Napoli e il Piemonte si son risoluti. Avremo, in sostanza, la Carta
Francese con parecchie modificazioni, e non tutte saranno ammende e
perfezionamenti. In Toscana, ove il sentire italiano è più antico, se
non più profondo, si voleva fare schermo e difesa da tanta invasione
straniera. Ma il torrente trascina tutti, e i giornali di colà
cominciano a chiedere essi medesimi una Costituzione sull'andare
della francese. Nè la ragione che adducono è certo da riprovare,
conciossiachè essi pensano doversi in Italia provvedere sopra ogni
cosa alla uniformità delle istituzioni. Ma per Dio, facciasi punto
una volta; e per tutto ciò che rimane ancora ad edificare, vogliasi
avere in mente l'indole nostra, la nostra storia, le tradizioni, i
costumi, le circostanze speciali. Mai questo Giornale non si stancherà
di ciò ripetere a quegl'Italiani che ora s'adoperano a riformare ed
a ricomporre la vita politica della Nazione. Noi copiamo modelli i
quali non sono essi medesimi veri esemplari, ma imitazioni in gran
parte, e talvolta racconciature e mosaici. Meno male, se di que'
modelli fosse lunghissima la durata, compiuta l'esperienza, sicura la
prova, l'effetto bellissimo e fortunato. E per fermo, in Inghilterra,
ove tutte queste cose in gran parte si avverano nella sua vecchia
costituzione, ben si comprende la tenacità di coloro i quali non ne
vorrebbero cambiare un jota. Ma l'Inghilterra è ammirabile più che
imitabile; e per potere senza pericolo traslatare nel continente le
sue istituzioni, occorre anzi tutto coglierne la ragione profonda ed
universale, e scordarsi affatto le forme speciali che vestono, e sì
il valore che assumono dalle rispondenze e armonie loro col tutto.
Noi dubitiamo forte, che ciò abbiano saputo far sempre i Francesi,
de' quali ci siamo resi fedelissimi copiatori. Ma come ciò sia, gli
è certo, noi ripetiamo, che più di una delle istituzioni moderne
francesi non hanno per sè nè la prova del tempo, nè quella degli ottimi
risultamenti, nè infine l'alta ragione speculativa.
Quando Luigi XVIII costituì la Camera Alta, fu da questo pensiero
condotto, che in Francia la democrazia traboccava d'ogni parte, con
troppo rischio e danno del trono e delle istituzioni monarchiche.
Sperò farle argine creando una nobiltà non più cortigiana e feudale, ma
essenzialmente civile e politica. Quindi imitò al meglio la Camera dei
Lordi Inglesi; e come in costoro è l'eredità e la ricchezza, dètte a'
suoi Pari l'eredità e gli emolumenti. Nei Lordi Inglesi è un diritto di
giudicatura rimasto loro molto naturalmente dalle antiche prerogative
feudali. Luigi XVIII, senza badar più che tanto alle differenze
de' tempi e de' luoghi, attribuì a' suoi Pari, a un dipresso, quel
diritto medesimo. In Inghilterra ogni cosa ha dell'inopinabile e del
singolare; e inopinabile e singolarissima cosa si è di vedere, che
un'aristocrazia superba e d'origine affatto feudale abbia investito
la Corona della facoltà di chiamare di quando in quando alcuni privati
a sedere nel Parlamento dei nobili, per sola virtù e a titolo solo di
pregi individuali. E questo pure imitò Luigi XVIII. Ma in Inghilterra
i ministri, posti a rincontro d'un Ordine così potente per grado,
ricchezza, clientela e opinione, mai non abusano (e già nol potrebbero)
del diritto di creare nuovi Lordi. In Francia, per lo contrario, non
v'ha ministero quasi, che in ciò non trasmodi, perchè gli mancano
sufficienti ritegni e abituale prudenza.
Sopravvenne la rivoluzione del 30. Quell'aristocrazia così un po'
svecchiata e tenuta su coi puntelli, subito andò in dileguo, e con essa
perdè la Camera Alta il suo carattere d'indipendenza: per restituirle
il quale, e accrescerle considerazione e valor morale appresso le
moltitudini, bisognava qualche partito reciso; come sarebbe stato che
la Corona scegliesse i Pari sulle terne offertegli da qualche Corpo
elettivo; ovvero, che tutti i primi ufficiali e magistrati del regno
e altre somme dignità fossero Pari di proprio e natural giure, e come
un ultimo premio e una civica corona che lo Stato lor serba, senza
dover mendicare suffragi nè dal principe nè dal popolo. Ma nè queste
nè altre combinazioni cercaronsi, e niuna legge fu vinta e nemmanco
proposta per moderare e ristringere l'uso del diritto d'illimitata
nominazione. Restò poi nei Pari, come per addietro, la facoltà
giudiciaria; e appresso un popolo amicissimo dell'uguaglianza civile
perfetta, e avverso ed intollerante d'ogni forma e guisa di trattare i
giudicj la qual sembri uscire dell'imparzialità e ponga eccezione alla
legge comune, mantennesi un tribunale separatissimo dalla giustizia
ordinaria, e cui manca tuttora una legge scritta circa al suo modo
determinato e speciale d'intavolare e condurre i processi che à ufficio
d'imprendere.
A noi sembra, dopo ciò, che si convenisse andar più a rilento
nell'imitare simili cose; le quali, come vedemmo, sono copie rimpastate
e ricomposte all'infretta, e come davano i casi.
Ma v'à di più: della Costituzione inglese medesima, la parte ancor
meno ferma e meno vitale è, del sicuro, la Camera dei Signori. E per
vero, lasciando stare l'alta questione dei majoraschi e il diritto
legislativo trasfuso da padre in figliuolo, questo è certo al presente,
che la Camera dei Comuni, fornita com'è in guisa tutta particolare
e propria della facoltà di ricusare le imposte, e fatta indipendente
e sincera dall'ultimo _bill_ di riforma, prevale oltre misura sulla
Camera aristocratica, e l'equilibrio fra esse due non è più che una
mostra ed una apparenza. Ciò prova che in tutta Europa il modo di
costituir bene una Camera Alta, e dotarla quanto bisogna d'indipendenza
e di morale efficacia, è problema non risoluto; e potea forse recare un
profitto non lieve a tutta la civiltà il prendere tempo per consultare
l'ingegno degl'Italiani. Ma noi riveriamo ora la legge quale ci viene
promulgata e largita; e solo preghiamo novellamente tutti coloro che
intendono a sviluppare e perfezionare i nuovi istituti, a credere meno
alla sapienza straniera, e alquanto di più al naturale criterio e alle
fortunate ispirazioni del Genio Italiano.