata
la risoluzion nostra di non crescere la scontentezza e inasprir le
passioni con quelle gravi censure che le pubbliche cose meriterebbero.
Ciò nonostante, quando i principj stessi pericolano e l'opinione
universale degli uomini può venir pervertita, parlare è necessità;
e noi il faremo con quella schiettezza che la verità e la giustizia
prescrivono, e con quella moderazione che la temperie dei tempi e
consiglia e comanda.
Leggesi nel _Monitore_ di jeri un decreto dei Triumviri, col quale
i canonici del capitolo Vaticano sono accusati, condannati e puniti,
per avere _reiterato il giorno di Pasqua il rifiuto di prestarsi alle
funzioni sacre, ordinate dal Governo_. Il decreto chiama criminosa
cotale ripulsa. È dunque materia non pure di polizia correttiva,
ma di giustizia penale e di Corte d'Assise, come direbbesi in
Francia. Dopo ciò, vennesi da noi cercando nel foglio, così l'atto
d'accusa e il compendio del processo, come la sentenza formale dei
giudici, l'allegazione del testo delle leggi rispettive violate,
e l'applicazione della pena. Ma il foglio tace di tutto questo, ed
è notorio all'intera Roma, che nessun atto di tribunale e nessuna
specie ordinaria o straordinaria di giudicio à qui avuto luogo. Or
come? s'incolpa e si taglieggia una congregazione intera e numerosa
di ecclesiastici senza veruna formalità e legalità di giudicio; e da
quelle persone medesime da cui move l'accusa, move altresì la condanna
e la punizione? Ma in qual mondo siam noi? nel bel mezzo d'Europa,
nella civilissima Roma sotto il più libero de' governi, ovvero in alcun
pascialatico della Romelia o dell'Asia Minore?
Una cosa, intanto, è certissima: che, cioè, qualora il dritto comune
stato fosse rispettato, e avessero i magistrati ordinarj assunto,
secondo lor debito, di conoscere e giudicare l'incolpazione, sarébbene
uscita di necessità una sentenza di pienissima assoluzione. Imperocchè
nessuna nozione di dritto, nessuna massima di gius publico, nessun
principio di equità e di naturale giustizia, indurrà mai il retto e
imparziale giudice a riconoscere in alcun cittadino il perfetto dovere
civile di compiere certi atti di culto, e recitar certe preci a tal
giorno, a tal'ora, per comando di chicchessia. E siamo noi che pigliamo
arbitrio di chiamar _criminose_ siffatte ricuse! noi propugnatori
d'ogni libertà, noi banditori dell'inviolabile diritto delle coscienze!
E dopo tanto gridare contra ogni maniera di materiale costringimento
in fatto di religione, noi stessi diamo ora l'esempio della violenza;
e non tolleriamo che altri neghi di porger mano ad un'opera spirituale
per timore, o giusto od erroneo, di commettere fallo dinanzi a Dio?
Guardando all'intimo della cosa e non agli esterni accidenti, in
verità che pochissima differenza si scorge tra queste nuove multe e
condanne, e le carceri e gli altri cruciati del Sant'Uffizio; e tanto
esce dal dritto e dall'equità il prete il quale usa come argomento
di persuasione la forza esteriore, quanto il magistrato civile che
pretende con la corporal forza di astringere il prete ad un atto di
culto e di mera pietà religiosa. Nella fede e nel culto vive ed opera
(chi non lo sa?) un intelletto ed una natura morale e spontanea, e però
abborrente da coazione; e la storia del medio evo è piena di sangue e
di lacrime, appunto per avere così i principi come il clero dimenticata
o disconosciuta, ciascuno dalla sua parte, una tanto solenne e
salutifera verità.
Noi di quelli non siamo che disperano facilmente dell'efficacia dei
principj, e credono la libertà e la giustizia essere piuttosto un
nobile desiderio de' buoni che un'asseguibile realità. Confessiamo pur
nondimeno, che questo veder ripetuti gli errori antichi, e ripetuti da
coloro che senza dubbio professano massime affatto opposte, ci perturba
e ci affligge più che mediocremente.
La salvezza pubblica è grande e famosa parola, e può di molti arbitrj
e di molte fiere deliberazioni essere causa e scusa ad un tempo. Ma non
si pronunzino almeno in simili casi i nomi di colpa e di pena, di virtù
e di dovere; perchè nessuna potenza e nessuna necessità umana potranno
alterare e scambiare giammai la indefettibile essenza della verità e
del diritto, di ciò ch'è innocente e di ciò che è reo.
(Dalla _Speranza dell'Epoca_.)