8 febbrajo 1848.

In Francia nella Camera dei Deputati non d'altra cosa s'è ragionato

e discusso per due giorni interi, salvo che d'Italia e del suo

pieno risorgimento. Secondo il costume, i discorsi sono stati a

mostra d'ingegno e a sfogo dell'animo, non a mutare una virgola

nell'allocuzione o indirizzo, come ora il chiamano. Ciò nondimeno, alla

causa italiana non nuoce aver sentito pronunziare parole caldissime

in suo favore; e noi dobbiamo ringraziamenti a quei molti oratori

che hanno provato di amarci, e in particolar modo al Lamartine ed

al Thiers. Certo, quando il primo ha descritto lo spirito nazionale

italiano sempre vivo e rinascente, e il secondo ha versato a man

piene la lode sul nostro sforzo ordinato e gagliardo per attingere

la indipendenza e rinverdire la gloria degli avi, ardea nel lor

favellare una fiamma che rade volte sfavilla al presente nelle arringhe

parlamentarie francesi. Così pure, quando Thiers ha mosso discorso di

Palermo bombardata e delle uccisioni di Milano, e quando per simili

atti ha chiesto che in fondo al cuore di tutti i buoni sorga e ferva

quello sdegno giustissimo che per simili altre scelleratezze ha

commosso l'Europa, subito è parso eloquente e sublime, perchè i santi e

incancellabili dritti dell'uomo tuonavano sulle sue labbra. Per ciò noi

gli condoniamo quell'eccesso di orgoglio francese, per non dir vanità,

il quale gli fe pronunziare, che ogni cosa in Italia, qualora non sia

per le mani stesse della Francia operato, è, del sicuro, operato dal

Genio di lei. Tocca a noi di fare che ciò non sia, e che il solo Genio

italiano presieda alle sorti italiane.

Quanto è poi ai termini stessi della controversia, bisogna con molta

cura distinguere ciò che s'attiene direttamente alla Francia, e alla

lunga ed aspra contesa che l'opposizione sostiene contro il Guizot,

distinguere, dico, e separar l'uno e l'altro, dall'estimazione e

giudicio che dee farne l'Italia per sua propria norma ed utilità.

Il Guizot, nella discussione intorno le cose d'Italia, esponeva con

nettezza e franchezza maggiore che per addietro le massime direttive di

sua politica, o vogliam dire della politica di Luigi Filippo.

«Il nostro governo si fa debito, diceva egli, di conservare i fatti

consumati e accettati, e i diritti perdurabili e positivi; e ciò

per iscansare le rivoluzioni e le guerre. Esso accoglie, pertanto,

i trattati quali sussistono, e quelli del 15 specialmente, perchè

sono base dell'ordine moderno europeo. Esso vive, non che in pace ma

in osservanza e amicizia con tutti i governi, e combatte dove può e

quantunque può la demagogia. Se a Cracovia l'Austria ruppe i trattati,

noi ben l'avremo in memoria: ma non per ciò imiteremo lei ed i suoi

colleghi nell'infrazione dei patti. Abbiam usato in Italia il massimo

d'ogni sforzo per ajutare le riforme: più là v'è la guerra, la qual non

vogliamo e non possiamo volere. Ogni acquisto o perdita di territorio

trascina oggi a conflitto tutte le armi d'Europa: l'Austria assalita

sul Po non difenderebbesi sola.»

Queste e altrettali ragioni rispondeva il Guizot al Lamartine ed

al Thiers; ragioni connesse con un sistema il quale non rispondendo

all'esigenze naturali e legittime dei Francesi, è per la forza logica

stessa de' suoi principj pervenuto a conseguenze che sentono del

paradosso; e tra le quali poi il Guizot, passionato più che non sembra,

meschia non poche amplificazioni: e tale è senza dubbio quell'accusa

perpetua di radicalismo che scaglia sulla Penisola, e quel dire che

v'ha un partito gagliardo fra noi, a cui sta in mente di menare il

Pontefice a rimpastare tutta l'Italia e costituirvi un reggimento

quasi repubblicano. D'altra parte, la medesima esagerazione lo muove

a chiamar l'Austria del dolce nome di amica e di collegata, e lodarla

segnatamente di molta moderazione, e del compiacimento sincero che

prova per le riforme che vede altrove attuarsi.

Ma persuadiamoci bene, che non si confuta e non si atterra tutto

un sistema politico, salvo che contrapponendolo ad uno od a più, i

quali oltre al mostrarsi connessi e coordinati in ciascuna parte,

debbono eziandio comparire pratici ed operabili, e insegnar la guisa

di adempiere il lor disegno speditamente e con somma probabilità

di successo. Ora, a nostro giudicio, questo non fu mai definito e

insegnato dagli oratori della sinistra in modo chiaro e persuasivo; e

i discorsi facondi e splendidi loro negano e distruggono (la più parte

almeno) ma non edificano; e percuotono l'avversario di piatto ma non di

punta, ne' fianchi ma non mai nel mezzo del petto.

Voi temete sopra ogni cosa, noi diremmo al Guizot, le rivoluzioni

e le guerre: ma gli è agevole ritorcere contro di voi gli argomenti

vostri medesimi; perchè, sempre l'Europa vivrà in giusto sospetto e

paura delle rivoluzioni, e però delle guerre, infino a che i diritti

di molte nazioni sieno conculcati, e il gius delle genti non nel

bene comune e durabile, ma nella prepotenza di pochi avrà base. Tra

il rompere e il calpestare i trattati, ovvero osservarli pur come

stanno, e volerli intangibili e inviolabili, corre molto intervallo;

e vi giace in mezzo ciò che è sol degno d'una sì gran nazione come la

Francia, vale a dire osservare i trattati e chiederne e conseguirne

alla fine le necessarie modificazioni, e che le parti affatto sleali

ed inique ne vengan rescisse. Del pari, v'à qualche cosa in mezzo

tra il rispettare ciecamente la lettera dei trattati quando da tutti

i contraenti si faccia il simile, e rispettarli con tale scrupolo

quando gli altri, occorrendo, li trasgrediscono. Delle due parti che

compongono l'influenza politica esterna, cioè di quella che esercitar

si vuole sui re, e dell'altra ch'esercitar si vuole sui popoli, voi

sempre ed unicamente pensaste alla prima, e la seconda avete distrutta.

Eppure, in questa soltanto è la forza e grandezza morale della nazione

francese. Se in diciassette anni di pace non à la vostra diplomazia

saputo o voluto far nulla per emendare i trattati e porgere mano alle

nazioni che soffrono, voi brillate a giusta ragione fra i filosofi e

i cattedranti, ma uomo di Stato non siete. E se la paura delle guerre

e delle rivoluzioni dee fare immobile la politica e perpetuar le

ingiustizie, converrebbe chiamare la diplomazia un'arte deplorevole di

eternare il male e fare impossibile il bene.

A queste conclusioni, o ad altre poco diverse, è giunto sempre il

nostro pensiero, quante volte si è fermato a considerare la lite

acerba e ostinata che ferve da tanti anni in Francia tra il ministero

e l'opposizione. Ma riducendo ora il discorso alle cose nostre e al

giudicio che far dobbiamo di quei caldi dibattimenti, rispetto al

bene della causa italiana, ci sembra poter fermare le proposizioni che

seguono.

Le moltitudini in Francia sono inchinevoli e favorevoli alla causa

italiana.

Il ministero vuol conciliare due cose troppo nemiche; la sua buona

colleganza con l'Austria, e l'ajuto al risorgimento italiano.

Ad ogni modo, egli non potrà combatterlo scopertamente, nè avversar

molto i Principi nostri nel proposito saldo che ànno di concedere

maggiori franchigie e statuti rappresentativi.

L'Inghilterra ci favoreggia più alla scoperta e senza ritegni, e solo

domanda che non si rompa lo statu quo, in risguardo della possessione

di territorio.

Ma rotto che fosse, non moverebbe l'armi per ristorarlo.

Il ministero francese, quand'anco volesse in quel caso stare dal lato

dell'Austria, non par probabile che il potesse, perchè troppa ingiuria

recherebbe ai sentimenti liberali di sua nazione.

A noi, dunque, rimane arbitrio di proseguire nel cammino di libertà

in ciascuno Stato non sottomesso alla forza austriaca. In caso poi

di conflitto, ciò che par possibile a prevedere si è, che l'Europa

rimarrebbesi spettatrice. Nè altro noi domandiamo: l'Italia farà da sè.

La diplomazia europea non ci recherà, dunque, nè molto bene nè molto

male. Uniti ed armati, d'ogni nemico trionferemo, d'ogni impresa

verremo a capo; disuniti e sprovvisti, a niuno darem suggezione,

e s'aprirà di nuovo il mercato del nostro sangue e delle nostre

provincie.

(Dalla _Lega Italiana_.)

Scritti politici · 第 118 / 310 题