Di Firenze, li 10 di marzo del 48.
Questi giorni addietro, essendo io in procinto di lasciar Genova e
venirmene giù in Romagna per provvedere alle cose mie, cessai del
tutto di scrivere nella gazzetta _La Lega_, non mi bastando il tempo
nè il capo di attendere a parecchie private faccende e di dettar
fogli sopra materie gravissime come le dà ora il mutamento avvenuto
di là dall'Alpi. Ciò à sembrato a qualcuno una specie d'artifizio per
non dichiarar la mia mente e le mie previsioni in subbietto incerto
e rischioso. Io m'affretto, pertanto, a manifestare e spiegare al
pubblico quel che io ne penso, il più distintamente che io posso e per
quanto me ne dà arbitrio la legge;[12] stimando assai minor male il
prendere errore nel giudicare gli eventi umani, che l'incorrere taccia
d'artificioso e dissimulato: benchè, a dir vero, il silenzio mai stato
non sia reputato nè arte nè dissimulazione; ma in tempi difficili,
gli animi sono inchinati al sospettare, e i giudicj hanno qualcosa
d'immoderato, come gli avvenimenti. Però io studio di difendere la
reputazione mia; ed a voi singolarmente la raccomando, amico caro ed
egregio, siccome a colui che vincendo tutti di bontà e rettitudine,
dovete della lealtà e schiettezza delle intenzioni intendervene più che
bene. Quanto è poi al valore di questi miei pareri, se mai in veruna
cosa non può esser grande la importanza delle mie opinioni, impedendolo
la scarsità dell'ingegno e dell'esperienza, ne' nostri giorni elle
debbono assomigliare ai sogni ed ai vaniloquj: perchè ora la scienza
stessa consumatissima de' più prudenti sembra divenire inutile; e
da un lato, ogni paradosso piglia baldanza di apporsi alla verità;
come dall'altro, non v'à raziocinio fondatissimo ed evidente che non
pericoli di mentire.
L'ultima rivoluzione di Francia è di sì gran momento per tutta
l'Europa, che vi si possono ordir sopra infinite questioni e in
infinite parole condurle. Ma io voglio esser breve, secondo mio
istituto e come porta una semplice lettera. Senza che, le menti sono
a questi dì in sì fatta guisa distratte e preoccupate, che il lungo
sermonatore non trova uditorio. Io risolvo, quindi, di far parola
unicamente di quelle domande che ricorrono sulla bocca di tutti,
ed ànno riferenza maggiore con le cose d'Italia. E per produrre un
discorso alquanto metodico, mi torna bene dividerlo per paragrafi, ed a
ciascuno apporre la sua rubrica.
§ I.
_Se la rivoluzione ultima di Parigi sia pel progresso civile un bene od
un male._
Per definir la quistione, accade prima guardare se nel governo
repubblicano uscito della rivoluzione s'incontrino le qualità e
disposizioni dalle quali s'argomenta la fermezza e stabilità delle
cose, ovvero il contrario. E per certo, se la repubblica non durasse,
come la rivoluzione fallito avrebbe il fine suo, mancherebbe la
principal cagione di lodarla e chiamarla un bene e un profitto.
Secondamente, occorre considerare, se la repubblica potrà tenere
inverso del popolo le promesse singolarissime che gli fa; perchè,
quando a lei non fosse fattibile di tenerle nemmanco mediocremente, le
opinioni repubblicane scapiterebbero forte, e gli animi in generale
perderebbono molto della fiducia e speranza in quel progresso civile
che la Francia presume di maturare così prontamente. In fine, egli
è lecito agl'Italiani di valutare il male ed il bene dell'ultime
mutazioni a rispetto di sè medesimi, e pel vantaggio o il danno che sta
per procederne ad essi in particolar guisa. Ciascuna di tali cose noi
metteremo in distinta considerazione: ora qui notiamo soltanto alcuni
pregi ed utilità, e d'altra parte alcuni demeriti e danni parziali
dell'avvenimento straordinario e impensato del quale Parigi medesima
sbalordisce.
Io dico, pertanto, che ogni accadimento di simil genere è di gran
profitto ed insegnamento agli uomini; ed anzi, è di tanto maggiore,
quanto quello arrivò inopinato e contra l'aspettazione e il giudicio
dell'universale. Un volume intero non capirebbe forse tutte le
dottrinali sentenze e i documenti e precetti politici che scaturiscono
dall'ultimo moto francese: ma, per toccare un poco d'alcuni, e
di quelli segnatamente che ànno più spessa e facile applicazione,
vedesi, per primo, riconfermata con terribil suggello la massima del
Segretario Fiorentino, che, cioè, nessun nuovo re dee rischiarsi
a combattere quel principio in virtù del quale salì al trono. Ma,
certo, Luigi Filippo salito in seggio a nome della libertà e per
odio della Santa Alleanza, tanto ristrinse le libertà quanto n'ebbe
agio, e carezzò poi fuor di modo e senza pudore i governi assoluti e
nemici di Francia. Oltre a ciò, regnando egli principalmente per lo
sostegno e i suffragi del ceto[13] mezzano, mai non dovea nè poco nè
molto alienarsene l'animo e disamorarlo del suo governo. Per fermo,
quello sopratutto che nella giornata memorabile del 24 di febbrajo
fece traboccar la bilancia e dar la vittoria alla plebe, fu l'inerzia
e lo scontentamento della Guardia Cittadina, composta quasichè per
intero del ceto mezzano. Ma re Luigi Filippo è stato da tre principali
cagioni indotto in inganno: dall'adulazione crescente ed ipocrita dei
governi assoluti; dalla pienezza e facilità dei primi successi; e, in
fine, dal troppo basso concetto ch'ei s'era formato degli uomini in
generale, e più specialmente de' mezzani cittadini suoi difensori,
i quali a lui comparivano non altra cosa salvo che una turba di
trafficanti, desiderosi di guadagnare e di spendere e di menar vita
grassa e tranquilla. Il perchè, stimava egli con la pace e il riposo
a qualunque costo serbati, e con la frequenza e moltiplicazione dei
traffichi e delle industrie, tenerseli sempre amici; dimenticando
così, che gli uomini, e massimamente i Francesi, mai non sono una cosa
intera e omogenea, ma un misto di molte e diverse: senza dire che per
resistere alla plebe ardita e scontenta, non basta la pura indolenza
degli altri ceti, ma bisogna la vigilanza e lo zelo; e questo non vive
se non con l'affetto profondo, o con lo stimolo acuto e incessante
degli interessi. Negli uomini è in generale molta fiacchezza, ed ella
degenera non radamente in viltà; ma la natura nemmanco permette loro
di scordarsi del tutto la parte gentile e generosa dell'animo dalle
sue mani medesime fabbricata. Di quindi avviene che i principi i quali
si fidano e fan capitale della sola porzione volgare ed interessata
del cuore umano, trovansi un bel giorno ingannati: il che molte
volte accadde, e moltissime succederà per l'innanzi, conciossiachè i
principi per isventura non veggon sovente daccosto a loro risplendere
l'alterezza, la dignità e la grandezza umana; e benchè non dovessero
misurare il rimanente del mondo dai cortigiani, pure per abito naturale
il fanno, e ruinano. Insomma, nessun impero è saldo nel mondo se non
à fondamento in alcuna forza morale; nè si dà forza morale durabile
veramente, se non concilia con gli interessi la coscienza del bene. Ma
troppo era vecchio Luigi Filippo a mutar metodo ed opinione: e così
riman vera eziandio l'altra sentenza del Machiavello, che gli uomini
pajono grandi e sapienti il più delle volte perchè l'indole loro
si conforma affatto coi tempi; ma se questi o mutano o si alterano
profondamente, non sapendo quelli fare altrettanto perchè la natura
e l'abito non lo concedono, debbono guastare la propria fortuna, e
cadere.
Tali e inumerabili altri avvisi ed ammonimenti porge a pensare l'ultima
rivoluzione di Francia, ed è questo per sè un profitto molto notabile
a tutti i popoli. In essa è altresì un pregio comune con quella del
1830, e che merita singolar lode. Io vo' dire che ambedue sonosi
unicamente imprese e compiute per dar ragione e sicurezza al diritto, e
per allargare e riconfermare le pubbliche libertà. Per lo certo, nel 30
il ceto mezzano non combatteva dallato al popol minuto per questo fine
speciale di conquistare predominio ed autorità; come, parimente nel
48, la plebe non à creduto di vincere per solo difendere e migliorare
le condizioni sue proprie. In ambidue i tempi si corse all'armi e si
versò molto sangue a nome di alcuni generali principj di giustizia e
di libertà, e per ardore di sentimenti generosi e magnanimi: la qual
cosa torna ad onore particolare di Francia e della sua civiltà; e a
tutte le culte nazioni dee recare conforto e coraggio il sapere che
v'à un popolo nel bel mezzo d'Europa il quale fia sempre prodigo del
suo sangue per rivendicare alcun diritto comune, e aprir nuove vie al
perfezionamento sociale e politico.
Ma d'altra parte, e quantunque io sappia affermando ciò di sgradire e
contraddire a moltissimi, pure non tacerò ch'ei non si dee reputare
assai ferma e savia l'indole d'una nazione, nè assai progredita e
matura la sua vita politica, quando per abolire alcune pessime leggi e
impossessarsi d'alcune franchigie, noi la scorgiamo non saper ritrovare
altro mezzo che la via del ferro e del sangue: e questo dico in
ispecial modo per la rivoluzione ultima del 24 febbrajo; conciossiachè,
nell'altra del 1830 fu dura necessità di resistere a un improvviso
e violento assalto di tirannide armata. Io pertanto mantengo che in
quell'intervallo di diciassette anni compiuti, qualora ai Francesi
meglio educati e più autorevoli e savj non avesse fallito il coraggio
civile, la perseveranza e l'unione, e quando elli avessero voluto e
saputo por mano a tutti i mezzi efficaci e legali che lor porgeva la
Carta per conseguire o ricuperare tale franchigia e tal'altra, niuna
forza, niuna abilità, niuna scaltrezza, niuna corruttela di governo
e di deputati potea frodarli del lor desiderio. Ben è vero che non è
da imputarsi cotale errore alla plebe, la quale scorgendo da un lato
la pervicacia del principe e dall'altra la inettitudine d'ogni ordine
dello Stato a spezzarla e domarla, ebbe ricorso al vigore delle sue
braccia, e da sè medesima ricomperossi dell'umiliazione soverchia in
cui governo e governati lasciavano lei e la Francia intera in faccia
alle culte nazioni che la circondano. Ma perchè la vittoria sembra
magnificare ogni cosa e persino gli eccessi, e l'Italia precipita
sempre ad imitare ogni fatto straniero, però giova di ricordare, che
se la plebe à in Francia compiuto il suo debito in modo maraviglioso
ed eroico, avevano innanzi mancato al debito loro tutte le altre parti
della nazione: e ciò è quivi accaduto troppo sovente, e non per mera
accidenza; il perchè quel popolo vanta infinite e strepitosissime
vittorie d'armi, ma vittorie civili assai poche: e pur queste sono le
sole desiderabili, e dovrebbero esser le sole del nostro secolo.
§ II.
_Se la repubblica nuova francese mostri di potersi reggere lungo tempo._
I Francesi di maggior conto, e d'ingegno e studio più consumato,
tenevano per impossibile il buttare a terra Luigi Filippo, propriamente
per questo, che tra la repubblica e lui non rimaneva altro termine
a cui appigliarsi. Ora, quella impossibilità stessa di mettere
alcuna cosa in mezzo fra il governo presente e la discendenza di
Luigi Filippo o di Carlo decimo, terrà in piedi la repubblica.
Conciossiachè il frutto più naturale della vittoria ottenuta, si è di
volere sperimentare il governo nuovo che n'è uscito, e che è il solo
espediente non messo in uso da lungo tempo e non caduto di credito:
però, niuna forza può ora subito ricondurre i Francesi a rifar quello
di cui a gran pena si sono disfatti. E per questa necessità che sente
ciascuno, vedete come tutti riconoscono a gara il governo temporaneo
repubblicano, maravigliati insieme e orgogliosi di possederlo.
Ma esaminando la cosa alquanto più addentro, io porrò prima in
ricordazione, che la plebe parigina non professava da sedici anni a
questa parte altre opinioni politiche, salvo le schiette repubblicane.
Ben si potea giudicare che non isperasse di condurle ad effetto; e
come viveasi fuor modo scontenta ed amareggiata di tutto quello che
intorno di lei si operava, così facea mostra, massime negli ultimi
anni, di poco o nulla attendere alla politica. Ma non però cangiava,
o temperava le opinioni ed i desiderj. Al presente, avendola il
coraggio suo proprio e l'altrui cieca ed inesplicabile improvedenza
fatta signora ed arbitra dello Stato, e posseditrice di quella forma
di governo che secretamente agognava, noi non iscorgiamo cagione e
potenza alcuna capace di prontamente dispossessarla della conquista: e
a quel che pare, ne vive non poco gelosa; e nulla varrebbero appresso
di lei i nomi, le lusinghe, le promissioni, le vie mezzane e i termini
conciliativi che altra volta la sedussero; imperocchè l'esperienza è
tanto vicina, la memoria tanto viva, e l'illusione così poco durata,
da non lasciare speranza veruna di ritessere le arti medesime. Oltre
che, la repubblica in Francia è l'ultimo effetto e il termine ultimo
di quel corso preordinato e fatale che ivi ànno proseguito le cose.
Perchè in antico vi fu spiantata col ferro la grossa feudalità; poi
col ferro, con l'arte e col dirozzare le moltitudini, caddero l'uno
vicino all'altro i corpi privilegiati. Nel 30, il terzo stato (come il
domandano) raggiunse il colmo delle sue libertà e del suo predominio.
Nel 48, infine, comparisce la plebe, e segna l'ultima evoluzione
di quel riscuotersi ed affrancarsi di tutte le classi, il quale è
testimoniato da ogni pagina della storia moderna, e in cui forse si
adunano e si sustanziano i fatti più eminenti e cospicui dell'èra
presente. Ora, perchè la plebe trovi suo luogo allato agli altri
ordini e le sia conservata una qualche balía, fa duopo imprimere nello
Stato la forma più popolare che dar gli si possa; e questa o risolvesi
nella dittatura, la qual carezza la gente inferiore per combattere
chi sta sopra; ovvero risolvesi in pretta democrazia. Ma uscendo di
tali generalità, e riducendo il discorso al fatto della sussistenza
della repubblica nuova francese, a me non si lasciano immaginare se
non quattro cagioni per virtù delle quali potria essa repubblica
venire atterrata: e sono, il volere della plebe e della nazione
mutato; il volere e la forza d'alcuna classe speciale di cittadini
ovvero di tutte, levatane solo la plebe; la stanchezza delle continue
mutazioni e dell'anarchia; la violenza delle armi straniere. Il primo
supposto per niente non è probabile, perchè un desiderio sì vivo e
ostinato di sì gran moltitudine non può cangiare per lievi cagioni,
ma per molto straordinarie ed inopinabili; e tuttochè le provincie
si differenzino alquanto dalla metropoli, e in alcune parti della
Bretagna e in alcune del mezzogiorno i campagnoli favoreggino tuttora
in cuore la causa regia, io non dubito che dalle assemblee primarie non
esca una pluralità più che grande di voti per la repubblica. Nessuna
probabilità si accompagna neppure col secondo supposto, cioè che le
classi agiate insorgessero contro la plebe per ristorare la monarchia;
conciossiachè, o non sarieno tanto ardite, o venendo pure alle armi ed
al sangue, del sicuro, soccomberebbono. Nel terzo supposto ci è molto
minore inverisimiglianza; ma solo il tempo vale a condurre la sazietà
e la stanchezza; e innanzi di giungere all'ultimo effetto di queste,
ricercasi una lunga serie di prove e di tentamenti sfortunatissimi.
Il quarto supposto, poi, dell'intervenimento della forza straniera,
troppo è difficile ad avverarsi e a mettersi in atto nel presente
stato d'Europa, come presto discorreremo. Seguita da tutto ciò, che,
per mio avviso, cagione molto prossima ed efficiente della caduta
della repubblica, non appare e non si conosce. Forse taluno vorrà
tra esse annoverare lo sgomento e il ribrezzo che à lasciato di sè la
repubblica sanguinosa del 93. Ma ciò potea valere a non farla nascere,
ma è insufficiente a distruggerla; perchè i mansueti ed i timidi non
oseranno affrontare il pericolo che va insieme con quella caduta, ed
invece si volteranno a sperare che la repubblica d'oggidì dissomigli al
tutto dalla passata; e al governo _provvisorio_ si scorge che sta molto
a cuore di insinuare negli animi cotal concetto, e però ha decretato
l'abolizione della pena capitale per le incolpazioni politiche.
Insomma, il volgo che sempre è credulo e speranzoso, e scambia di
leggieri il fatto col desiderio, mostra di rinnovare sotto a' nostri
occhi la favola della volpe, la quale la prima volta che s'imbattè nel
lione, ebbe a morir di paura, ma la seconda si fece un po' animo, e
la terza gli stiè discosto sol dieci passi ed entrò seco in parole.
A me poi sembrano alquanto curiose eziandio le nostre gazzette, le
quali si sbracciano a dimostrare che le stragi e i supplizj della
passata repubblica non possono ricomparire, unicamente per questa
ragione, che i tempi nostri sono umanissimi e vincono tutti gli altri
di dolcezza, di tolleranza e magnanimità. Questa presunzione che à ogni
secolo di soprapporsi agli antecedenti in ogni bel pregio della mente
e dell'animo, a me si rappresenta come una gran vanità, e nessun vero
filosofo la può menar buona. Oh non sanno costoro quanto era umano e
benigno il secolo scorso, massime in sull'ultimo scorcio suo? Forse
che non predicavasi contro la pena di morte dal Beccaria, con lode
e compiacimento di tutta Europa; e Caterina II e Leopoldo I non la
sbandivano da' loro codici? Per certo, nessuno avrà ingegno da vincere
gli enciclopedisti in soavità di affetto e in mansuetudine di consigli;
e con le parole sul labbro di _fratellanza_ e d'_amore_ iniziarono
i democrati del secolo scorso le lor repubbliche transitorie e non
innocenti.
Per buona ventura, ciò che rimuove da' nostri tempi il rischio e il
sospetto di veder rinnovate le calamità e le stragi onde ancora si
piange e si teme, non consiste meramente nella bontà e tenerezza dei
cuori odierni, ma nell'essere dappertutto cessate le cagioni precipue
degli odj profondi, e delle ostinate e risorgenti persecuzioni.
Veramente, una caparra di lunga pace e di agevole conciliazione e
concordia, fu data agli uomini il giorno che l'uguaglianza civile entrò
nella ragion delle leggi e nella pratica della vita. Sembrano, adunque,
mancare nel governo nuovo repubblicano le intestine provocazioni alle
passate violenze ed atrocità; e mancherannogli poi le esteriori,
se i regni circonvicini risolveranno di non minacciarlo e di non
costringerlo a disperati partiti e difese.
§ III.
_Se la repubblica può mantenere quel che promette._
Ciò che moltiplicar potrebbe in Francia i disordini, e produrre
prestamente fastidio e stanchezza negli animi, e quindi preparare
la lor soggezione a un governo dittatorio assoluto, sarebbe se
la repubblica in niuna guisa potesse appagare ed affezionarsi la
moltitudine ond'ella è sorta. E però, noi dobbiamo con più diligenza
riandar la materia da questo lato. Nel dì stesso della vittoria, la
plebe mandava attorno un Programma ove son registrati i suoi desiderj,
e ove s'accenna in qualche modo il nuovo diritto pubblico ch'ella
intende di promulgare. Il qual Programma è da curarsi e da esaminarsi
in ogni sua parte; perchè, quanto difetta di formole ministrative e
di ordinamento scienziale, tanto mostra alla scoperta il moto primo
dell'intelletto del popol minuto, e c'insegna con sicurezza i voti
e l'esigenze più vive ed universali. Tre specie di enunciati son
nel Programma: l'una discorre delle istituzioni interne politiche;
l'altra delle corrispondenze esteriori; l'ultima di alcune novità ed
istituzioni interne sociali, come si usa chiamarle al dì d'oggi.
Delle innovazioni politiche, non sarà troppo malagevole contentare
la plebe; ma ne risulterà una tale democrazia, e sì fattamente pura
e gelosa di sue potestà, che il popol minuto sempre farà prevalere
la volontà propria su quella degli altri ceti, e l'impero del numero
non avrà verun contrappeso. In America è tuttociò temperato dalle
condizioni peculiarissime di quella contrada, che porgono modo
di provveder sempre alla sussistenza dell'infimo popolo: un altro
temperamento viene colà dalla forma confederativa, la qual reca meno
impeto nei consigli e nelle opere, e lascia al congresso centrale il
trattar solo i negozj effettivamente e universalmente comuni, e però
più larghi e meno mischiati di passioni e preoccupazioni. Il Senato
eletto a ragione di Stati e non di popolazione, e le franchigie
comunitative estese e intangibili sono un terzo e validissimo
temperamento. Ma in Francia, sino a che la plebe rimarrà sveglia e
manterrà suo potere, le assemblee vestiranno un carattere tribunizio
assoluto, e i deputati più ambiziosi vedrannosi astretti a plebeizzare,
quanto in America e più. Non àvvi, al parer mio, buona e leale
rappresentanza di tutto il popolo, e non è in questa potere e virtù
efficace e fruttifera del bene comune, che allorquando nelle assemblee
raccolgonsi i due elementi migliori dell'universale intelligenza: cioè
a dire, l'istinto morale e il buon senso pratico delle moltitudini
dirozzate; e la fina e meditata sapienza dei pochi, la qual dee
giungere al parlamento per la sua propria virtù e valentía, e non
mendicando il suffragio di chi non sa e non può giudicarla. Egli è
forte da dubitare che le assemblee sovrane e costitutrici in Francia
trovino un ordine di elezione il quale risponda al nostro concetto.
Il Programma soprannotato, racchiude altresì alcuni enunciati, o, a
dir meglio, alcuni voti e proposte delle dottrine sociali moderne.
Esso vuole che tra i lavoranti da un lato e chi li adopera e paga
dall'altro, intervenga un accordo tale, che il maggiore utile del
secondo mai non si converta in iscapito o in profitto minore de'
primi, ed, e converso, il profitto di questi torni eziandio a bene di
quello. Vuole il Programma in secondo luogo, che l'educazione morale e
intellettuale diffondasi nel popolo di maniera sì larga, imparziale e
compiuta, da non impedire ad alcuno il franco e pieno esercizio d'ogni
diritto civile e politico. Esso vuole, infine, che ai giornalieri e
braccianti mai non sia per mancare il lavoro: e dove i privati non
lo porgessero, provveda lo Stato, e il fornisca egli di continuo ed a
tutti.
A rispetto della prima pretesa, che, cioè, il governo concilii ed
unifichi gl'interessi de' lavoranti e di chi li adopera nelle officine
e in altre bisogne, è follia di sperare che cotal fatta di accordi
e di aggiustamenti possa procedere da una legge. V'à molte forme e
guise d'associazione tra gli artigiani, e quella pure vi si conta la
qual consiste a fare insieme le spese, insieme faticar il lavoro e
insieme spartire il guadagno. Ma, tuttavolta che da una banda sarà
il capitale e l'ingegno, e dall'altra la nuda opera delle braccia,
nessuna legge e nessuno spediente varrà a rimuovere l'antagonia tra
le due parti; e quello che finora fu speculato intorno al subbietto, o
riuscì insufficiente, o illusorio e non praticabile affatto. Piacesse
a Dio che si potesser levare da entro il consorzio umano le antagonie!
ma ve n'à delle necessarie ed irremovibili, perchè pongon radice
nell'intima costituzione dell'uomo: ed anzi, che è la natura senza
contrasti? Ei pare che rimosse le contrarietà cesserebbe ogni moto, e i
germogliamenti e gli effetti dell'universal vita s'ammortirebbono essi
pure, e di mano in mano dileguerebbero.
Quanto alla seconda richiesta della pubblica educazione, a me
non par dubbio che un governo popolare davvero, e caldo zelatore
dell'utile dell'infime classi, propagar non possa e moltiplicare
quel bene infinitamente di più e meglio che non s'è fatto fino al dì
d'oggi in Europa. Ma due cose son da notare su tal proposito. L'una
è che l'educazione è termine relativo, e relativa è la convenienza
e proporzione di lei con l'esercizio di tutti i diritti civili e
politici. Quindi, se vuolsi in Francia che la repubblica renda, a
breve andare di tempo, ogni cittadino capace di entrare al parlamento
e scrutarvi le leggi, non chiedonsi più fatti umani ma sovrumani,
e d'altro pianeta che non è questo il quale abitiamo. Se vuolsi,
invece, che la repubblica proceda con metodi tali, che la cultura
dell'ingegno e dell'animo sempre più s'accresca e si spanda nel
popol minuto, ciò non solamente è fattibile, ma sta segnato fra gli
uffici e le obbligazioni primissime d'ogni virtuoso e illuminato
reggimento. L'altra considerazione da compiere e da tener qui
presente, si è, che per isventura tutto ciò che riferiscesi in
diretto modo all'intelligenza ed al cuore, à natura tanto spontanea
ed _incoercibile_, che mal si può domandare a un governo e ad una
legislatura di porlo ad effetto per vie immediate e mezzi imperiosi.
Possono i reggitori e i legislatori mettere in arme un esercito,
costruire una flotta, decretare spedizioni e conquiste; non possono per
via d'impero e con sicurezza di frutto costringere un sol villaggio a
lasciar l'ignoranza ed addottrinarsi.
Per ultimo, ha domandato la plebe in Parigi, che ad ogni operajo venga
cotidianamente e senza pericolo d'interruzione fornito il lavoro, e col
lavoro accertata sussistenza. Ma di ciò, come di materia gravissima e
ancora molto involuta, faremo discorso distinto e particolare.
§ IV.
_Se la repubblica può fornir lavoro cotidiano agli operai che ne
mancano._
Per prima cosa, chi entra a speculare su tali argomenti e non à grande
uso, badi di non iscambiare le dispute e le speranze de' comunisti con
quelle de' socialisti. Ai primi sta fitto in capo di credere che possa
il mondo civile pervenire alla comunanza dei beni, e quindi abolire
affatto la povertà. Questa teorica è tanto disforme non pure dai
fatti fin qui durati fra gli uomini, ma dall'essere intrinseco delle
cose, che non diviene pericolosa se non fra genti di grosso ingegno
e selvatiche, o pel soverchio dei mali e dell'oppressione accecate e
infreneticate. Non vive a questi dì in veruna città d'Europa una plebe
così pronta d'ingegno, provveduta di cognizioni, accorta, sperimentata
e di buon giudicio come la parigina: il che ha bastato per disseccare
le barbe del comunismo in sul primo mettere che facevano; e tutto il
lor succo è stillato nella repubblica Icaria, i cui cittadini, come
s'impara dal nome, hanno l'ale appiccate con un poco di cera, e mai
non esciranno del labirinto che sonosi compiaciuti d'architettare a lor
posta.
Ma un'altra generazione di scrittori è in Francia, che ha per intento
speciale di meditare su quelle forme comuni di vita socievole, e su
quegli istituti generalissimi che appajono in ogni parte del mondo
cristiano, rimangono quasichè inalterati per mezzo alle mutazioni
e alle rivolture politiche, e compongono tutti insieme l'ordine e
l'assetto primo ed elementare in che si riposa da secoli la parte più
civile e più culta del genere umano. A tali scrittori suolsi dar nome
di socialisti; e non ostante che parecchi di loro trasmodino e corrano
a immaginare sistemi speciosi d'umana socialità, pur nondimeno il
concetto che sveglia le lor fantasie è nobilissimo e fondatissimo; e
in quello s'appuntano tutte le investigazioni della filosofia civile;
in quello fermò la mente Platone, e gli altri insigni intelletti che
guardano come da specola eccelsa i moti, i portamenti e le condizioni
della intera famiglia umana. Ma da un lato, sonosi questi scrittori
imbattuti in fieri problemi che sembrano chiusi e sepolti a qualunque
intelletto; e dall'altro lato, l'indole peculiare degl'ingegni
francesi mal si confà e si proporziona con essi: imperocchè l'acume
non basta ove domandasi profondità; nè la perspicacia analitica, ove
si desidera il sicuro sguardo sintetico; nè l'ordine, la lucidezza,
il minuto distinguere, il presto concludere, il facile concepire, ove
bisogna per vie implicate e tortuose aggirarsi, ove la minutezza,
la facilità e la speditezza non colgono e non abbracciano se non
la buccia e le foglie. Da ciò è seguito, che i libri de' socialisti
francesi con molte parole recano poca sostanza, e filosofano poetando,
e fabbricano castelli incantati. Ma in Francia ove ogni cosa si
volgarizza, e la scienza è trattata in modo assai piano e con favellare
accessibile all'intendimento comune, quelle gran parole _droit de
travail_, _organisation du travail_, _solidarité de tous pour tous_,
e altrettali, non furono dette al sordo: raccolsele il popol minuto
e ne fe capitale; ed oggi che à l'arme in pugno e sente l'aura della
vittoria, volgesi non minaccioso, ma instante e autorevole a coloro
medesimi dalla cui bocca uscivano quelle avviluppate sentenze, e
lor dice con gran franchezza: — Cittadini e maestri, noi vi tenemmo
fede; teneteci voi le fatte promesse, dappoichè la Francia è a vostra
requisizione, e or potete quel che volete. Agli altri ceti à bastato la
libertà e l'uguaglianza: a noi bisogna altra cosa; che la libertà sola
non ci disfama e non ci disseta: noi domandiamo alla repubblica un pane
in cambio del nostro sudore. — Così à discorso la plebe. Or che poteva
il governo rispondere ai vincitori armati, se non quello che disse un
officioso ministro ad una regina: — Vostra maestà stia certa che se la
cosa è possibile, ella è fatta; e se impossibile, si farà? —
Ma esaminando il subbietto ne' suoi principj, ei vi si trova subito
una dolorosa contraddizione. Che all'operajo voglioso della fatica non
debba mancare la sussistenza, comparisce un diritto così patente e un
debito così essenziale del consorzio civile, che vedendosi tuttogiorno
accadere il contrario, l'animo se ne sdegna profondamente, e viene
indotto a proferire quel medesimo che io scriveva, parecchi anni fa;
cioè «che ogni comunanza di uomini la quale non sa trovar modo, o non
vuole, di riparare dalle necessità estreme della vita gl'individui
suoi innocenti e non istanchi mai del lavoro, non può dirsi con rigore
nè sapiente nè civile, ma sotto sembianze molto contrarie è barbara
tuttavia e insipiente.» D'altra parte, le difficoltà di ben soddisfare
a tali diritti ed esigenze degli operai diventano in pratica così
sformate e quasi direi formidabili, che a pochi governi in sino al dì
d'oggi è bastato l'animo di affrontarle, a nessuno di vincerle; essendo
che noi intendiamo di ricordare i soli provvedimenti e i soli rimedj
conciliati con gli altri diritti umani, e massime con la libertà; e non
chiamiamo spedienti veri e legittimi quelle case di ricovero (a citar
pure un esempio) in cui l'uomo perde sua libertà naturale, disciogliesi
dalla famiglia e gli s'interdice di procrearla. Sta per compiere il
terzo secolo da che sotto il regno di Elisabetta, l'Inghilterra udì
pronunziare la sentenza medesima la quale oggi si va ripetendo dai
socialisti; che, cioè, il povero à buon dritto e buona ragione di
sempre poter barattare con un tozzo di pane il lavoro e la fatica delle
sue braccia. Eppure, quella sentenza fu per addietro e tuttavia si
rimane sì mal praticata e avverata nel suolo stesso ove fu proferita,
che ne dovremmo ritrarre un troppo sinistro augurio, e disperare da
questo lato del progresso del genere umano. Nel vero, assai poco giova
che il governo provvisorio di Francia siasi tanto sollecitato a mandar
decreti per costruire officine e iniziare i pubblici lavorii: qui,
per lo certo, cade in acconcio il trito proverbio, che dal detto al
fatto corre un gran tratto. Ciò non ostante, qualche notabile cosa
è da credere che porranno in istato, perchè a loro fa gran bisogno
di contentare le moltitudini. A noi rimane per al presente l'ufficio
di spettatori; nè l'esempio, comunque riesca, fia mai perduto. Di
questo, peraltro, io mi persuado e vivo certissimo, che quantunque
tra i componenti medesimi del nuovo governo siedano alcuni filosofi
socialisti, ad essi non va ora pel capo di mettere in atto la strana
dottrina dell'organisation du travail quale la c'insegnano alcune
loro stampe ed opericciuole, e che ad effettuarsi e compirsi non
è più spedita e facile o più durabile e profittevole delle utopie
de' sansimonisti e della repubblica Icaria. Niente ancora à trovato
l'ingegno umano di positivo e di pratico in ordine all'economia
pubblica, salvo i principj che si domandano della libera concorrenza;
la qual verità non ci vieta di riconoscere i danni e gli stenti che
ne procedono molte fiate al popolo degli operai. Ma rimane ad indagare
ancor più sottilmente, se la virtù medesima di quei principj sia capace
o no di rimuovere in buona parte, o di sminuire e stremare quelle
pregiudiciose e afflittive conseguenze; ovvero elle sieno tali da non
potersi emendare, eccetto che da riforme ed innovazioni profonde ed
isconosciute. Infrattanto, il senso morale e la intuizione immediata
dei sommi veri ci persuadono, che la libertà e la spontaneità debbono
pure in economia, come in qualunque altra disposizione sociale, essere
il germe fecondo e l'efficienza prima ed inesauribile d'ogni progresso,
d'ogni salute, d'ogni prosperità. Poco importa che il costringimento
s'adempia in nome di pochi, o d'uno, o di tutti: nell'ultimo caso,
è salva la dignità umana, non la spontaneità; e quindi l'energia, la
copia, la varietà e la perduranza dell'opere di mano in mano decadono
e si rallentano. Certo, fa gran maraviglia che quella nazione stessa a
cui in fatto di politiche libertà sembra di mai conseguirle nè larghe
nè sicure abbastanza, pretenda in fatto d'industria di procedere coi
divieti, e con l'intervenimento importuno e dispotico della legge.
Ciò presupposto, e tornando più strettamente al subietto de' pubblici
lavorii, noi diciamo che l'attuazione compiuta e perpetua di quelli
o tornerà affatto impossibile, o sommamente diverrà perniciosa allo
Stato, se non si conformi con le massime della libera concorrenza, e in
troppa gran porzione impedisca e conturbi la operosità economica dei
privati. Perchè ciò non accada, ricercansi principalmente le quattro
condizioni infrascritte.
1º Le pubbliche officine debbono istituirsi universalmente, e poco
meno che in qualunque grosso comune. Altrimenti, egli succederà molto
presto un'accumulazione tragrande di popolo in quelle sole città ove
saranno pubblici lavorii. Diciamo poi, che fatto anche che tali opificj
e lavori sieno per ogni luogo moltiplicati, ciò nondimeno rischiasi
forte di veder le campagne vuotarsi di gente e mancare le braccia
all'agricoltura, massime nelle provincie più montagnose e più sterili;
conciossiachè il trovare ne' luoghi murati ad ogni tempo e ad ogni
qualità di persone apparecchiato il lavoro e accertato il salario,
non può non accrescere a dismisura la propensione de' contadini
per ricoverarsi nelle città e lasciar la villa. Converrà, dunque,
in sull'aprirsi le officine per tutto lo stato, cercare compensi e
provvedimenti nuovi e gagliardi perchè le genti sparse per lo contado,
vi si mantengano.
2º Necessità vuole che si decreti e si fermi, i pubblici lavorii venire
costituiti per supplimento e riparo alla insufficienza delle industrie
private, e però ricevere da queste limitazione e misura; cioè a dire,
che nelle officine della repubblica sieno raccolti quegli operai
solamente a' quali nessuna privata industria ha potuto fornir lavoro.
E ciò si dovrà riconoscere dai commessarj, o in virtù di certificati
de' capo-maestri, o con altri metodi e discipline, secondo si troverà
più agevole e più sicuro. Chi si consigliasse altrimenti, vedrebbe in
cortissimo tempo ogni sorta di lavoranti sgombrare le officine private;
perchè, poste pari tutte le condizioni, ciò nondimeno la sola maggior
sicurezza e stabilità del salario, e il non servire ad uomo particolare
ma sì al pubblico, e non all'umore del principale ma sì agli ordini
disciplinati prestabiliti, indurrebbe gli operai ad abbandonare a mano
a mano il lavoro de' cittadini per quello del comune.
3º Se il governo non vuol menare a ruina di molte industrie private,
dovrà procacciare che i lavori da lui condotti, sieno di qualità da
non potersi dai particolari cittadini imprendere con profitto: la qual
cosa importa che le pubbliche manifatture quanto più crescono, e tanto
più costino e sieno a maggiore scapito del tesoro. Ogni altra specie
di lavori condotti dal pubblico renderebbe impossibile la concorrenza
privata in quella cotale specie. Ma, d'altra parte, al governo fa
gran bisogno d'assai varietà di lavori, perchè dee dar salario ad ogni
generazione di operai. Tutti questi nodi sono difficili a sciogliersi,
ed esigono nuovi temperamenti e partiti.
4º Avviata la generale istituzione dei comuni opificj, mai non potrà
il prezzo della mano d'opera (come usan chiamarla) sminuire tanto e sì
presto, quanto si vede ne' paesi ove il numero delle braccia soverchia
l'uopo che se ne à. Però, tutte quelle industrie le quali competono
con gli stranieri, mercè del buon mercato e del potere scemare fino
all'ultimo estremo i salarj, cesseranno e s'annulleranno. Tanto più
è comandato al governo di non recare perturbazione ed impaccio alle
industrie che valgono ad avvantaggiarsi e a fiorire non ostante il
prezzo più che mezzano della mano d'opera.
Segue dal fin qui ragionato, che più malagevole assai è per riuscire
al governo repubblicano il soddisfare e piacere alle moltitudini,
a rispetto delle nuove opinioni sociali, di quello che negli ordini
della politica; delle quali opinioni sorgerà una copia e una varietà
esorbitante, e così belle d'apparenza e lusinghevoli agli occhi del
popolo, quanto poco fondate e lontanissime dalla pratica. Ma perchè
le maggiori difficoltà della lor materia risiedono nelle viscere della
cosa, e in certe impossibilità naturali e invincibili, l'ingegno molto
svegliato e penetrativo della plebe francese non può non avvedersi,
dopo le prove iterate della discussione ed esaminazione patente e
comune, che il governo non à in pugno una verga da taumaturgo: e però
io penso che tali malagevolezze ed ostacoli non basteranno a mettere
giù la repubblica, ma sì basteranno a commuoverla ed agitarla continuo,
e a crescere l'inquietezza ed il malumore degli operai, i quali per
lungo tempo non poseranno, e correndo poi agli estremi, prepareranno
(com'io diceva in principio) la lor soggezione a un governo dittatorio
assoluto.
À la repubblica nuova tra mani le sue utopíe, come ebbe l'altra
del secolo scorso. Ma in quella era più arbitrio e più facoltà di
appagare il popol minuto. Conciossiachè, l'estinzione dei privilegi,
lo spezzamento e ripartimento che ne seguiva dei beni stabili, e
l'attuazione compiuta e súbita della libertà e uguaglianza civile,
erano novità ed effetti visibili a tutti, e di presto e general
giovamento. Ora, alla presente repubblica, per empiere i desiderj
di tutta la plebe, occorre di affaticarsi in miglioramenti male
studiati, mal definiti e poco o nulla operabili. Ma d'altra parte,
la repubblica antecedente armava contro di sè profonde passioni e
non placabili inimicizie: la presente fa male a pochi o a nessuno;
del pari, che crescere molto la somma dei beni, massime delle classi
inferiori, s'accorgerà di non potere. Ma quello che non eccede le sue
facoltà, ed entra innanzi a tutte le obbligazioni sue, si è l'ajutare
per ogni guisa la purgazione degli animi e dei costumi; perchè della
corruttela è tollerante la monarchia, intollerante la repubblica.
E la plebe francese presente, non così bene à serbato la severità
e la modestia come l'energia e il coraggio, e nella vita pubblica è
assai migliore che nella domestica. Usanza generalissima degli operai
di Parigi si è lo scialacquare in due dì della settimana il salario
degli altri giorni. La santità del matrimonio conoscono poco o nulla,
e in grossolani piaceri s'ingolfano senza misura e quanto i guadagni
cotidiani il concedono. Della religione serbano un sentimento confuso
e fugace, e mai non si affaccia loro il pensiere ed il desiderio di
meditare intentivamente sulle ultime sorti dell'uomo. A queste male
disposizioni ànno gli scrittori di là piuttosto aggiunto incentivo
che recato rimedio. E per fermo, nella più parte de' libri loro, che
altro s'incontra, salvo una pittura vivissima dei patimenti della
plebe, e un'amplificazione continua delle oppressioni e delle avaníe
ch'ella sostiene dai potenti e dai facoltosi? Quante parole spendono
essi per dimostrare all'infimo volgo i suoi diritti e le doti e i
pregi segnalatissimi che la fregiano, e quante poche per istruirla
de' suoi doveri e ammonirla delle sue colpe! Indicassero almeno le
vie dirette e pacifiche per condurre le moltitudini dalla povertà
all'agiatezza, dalla miseria alla giocondità: ma in quella vece, dopo
avere accresciuto alla plebe la cognizione e il sentimento de' proprj
mali, o si tacciono affatto, o propongono tali compensi e partiti,
ai quali essi medesimi non porgono fede. Medici veramente crudeli
ed improvvidi, che si dilettano di palpar le piaghe del popolo e
inasprirle e dilatarle, senza prima fornirsi di neppure una stilla di
balsamo sedativo e salubre! Insomma, in questi ultimi quindici anni gli
scrittori francesi ànno in troppa gran parte mancato all'ufficio loro;
e la dignità delle lettere ne à scapitato assaissimo; e la repubblica
nuova trovasi ora sulle braccia una plebe molto più adulata e guasta
dai libri che illuminata e corretta, ed emmendar la quale non pensò
nè punto nè poco Luigi Filippo ed il suo ministro, benchè loro non
mancasse tempo quieto ed accomodato.
§ V.
_Massimo impaccio per la repubblica sono le corrispondenze esteriori._
Contro forse l'opinione di molti, noi reputiamo che tra gl'impacci
maggiori del nuovo governo repubblicano sono da computarsi le
corrispondenze esteriori. E prima, si voglia notare che a tutti i
governi veduti sorgere in Francia, massime da cinquant'anni addietro,
le malagevolezze maggiori e i pericoli più imminenti e più gravi sono
provenuti dal di fuori; e ciò per l'intima connessione che i fatti e
le disposizioni esterne acquistano in quella contrada con gl'interni
fatti e disposizioni. La Francia tocca da ogni lato le più vitali parti
d'Europa, e mai non è sorto conflitto in alcuna nazione circonvicina,
che la spada del popolo francese non siasi snudata.
Ad ogni grandezza civile tengono dietro molti rischj e gravezze; e la
Francia grandeggiando in Europa, segnatamente per certo imperio morale
che esercita sugli animi e sugli intelletti, non può in niuna maniera
ristringersi in sè medesima, e goder pace se gli altri non l'anno:
e come ogni suo moto à consenso e ripercussione di fuori, così non
possono i suoi vicini rimanere indifferenti e neutrali, ma o caldi
amici o caldi nemici; e bisogna o ch'elli accettino i suoi principj e
le forme del suo vivere sociale e politico, od ella i loro in massima
parte.
Ora, venendo al caso presente, volentieri riconosciamo che una nuova
colleganza europea contro la Francia repubblicana non par probabile,
ma nemmeno scorgiamo su che fondamento saldo e durevole possa
costituirsi la pace, e come annodare leali e amichevoli corrispondenze
tra la repubblica e i regni circostanti. La diplomazia della plebe
è differentissima da quella dei principati e delle aristocrazie. Per
solito, non vuol secreti e non sopporta dissimulazioni; s'impazienta
agl'indugi, abborre i mezzani partiti, e (ciò torna a perpetua lode
sua) sempre à nelle risoluzioni dell'ardito e del generoso: testimonj
gli Ateniesi ed i Fiorentini. Aggiungasi a ciò il naturale de'
Francesi audace e mal sofferente, e quello spirito d'antica cavalleria
che mai non li fa quietare, e cacciali volentieri in difficilissime
imprese. Ma oltre di questo, la Francia, avanti ogni cosa, è armigera
e battagliera; à un esercito grosso, avidissimo di romper guerra, e
a cui vengono meno al presente le fazioni dell'Affrica, le quali se
abbastanza non l'occupavano e intrattenevano, pure gli ànno sempre
tenuto vivo il gusto e il senso della vita guerresca, e acceso un
desiderio smanioso di fatti grandi e di gloria un po' meno dispari e
dissomiglievole dall'antica. Ora, come potrà il governo far languire
nell'ozio delle caserme un esercito così fatto, e il cui ardore e la
cui ambizione è di tanto accresciuta dagli ultimi avvenimenti!
Una cosa è inevitabile al governo nuovo repubblicano; il dovere, cioè,
fare scelta fra due partiti in ugual modo pericolosi. A lui bisogna o
non più riconoscere i trattati di Vienna, e con questo solo perturbare
tutta l'Europa, e nimicarsi fin l'Inghilterra; o riconoscerli, e
smentire nell'atto suo primo tutte le massime insino a qui predicate
con solennità e veemenza da' suoi partigiani. Probabilmente, e malgrado
degli animi fieri e audacissimi, il governo provvisorio manderà fuori
un manifesto pieno d'ambigue parole e di mezzane opinioni, e dove
negherà da un lato ciò che dall'altro verrà affermando; e sopra ogni
cosa, protesterà fermamente di voler vivere non che in pace, ma in
buona concordia e amicizia con tutti i governi.[14] Se ciò sopportasi
dalla plebe, un grande frangente è tolto di mezzo, e può l'Europa
serbarsi in pace per ancora buon tempo. L'Inghilterra, nelle cui mani
sia ora la somma dei comuni destini, non dubiterà punto di mantener
con la Francia amichevoli intelligenze, e avere per legittimo e rato
il nuovo governo repubblicano. Conciossiachè le sue immense armate, e
le enormi ricchezze e l'animo coraggioso ed intrepido non le bastano a'
nostri giorni per rinnovare e assoldare la lega Europea contro Francia:
mancale altresì l'intensione e l'unità del volere, perchè sono mutati
in gran parte i suoi pensamenti e consigli; ed anche appresso di lei
le forme sono antiche ed intatte, ma la sostanza tutto dì si altera e
si trasmuta. La Russia, non ispalleggiata dalla Germania, non può nulla
di grave e di minaccioso intraprendere contro l'occidente europeo; e la
Germania si quieterà, ed anzi farà ottima diversione chiedendo riforme
e franchigie, qualora ne' Francesi stia tanta saviezza e prudenza da
non fiatare nemmanco delle provincie del Reno: chè, quando accadesse
altrimenti, i tre potentati del Norte possono ancora trovare obbedienti
i popoli loro, e collegarli e moverli contro la nascente repubblica.
Tutto ciò, ripeto, va per li primi tempi ne' quali la sospensione
stessa degli animi, la stravaganza dei casi, la preoccupazione
e il timore reciproco, il non essere i governi apparecchiati nè
consigliati a nessun gran cimento, ajuteranno il desiderio e il
bisogno di conciliazione. Ma si fermi pure la pace tra Francia e
i contermini potentati, rimangano in piedi i trattati di Vienna,
dichiarisi l'Inghilterra amica del nuovo governo, si queti la Germania
e riposi la Russia; pur nondimeno io manterrò sempre, che tal pace e
buona amicizia è vacillante e inferma di sua natura, e che in questo
dimorerà di continuo l'impaccio maggiore della repubblica. A' tempi
che corrono, non può sussistere, massime in un vasto paese, autorevole
e influentissimo, come è la Francia, un governo non pur differente da
quello degli Stati finitimi, ma di natura così attrattivo, e così caro
e invidiabile a tutte le moltitudini. Dico, non può sussistere molti
anni; e chi pensa altrimenti, e crede tra le due forme governative
di scorgere differenze poche e superficiali, fa visibile inganno a
sè stesso; e scorda, fra l'altre cose, che la picciola Svizzera così
divisa e disforme nei suoi elementi, e mista d'istituzioni moderne e di
viete e proprie del medio evo, pur nonostante à dato sospetti gravi e
durevol paura ai governi circonvicini. Come, dunque, non può l'Europa
quetare tanto che dura la repubblica appresso i Francesi, così a
questi, pure ordinandosi e componendosi a casa loro, sempre giungeranno
di fuori nuove perturbazioni, e pericolo instante di scompiglio e di
guerra.
§ VI.
_Conclusione di ciò che precede._
Ei si dee concludere primamente, che guardata e considerata parte
per parte ogni condizione dello stato presente di Francia, non
appare cagione alcuna per la quale si giudichi facile e molto vicina
la caduta della repubblica. Questa poi fu fondata per la vittoria
e il voto unanime della plebe; e però al nuovo governo dee stare
a cuore principalmente di farsi a quella grazioso e accettevole,
come ai passati reggitori era principale necessità di contentare e
favorire i borghesi. Ogni cosa, pertanto, in Francia prenderà aspetto
arci-democratico, e verserà intorno ai pensieri, ai sentimenti ed agli
interessi del popol minuto.
Secondamente, si dee concludere, che al nuovo governo aprirannosi vie
meno erte e scabrose per soddisfare i desiderj del popolo intorno alle
riforme interiori politiche, di quello che a rispetto delle sociali
ed economiche: e altrettanto spinoso e difficile gli sarà di condurre
a pace e a concordia i negoziati e le intelligenze esteriori; ed anzi
ciò gli tornerà impossibile affatto, quando dalla parte de' potentati
del Norte non superi tutti gli altri rispetti il timore incessante
di perdere e inabissare ogni cosa, e dalla parte dell'Inghilterra
il bisogno grande e non transitorio di accrescere e dilatare i suoi
traffichi.
Contuttociò, dall'alterazione continua delle attinenze esteriori può
scoppiare una general guerra e un totale sconvolgimento d'Europa, nè
alcuna di quelle alterazioni avrà luogo senza commuovere profondamente
tutti gli ordini governativi di Francia.
Oltrechè, il governo repubblicano non può rimanersi solitario
per lunghi anni; ma non cadendo per forza d'armi straniere, e non
iscompaginandosi con l'anarchia, dee di necessità propagarsi per tutto
ove la materia sarà disposta. Quindi non può col tempo non inquietare
e spiacer sommamente all'Inghilterra medesima; conciossiachè la
perduranza d'una perfetta e vigorosa democrazia pone in gravissimo
compromesso le aristocratiche istituzioni dell'isola.
Dalle questioni poi economiche, e più ancora dalle sociali agitate
in seno di popolaresche assemblee, pericolo è di veder sorgere in
Francia cagioni copiose di mutamenti e di rivolture, massime non si
conoscendo nessuna via piana e nessun mezzo efficace per attuare certi
concetti fantastici, e giungere a certi fini a cui la plebe si ostina
di pervenire. Però, la salute della repubblica, nell'interior suo, sta
tutta nell'illuminare le menti, evitare le sètte, e all'agitazione
somma degli animi e alla discussione procellosa de' nuovi problemi
trovare sfogo e andamento ordinato sì, che le mutazioni medesime non
compajano eccessi, e non inducano l'anarchia.
Che poi la repubblica sia per ispiegare tanta virtù e saviezza di
quanta è mestieri per tenere da una banda appagata la plebe, dall'altra
fuggir la guerra e innovare i trattati, e ogni cosa adempiere con
autorità di leggi e senza tirannide di fazioni, è cosa oltremodo ardua,
e assai più da desiderare che da sperare. Contuttociò, mal si può
affermarlo o negarlo assolutamente; imperocchè le storie non ci offrono
esempio nessuno dello stato civile e politico in cui di presente è la
Francia, e la più parte delle proposte che fa e degl'instituti che
va disegnando, riescono nuovi e impensati, segnatamente in Europa;
e quel simigliante che se ne vede in America, riesce, all'ultimo,
dissimilissimo, a cagione della sostanzial differenza che corre tra
i due continenti in ogni abito e forma di vita comune. Solo, non è
temerario di sentenziare, che in tanta incertezza ed oscurità di
dottrine, e in tanta esorbitanza di desiderj e improntitudine di
domande, non è punto credibile che possa trovarsi alla prima e con
quiete il meglio e il più praticabile, e ciò che mostri facoltà di
durare e di solidarsi: impossibile è, poi, che questo s'adempia o con
la guerra o con la perpetua sua minaccia o con l'imperversare delle
fazioni.
In genere, la Francia, dal lato degli studj e delle teoriche, è mal
preparata alla politica e sociale trasformazione in cui vuol entrare,
e però non istimo che per gran tempo valga ad allargar molto il
circolo delle cognizioni correspettive e ad approssimarle alle ultime
soluzioni; e chiaro è che ella ondeggia fra due sistemi di ordinamento
civile non pur diversi, ma opposti. Il primo produsse e governò la
rivoluzione dell'età scorsa; l'altro risulta, benchè tuttora mal
definito, dai pensamenti e dalle tendenze nuove della filosofia civile,
e dai nuovi fatti che il natural-progresso delle nazioni compie e
mette in considerazione. Il primo s'accorda troppo bene con l'indole e
l'attività del popol francese; l'altro l'è troppo contrario. Il primo
può dirsi consistere singolarmente in tre cose: nella rivoluzione
entro casa; nella propagazione sua di fuori per via dell'armi; nella
negazione ardita di tutto ciò che l'analisi acuta ma frettolosa e
imperfetta non trova e non riconosce in ogni materia di scibile e nelle
più chiuse parti del cuore. Certissimo è, che nelle gare politiche,
quando bisogni venire alle ultime prove, nessun popolo s'agguaglia
al francese in bravura e in ardore. Similmente, nessuno il pareggia
in impeto bellicoso; e tutti i pregi di sua natura risplendono vivi
e abbaglianti nelle fazioni di guerra. Nell'acume poi della critica,
nella perspicacia e ordine dell'analisi, e nella baldanza del negare
e del confutare, nessuno vince e neppur raggiunge l'ingegno francese.
Ma d'altro lato, i costumi nuovi e la nuova filosofia vanno ognor da
vantaggio persuadendo che le rivoluzioni violente distruggon sè stesse
e più non sembrano necessarie; che la guerra abituale è mestiere
da barbari, e affoga nel sangue la libertà; che le conquiste pesano
come cappe di piombo addosso agli occupatori; che la critica à ormai
compiuto il suo magistero, e vuolsi far debito luogo all'autorità delle
tradizioni, e scandagliare giù nel profondo la scienza arcana che si
raccoglie e si occulta nei suggerimenti mirabili dell'istinto: che
le libertà individuali e municipali son fondamento a tutte le altre,
e con esse dee misurarsi, ad esse adattarsi la potestà e l'arbitrio
legislativo; che, infine, dai subitanei consigli, dai mezzi veementi
e forzosi e dai metodi dittatorj mal può germogliare la libertà vera,
e che alla tirannide riesce non rade volte di mascherarsi col nome di
Convenzione, di sovranità popolare, e d'altri titoli strepitosi.
Dal contrasto di tali due sistemi procedono le contraddizioni molte che
appajono a questi giorni tra uno e altro atto del governo provvisorio,
tra uno e altro enunciato del Programma popolare, e così in ogni parte
e manifestazione della vita politica. Non può da simil conflitto non
provenire assai confusione ed incoerenza nelle deliberazioni e nei
fatti che sono per seguitare. Contuttociò, egli è da sperare e sembra
probabile che mai non verranno al sangue e alla guerra intestina.
Conciossiachè il pericolo maggiore da questo lato può stare nella
porzione più rozza e più indocile della plebe; ma perchè ogni suo moto
armato minaccerebbe l'avere così dei privati come del pubblico, ci par
naturale che tutto il rimanente del popolo sia per essere pronto ed
unito a resistere a quella furia. A tutti gli altri umori è credibile
che la uguaglianza perfetta civile e l'uso interissimo d'ogni maniera
di libertà dischiudano qualche sfogo, e impediscano che alcuna fazione
signoreggi, ed opprima talmente le altre, e s'impadronisca in sì fatta
guisa dell'imperio e dell'armi pubbliche, da ingaggiare battaglia con
gli avversarj, e insanguinar Parigi e la Francia.
Con tal condizione soltanto di saper fuggire lo sdrucciolo
dell'anarchia e fuggir la guerra civile, la repubblica nuova francese
avrà porto a tutti un esempio imitabile, e adempiuto un grande e
salutifero esperimento; e in solo quel caso potrà fermarsi ciò che in
principio di questa Lettera molto dubbiosamente si proponeva: cioè,
se l'ultima rivoluzione francese sia per riuscire al progresso civile
d'Europa un bene od un male.
§ VII.
_Quello che dee l'Italia pensare degli ultimi casi di Francia._
Lodi chi vuole ed esalti a cielo la vittoria fortunatissima del
popolo parigino; e confidisi pure ch'ella tornerà fra non molto a
progresso grande e magnifico di tutta l'Europa: io, come Italiano,
confesso che me ne dolgo, e la reputo, almeno, avvenuta pel nostro
paese nel tempo più disacconcio ed inopportuno che dar si possa. Dopo
tre secoli di silenzio e di sonno, e dopo aver toccato l'ultimo fondo
delle umiliazioni, dell'ignavia e delle sventure, l'Italia risorgeva
in modo sì bello e insperato, con portamenti sì ordinati e pacifici,
con tale pienezza e coscienza della giustizia e del dritto, con un
senso di virtù e di religione tanto istruttivo e tanto esemplare pel
mondo, che forzava i popoli tutti a maravigliarsene. Risorgeva l'Italia
e rigeneravasi per moto sì fattamente proprio e spontaneo, che in
cambio di aspettare e ricevere come l'altre volte, ella dava altrui
l'impulso e l'eccitazione; e tale impulso era tutto civile ed umano,
pieno di moderazione, di prudenza, di longanimità. La nazione stata più
afflitta dalle discordie e più tenuta divisa dalle arti di stato, dalla
fortuna e dalle colpe sue stesse, quella nazione, dico, ritempravasi
per prodigio nella fiamma d'amore, e in amplesso spirituale si
unificava: di ventiquattro milioni d'uomini uno solo era l'animo,
una la mente, uno il fine; e in tanto profondo rivolgimento e in così
subita innovazione, tu non rinvenivi un sol uomo il quale avesse potuto
chiamarsene offeso, e a cui il popolo, uscito appena di servaggio
e inesperto di libertà, avesse torto un capello, recato il sopruso
d'un obolo, fatto segno fugace di risentimento e vendetta. Spettacolo
certamente insolito a tutte le genti, e onorevole non che per l'Italia,
ma per l'intera famiglia umana. Quindi l'Europa e il mondo non potevano
trattenersi dall'encomiarlo: e già riconoscevano in noi le discendenze
e le propaggini auguste di Roma; già domandavano l'Italia la terra
perpetua de' prodigi; e s'annunziava per mille segni, ch'era oggimai
nostro ufficio introdurre le nazioni in nuovo corso di civiltà, e loro
fare scòrta su per li gradi d'altissimo perfezionamento.
Ora, tanta speranza vien sopraffatta in un subito dagli avvenimenti di
Francia, e siamo della nobile capitananza dispossessati: il mondo torna
all'idolatria antica, e, tra pauroso ed attonito, tien fermo lo sguardo
nella Francia repubblicana. Sieno pure questi nostri lamenti non degni
dell'uomo filosofo, e mantengasi pure con invitti argomenti, che il
bene, dovunque venga e comunque, è sempre avventuroso e accettabile.
Io fui Italiano molto prima di tentare d'esser filosofo, e sin dalla
puerizia ò pianto con isconsolata amarezza le umiliazioni e li sfregi
della mia patria: il perchè, della cara speranza che or balenava del
suo primato esultarono tutti gli spiriti del cuor mio, e chiunque
strappa di mano all'Italia quella sublime lusinga, mi fa dolore e
non gioia; e se questo è colpa o gran debolezza, io sento una forza
soave che rende amabile alli miei sguardi la colpa e invidiabile la
debolezza.
Ma oltre di ciò, a nessuno è lecito di negare che la rivoluzione
presente di Francia non ispanda per Italia un seme funesto di
divisione, il quale, per occulto ed inerte che si rimanga, non perde
facoltà di scoprirsi e di germogliare laddove i popoli sieno men
giudiziosi o i governi meno prudenti: e questo accade per appunto
quando abbisogniamo vie più dell'unione compita ed universale degli
animi, e quando al misericordevole Iddio era pur piaciuto di prepararla
per tutto, e disporre ogni cosa al finale conseguimento suo.
Ma perchè qualunque lamentazione non à virtù di cambiare i fatti e
arretrare gli avvenimenti, meglio è di condurre i pensieri su quello
che a noi importi di praticare e di fermamente volere dopo gli
straordinarj casi di Francia.
§ VIII.
_Stato presente d'Italia, e ciò che conviene di fare a' suoi popoli ed
a' suoi principi._
E primamente diciamo, che intorno ai consigli, alle risoluzioni ed ai
portamenti che agl'Italiani possono meglio convenire nelle congiunture
nuovissime in cui la rivoluzione francese gli à collocati, è cosa di
gran conforto vedere che l'opinione di tutte l'effemeridi nostre,
variando assai nell'aspetto, non differisce guari nella sostanza,
ed in tutte sembra spirare il senno e l'avvedutezza antica. La quale
opinione, a scioglierla dalle diversità dei modi e ridurla in brevi
concetti e persuasibili ad ogni mente, ci pare dover essere così
espressa. Sta il nerbo principale d'Italia in Piemonte, e l'esercito
di colà è la nostra spada: esso à dirimpetto lo sforzo intero
dell'Austria. Ma fino a che serbasi, come ora è, unito, disciplinato
e volonteroso, non si fa luogo a serj timori. Per lo contrario, tutto
quello che sconnettesse l'esercito e ne rompesse la disciplina,
volterebbesi in danno estremo di tutta la Patria comune; perchè
l'Austria profittando dello scompiglio, piomberebbegli addosso col
fiore delle sue truppe, e vedremmo un disastro non molto dissimile da
quello del 1821. Lo stesso caso, e con maggiore facilità e prontezza,
si compirebbe nell'altre provincie Italiane confinanti con l'Austria.
Nè dicasi che i Francesi repubblicani calerebbero in nostro ajuto.
Conciossiachè (presupposta pure come certissima la loro pronta calata
e la piena vittoria) io sostengo, che quello più non sarebbe ajuto
d'amici e contribuzione di collegati, ma occupazione e conquista;
e ciò che avverrebbe di noi tapini, tra la prepotenza e la ferocia
degli uni, e l'orgoglio e l'ambizione degli altri, la storia medesima
de' nostri tempi lo insegna, e ancora ne permangono i tristi effetti.
Necessario è, dunque, che la Liguria, il Piemonte, la Toscana e gli
Stati romani non tumultuino e non si scompongano, per infino a tanto
che alle frontiere di ciascuna di tali Provincie italiane stanno grosse
e minacciose le truppe austriache. Da ciò segue, che in esse Provincie
chiunque pensi a mutar la natura degl'istituti e imitare le nuove
forme politiche altrove comparse, fa opera pessima, e di turbolento
e reo cittadino. Manifesto è, poi, che se le Provincie meridionali
si sollevassero per mutar forma di reggimento, l'Italia media e la
subalpina non posson quetare: però, a tutti gl'Italiani incombe oggi un
medesimo debito; fuggire le novità che ci disordinano e ci disuniscono.
Abbiam guadagnato pur tanto di libertà, quanto bisognava per dar
dominio sicuro all'universale opinione, e proseguire ordinatamente di
migliorazione in migliorazione, sino a vedere attuato appresso di noi
tutto il più scelto, il più liberale ed il più proficuo delle odierne
istituzioni. A tre cose dobbiam ora voltar la mente con ardore di zelo
e fermezza incrollabile di volontà. La prima è stringere ed afforzare
l'unione; la seconda, armarci; la terza, consumare l'opera santa e
solenne dell'indipendenza. Quelle mutazioni, pertanto, che a tali tre
fini possono recare nocumento o ritardo, si abborrano e si respingano,
qualunque nome e colore specioso e allettativo portino seco.
Quanto è a nostri Principi, a me sembra di scorgere chiaramente, che
quel cammino che lor conviene di compiere, vada bensì per sentieri
aspri e difficili ma non tortuosi ed oscuri, e dopo molte scoscese
e sdrucciolevoli chine li meni in luogo ove potrebbe loro mancar la
fortuna ma non la gloria, e ove non può abbandonarli l'amore e la
riconoscenza eterna de' popoli.
A me va per l'animo, che a Vienna gli ultimi casi di Francia recato
abbiano sommo terrore a parecchi; ad altri, apprensione assai, mista
di molta speranza:[15] perchè coloro i quali s'ostinano negli antichi
pensieri, e reputano ogni rivoluzione un delitto e un furore che presto
passa, e debbe quindi espiarsi con servaggio nuovo e lunghissimo,
entrano forse in qualche fiducia di veder rinsavire le menti sedotte,
rannodar le vecchie colleganze, rifare le congreghe de' principi, la
libertà diroccare per li medesimi suoi eccessi, e il mondo spaventato e
sconvolto chiedere di riposarsi sotto lo scudo dei paternali governi.
Primo di tutti il Metternich move forse, in questi giorni medesimi,
tali o poco diverse parole ai Principi nostri: — Ecco, o Signori,
avverate a lettera le mie previsioni, ed anzi troppo più che voi
ed io non temevamo. A voi piacque, per eccessiva mansuetudine, di
carezzare e scaldare nel vostro seno le sètte dei liberali, credendole
assai temperate e pacifiche e ben corrette dall'infortunio. Vedetele
ora che son cresciute ed ingagliardite coi vostri favori. Avvi egli
concessione che li contenti, beneficio che li plachi, liberalità
che li riempia e li sazii? Prima mostravano di non vi chiedere se
non alquante riforme; poi vollero armi, poi licenza di scrivere
ogni enormità ed ogni scempiezza; oggi gli Statuti più larghi, le
guarentigie più salde, le libertà più estese e compiute non sembrano
loro abbastanza; oggi si tratta delle vostre corone medesime; si tratta
dell'essere o del non essere. Or che aspettate, o Signori? Forse che
la Francia espedisca di nuovo le fiere masnade de' suoi giacobini a
sommuovere tutti i popoli, a rovesciare tutti i troni? Deh facciam
senno una volta, e ricompriamoci, se egli è possibile e s'egli è ancor
tempo, dal giogo vile delle cenciose democrazie. Quel che vuol dire
scostarsi dall'amicizia dell'Austria, nudrire speranze inconsiderate
d'ingrandimento, correre dietro agli applausi delle ingratissime
moltitudini, stimo che apertamente il vediate. Ma l'Austria scorda
tutti gli oltraggi passati, compiange gli errori comuni, e solo
desidera e prega che il vostro pentirvi e ricredervi non sia tanto
tardi, ch'ella medesima non conosca e non rinvenga spedienti opportuni
e bastevoli per riscattarvi. Pensate che se i demagoghi si tacciono di
presente, e sembrano ancora avervi in rispetto e in considerazione,
ciò accadrà fino al giorno che le truppe imperiali ostinerannosi a
custodire e fronteggiare la Lombardia. L'ora in che avranno sgombrato
compiutamente l'Italia, sarà l'ultima del vostro regno. —
A me vien pensato che questi debbono essere gli ammonimenti e i
consigli del Gran cancelliere di Vienna; e a me pare, dall'altro
lato, udire rispondere così i nostri Principi: — Se d'una cosa noi ci
pentiamo, si è di avere troppo indugiato a riconoscere la perfidia
insieme e la vanità de' vostri documenti, pei quali rischiammo di
perdere affatto l'amore de' popoli nostri, che è il solo patrimonio
e la sola conquista degna d'un re. Voi procacciate di spaventarci
mostrando la crescente smoderatezza e la necessaria incontentabilità
delle moltitudini. Ma noi siam di credere, che l'opinione, qualora
possa manifestarsi senza pericoli e incitamenti, e non le manchi agio
nè tempo di esaminare, d'erudirsi e di avvisatamente concludere, mai
non si scompagni dalla moderazione e dalla giustizia: ma come ciò
sia, meglio ci sembra di ottemperare al desiderio eziandio indiscreto
de' nostri concittadini, che al comando del superbo straniero.
Insopportabile a noi s'era fatto il regnare come vostri luogotenenti,
e col puntello de' gesuiti; e ci è più dolce spartire col popolo
l'autorità della legge, che veder cancellato il nome di lui dal
libro delle nazioni, e l'Italia condotta ad essere non altra cosa
fuorchè _una espressione geografica_, come voi testè la domandavate.
Col restituire a' sudditi nostri la dignità d'uomo e di cittadino,
abbiamo a noi medesimi restituito la monarcale dignità, e sentiamo
che d'ora innanzi nella bilancia d'Europa li scettri nostri avranno
pondo e valore. Ad accrescere l'uno e l'altro, noi deliberiamo di
unirci in istretta e saldissima Confederazione; e presto bandiremo
una Dieta Italiana, ove siederanno con buon accordo e amicizia così
i nostri commessarj come i deputati delle assemblee. Voi dite che la
Francia torna minaccevole per tutti i troni, e che noi saremo continuo
tribolati, continuo sopraffatti dall'esorbitanze dei partiti. Ma non
vi cada della memoria quel grande sfogo che dar possiamo all'eccesso
dell'ardor giovanile e alle improntitudini della plebe. A ciò
basteranno, ben vel sapete, queste sole parole: Si passi il Ticino. Ma
sentiamo che replicate, che vinta la guerra, affrancata la Lombardia,
e vuota l'Italia d'Austriaci, nessuno porrà più argini alle passioni
e termine alle speranze e disegni dei democratici. Noi rispondiamo
invece, che niuna cosa può aggiungere credito e forza ai nostri
governi, quanto l'auge della vittoria, le armi avvezze a obbedire e
onorare le nostre persone, il merito sommo acquistato appresso della
nazione. O tutto questo può salvare le nostre corone e prerogative, o
nessun'arte e spediente lo può. Ad ogni modo, la giustizia procede con
noi, e i nostri nomi son consegnati alla fama, e staranno quanto la
storia dell'italiano risorgimento. —