Abbiamo da testimonio oculare e degno di tutta fede una narrazione
esatta e minuta dei deplorevoli casi succeduti in Milano dal 2 al 5
del mese andante. A noi par bene di farla conoscere intera, perchè in
quegli avvenimenti ogni cosa è stata grave e afflittiva, e l'Italia
debbe sdegnarsene e condolersene profondamente.
Nella mattina del 2, per effetto del divieto che il popolo milanese
ha posto a sè stesso, non incontravasi per le vie persona che
fumasse tabacco. Ma sulle undici ore uscirono fumando i commissarii
di _polizia_, parte travestiti e parte in divisa, e seguitati da
poliziotti. La plebe traea lor dietro in frotta ma silenziosa, e i
commissarii voltandosi a quella e parlandole in isconci modi, troppo
bene la provocavano, dicendo, in fra le altre cose: _vedete che noi
fumiamo, e a nessuno di voi dà l'animo d'impedirlo_. A questo il popolo
rispondeva con mormorii e con suono di fischiate. Allora i commissarii
ed i _poliziotti_ agguantavano parecchi che li seguivano più d'accosto,
menandoli in luogo d'arresto. Ma ciò non disperdendo la folla, ed anzi
ingrossandola, quelli incominciarono a malmenare ed anche a percuotere;
e verso le quattro dipoi meriggie, come moltiplicavano le pattuglie de'
_poliziotti_, così crebbero ancora i maltrattamenti; a segno che i capi
del Municipio e parecchi cittadini de' più notabili turbandosene ed
affliggendosene, lasciate le case loro, s'introdussero alla spicciolata
in mezzo alla moltitudine, affine d'interporsi autorevolmente fra essa
e le pattuglie.
Adempiendosi cotale ufficio pietoso e lodevolissimo dallo stesso
Podestà di Milano conte Casati, ei venne violentemente percosso in viso
e quindi arrestato. Poco dopo, essendo molte persone civili adunate
in contrada Santa Margherita contigua al maggior teatro, i gendarmi a
cavallo fieramente le caricavano; e perchè quelle s'erano ricoverate
di là da' quei pilastrini che reggono le catene intorno al detto
teatro, furono pure colà investite dai cacciatori tirolesi, schierati
dietro i cavalli dei gendarmi. Fra questo tempo, il conte Casati già
riconosciuto e sciolto e presto raggiunto dai suoi colleghi, lagnavasi
con giustissima indignazione degli strapazzi sofferti da lui e dal
popolo; e ricevendo dal Torresani, direttore di polizia, parole vane e
mendicate di scusa, si recò dal conte di Spaur, governatore generale
di Lombardia. Questi mostratosi dolentissimo dell'accaduto, negava
risolutamente di averci parte, e sosteneva che quelle cose non erano di
sua pertinenza e non ci poteva quasi nulla.
Così compievasi la giornata del 2. Il dì dopo era nella gente civile
molta sollecitudine di conoscere le risposte de' superiori, ma il
popolo minuto mantenevasi in quiete.
Quando, alle tre dipoi meriggie, la polizia fece appiccare su tutti i
canti un avviso, che cominciava con queste false e calunniose parole:
— «Gente _irrequieta e facinorosa_...... osava jeri d'_ingiuriare_
in pubblico tranquilli abitanti per impedir loro l'uso innocente del
fumare tabacco, e ardiva di farlo anche attruppandosi, _e violentando_
i passaggeri colti a fumare.» — Alcuno di tali avvisi fu spiccato o
lacerato forse per ira, ed altri il furono con poca o nessuna malizia
da que' monelli che, in Milano singolarmente, usano di ciò fare su
tutti i muri e d'ogni maniera di stampe. E qui non è da tacere d'un
grave accidente; e ciò è, che un agente di polizia, colto un ragazzo
nell'atto di squarciare l'avviso, lasciossi andare alla ferocia di
percuoterlo con uno stile: il qual fatto affermano e testimoniano
cittadini onorevolissimi, che di presente ne hanno scritta una
giuridica deposizione.
In quel tempo medesimo, uscivano dal Castello pattuglie di dragoni a
cavallo, comandate da soli sotto-uffiziali: e da esso Castello e dalle
caserme uscivano a torme ed alla rinfusa da circa tremila soldati, ben
caldi dal vino e con in bocca i sigari accesi. A costoro erano stati
pagati, qualche ora innanzi, denari di soldo per otto dì, e regalati
parecchi sigari e offerto vino e acquavite. L'_ordine del giorno_
esentavali dalla chiama, e gli invitava a difendere e conservare la
dignità della milizia contro a pochi perturbatori i quali pretendevano
di por divieto al fumare. Mossero sbandati per le più popolose strade,
e spargendosi nei caffè e nelle bettole, incitavano ogni sorta di gente
con lazzi, contumelie e mal viso. Sulle prime, la plebe guardando e
udendo quegli sbrigliati, maravigliava; poi, tratta da curiosità più
che da altra passione, si mise lor dietro. Ma irritata di mano in mano
da quelle ingiurie e soprusi che vedea fare, cominciò a mormorare e a
gittar fischi come il dì innanzi. Ed ecco le pattuglie si avventano
a caricare, gli agenti di polizia e i soldati sciolti snudano le
sciable e menano colpi alla cieca. Non è duello nè zuffa, ma è rabbia
e furia bestiale contro ad inermi e non resistenti. Qual tumulto ne
seguisse, quali strida ferissero l'aria, di che dolore e squallore si
riempisse di subito la città, non mi proverò a raccontare. Dai rapporti
più esatti degli spedali risulta, che v'ebbe dieci morti, e che i
feriti sommavano molte dozzine. Tra primi è il consiglier d'appello
Carlo Manganini, il quale, percosso in capo da due fendenti, spirò
sugli scalini della Galleria De Cristoforis. Era uomo sessagenario e
quietissimo. Alcuni manovali del carrozziere Giuseppe Sala, uscendo
dalla officina per girsi a coricare e scontrandosi in una di quelle
furiose pattuglie, furono strapazzati e pesti in maniera, che tre sono
morti. Il cuoco stesso del conte di Fiquelmont, in sull'entrare che
faceva da un salumajo a fornire sue spese, venne assalito ed ucciso. In
tal modo macellavansi i cittadini; ed in quel mentre stesso, il polacco
maresciallo Radetski gozzovigliava insieme col generale Scenatz e certo
Vociacoschi, polacco esso pure; e tutti e tre insieme ad ogni vittima
nuova che lor s'annunziava, mescevano e tracannavano. Nè la notte pose
termine pienamente a quella soldatesca licenza, tanto che nelle vie
più remote sull'ora tardissima scorrevano ancora que' mascalzoni, così
avvinazzati e rabbiosi com'erano, minacciando e imprecando; e guai se
taluno s'imbatteva per caso in essi.
Nei dì 4 e 5 si rinnovarono alcune violenze, e fu tra gli altri ferito
un famiglio di casa Litta. In que' giorni similmente scoppiò profonda
ed universale la indignazione, non che de' giovani e de' più risentiti,
ma di qualunque persona paziente, rassegnata e sommessa. È curioso a
sapersi, che il Fiquelmont, come lo Spaur, lavasi le mani di tutti quei
fatti, e va dichiarando di non avere facoltà e commissione bastevole
per li casi urgenti e straordinarii. Il 5, una deputazione composta
d'uomini i più ragguardevoli, fra' quali l'arcivescovo di Milano, il
conte Borromeo, il conte Giorgio Giulini e taluni altri, presentaronsi
al Vicerè, il quale accolseli secondo l'usanza con aria molto benigna;
promise di fare e di dire, e ciò pure secondo l'usanza; e congedandoli,
ripetè loro la canzone medesima dello Spaur e del Fiquelmont, cioè
a dire che non possedeva facoltà sufficienti: la qual cosa mena a
concludere, che i Milanesi in que' tristissimi giorni non avevano chi
li potesse salvare, e tutti li potevano invece ammazzare.
In quella sera medesima fu pubblicato dal Vicerè un suo proclama, unto
d'un po' di miele e promettitore di riforme: ma non pertanto, nella
notte à, con grande apparecchio di truppa, fatto chiudere il _Club_
ove radunavansi i giovani a legger gazzette, e a discorrere di Pio IX e
della Lega Italiana.
Troncando gran numero di osservazioni che subito corrono in mente a
chi legge e considera parte per parte la qui data narrazione, noi
ci stringeremo a notare, che nel popolo milanese mai non è sorta
la volontà di uscire dai termini della legge, e che il mormorare e
fischiar della plebe furono picciol effetto della molta provocazione.
Secondamente avvertiamo, che il sentirsi la moltitudine chiamare dal
Torresani _gente irrequieta e facinorosa_, dovè inacerbirla oltremodo,
e che lo strappare su pei canti alcuna copia dell'Avviso fu parimente
picciolissimo effetto allato alla grave ingiuria: ed in ogni modo,
doveansi punire di ciò i pochi operatori del fatto, e non altri.
Di quindi procede che la illegalità ricade tutta quanta sulla Polizia,
e su coloro che hanno sguinzagliata la truppa e menatala a infierire
contro un popolo inerme, e il quale negli atti medesimi di resistenza
che volea compiere, tenevasi ordinato e pacifico.
Da ultimo, ci giova molto di sapere, che tutti i particolari di quelle
violenze e ferocie non iscusate da veruna necessità, accesero tanto
sdegno e corruccio, che gli animi più rimessi e per condizione più
dipendenti hanno posta da lato la longanimità e la pazienza, e sonosi
ricordati soltanto d'essere uomini e cittadini.
A noi giunge notizia certissima, che non pochi impiegati italiani,
e fra questi il consigliere di governo Decio, uomo mitissimo e
fedelissimo, dopo avere tentato senza alcun frutto di conseguire
soddisfazione e riparo di quegli eccessi, hanno pregato che si
accettasse la loro rinunzia. Il signor Bellati, Prefetto di Milano, il
quale quindici giorni or sono ricusando di sottoscrivere la protesta
della Congregazione comunitativa cadeva in tristo concetto appresso del
popolo, convocata di poi la Deputazione provinciale, chiedea piangendo
e scusa e indulgenza; e ad alta voce leggeva a quella un rapporto,
in cui, rappresentata la indegnità ed enormità degli ultimi fatti,
concludeva dicendo: «e devesi maggiormente prestare orecchio e credenza
al rapporto d'un impiegato il quale, sol per servire con zelo il
governo di S. M. I., s'è quasichè attirata addosso la esecrazione de'
suoi patrioti.»
Infine, dal racconto qui sovrapposto si scorge, che alcuni ingegni
perversi vorrebbero sperimentare nel regno Lombardo-Veneto un modo di
reprimento diverso nella specie ma simile nella ferocia a quello usato,
sono appena due anni, in Galizia. Ma i Lombardi, come si vede, nè
cospirano nè si atterriscono. Nel paese loro non v'ha servi di gleba,
non v'ha classi nè ordini che si nimicano; e la prepotenza e bestialità
soldatesca, qualora volesse farsi durevole e abituale, affogherebbe nel
proprio sangue, non nell'altrui.
(Dalla _Lega Italiana_.)