Nei pericoli estremi della patria comune conviene attutire ogni
discussione che non miri alle armi e alla guerra. Ogni governo,
purchè sia Italiano e la guerra Italica ajuti di cuore, dee venire
obbedito con lealtà e speditezza. Ai sonori proclami, alle enfatiche
declamazioni sia fine. Mano ai fatti; e le parole si spendano
solamente a suggerire opere utili daddovero, e a consigliare alcun
partito praticabile e pronto. Che si può quest'oggi medesimo mettere
in atto per ajutare i Piemontesi in modo efficace e sollecito? Ecco,
a nostro avviso, l'oggetto principalissimo, ed anzi unico, nel quale
dobbiamo occuparci. Apparecchi nuovi, nuovo ordinamento di nostre
schiere, metodi migliori d'istruzione guerresca, e simili cose, come
sono desiderabili e ottime, così al presente giungebero tarde ed
inopportune. Quante milizie regolari, quante guardie mobilizzate,
quanti volontarj abbiamo, si mandino tutti oltre Po a congiungersi
con le truppe del General Pepe; si mandino a lui subitamente per
via di terra o di mare, secondo che torna fattibile. Se l'armistizio
non è accettato e la guerra prosiegue, egli ne farà buona cerna, e
i meno atti a combattere porrà a difesa della città di Venezia e a
guarnigione nei forti; gli altri menerà seco a più ardite fazioni.
In tal guisa il Pepe, avendo possibilità di condurre contro al nemico
meglio di venti mila uomini scelti e bene ordinati, recherà gagliardo
soccorso all'esercito subalpino, o promovendo la sollevazione del
Veneto, o assaltando alle spalle alcun corpo smembrato d'Austriaci,
o in più altri modi; perchè parecchi ne può scegliere, e, secondo le
circostanze, cambiare le mosse e gl'intenti. Appigliamoci a questo
disegno, che è il solo proporzionato alle nostre forze, confacente
allo stato di nostre truppe, atto eziandio a impedire l'invasione delle
Romagne, e che ricerca per eseguirsi nè molto danaro nè molto tempo.
(Dalla _Speranza dell'Epoca_.)