In quest'ora medesima che noi scriviamo, la guerra, anzi il fratricidio
di Napoli contro Sicilia è già forse incominciato. Avvenimento funesto,
e pel quale non si può formar voto e augurio buono e sincero! Vittorie
e disfatte sono deplorabili in egual modo, e le bandiere che vi si
spiegano debbono andar tutte coperte di negri veli, come dietro i
funebri cataletti. A noi muove gran meraviglia che alcune gazzette
italiane ne parlino come se non fosse guerra civile; come se il
risultamento finale, qual ch'egli sia, non debba crescere di necessità
fra i due popoli l'odio, la rabbia e il comune servaggio, e una sete
profonda ed abbominevole di mutua vendetta.
Incredibile a dirsi, il medio evo non è peranco finito in Italia. Si
mutino solo le date, e crederemo di assistere alle battaglie infami
di Chiozza e della Meloria. Appena un poco di libertà è ricomparsa in
Italia, che noi scelleratamente ne profittiamo per lacerare le viscere
della patria, là con l'aperta guerra dell'armi, qua con l'occulta delle
fazioni. E, per nostra maggior vergogna, quel coraggio ostinato e quel
furore di popolo che mal sappiamo suscitare ed adoperare contro gli
Austriaci, mostrasi vivo e terribile nel civile conflitto.
In Gaeta è un venerando personaggio a cui debbono più che ogni altra
cosa del mondo muover dolore ed orrore le guerre fraterne degli
Italiani, i primogeniti della Chiesa. Perchè non esce dal suo ritiro,
perchè non entra coraggioso fra i due popoli contendenti, perchè non
tenta con l'augusta presenza sua di far cadere d'ambe le parti le
armi inique e crudeli? Èvvi ufficio più degno del Gran sacerdote? Èvvi
coraggio e ardimento speso in causa migliore e con migliore speranza di
bene? Chè quando, per cagioni a noi sconosciute, gli sia impossibile di
ciò fare e tentare, non sostenga almeno di rimanersi testimonio quasi
incurante e impassibile di tante colpe e miserie italiane.
(Dalla _Speranza dell'Epoca_.)