A noi non cadde in mente giammai di sperare che le nuove Costituzioni
italiane fossero differentissime dalle forestiere, e sapevamo assai
bene che di necessità in molte cose doveano entrambi rassomigliarsi.
Neppure ci corse in pensiere di confondere insieme e artatamente
unificare gl'istituti comunitativi coi politici e universali. Ciò che
desiderammo con fede, fu solo che il senno italiano avesse agio di
meditare e dare sentenza, non potendo alcuno pronunziare con sicurezza,
che non ne sarebbe uscita veruna soluzione giudiziosa ed inaspettata
dei proposti problemi.
Ad ogni modo, ora il fatto è consumato, e convien solo badare che
presto sorgendo desiderio e necessità di mutarlo, la cosa si adempia
per vie pacifiche e con certo ordine prestabilito. Di ciò ha mosso
parola il nostro Giornale di lunedì, e prosiegue oggi a discorrerne
come di argomento gravissimo, e forse prossimo all'applicazione.
Veramente, a noi recherà sempre gran maraviglia la trascuranza
dei moderni in tale subbietto, parendoci che tra l'esigenze prime
e imperiose della vita odierna civile stia il ben provvedere alle
innovazioni maggiori e insieme non evitabili, le quali uscendo da
ogni termine ordinario, hanno bisogno di straordinarie disposizioni:
e però gli statuti fondamentali debbono essi stessi aprire a quelle il
cammino, e farle giungere al termine con mezzi legali e proporzionati
all'intento. Che tal pensiere non fosse negli antichi legislatori, non
è da stupire; conciossiachè nella più parte di loro stava la ferma
credenza di poter fondare un edificio immutabile; e quando il tempo
consumava o alterava sostanzialmente una forma di repubblica e di
governo, o solevano accusarne la inemendabile caducità e corruzione
delle faccende umane, o procacciavano, per solo rimedio, di ritirarle,
come Macchiavello insegna, verso i loro principj.
Ma pei moderni non va così; sapendosi oggi da ogni ordinatore di leggi,
che ne' corpi sociali umani è una vita profonda, la qual bisogna o
che sempre si svolga e trasmuti, o che si vizii e perisca. Quindi,
ad essi occorre di operar sempre due cose. La prima, di comporre
intellettualmente una rappresentazione e un prototipo della perfezione
sociale; l'altra, di considerar bene nell'uomo quel che è mutabile
e trasformabile, e quello che no. Nella prima, il divario appunto
da Platone ai moderni è questo, che la repubblica di Platone è un
archetipo assoluto ed immobile; dove quello degli Statisti moderni,
se vuol rispondere ai fatti e servire alle applicazioni, debbe uscir
sempre di quiete, e procedere senza mai fermarsi inver l'assoluto
d'ogni eccellenza. L'altra cosa da operare (che è il ben discernere
dentro l'uomo, e però nella comunanza umana, ciò che muta e ciò che
perdura) dee menare il legislatore a ben distinguere altresì negli
istituti e ne' codici la parte fondamentale e perpetua, da quella
che di mano in mano si va alterando, e che può peranche bisognare di
larghissime correzioni ed innovazioni.
Da ciò segue, che il dare, come si usa negli odierni Statuti, ai due
Parlamenti facoltà e arbitrio di abrogare certune leggi e produrne
delle nuove, non basta; perchè quelle leggi non valgono ad abolire
alcun difetto essenziale che si scoprisse nei fondamenti medesimi
del sociale edificio. Nè questo, d'altra parte, si dee correggere
con tumulto e violenza, ma con que' mezzi estraordinarj, e non però
illegali e disordinati, che la sapienza stessa legislatrice ha definiti
e previsti.
Pur l'Inghilterra, solenne maestra al mondo civile del saper
rispettare la legge e porre l'ordine allato alla politica agitazione,
ha rischiato, or fa quindici anni, di soggiacere a sanguinosi
sconvolgimenti, non trovando ne' suoi istituti alcun modo legale e
prestabilito di mutare affatto la forma della sua Camera dei Comuni. Nè
il partito fu vinto nel Parlamento dei Lordi per le vie ordinarie, ma
per la minaccia continua delle moltitudini di rompere e ammutinarsi,
e correre ad ardere gli antichi castelli, e devastare i tenimenti, e
forse ucciderne i possessori.
Provvedano, dunque, i nostri legislatori perchè in Italia non si corra
un simigliante pericolo; il quale tanto riuscirebbe più grave appo noi,
quanto ai nostri Statuti manca il venerando suggello dell'antichità.
E perchè appunto non sia impossibile a questo suggello di segnare a
grado a grado le leggi e le istituzioni umane, e farle spettabili e
come sacre agli occhi di tutti, conviene fin da principio saper piegare
quelle leggi e quelle istituzioni a ricevere la novità in modo avvisato
e premeditato. In tal guisa, ed unicamente in tal guisa, potrannosi
conciliare i profitti e i risultamenti dell'innovazione e della
conservazione, e le leggi saranno sempre e antichissime e modernissime.
Nè certo si può deplorare abbastanza quell'abito e facilità che ànno
molte nostre popolazioni di poco pregiare la legge e (potendo) di
eluderla; come, per lo contrario, non si dà fondamento migliore alla
perfezione civile, che il grande ossequio e la somma osservanza inverso
la legge. Ma perchè questa giunga ad infondere dentro gli animi tanta
e sì salutevole riverenza, occorre non già che permanga immutabile (la
qual cosa non si può fare), ma bene ch'ella sia inviolabile, e nessuna
forza e nessun arbitrio la manometta: ad ottenere il qual fine (noi
replichiamo), ricercasi che tutte le novità, eziandio sostanziali e
fondamentali, emanino dalla legge medesima.
L'antichità procacciava di mantenerla inviolabile circondandola di
religione, e convertendo gli umani decreti in divini pronunciati.
Questo significarono, per mio giudizio, i portentosi natali dei
prischi legislatori, e Temide fatta generare direttamente da Giove,
e gli arcani colloquj di Numa con la ninfa Egeria, e la scienza del
giure romano data a custodire al collegio dei pontefici. Nel medio
evo, poi, appresso molti popoli la legge serbavasi immobile per
virtù di consuetudine e forza di autorità, e per certa timidità nel
cercare il meglio e poca speranza di ritrovarlo. Oggi, di tutto ciò
non sussiste quasi vestigio. La legge non può altrimenti rimaner
venerabile, salvo che consonando con la ragione, che è legge suprema,
e veramente assoluta e immutabile. La consuetudine o fu rotta o non
basta, e forse anche è sospetta allo spirito indagatore del secolo.
Progredire si vuole a ogni costo, e correggere e perfezionare si spera
con fiducia e coraggio; e dove i modi usati e regolari fanno difetto,
o presto o tardi si abbracciano i disusati ed irregolari. A rimovere
quest'ultimo danno e pericolo, il rimedio debb'essere suggerito sempre
dalla Costituzione medesima; e tutte quelle in cui non si legge, non
dubitiamo di chiamare incompiute.
A noi par, dunque, che i nuovi Statuti italiani provvederanno
sapientemente all'indole e all'esigenze universali dei tempi, e molto
più alle condizioni singolarissime dell'Era grande che tutti iniziamo
nella nostra comune Patria, se verranno determinando a quali lunghi
intervalli, da che forma di consessi, con quante prove e dibattimenti,
a che numero di suffragi potrà discutersi e vincersi una proposta la
quale intenda o di mutare o di aggiugnere alcuna cosa di momento alla
legge fondamentale. A breve andare, noi saremo imitati da tutta Europa.
(Dalla _Lega Italiana_.)