22 febbrajo 1848.

Si affermò nel Programma di questo Giornale, che nessuna gran cosa

nel mondo viene operata e condotta a buon termine senza la immediata

partecipazione della parte più numerosa del Popolo. Or, quanto deesi

pensare che ciò sia più vero, trattandosi del nostro risorgere dopo tre

secoli luttuosi e pieni di servitù e di vizj, che è l'impresa maggiore

a cui si possa applicare qualunque nazione del mondo? A noi liberali

importa, quindi, assaissimo avere dal lato nostro piena d'ardore e

operosa cooperatrice la moltitudine. Due modi furono sempre considerati

come i più efficaci e diretti per affezionarsi durevolmente l'animo

della plebe; ciò sono istruirla e beneficarla. E però, a tali due

istrumenti del bene speciale di cui ragioniamo, s'addirizzeranno del

continuo le nostre parole, e le pratiche che verrem suggerendo.

La istruzione, a rispetto della vita politica, ha per materia sua

propria l'imprimere nelle menti e ne' cuori delle classi povere quel

senso di dignità che lor manca, e quel concetto de' proprj doveri

e diritti che sempre ànno avuto annebbiato dall'ignoranza, guasto

dall'abito del servire e dagli incitamenti ciechi dell'indigenza, e

viziato persino dal sentimento (per sè ottimo e santo, ma non ben

diretto e non ben purgato) della pietà religiosa. La istruzione

accenderà eziandio nelle lor menti il vero amore di Patria, non

ristretto nel palmo di terra ove nascesi, ma dilatato a tutta quanta la

sacra Terra Italiana.

Nella plebe stanno riposti (si creda pure) i germi vigorosi de' più

nobili istinti e degli affetti profondi ed eroici, appunto perchè

più prossima alla natura, e meno lisciata e forbita dalle molli e

artificiose consuetudini del vivere signorile. Deesi perciò incolpare

l'inerzia e l'incuria (per non dir l'egoismo) delle classi culte ed

agiate, se quei germi salutari e veramente divini imbozzachiscono

e muojono; imperocchè in tali classi risiede il debito naturale e

incessante di tutelare la plebe, educarla e sovvenirla. E il primo

benefizio e l'educazione prima sarebbero (a parlar sincero) mostrarle

ne' portamenti nostri l'esempio del vivere corretto e severo; laddove

è necessità il riconoscere che nella plebe v'à parecchie virtù che

ella può attribuire solo a sè stessa, e v'à moltissimi vizj che imita e

copia dai facoltosi e ben nati: e noi che scriviamo, vedemmo in Francia

coi proprj nostri occhi riconfermarsi questo vero ogni giorno più.

Ma non è da pensare che il solo amor di nazione, e il desiderio

solo di libertà e delle altre perfezioni politiche basti a condurre

sollecitamente le moltitudini dal lato nostro, e a farle infiammate

e perseveranti; poichè, per giungere a tanto effetto, occorre di

aspettare che il tempo e i metodi nuovi d'educazione e l'uso protratto

delle franchigie pubbliche convertano que' sentimenti e que' desiderj,

come a dire, in carne ed in sangue, e li rendano parte sostanzialissima

e abituale della vita comune. Ei conviensi, pertanto, supplire a

ciò con l'opera dei beneficj (comandata d'altra parte dalla pietà

cristiana), mostrando in effetto alla plebe che noi liberali siamo veri

e parziali amici di lei e d'ogni suo bene, e provandole altresì, con

saggi e fruttuosi provvedimenti, che il nuovo stato di cose le torna

senza confronto e più profittevole e migliore del già passato.

In tal guisa, l'interesse ed il sentimento cospirando insieme ad

un fine, avremo, ripeto io, nelle mani il più poderoso strumento

dell'opere grandi e forti, la plebe. In Francia, l'amor di nazione

che pure da secoli era fondatissimo, e il desiderio delle pubbliche

guarentigie nudrito per cinquant'anni da ogni ragione scrittori, non

sarebbero tornati sufficienti ad accendere le moltitudini e persuader

loro le azioni più coraggiose e più disperate, qualora non vi si fosse

aggiunto il pungolo dell'interesse: tanto che, la paura vivissima di

ricadere sotto il giogo dei baroni e sotto il reggimento dei privilegi,

dei balzelli e delle avanie, le tenne forti più che ogni altra cosa

alle difese e alle lotte; e volentieri detter la vita per una causa che

stimarono la santa causa delle plebi angariate ed oppresse.

In Italia, noi non abbiamo al presente (e siane ringraziato Dio) i

fieri motivi che infiammavano e inviperivano quel popolo minuto. Di

tutte le mutazioni che la rivoluzione francese recò allo Stato e alle

forme propriamente sociali, noi già raccogliemmo il frutto migliore;

e perfetta è oggimai nella nostra patria l'eguaglianza civile e

l'estinzione dei privilegi; e sino nell'isole, rimaste più separate

dal moto universale politico, gli avanzi e gli effetti della lunga

feudalità sono in procinto di scomparire. A noi, dunque, manca da

questo lato una leva molto gagliarda per sommovere le moltitudini,

e un incentivo assai efficace ed acuto per animarle a gran fatti

e tenerle salde ad ogni durissima prova. Ma qui accade considerare

come il presente moto italiano proceda diversissimo dal francese. Chè

quello fu tutto disordinato e violento: nudrivasi d'ira e d'orgoglio,

scuoteva gli ordini dello Stato dall'ultime fondamenta, provocava da

ogni banda nimicizie mortali, salir voleva di balzo all'acquisto d'ogni

libertà e d'ogni ideal perfezione, e affrettavasi al lume incerto

di dottrine fantastiche, e senza tener conto alcuno degli ostacoli e

dell'inopportunità. In quel cambio, il nostro moto presente è tutto

civile e pratico, e molto tende ad edificare, e poco o nulla distrugge.

E però, noi possiamo invitare ogni varietà di gente e ogni condizione

d'uomini all'impresa, universalmente proficua e nociva a nessuno, di

costituire l'Italia in essere di nazione, e di rialzarla a quel grado

di perfezionamento e splendore sociale e politico che la natura e i

cieli le destinarono.

Non occorre, adunque, alla nostra impresa la rabbia cieca, impetuosa

e infrenabile delle moltitudini, ma sibbene occorre il sentir loro

generoso, il buon senso ravviato e schiarito, e il saldo e intimo

convincimento che gli amici della libertà e della indipendenza italiana

sono gli amici loro costanti ed attivi; e in fine, che dessa libertà e

indipendenza, oltre all'essere cosa bellissima e nobilissima rispetto

a sè, soccorre e giova fruttuosamente le classi inferiori, ne inizia

e fomenta la educazione, ne tronca o mitiga i mali, e le introduce di

mano in mano a gustare il dolce della scienza, e godere il bello e il

maraviglioso della gloria e grandezza umana.

Ai quali termini tutti noi giungeremo assai prestamente, se il massimo

de' beneficj che usar vorremo nel popol minuto consisterà in una

industria ingegnosa e continua di convertire in qualche profitto certo

e immediato di lui quelle nuove franchigie e diritti, e quelle larghe

istituzioni di cui buona parte degli Italiani è ora dotata. Pur troppo,

ciò non vedesi praticare con molto zelo o perduranza neppure appresso

le nazioni più libere e più civili d'Europa. Nè noi ci ricordiamo dal

1830 in poi, d'aver sentito in Francia nei Parlamenti proporsi, più di

una o due volte, leggi e provvedimenti giovevoli in guisa immediata e

visibile alla porzione più numerosa e infelice del popolo. Noi facciam

voti perchè la sapienza civile italiana sappia calcare una miglior via.

(Dalla _Lega Italiana_.)

Scritti politici · 第 149 / 310 题