27 marzo 1849.

Jeri dal rappresentante del popolo Pietro Sterbini era consigliata

l'Assemblea di non punto inviare in Lombardia le nostre milizie, se

il governo di Piemonte non dichiarasse prima di riconoscere la nova

sovranità della Repubblica Romana. A questa opinione singolarissima noi

non avremmo neppur pensato di contradire, se non ci fosse da più bande

riferito, tale essere altresì la sentenza del Comitato Esecutivo, o

almeno di parecchi de' suoi. Nè per questo, vogliam credere ancora allo

strano proponimento. Imperocchè troppo doloroso riuscirebbe all'animo

nostro di vedere Roma ed il suo governo in sì basso stato caduti, da

patteggiare e mercanteggiare, quando trattasi del riscatto de' nostri

fratelli, trattasi dell'indipendenza italiana, anzi di questa medesima

libertà nostra, che siam gelosi di dilatare e di mantenere.

E che? la guerra di Lombardia è forse agli occhi dei Triunviri una

faccenda monarchica, e non una guerra nazionale e italiana? Se il

re Carlo Alberto fu primo a sguainare la spada per la patria comune,

gloria a lui in perpetuo, gloria a' que' generosi che fra i cimenti e i

pericoli lo seguitarono. Ma ciò non toglie l'obbligo formale e rigoroso

a noi tutti di accorrere, almeno secondi, alla comune difesa.

E che? dopo avere sì altamente gridato la guerra del popolo, e

riempiuto di frasi magnifiche gazzette e proclami, macchina forse il

governo della repubblica di vilmente disertare dalla Causa Nazionale?

No, noi ci ostiniamo a non crederlo, e respingiamo con grave sdegno le

parole acerbe e ingiuriose che ne' giornali di Francia scagliavansi

sopra il Mazzini ed i suoi seguaci, accagionandoli di codardia, e

di cessarsi ognora dal luogo dove ferve il combattimento e sovrasta

il pericolo. A noi sovviene con gran diletto, come parecchi fra loro

marciassero alla guerra lombarda, e d'ésservi prove di bel coraggio

e di ardore vivissimo per la indipendenza comune. Ma ora ch'elli

soli timoneggian lo Stato, ora che desso il Mazzini col voto unanime

dell'Assemblea viene acclamato cittadino romano, e ch'egli è tantissima

parte dei pensamenti e provedimenti del nostro governo; che cosa

farebbe dire e opinare di lui, che cosa de' suoi proseliti, quando Roma

e chi la regge non operasse a questi giorni con la prestezza, lo zelo

e la veemenza, che il rinnovarsi della terribile lotta ricerca e vuole

dagl'Italiani?

Un sol ricordo daremo al Governo, ed è questo: che se Roma e le sue

provincie lasciarono buttare a terra la potestà temporale dei Papi a

cagione principalmente che non sembrò fervorosa e infiammata abbastanza

per la Causa Nazionale, non rispetteranno certo il potere e i diritti

della Repubblica, s'ella mostrerà o lascerà indovinare la benchè menoma

esitazione ad ajutare con tutte le forze e tutto lo ingegno la santa

guerra Italiana.

(Dalla _Speranza dell'Epoca_.)

Scritti politici · 第 235 / 310 题