18 febbrajo 1848.

Napoli e il Piemonte si son risoluti. Avremo, in sostanza, la Carta

Francese con parecchie modificazioni, e non tutte saranno ammende e

perfezionamenti. In Toscana, ove il sentire italiano è più antico, se

non più profondo, si voleva fare schermo e difesa da tanta invasione

straniera. Ma il torrente trascina tutti, e i giornali di colà

cominciano a chiedere essi medesimi una Costituzione sull'andare

della francese. Nè la ragione che adducono è certo da riprovare,

conciossiachè essi pensano doversi in Italia provvedere sopra ogni

cosa alla uniformità delle istituzioni. Ma per Dio, facciasi punto

una volta; e per tutto ciò che rimane ancora ad edificare, vogliasi

avere in mente l'indole nostra, la nostra storia, le tradizioni, i

costumi, le circostanze speciali. Mai questo Giornale non si stancherà

di ciò ripetere a quegl'Italiani che ora s'adoperano a riformare ed

a ricomporre la vita politica della Nazione. Noi copiamo modelli i

quali non sono essi medesimi veri esemplari, ma imitazioni in gran

parte, e talvolta racconciature e mosaici. Meno male, se di que'

modelli fosse lunghissima la durata, compiuta l'esperienza, sicura la

prova, l'effetto bellissimo e fortunato. E per fermo, in Inghilterra,

ove tutte queste cose in gran parte si avverano nella sua vecchia

costituzione, ben si comprende la tenacità di coloro i quali non ne

vorrebbero cambiare un jota. Ma l'Inghilterra è ammirabile più che

imitabile; e per potere senza pericolo traslatare nel continente le

sue istituzioni, occorre anzi tutto coglierne la ragione profonda ed

universale, e scordarsi affatto le forme speciali che vestono, e sì

il valore che assumono dalle rispondenze e armonie loro col tutto.

Noi dubitiamo forte, che ciò abbiano saputo far sempre i Francesi,

de' quali ci siamo resi fedelissimi copiatori. Ma come ciò sia, gli

è certo, noi ripetiamo, che più di una delle istituzioni moderne

francesi non hanno per sè nè la prova del tempo, nè quella degli ottimi

risultamenti, nè infine l'alta ragione speculativa.

Quando Luigi XVIII costituì la Camera Alta, fu da questo pensiero

condotto, che in Francia la democrazia traboccava d'ogni parte, con

troppo rischio e danno del trono e delle istituzioni monarchiche.

Sperò farle argine creando una nobiltà non più cortigiana e feudale, ma

essenzialmente civile e politica. Quindi imitò al meglio la Camera dei

Lordi Inglesi; e come in costoro è l'eredità e la ricchezza, dètte a'

suoi Pari l'eredità e gli emolumenti. Nei Lordi Inglesi è un diritto di

giudicatura rimasto loro molto naturalmente dalle antiche prerogative

feudali. Luigi XVIII, senza badar più che tanto alle differenze

de' tempi e de' luoghi, attribuì a' suoi Pari, a un dipresso, quel

diritto medesimo. In Inghilterra ogni cosa ha dell'inopinabile e del

singolare; e inopinabile e singolarissima cosa si è di vedere, che

un'aristocrazia superba e d'origine affatto feudale abbia investito

la Corona della facoltà di chiamare di quando in quando alcuni privati

a sedere nel Parlamento dei nobili, per sola virtù e a titolo solo di

pregi individuali. E questo pure imitò Luigi XVIII. Ma in Inghilterra

i ministri, posti a rincontro d'un Ordine così potente per grado,

ricchezza, clientela e opinione, mai non abusano (e già nol potrebbero)

del diritto di creare nuovi Lordi. In Francia, per lo contrario, non

v'ha ministero quasi, che in ciò non trasmodi, perchè gli mancano

sufficienti ritegni e abituale prudenza.

Sopravvenne la rivoluzione del 30. Quell'aristocrazia così un po'

svecchiata e tenuta su coi puntelli, subito andò in dileguo, e con essa

perdè la Camera Alta il suo carattere d'indipendenza: per restituirle

il quale, e accrescerle considerazione e valor morale appresso le

moltitudini, bisognava qualche partito reciso; come sarebbe stato che

la Corona scegliesse i Pari sulle terne offertegli da qualche Corpo

elettivo; ovvero, che tutti i primi ufficiali e magistrati del regno

e altre somme dignità fossero Pari di proprio e natural giure, e come

un ultimo premio e una civica corona che lo Stato lor serba, senza

dover mendicare suffragi nè dal principe nè dal popolo. Ma nè queste

nè altre combinazioni cercaronsi, e niuna legge fu vinta e nemmanco

proposta per moderare e ristringere l'uso del diritto d'illimitata

nominazione. Restò poi nei Pari, come per addietro, la facoltà

giudiciaria; e appresso un popolo amicissimo dell'uguaglianza civile

perfetta, e avverso ed intollerante d'ogni forma e guisa di trattare i

giudicj la qual sembri uscire dell'imparzialità e ponga eccezione alla

legge comune, mantennesi un tribunale separatissimo dalla giustizia

ordinaria, e cui manca tuttora una legge scritta circa al suo modo

determinato e speciale d'intavolare e condurre i processi che à ufficio

d'imprendere.

A noi sembra, dopo ciò, che si convenisse andar più a rilento

nell'imitare simili cose; le quali, come vedemmo, sono copie rimpastate

e ricomposte all'infretta, e come davano i casi.

Ma v'à di più: della Costituzione inglese medesima, la parte ancor

meno ferma e meno vitale è, del sicuro, la Camera dei Signori. E per

vero, lasciando stare l'alta questione dei majoraschi e il diritto

legislativo trasfuso da padre in figliuolo, questo è certo al presente,

che la Camera dei Comuni, fornita com'è in guisa tutta particolare

e propria della facoltà di ricusare le imposte, e fatta indipendente

e sincera dall'ultimo _bill_ di riforma, prevale oltre misura sulla

Camera aristocratica, e l'equilibrio fra esse due non è più che una

mostra ed una apparenza. Ciò prova che in tutta Europa il modo di

costituir bene una Camera Alta, e dotarla quanto bisogna d'indipendenza

e di morale efficacia, è problema non risoluto; e potea forse recare un

profitto non lieve a tutta la civiltà il prendere tempo per consultare

l'ingegno degl'Italiani. Ma noi riveriamo ora la legge quale ci viene

promulgata e largita; e solo preghiamo novellamente tutti coloro che

intendono a sviluppare e perfezionare i nuovi istituti, a credere meno

alla sapienza straniera, e alquanto di più al naturale criterio e alle

fortunate ispirazioni del Genio Italiano.

Scritti politici · 第 136 / 310 题