15 gennajo 1848.

Abbiamo da testimonio oculare e degno di tutta fede una narrazione

esatta e minuta dei deplorevoli casi succeduti in Milano dal 2 al 5

del mese andante. A noi par bene di farla conoscere intera, perchè in

quegli avvenimenti ogni cosa è stata grave e afflittiva, e l'Italia

debbe sdegnarsene e condolersene profondamente.

Nella mattina del 2, per effetto del divieto che il popolo milanese

ha posto a sè stesso, non incontravasi per le vie persona che

fumasse tabacco. Ma sulle undici ore uscirono fumando i commissarii

di _polizia_, parte travestiti e parte in divisa, e seguitati da

poliziotti. La plebe traea lor dietro in frotta ma silenziosa, e i

commissarii voltandosi a quella e parlandole in isconci modi, troppo

bene la provocavano, dicendo, in fra le altre cose: _vedete che noi

fumiamo, e a nessuno di voi dà l'animo d'impedirlo_. A questo il popolo

rispondeva con mormorii e con suono di fischiate. Allora i commissarii

ed i _poliziotti_ agguantavano parecchi che li seguivano più d'accosto,

menandoli in luogo d'arresto. Ma ciò non disperdendo la folla, ed anzi

ingrossandola, quelli incominciarono a malmenare ed anche a percuotere;

e verso le quattro dipoi meriggie, come moltiplicavano le pattuglie de'

_poliziotti_, così crebbero ancora i maltrattamenti; a segno che i capi

del Municipio e parecchi cittadini de' più notabili turbandosene ed

affliggendosene, lasciate le case loro, s'introdussero alla spicciolata

in mezzo alla moltitudine, affine d'interporsi autorevolmente fra essa

e le pattuglie.

Adempiendosi cotale ufficio pietoso e lodevolissimo dallo stesso

Podestà di Milano conte Casati, ei venne violentemente percosso in viso

e quindi arrestato. Poco dopo, essendo molte persone civili adunate

in contrada Santa Margherita contigua al maggior teatro, i gendarmi a

cavallo fieramente le caricavano; e perchè quelle s'erano ricoverate

di là da' quei pilastrini che reggono le catene intorno al detto

teatro, furono pure colà investite dai cacciatori tirolesi, schierati

dietro i cavalli dei gendarmi. Fra questo tempo, il conte Casati già

riconosciuto e sciolto e presto raggiunto dai suoi colleghi, lagnavasi

con giustissima indignazione degli strapazzi sofferti da lui e dal

popolo; e ricevendo dal Torresani, direttore di polizia, parole vane e

mendicate di scusa, si recò dal conte di Spaur, governatore generale

di Lombardia. Questi mostratosi dolentissimo dell'accaduto, negava

risolutamente di averci parte, e sosteneva che quelle cose non erano di

sua pertinenza e non ci poteva quasi nulla.

Così compievasi la giornata del 2. Il dì dopo era nella gente civile

molta sollecitudine di conoscere le risposte de' superiori, ma il

popolo minuto mantenevasi in quiete.

Quando, alle tre dipoi meriggie, la polizia fece appiccare su tutti i

canti un avviso, che cominciava con queste false e calunniose parole:

— «Gente _irrequieta e facinorosa_...... osava jeri d'_ingiuriare_

in pubblico tranquilli abitanti per impedir loro l'uso innocente del

fumare tabacco, e ardiva di farlo anche attruppandosi, _e violentando_

i passaggeri colti a fumare.» — Alcuno di tali avvisi fu spiccato o

lacerato forse per ira, ed altri il furono con poca o nessuna malizia

da que' monelli che, in Milano singolarmente, usano di ciò fare su

tutti i muri e d'ogni maniera di stampe. E qui non è da tacere d'un

grave accidente; e ciò è, che un agente di polizia, colto un ragazzo

nell'atto di squarciare l'avviso, lasciossi andare alla ferocia di

percuoterlo con uno stile: il qual fatto affermano e testimoniano

cittadini onorevolissimi, che di presente ne hanno scritta una

giuridica deposizione.

In quel tempo medesimo, uscivano dal Castello pattuglie di dragoni a

cavallo, comandate da soli sotto-uffiziali: e da esso Castello e dalle

caserme uscivano a torme ed alla rinfusa da circa tremila soldati, ben

caldi dal vino e con in bocca i sigari accesi. A costoro erano stati

pagati, qualche ora innanzi, denari di soldo per otto dì, e regalati

parecchi sigari e offerto vino e acquavite. L'_ordine del giorno_

esentavali dalla chiama, e gli invitava a difendere e conservare la

dignità della milizia contro a pochi perturbatori i quali pretendevano

di por divieto al fumare. Mossero sbandati per le più popolose strade,

e spargendosi nei caffè e nelle bettole, incitavano ogni sorta di gente

con lazzi, contumelie e mal viso. Sulle prime, la plebe guardando e

udendo quegli sbrigliati, maravigliava; poi, tratta da curiosità più

che da altra passione, si mise lor dietro. Ma irritata di mano in mano

da quelle ingiurie e soprusi che vedea fare, cominciò a mormorare e a

gittar fischi come il dì innanzi. Ed ecco le pattuglie si avventano

a caricare, gli agenti di polizia e i soldati sciolti snudano le

sciable e menano colpi alla cieca. Non è duello nè zuffa, ma è rabbia

e furia bestiale contro ad inermi e non resistenti. Qual tumulto ne

seguisse, quali strida ferissero l'aria, di che dolore e squallore si

riempisse di subito la città, non mi proverò a raccontare. Dai rapporti

più esatti degli spedali risulta, che v'ebbe dieci morti, e che i

feriti sommavano molte dozzine. Tra primi è il consiglier d'appello

Carlo Manganini, il quale, percosso in capo da due fendenti, spirò

sugli scalini della Galleria De Cristoforis. Era uomo sessagenario e

quietissimo. Alcuni manovali del carrozziere Giuseppe Sala, uscendo

dalla officina per girsi a coricare e scontrandosi in una di quelle

furiose pattuglie, furono strapazzati e pesti in maniera, che tre sono

morti. Il cuoco stesso del conte di Fiquelmont, in sull'entrare che

faceva da un salumajo a fornire sue spese, venne assalito ed ucciso. In

tal modo macellavansi i cittadini; ed in quel mentre stesso, il polacco

maresciallo Radetski gozzovigliava insieme col generale Scenatz e certo

Vociacoschi, polacco esso pure; e tutti e tre insieme ad ogni vittima

nuova che lor s'annunziava, mescevano e tracannavano. Nè la notte pose

termine pienamente a quella soldatesca licenza, tanto che nelle vie

più remote sull'ora tardissima scorrevano ancora que' mascalzoni, così

avvinazzati e rabbiosi com'erano, minacciando e imprecando; e guai se

taluno s'imbatteva per caso in essi.

Nei dì 4 e 5 si rinnovarono alcune violenze, e fu tra gli altri ferito

un famiglio di casa Litta. In que' giorni similmente scoppiò profonda

ed universale la indignazione, non che de' giovani e de' più risentiti,

ma di qualunque persona paziente, rassegnata e sommessa. È curioso a

sapersi, che il Fiquelmont, come lo Spaur, lavasi le mani di tutti quei

fatti, e va dichiarando di non avere facoltà e commissione bastevole

per li casi urgenti e straordinarii. Il 5, una deputazione composta

d'uomini i più ragguardevoli, fra' quali l'arcivescovo di Milano, il

conte Borromeo, il conte Giorgio Giulini e taluni altri, presentaronsi

al Vicerè, il quale accolseli secondo l'usanza con aria molto benigna;

promise di fare e di dire, e ciò pure secondo l'usanza; e congedandoli,

ripetè loro la canzone medesima dello Spaur e del Fiquelmont, cioè

a dire che non possedeva facoltà sufficienti: la qual cosa mena a

concludere, che i Milanesi in que' tristissimi giorni non avevano chi

li potesse salvare, e tutti li potevano invece ammazzare.

In quella sera medesima fu pubblicato dal Vicerè un suo proclama, unto

d'un po' di miele e promettitore di riforme: ma non pertanto, nella

notte à, con grande apparecchio di truppa, fatto chiudere il _Club_

ove radunavansi i giovani a legger gazzette, e a discorrere di Pio IX e

della Lega Italiana.

Troncando gran numero di osservazioni che subito corrono in mente a

chi legge e considera parte per parte la qui data narrazione, noi

ci stringeremo a notare, che nel popolo milanese mai non è sorta

la volontà di uscire dai termini della legge, e che il mormorare e

fischiar della plebe furono picciol effetto della molta provocazione.

Secondamente avvertiamo, che il sentirsi la moltitudine chiamare dal

Torresani _gente irrequieta e facinorosa_, dovè inacerbirla oltremodo,

e che lo strappare su pei canti alcuna copia dell'Avviso fu parimente

picciolissimo effetto allato alla grave ingiuria: ed in ogni modo,

doveansi punire di ciò i pochi operatori del fatto, e non altri.

Di quindi procede che la illegalità ricade tutta quanta sulla Polizia,

e su coloro che hanno sguinzagliata la truppa e menatala a infierire

contro un popolo inerme, e il quale negli atti medesimi di resistenza

che volea compiere, tenevasi ordinato e pacifico.

Da ultimo, ci giova molto di sapere, che tutti i particolari di quelle

violenze e ferocie non iscusate da veruna necessità, accesero tanto

sdegno e corruccio, che gli animi più rimessi e per condizione più

dipendenti hanno posta da lato la longanimità e la pazienza, e sonosi

ricordati soltanto d'essere uomini e cittadini.

A noi giunge notizia certissima, che non pochi impiegati italiani,

e fra questi il consigliere di governo Decio, uomo mitissimo e

fedelissimo, dopo avere tentato senza alcun frutto di conseguire

soddisfazione e riparo di quegli eccessi, hanno pregato che si

accettasse la loro rinunzia. Il signor Bellati, Prefetto di Milano, il

quale quindici giorni or sono ricusando di sottoscrivere la protesta

della Congregazione comunitativa cadeva in tristo concetto appresso del

popolo, convocata di poi la Deputazione provinciale, chiedea piangendo

e scusa e indulgenza; e ad alta voce leggeva a quella un rapporto,

in cui, rappresentata la indegnità ed enormità degli ultimi fatti,

concludeva dicendo: «e devesi maggiormente prestare orecchio e credenza

al rapporto d'un impiegato il quale, sol per servire con zelo il

governo di S. M. I., s'è quasichè attirata addosso la esecrazione de'

suoi patrioti.»

Infine, dal racconto qui sovrapposto si scorge, che alcuni ingegni

perversi vorrebbero sperimentare nel regno Lombardo-Veneto un modo di

reprimento diverso nella specie ma simile nella ferocia a quello usato,

sono appena due anni, in Galizia. Ma i Lombardi, come si vede, nè

cospirano nè si atterriscono. Nel paese loro non v'ha servi di gleba,

non v'ha classi nè ordini che si nimicano; e la prepotenza e bestialità

soldatesca, qualora volesse farsi durevole e abituale, affogherebbe nel

proprio sangue, non nell'altrui.

(Dalla _Lega Italiana_.)

Scritti politici · 第 73 / 310 题