Alle concessioni di re Ferdinando si è fatto mal viso, non solo perchè
carpite a lui dalla subita paura, ma pel medesimo essere loro. Elle
aggiungono qualche larghezza e perfezionamento a quegl'istituti che
da ormai quarant'anni non diciamo governano il Regno, ma dimorano
scritti nelle sue leggi. Ognun sa che dal 1821 in poi è durata in
Napoli questa contraddizione sconcissima; leggi e istituti, cioè,
tanto buoni quanto possono stare in assoluta monarchia, e un Governo
ed una amministrazione pessima e inemendabile. E a ciò ha dato cagione
principalmente la veemenza sconsigliatissima con cui tutta l'opera
del 21 fu atterrata e distrutta. Da indi in poi, i reggitori di quelle
provincie hanno comandato ed amministrato a guisa di setta, e con la
diffidenza e la rabbia di una fazione che schiaccia la sua contraria
e lasciasi vincere alla paura. Questa ha fatto che il reprimento e
le concussioni eccederono tutti i termini comportabili; e d'altra
parte, i pensieri di libertà erano penetrati così addentro nell'animo
dell'universale, che il Governo non ebbe intorno di sè, salvo che i più
ignoranti od i più corrotti.
Così gl'istituti ottimi di cui fu fornita la monarchia, son rimasti
una lettera morta; e le poche larghezze che ora v'aggiunge il re,
sono comparse agli occhi del popolo come membra vive appiccate a un
gran corpo cangrenoso e disfatto. Per farli utili ed accettevoli,
conveniva, la prima cosa, chiamare al governo persone di fama integra
e di spiriti liberali, e però capaci di render vigore al cadavere delle
leggi: oltrechè avrebbero cominciato da ciò che è prima e fondamentale
necessità d'ogni accordo in quel regno; vogliamo dire dal ricondurre
negli animi un po' di fiducia, la quale n'è tutta uscita da lungo
tempo, ed a gran ragione.
Da tutto ciò è proceduto che ai nuovi decreti di Ferdinando, non pure
i Siciliani insorti, ma i popoli ancora di qua dal Faro, ne' quali si
stimava essere maggiore arrendevolezza, sembrano voler tutti rispondere
fieramente: «gli è troppo tardi;» terribil parola che muta e travolge
affatto il movimento delle cose italiane. Già l'animo infiammato
dei giovani esulta; già nella baldanza de' lor pensamenti e de' lor
desiderj applaudono ai nuovi successi, e gridano pure a noi, fautori e
propugnatori dell'ordinata e progressiva rigenerazione: «gli è troppo
tardi.»
Dunque, la ostinazione cieca d'un solo uomo avrà potuto non che mettere
a repentaglio la sua corona e sè stesso, ma la concordia e salute
di tutta l'Italia? Dunque, un risorgere così bello per misuratezza e
virtù, e degno d'essere dato ad esempio in ogni secolo ad ogni popolo,
verrà guasto e annullato dalla colpa di un solo? Quell'amicizia e
cooperazione mirabile di tutti gli ordini, quel consenso perfetto e
continuo di tutti gli animi, quella fratellevole congiunzione d'ogni
città, di ogni provincia, d'ogni Stato, non fia possibile salvare
in alcuna guisa dalla procella che, scoppiata nel mezzogiorno, non
tarderà guari ad invadere tutto il cielo italiano? Se ciò è destino,
non sì ammirino i lettori nostri sentendoci tornare più d'una volta
sulle medesime lamentazioni. Chè mai l'Italia non aveva visto e goduto
di giorni non dico sì fatti ma neppur somiglianti. Nel clero come ne'
laici, nella plebe e nei rozzi come nei dotti e civili, dalle officine
ai palazzi, dalle città ai villaggi, sempre, per ogni luogo ed in tutti
era un sol sentimento; la gioja, vo' dire, del nuovo stato, e la certa
e dolce speranza di veder fra breve l'Italia intera tornata libera e
grande. Nelle feste il pudore e il contegno, nella vita pubblica la
moderazione e l'ossequio alle leggi, in ogni atto politico la pietà
religiosa e la santità e pompa dei riti cattolici. Un aspettare non
inquieto, un domandare dignitoso, un obbedire ragionevole, un giudicare
assennato, un armarsi ed apparecchiarsi senza tumulti e con precoce
maturità di pensieri e d'affetti. E tutto ciò sparirà, dunque, in
un giorno? Tanto merito di prudenza, tanta fatica per riparare agli
eccessi, sì lungo studio per evitarli, finirà (com'è da temere)
nello scompiglio e nel sangue? Noi, benchè quasi sentiamo il rumore
dell'armi e le grida delle insorte popolazioni, benchè ogni corriere
e ogni nave che giunge rechi nuove più gravi e più avverse alla pace
e alla conciliazione, noi non possiamo disperarne del tutto, e mai non
caleremo il vessillo onorato che poco avanti spiegammo.
I mali sono profondi: mano, dunque, agli eroici rimedj. Tre ne
proporremo fallibili ed efficaci. L'intervenzione del Pontefice; la
immediata istituzione per tutto il Regno della Guardia Cittadina;
l'abdicazione di Ferdinando in favore del suo figliuolo.
Se il re di Napoli invece di comparire ne' nostri tempi, fosse nato
in quelli favolosi di Grecia e uscito dalla famiglia de' Pelopidi o
degli Atridi, i poeti, parlando di lui, avrebbero immaginato che tutte
tre le Eumenidi siedono invisibili accanto di lui, accecandolo in ogni
consiglio ed in ogni impresa, per vendicare e punire nella persona sua
molti ed antichi misfatti.
Molte fïate già piansero i figli
Per le colpe de' padri.
Certo è che ogni cosa ha pensato ed eseguito a rovescio; e quando era
bello di resistere ha conceduto, e quando di concedere ha resistito.
Mai nè i tempi nè gli uomini, nè il valor delle cose, nè i pensieri
e le esigenze del secolo gli sono comparse nell'aspetto loro verace e
istruttivo. Sedici anni d'impero assoluto, invece d'illuminarlo, son
venuti vieppiù annebbiando la non molta intelligenza che à da natura.
Al presente, a lui mancano per intero i due soli mezzi d'ogni regno
e d'ogni comando, il farsi amare o il farsi temere; e similmente, gli
vien fallita quella facoltà che è base e strumento d'ogni transazione
e riconciliazione, il dare e il ricever fiducia. Per nostro avviso, è
necessità suprema di fatto, che re Ferdinando abdichi volontariamente,
e lasci in suo luogo il figliuolo con una reggenza. Noi ripiglieremo
presto il discorso e la trattazione di sì grave materia.
(Dalla _Lega Italiana_.)