Jeri e jer l'altro la _Lega_ ha riferito e tradotto un carteggio
ufficiale e di molta importanza tra il visconte Palmerston e il
principe di Metternich intorno ai casi d'Italia. Nel primo dispaccio,
dato alli due d'agosto dell'anno scorso, il gran Cancelliere di Vienna
comincia, secondo suo stile, a chiamare sconvolgimenti vertiginosi
le quiete e ordinate riforme che i Principi nostri han praticato
nell'Italia media. Per l'Austria ogni moto è sconvolgimento, perchè
simbolo del suo governo è il serpente a sonagli in torpore, e perchè
ella si fa gloria di traslatare la Cina in Europa: quindi a Vienna,
come a Pechino, ogni mutazione vien riputata sedizione. Dice poi
Metternich, che di tali scombujamenti le conseguenze si lasciano
indovinare anche troppo. Io non so degli altri, ma se le indovina egli
davvero quel gran Tiresia dei diplomatici, e vedele tutte e ben chiare,
il buon tempo è finito per lui, e nemmeno può confortarsi col motto
di Tiberio che molti pongono sulla sua bocca, _dopo me il finimondo_.
Insomma, avea gran ragione quel Greco di dire a Creso: «Scusami, ma
s'io non ti veggio innanzi morire, io non ti posso chiamar felice.»
Principe di Metternich, le glorie e i trionfi di Lubiana e di Verona
son mezzo affogati, e aspettatevi di vederli ridotti al niente. Oh
bel morire, sono già ventisei o ventisette anni, accosto al tappeto
verde, in su quel seggiolone a bracciuoli ove con maestà e grazia vi
sdrajavate, e l'Europa intera pendeva dal vostro labbro. Ma torniamo al
dispaccio. Metternich vuol tastare e sapere come la pensi l'Inghilterra
intorno al possesso e all'indipendenza reciproca degli Stati Italiani,
e se basti ad essi per piena ed intera malleveria il Trattato di
Vienna. Ogni frase ha senso lato e generalissimo, e conoscesi aperto,
che il fine di quello scritto è soltanto di scoprir terreno, ed esigere
una dichiarazione ex officio. In tal dispaccio stanno pure le famose
parole: _Italia è una espressione geografica._ Metternich pronunzia
il vero. Il Congresso di Vienna tolse alla povera Italia qualunque
altra significazione, fuor quella d'essere un pezzo di terra europea
configurato d'un certo modo, e al quale i geografi impongono per
abitudine un nome solo. A ciò non si risponde con le parole, ma sibbene
coi fatti; e finchè questi non parleranno, taci, popolo Italiano, taci,
ed infrattanto
Fa dolce l'ira tua nel tuo secreto.
La seconda lettera del gran Cancelliere va ripetendo, quanto al
costrutto, il medesimo che nella prima; salvo che aggiugnevi una
pittura nerissima, ed oso dire grottesca dei moti d'Italia: e badisi
che al dispaccio è apposta una data anteriore di molti mesi ai fatti
di Sicilia e alle promulgate Costituzioni. Che vogliono gli agitatori
d'Italia e que' settarj malvagi che la sommovono da sì lunghi anni?
Metternich solo ha scoperto il secreto ed avvolto al dito il bandolo
della matassa: ei vogliono fare d'Italia una gran repubblica federata,
con un governo centrale de' più stretti e gagliardi. Scuotetevi dunque,
o Monarchi, alla voce del vostro amico, e provvedete al pericolo che vi
sovrasta. Così parla ed esorta il gran Cancelliere; e sono trent'anni
che la cosa stessa ripete; e veramente, _chordà obberrat eàdem_,
nè altro sa figurare il brav'uomo che sétte e pugnali, _comitati_ e
congreghe, rivoluzioni e repubbliche. Ciò prova che nelle fissazioni
mentali v'ha moltissimi gradi, e non tutti menano alla pazzia: senza
di che, il decano degli Statisti d'Europa soggiacerebbe da lungo tempo
alle docce fredde e agli altri calmanti.
Lord Palmerston fece da prima una sola risposta alle due lettere di
Metternich, e poi mandò una seconda con data degli 11 di settembre,
cioè in quel torno di tempo in che l'Austria avea sorpresa Ferrara;
laonde v'è inserita questa frase osservabilissima: — L'integrità
degli Stati Romani dee venir reputata siccome un elemento essenziale
dell'indipendenza politica della Penisola italiana. E non può accadere
alcuna invasione di quel territorio senza che ciò non meni gravissime e
importantissime conseguenze. — Parole son queste molto significative; e
la punta loro è sì acuta e pungente, che i soliti fiori segretarieschi
la cuoprono a mala pena.
In generale, Lord Palmerston ristringesi a dire, che l'Austria
richiamandosi, come fa, al trattato di Vienna per la conservazione
delle province lombarde, ha buon dritto e ragione; e che non solo
debbono venire adempite le determinazioni e le clausole di quel
trattato, ma il debbono essere _tutte_; il che vuol dire, a Cracovia
come in Italia. D'altra parte, prosiegue Palmerston, considerando che
nel congresso di Vienna i Sovrani d'Italia furono riconosciuti liberi
e indipendenti nel modo più formale ed esplicito che mai si possa, ne
discende che non debbono essi venir turbati in qualunque esercizio di
loro sovranità a rispetto del governo interiore; e però, qualunque atto
di cotal genere non può fornire all'Austria buona ragione d'invadere
con le armi veruno degli Stati italiani.
Questo parlare, nello stile sempre officioso e cortesemente dissimulato
delle cancellerie, ha del risoluto e del vigoroso; e però Metternich,
che squadernava e citava il trattato di Vienna, è stato benissimo
redarguito; e i due dispacci di Palmerston sono, per nostro avviso,
un molto leggiadro e continuo ritorcere d'argomenti, ove non manca
neppure la grazia dell'ironia, e ricorda quel grave e maliziosetto
sorriso de' gran signori, nel quale, eccetto la sincerità, si trova
ogni cosa. Lord Palmerston affermando il diritto che l'Austria possiede
di proteggere i possedimenti suoi sul Po e sul Mincio, fa pur notare
che niuno l'offende e il minaccia, e non si vede chiaro a che proposito
sia ricordato con tanta solennità e premura: laddove, per lo contrario,
il pericolo che non si rispetti l'indipendenza degli Stati d'Italia è
visibile e soprastante.
Quanto poi al disegno dei caposchiera italiani di giungere a fondare
o una repubblica sola o molte confederate, confessa il Palmerston,
con vera e sentita modestia, che benchè dappertutto abbia consoli, e
gente non poca che attende a ben informarlo, egli non ha avuto neppur
sentore di tanta e sì grave macchinazione. Ma ciò invece che quel
ministro ha da lunghissimo tempo saputo di certa scienza, e per mille
vie e per mille organi, si è che l'Italia veniva retta e governata
miserissimamente, e bisognavanle riforme pronte e larghissime,
soprattutto in Roma ed in Napoli. Laonde, conclude il Palmerston, gli
è da sperare che il ministero di Vienna, al quale più che a qualunque
altro dee stare a cuore la salda pacificazione d'Italia, vorrà dar
mano ai Principi della Penisola per condurre le riforme a termine
fortunato, e caldeggerà ogni determinazione loro intesa a quel fine.
Qui ognun vede che il velo della socratica ironia divien troppo
sottile, e si squarcia. Oh come! il Principe stesso di Metternich
dee con le sue proprie mani ajutare gli altri a scavargli la fossa?
Questo nol chiediamo neanche noi Italiani, perchè le virtù eroiche non
possono domandarsi a veruno. Noi nel servaggio abbiamo bensì perduto
parecchie doti, ma non la discrezione e l'urbanità. Il Metternich
invecchia assai, e gli sta bene, dopo enormi fatiche, un po' di riposo.
E perchè ai molto attempati ogni divertimento si cangia in tedio, la
gentilezza italiana preparagli uno spettacolo tanto vivo e patetico,
che impossibile è non lo svaghi per qualche poco, e non gli riempia gli
occhi e gli orecchi di straordinario e ricreativo diletto. Possa egli
vivere tanto da vedere finito il dramma e calato il sipario.
(Dalla _Lega Italiana_.)