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Dio protegge l'Italia; e perchè veggasi viemeglio che tutta opera delle

sue mani è il risorgimento di lei generoso e incolpabile, l'ha lasciata

gire fin sull'orlo estremo ove s'apre l'abisso delle rivoluzioni e

della guerra intestina; e poi tutt'a un tratto ne la ritrae, mutando

con salutari paure le volontà pertinaci, e schiudendo la via delle

conciliazioni e dei provvidi consigli.

Ieri l'anima nostra gemeva nel lutto; oggi si riconforta e quasi gode

e trionfa, non perchè non sovrastino ancora pericoli gravi e timori di

nuovo inciampo e di nuovo sangue, ma perchè a tali timori e pericoli

v'è tempo e modo di riparare, ed è validissima la speranza del buon

successo.

Il re di Napoli fa promessa d'un'amnistia; concede a' suoi Stati

larghezza di stampa; aumenta le pertinenze e prerogative della Consulta

di Stato; accresce il numero dei Consultori e cávali da ogni condizione

di cittadini; dilata le facoltà dei Consigli provinciali, e dà loro

adito alla Consulta di Stato.

Commette ad essa Consulta di far la proposta d'un ordinamento nuovo

di Municipj, al quale dia base: _1º La libera elezione dei Decurioni

conferita agli Elettori; 2º Ogni attribuzione deliberativa conceduta ai

Consigli comunali; 3º Ogni incarico di esecuzione affidato ai Sindaci._

Con altro decreto, re Ferdinando concede ai Siciliani governo,

amministrazione ed esercito proprio, rimettendo in atto ciò che fu

statuito nel 1816; epoca dolorosa per l'Isola, dacchè in quell'anno

appunto fu consumato l'annullamento della Costituzione siculo-inglese.

Di tal regio decreto noi prendiamo consolazione, non perchè ottimo,

spiacendoci forte la divisione nuova che ne risulta tra le due

Provincie italiane, ma perchè ne dee conseguire almeno un pronto

armistizio, e guadagnasi tempo ed agio ad usare mezzi più efficaci e

più accomodati per ricondurre la pace, l'unione e l'affratellamento.

Noi, dunque, non avemmo il torto a sperare che il moto pacifico e

progressivo della nostra rigenerazione, benchè scomposto e quasi

interrotto, poteva essere ancora raddrizzato e riordinato. I tempi

corrono velocissimi, e i casi nostri s'incalzano e quasi direi

s'accavalcano; onde ai provvedimenti d'un giorno convien dare il dì

dopo modificazione ed assetto nuovo: ma la sostanza non muta, e bisogno

è tuttora d'un morale intervenimento.

Quel che sappiamo finora delle tarde concessioni di re Ferdinando in

risguardo della Sicilia, non dà certezza di credere che gl'insorti

s'accheteranno e terrannosi per soddisfatti. Sembra, in quel cambio,

probabile assai, che, poichè sono in armi e non domi, ei richiedano la

Costituzione loro del 1812, giurata da Ferdinando il vecchio, e poscia

da lui sospesa e infine abolita di proprio arbitrio. Oltrechè, non

può il rimanente d'Italia vedere senza rammarico, che nel regno delle

Due Sicilie risorga di nuovo uno stato nello stato, invece di quella

unità di governo e perfetta riunione di membra che una larga e libera

legislazione potea solo ottenere. Molti nodi pertanto sono ancora

da sciogliere, ed è nostro debito di procacciare che non li tagli

la spada, nè la malvagità e l'ostinazione li ravviluppi, ma l'amore

ingegnoso e paziente della concordia e dell'italiana fraternità si

travagli e sudi a disfarli. Disponiamoci ad ogni maniera di sacrificj,

ricorriamo ad ogni spediente, imploriamo ogni ajuto così dal Pontefice

come dai principi della Lega; e niuna cosa rimanga intentata, perchè

lo straniero nè perturbi nè si intrometta nelle nostre faccende, e gli

estremi e sanguinosi cimenti sieno rimossi e fatti impossibili.

Noi non vogliamo sollevazioni e guerra intestina: ecco quello che

intese significare il Memoriale nostro al Pontefice. Noi non le

vogliamo, e con tutte le forze dell'animo, e con quanti mezzi legittimi

e usabili sono in nostro arbitrio, le allontaneremo da noi. Perchè,

tralasciando il discutere de' diritti e de' principj, e ragionando

solo di pratica, a noi sta fermamente fitto in pensiere, che l'Italia

di sconvolgimenti gravi e funesti è capace pur troppo, ma di vera e

generale rivoluzione non mai; e s'anco potesse farla, impossibile le

sarebbe condurla a buon fine: quindi gli stranieri disporrebbero a

lor talento delle sue sorti, rompendo e impedendo con forza e violenza

bestiale il suo felice comporsi in essere di nazione. Sta poi del pari

nel nostro animo una fede saldissima, che posto che tutti coloro i

quali assentono a tal verità vogliano porsi all'atto di scostare con

ogni mezzo e sperdere la tempesta delle rivoluzioni e dei sanguinosi

conflitti, ei del sicuro riusciranno nel nobile intento, raccogliendosi

in loro (per quel che pensiamo) la prevalenza altresì del numero,

e potendosi dalla volontà universale onesta e operosa trovar sempre

qualche riparo ai pubblici danni e qualche sorta di compromesso tra le

parti contendenti. E questo fu il secondo significato del Memoriale

nostro al Pontefice; conciossiachè l'esperienza fa, pur troppo,

vedere che ne' momenti difficili e quando l'azione de' buoni diventa

più necessaria, come ora in Italia, ella suole invece far difetto,

o almeno rallentarsi e rattiepidirsi, perchè la bontà comune non è

coraggiosa, e la comune virtù più presto s'astiene dal male di quello

che osi attuare il bene: quindi accade che gli spiriti turbolenti o

fanatici tengono solo il campo e sgomentano gli avversarj. Noi, dunque,

intendemmo e tuttora intendiamo di fare ai probi e savj Italiani una

chiamata solenne in quest'ora quasi direi formidabile, in cui l'Italia

può correr rischio di lasciare le vie di progresso pacifico e di mutua

confidenza, per entrare alla cieca nei cupi e inestricabili labirinti

delle rivoluzioni; alla porta dei quali, per seguitar la metafora, sta

un mostro biforme: cioè la discordia civile e l'intervento straniero,

pronto ed armato ad uccidere chi per avventura ne uscisse salvo.

Iddio, inverso l'Italia misericordioso, dischiude, dicemmo, fra le

tenebre che s'addensavano sopra il Regno una via di luce che mena a

salvezza. Guai, se tutti i prudenti e gli onesti non entrano in quella.

Ora fa d'uopo risolvere, e non occorrono declamazioni e sofismi. In

noi pure è il senso delle passioni generose, e freme in petto a noi

pure l'odio sacro e veemente contro i tiranni; a noi pure vengono

a schifo le prepotenze soldatesche, le bindolerie de' diplomatici,

e la fiacchezza e ignoranza del volgo. Ma più che la passione e il

risentimento, più che il desiderio del meglio e della perfetta libertà,

più d'ogni cosa, insomma, e più di noi stessi abbiamo a cuore la salute

estrema d'Italia.

Ripetiamo, pertanto, che gli è gran mestieri ordinare tutte le forze

morali omogenee, e raccogliere tutti i pensieri e gli affetti comuni,

onde n'esca poi l'unità e l'efficacia delle opere. Probabilmente,

non sono ancora di là dal Faro cadute le armi di mano de' sollevati,

e forse vi dura un'ira profonda e implacabile, una diffidenza cupa

e troppo scusabile, una voglia cocente di certe e irrevocabili

guarentigie. Forse al re non parrà fattibile abbandonare le forme del

governo assoluto; forse per resistere ai Siciliani tenta di amicarsi i

popoli di qua dal Faro, conoscendoli di più miti pensieri e più facile

contentatura. Per ricomporre e sedare sì gran tumulti, sciogliere tanti

viluppi e a tanti e sì vecchi mali recare rimedio stabile, appena sarà

sufficiente la viva e sollecita azione e cooperazione di tutti i buoni,

nè già timida e dislegata, ma stretta, coordinata e animosa.

Noi, nell'atto di jeri l'altro, arbitrammo di seguir l'uso d'ogni buon

capitano, il quale volendo ordinar la milizia e riempierne meglio le

file, fa, innanzi ogni cosa, la chiama, e così impara quanti accorrono

e quanti mancano al suo vessillo. E noi, del pari, desiderammo

conoscere quanti fra coloro che reputano inopportune e funeste in

Italia le rivoluzioni si dispongono ad operare concordi, vigorosi e

costanti per arretrarle. I tempi son fieri, il momento è più che mai

minaccevole. Innalzi ciascuno la insegna de' principj e delle credenze

sue proprie. Noi, col Memoriale al Pontefice, abbiamo innalzata e

spiegata la nostra. Chi vuol salvare davvero l'Italia, s'accosti a

quella e combatta; se no, adocchi un'altra bandiera e sott'essa si

arruoli. Ma, per Dio, non se ne rimanga indifferente ed inerte; e pensi

alla bontà e necessità della legge ateniese, la quale nelle politiche

alterazioni faceva delitto a ciascun cittadino il ritrarsi e il non

iscegliere la sua parte.

(Dalla _Lega Italiana_.)

Scritti politici · 第 91 / 310 题