27 gennajo.

Alle concessioni di re Ferdinando si è fatto mal viso, non solo perchè

carpite a lui dalla subita paura, ma pel medesimo essere loro. Elle

aggiungono qualche larghezza e perfezionamento a quegl'istituti che

da ormai quarant'anni non diciamo governano il Regno, ma dimorano

scritti nelle sue leggi. Ognun sa che dal 1821 in poi è durata in

Napoli questa contraddizione sconcissima; leggi e istituti, cioè,

tanto buoni quanto possono stare in assoluta monarchia, e un Governo

ed una amministrazione pessima e inemendabile. E a ciò ha dato cagione

principalmente la veemenza sconsigliatissima con cui tutta l'opera

del 21 fu atterrata e distrutta. Da indi in poi, i reggitori di quelle

provincie hanno comandato ed amministrato a guisa di setta, e con la

diffidenza e la rabbia di una fazione che schiaccia la sua contraria

e lasciasi vincere alla paura. Questa ha fatto che il reprimento e

le concussioni eccederono tutti i termini comportabili; e d'altra

parte, i pensieri di libertà erano penetrati così addentro nell'animo

dell'universale, che il Governo non ebbe intorno di sè, salvo che i più

ignoranti od i più corrotti.

Così gl'istituti ottimi di cui fu fornita la monarchia, son rimasti

una lettera morta; e le poche larghezze che ora v'aggiunge il re,

sono comparse agli occhi del popolo come membra vive appiccate a un

gran corpo cangrenoso e disfatto. Per farli utili ed accettevoli,

conveniva, la prima cosa, chiamare al governo persone di fama integra

e di spiriti liberali, e però capaci di render vigore al cadavere delle

leggi: oltrechè avrebbero cominciato da ciò che è prima e fondamentale

necessità d'ogni accordo in quel regno; vogliamo dire dal ricondurre

negli animi un po' di fiducia, la quale n'è tutta uscita da lungo

tempo, ed a gran ragione.

Da tutto ciò è proceduto che ai nuovi decreti di Ferdinando, non pure

i Siciliani insorti, ma i popoli ancora di qua dal Faro, ne' quali si

stimava essere maggiore arrendevolezza, sembrano voler tutti rispondere

fieramente: «gli è troppo tardi;» terribil parola che muta e travolge

affatto il movimento delle cose italiane. Già l'animo infiammato

dei giovani esulta; già nella baldanza de' lor pensamenti e de' lor

desiderj applaudono ai nuovi successi, e gridano pure a noi, fautori e

propugnatori dell'ordinata e progressiva rigenerazione: «gli è troppo

tardi.»

Dunque, la ostinazione cieca d'un solo uomo avrà potuto non che mettere

a repentaglio la sua corona e sè stesso, ma la concordia e salute

di tutta l'Italia? Dunque, un risorgere così bello per misuratezza e

virtù, e degno d'essere dato ad esempio in ogni secolo ad ogni popolo,

verrà guasto e annullato dalla colpa di un solo? Quell'amicizia e

cooperazione mirabile di tutti gli ordini, quel consenso perfetto e

continuo di tutti gli animi, quella fratellevole congiunzione d'ogni

città, di ogni provincia, d'ogni Stato, non fia possibile salvare

in alcuna guisa dalla procella che, scoppiata nel mezzogiorno, non

tarderà guari ad invadere tutto il cielo italiano? Se ciò è destino,

non sì ammirino i lettori nostri sentendoci tornare più d'una volta

sulle medesime lamentazioni. Chè mai l'Italia non aveva visto e goduto

di giorni non dico sì fatti ma neppur somiglianti. Nel clero come ne'

laici, nella plebe e nei rozzi come nei dotti e civili, dalle officine

ai palazzi, dalle città ai villaggi, sempre, per ogni luogo ed in tutti

era un sol sentimento; la gioja, vo' dire, del nuovo stato, e la certa

e dolce speranza di veder fra breve l'Italia intera tornata libera e

grande. Nelle feste il pudore e il contegno, nella vita pubblica la

moderazione e l'ossequio alle leggi, in ogni atto politico la pietà

religiosa e la santità e pompa dei riti cattolici. Un aspettare non

inquieto, un domandare dignitoso, un obbedire ragionevole, un giudicare

assennato, un armarsi ed apparecchiarsi senza tumulti e con precoce

maturità di pensieri e d'affetti. E tutto ciò sparirà, dunque, in

un giorno? Tanto merito di prudenza, tanta fatica per riparare agli

eccessi, sì lungo studio per evitarli, finirà (com'è da temere)

nello scompiglio e nel sangue? Noi, benchè quasi sentiamo il rumore

dell'armi e le grida delle insorte popolazioni, benchè ogni corriere

e ogni nave che giunge rechi nuove più gravi e più avverse alla pace

e alla conciliazione, noi non possiamo disperarne del tutto, e mai non

caleremo il vessillo onorato che poco avanti spiegammo.

I mali sono profondi: mano, dunque, agli eroici rimedj. Tre ne

proporremo fallibili ed efficaci. L'intervenzione del Pontefice; la

immediata istituzione per tutto il Regno della Guardia Cittadina;

l'abdicazione di Ferdinando in favore del suo figliuolo.

Se il re di Napoli invece di comparire ne' nostri tempi, fosse nato

in quelli favolosi di Grecia e uscito dalla famiglia de' Pelopidi o

degli Atridi, i poeti, parlando di lui, avrebbero immaginato che tutte

tre le Eumenidi siedono invisibili accanto di lui, accecandolo in ogni

consiglio ed in ogni impresa, per vendicare e punire nella persona sua

molti ed antichi misfatti.

Molte fïate già piansero i figli

Per le colpe de' padri.

Certo è che ogni cosa ha pensato ed eseguito a rovescio; e quando era

bello di resistere ha conceduto, e quando di concedere ha resistito.

Mai nè i tempi nè gli uomini, nè il valor delle cose, nè i pensieri

e le esigenze del secolo gli sono comparse nell'aspetto loro verace e

istruttivo. Sedici anni d'impero assoluto, invece d'illuminarlo, son

venuti vieppiù annebbiando la non molta intelligenza che à da natura.

Al presente, a lui mancano per intero i due soli mezzi d'ogni regno

e d'ogni comando, il farsi amare o il farsi temere; e similmente, gli

vien fallita quella facoltà che è base e strumento d'ogni transazione

e riconciliazione, il dare e il ricever fiducia. Per nostro avviso, è

necessità suprema di fatto, che re Ferdinando abdichi volontariamente,

e lasci in suo luogo il figliuolo con una reggenza. Noi ripiglieremo

presto il discorso e la trattazione di sì grave materia.

(Dalla _Lega Italiana_.)

Scritti politici · 第 93 / 310 题