In Francia nella Camera dei Deputati non d'altra cosa s'è ragionato
e discusso per due giorni interi, salvo che d'Italia e del suo
pieno risorgimento. Secondo il costume, i discorsi sono stati a
mostra d'ingegno e a sfogo dell'animo, non a mutare una virgola
nell'allocuzione o indirizzo, come ora il chiamano. Ciò nondimeno, alla
causa italiana non nuoce aver sentito pronunziare parole caldissime
in suo favore; e noi dobbiamo ringraziamenti a quei molti oratori
che hanno provato di amarci, e in particolar modo al Lamartine ed
al Thiers. Certo, quando il primo ha descritto lo spirito nazionale
italiano sempre vivo e rinascente, e il secondo ha versato a man
piene la lode sul nostro sforzo ordinato e gagliardo per attingere
la indipendenza e rinverdire la gloria degli avi, ardea nel lor
favellare una fiamma che rade volte sfavilla al presente nelle arringhe
parlamentarie francesi. Così pure, quando Thiers ha mosso discorso di
Palermo bombardata e delle uccisioni di Milano, e quando per simili
atti ha chiesto che in fondo al cuore di tutti i buoni sorga e ferva
quello sdegno giustissimo che per simili altre scelleratezze ha
commosso l'Europa, subito è parso eloquente e sublime, perchè i santi e
incancellabili dritti dell'uomo tuonavano sulle sue labbra. Per ciò noi
gli condoniamo quell'eccesso di orgoglio francese, per non dir vanità,
il quale gli fe pronunziare, che ogni cosa in Italia, qualora non sia
per le mani stesse della Francia operato, è, del sicuro, operato dal
Genio di lei. Tocca a noi di fare che ciò non sia, e che il solo Genio
italiano presieda alle sorti italiane.
Quanto è poi ai termini stessi della controversia, bisogna con molta
cura distinguere ciò che s'attiene direttamente alla Francia, e alla
lunga ed aspra contesa che l'opposizione sostiene contro il Guizot,
distinguere, dico, e separar l'uno e l'altro, dall'estimazione e
giudicio che dee farne l'Italia per sua propria norma ed utilità.
Il Guizot, nella discussione intorno le cose d'Italia, esponeva con
nettezza e franchezza maggiore che per addietro le massime direttive di
sua politica, o vogliam dire della politica di Luigi Filippo.
«Il nostro governo si fa debito, diceva egli, di conservare i fatti
consumati e accettati, e i diritti perdurabili e positivi; e ciò
per iscansare le rivoluzioni e le guerre. Esso accoglie, pertanto,
i trattati quali sussistono, e quelli del 15 specialmente, perchè
sono base dell'ordine moderno europeo. Esso vive, non che in pace ma
in osservanza e amicizia con tutti i governi, e combatte dove può e
quantunque può la demagogia. Se a Cracovia l'Austria ruppe i trattati,
noi ben l'avremo in memoria: ma non per ciò imiteremo lei ed i suoi
colleghi nell'infrazione dei patti. Abbiam usato in Italia il massimo
d'ogni sforzo per ajutare le riforme: più là v'è la guerra, la qual non
vogliamo e non possiamo volere. Ogni acquisto o perdita di territorio
trascina oggi a conflitto tutte le armi d'Europa: l'Austria assalita
sul Po non difenderebbesi sola.»
Queste e altrettali ragioni rispondeva il Guizot al Lamartine ed
al Thiers; ragioni connesse con un sistema il quale non rispondendo
all'esigenze naturali e legittime dei Francesi, è per la forza logica
stessa de' suoi principj pervenuto a conseguenze che sentono del
paradosso; e tra le quali poi il Guizot, passionato più che non sembra,
meschia non poche amplificazioni: e tale è senza dubbio quell'accusa
perpetua di radicalismo che scaglia sulla Penisola, e quel dire che
v'ha un partito gagliardo fra noi, a cui sta in mente di menare il
Pontefice a rimpastare tutta l'Italia e costituirvi un reggimento
quasi repubblicano. D'altra parte, la medesima esagerazione lo muove
a chiamar l'Austria del dolce nome di amica e di collegata, e lodarla
segnatamente di molta moderazione, e del compiacimento sincero che
prova per le riforme che vede altrove attuarsi.
Ma persuadiamoci bene, che non si confuta e non si atterra tutto
un sistema politico, salvo che contrapponendolo ad uno od a più, i
quali oltre al mostrarsi connessi e coordinati in ciascuna parte,
debbono eziandio comparire pratici ed operabili, e insegnar la guisa
di adempiere il lor disegno speditamente e con somma probabilità
di successo. Ora, a nostro giudicio, questo non fu mai definito e
insegnato dagli oratori della sinistra in modo chiaro e persuasivo; e
i discorsi facondi e splendidi loro negano e distruggono (la più parte
almeno) ma non edificano; e percuotono l'avversario di piatto ma non di
punta, ne' fianchi ma non mai nel mezzo del petto.
Voi temete sopra ogni cosa, noi diremmo al Guizot, le rivoluzioni
e le guerre: ma gli è agevole ritorcere contro di voi gli argomenti
vostri medesimi; perchè, sempre l'Europa vivrà in giusto sospetto e
paura delle rivoluzioni, e però delle guerre, infino a che i diritti
di molte nazioni sieno conculcati, e il gius delle genti non nel
bene comune e durabile, ma nella prepotenza di pochi avrà base. Tra
il rompere e il calpestare i trattati, ovvero osservarli pur come
stanno, e volerli intangibili e inviolabili, corre molto intervallo;
e vi giace in mezzo ciò che è sol degno d'una sì gran nazione come la
Francia, vale a dire osservare i trattati e chiederne e conseguirne
alla fine le necessarie modificazioni, e che le parti affatto sleali
ed inique ne vengan rescisse. Del pari, v'à qualche cosa in mezzo
tra il rispettare ciecamente la lettera dei trattati quando da tutti
i contraenti si faccia il simile, e rispettarli con tale scrupolo
quando gli altri, occorrendo, li trasgrediscono. Delle due parti che
compongono l'influenza politica esterna, cioè di quella che esercitar
si vuole sui re, e dell'altra ch'esercitar si vuole sui popoli, voi
sempre ed unicamente pensaste alla prima, e la seconda avete distrutta.
Eppure, in questa soltanto è la forza e grandezza morale della nazione
francese. Se in diciassette anni di pace non à la vostra diplomazia
saputo o voluto far nulla per emendare i trattati e porgere mano alle
nazioni che soffrono, voi brillate a giusta ragione fra i filosofi e
i cattedranti, ma uomo di Stato non siete. E se la paura delle guerre
e delle rivoluzioni dee fare immobile la politica e perpetuar le
ingiustizie, converrebbe chiamare la diplomazia un'arte deplorevole di
eternare il male e fare impossibile il bene.
A queste conclusioni, o ad altre poco diverse, è giunto sempre il
nostro pensiero, quante volte si è fermato a considerare la lite
acerba e ostinata che ferve da tanti anni in Francia tra il ministero
e l'opposizione. Ma riducendo ora il discorso alle cose nostre e al
giudicio che far dobbiamo di quei caldi dibattimenti, rispetto al
bene della causa italiana, ci sembra poter fermare le proposizioni che
seguono.
Le moltitudini in Francia sono inchinevoli e favorevoli alla causa
italiana.
Il ministero vuol conciliare due cose troppo nemiche; la sua buona
colleganza con l'Austria, e l'ajuto al risorgimento italiano.
Ad ogni modo, egli non potrà combatterlo scopertamente, nè avversar
molto i Principi nostri nel proposito saldo che ànno di concedere
maggiori franchigie e statuti rappresentativi.
L'Inghilterra ci favoreggia più alla scoperta e senza ritegni, e solo
domanda che non si rompa lo statu quo, in risguardo della possessione
di territorio.
Ma rotto che fosse, non moverebbe l'armi per ristorarlo.
Il ministero francese, quand'anco volesse in quel caso stare dal lato
dell'Austria, non par probabile che il potesse, perchè troppa ingiuria
recherebbe ai sentimenti liberali di sua nazione.
A noi, dunque, rimane arbitrio di proseguire nel cammino di libertà
in ciascuno Stato non sottomesso alla forza austriaca. In caso poi
di conflitto, ciò che par possibile a prevedere si è, che l'Europa
rimarrebbesi spettatrice. Nè altro noi domandiamo: l'Italia farà da sè.
La diplomazia europea non ci recherà, dunque, nè molto bene nè molto
male. Uniti ed armati, d'ogni nemico trionferemo, d'ogni impresa
verremo a capo; disuniti e sprovvisti, a niuno darem suggezione,
e s'aprirà di nuovo il mercato del nostro sangue e delle nostre
provincie.
(Dalla _Lega Italiana_.)