DISCORSO RECITATO AL BANCHETTO

CHE I PESARESI OFFERIVANO ALL'AUTORE CONCITTADINO il dì 31 di ottobre

del 1847.

Fratelli e concittadini.

Sempre è dolcissima cosa rivedere la patria; e per poco ch'ella sia

stata lungi dagli occhi nostri, un attraimento soave ed irresistibile

a lei ci rimena. Ma rivederla dopo compiuti sedici anni, che sono

sì gran porzione di nostra vita; rivederla dopo l'esilio, e per

cessazione di quel divieto crudele che il desiderio di lei raccendeva

nell'animo e rinnovava senza conforto ogni giorno; rivederla, infine, e

ricuperarla quando la speranza n'era affatto venuta meno, quando parea

cosa certissima dovere il povero rifuggito lasciare in terra straniera

le sue ossa non lacrimate da alcuno, ciò reca tale e tanta squisita

dolcezza e abbondanza di gaudio, che le parole non vi arrivano, e

l'arte del dire smarrisce ogni sua facoltà. Ora, questa per appunto

è la condizione e la insufficienza in che trovasi di presente la mia

lingua e il cuor mio. Nè con tutto ciò, io v'ho ancora ricordato e

dinumerato l'altre cagioni vive e gagliarde di mia profondissima

commozione, e della piena impossibilità di significarvela.

Conciossiachè io pensava che a' miei sospiri e al mio dolore trilustre

fosse unico testimonio Iddio, e solo qualche amico d'infanzia dentro

nel chiuso animo se ne compiangesse; laddove voi mi dimostrate, o

fratelli, con mille prove, che tuttaquanta la mia città e provincia

natale partecipava al mio lutto e dolore. Vollero i nemici del bene,

e più specialmente nemici d'ogni libertà e grandezza d'Italia, non che

sbandeggiarmi per sempre e togliermi ogni cosa cara e diletta quaggiù;

ma eziandio alla pena aggiunger lo sfregio, darmi appellazioni piene

d'ingiuria, svegliarmi contro non l'amore e la compassione de' popoli,

ma bensì l'odio e lo sprezzo. E voi in quel cambio, o miei Pesaresi,

voi m'accogliete con quegli onori che non alla umile mia persona, ma sì

starebbero bene a un uomo illustre e magnanimo; voi vi compiacete di me

come s'io fossi augumento di vostra gloria, e passar mi fate, per così

dire, dall'oscurità alla fama, dall'esilio al trionfo.

Tutto questo, o concittadini, versa sulle piaghe che m'aprì la

fortuna un balsamo soavissimo, ed anzi elle sono già tutte chiuse e

rimarginate. Se non che, per la necessità ineluttabile in cui vivesi

l'uomo di sentire nelle cose più liete e felici la fralezza di sua

natura, una qualche stilla d'amaro si sparge eziandio nel pieno di

tal contentezza. Imperocchè io mi partiva di questa terra carissima

vigoroso e fiorente di età e di salute, ed ora mi vi riconduco assai

cagionevole e prossimo alla vecchiezza. Il sedere e conversare tra voi

e con voi m'è somma gioja e compiacimento; ma quando io giro lo sguardo

ne' vostri aspetti, troppe sono le sembianze amatissime e nel mio cuore

scolpite che io cerco ed, ahi! non ritrovo. Irreparabile caducità delle

umane sorti! Nello spazio di sedici anni, oh che dolorose trasmutazioni

si compiono, quante memorie soavi s'estinguono, quanti sepolcri si

schiudono, quanta parte della coetanea generazione vi scende!

Non però di meno, perchè lasciomi io rapire a sì triste meditazioni in

ore sì belle e sì fortunate? E che può mai importare la mia soprastante

vecchiezza e le mie infermità, quando io rimiro che la patria nostra

ringiovanisce, e che lo spirito di libertà cominciando a scorrere

nelle sue vene, tutta maravigliosamente la risana e rintegra? Parecchi

dei miei prediletti amici ànno chiuso gli occhi nel sonno mortale: ma

più non riposano in terra di schiavitù, ma il piede dello straniero

non potrà oggimai calpestare le tombe loro, e la viva riconoscenza

del popolo inverso ciò che vollero ed operarono a bene di lui, a bene

d'Italia, più non fuggirà paurosa li sguardi de' vilissimi spiatori; ed

anzi, mentre esso popolo verserà su quelle tombe dolce e ricordevole

pianto, le mani de' sacerdoti leverannosi a benedirle, e le lor sante

bocche pregheranno la pace de' giusti alle anime infiammate di carità

cittadina: imperocchè il maggiore de' prodigi e il più profittevole

al mondo che la sapiente bontà di PIO IX conduce in atto, si è del

sicuro quel caldo e fratellevole abbracciamento che vediam farsi in

modi così impensati e sublimi tra la virtù privata e la pubblica,

tra la libertà e la religione, tra l'incivilimento e la Chiesa. Io vi

dichiaro, o fratelli, con gran fermezza, che quando anche i miei disagi

e le mie afflizioni state fossero intrise di molto maggiore assenzio,

quando incontrato avessi non pure un esilio quale ho sofferto, ma

dieci altrettali ed ancor più acerbi, queste nuove sorti d'Italia

porgerebbermi una mercede e un compenso oltre misura superiori; e la

letizia che me ne procede, esser dee riposta tra le cose veracemente

ineffabili, e tra quelle divine pregustazioni delle delizie celesti,

che alcuna ben rada volta sono agli uomini concedute affin di aprire

il loro intelletto e crescere il lor desiderio inverso le bellezze

sovramondane ed eterne.

Per rispetto poi all'intenzione amorevole che tutti manifestate

di onorare in me non le opinioni solamente le quali ò sempre mai

confessate, e la santissima causa a cui son devoto, ma eziandio la

mia persona e quello che di lodevole a voi par di trovare nell'animo

e nell'ingegno mio, sinceramente vi affermo, che delle vostre

onoranze ed encomj io sento di meritare appena una minima parte, e

che pur questa io debbo da voi riconoscere. Imperocchè voi, come se

tutti mi foste padri e fratelli, m'avete con amorosi consigli e con

blandimenti e lodi ed esortazioni continue e infinite avviato al bene,

e, mediante una specie di cortesissima e affettuosa violenza, m'avete

fin dalla puerizia sospinto a desiderare la celebrità delle lettere.

Così da voi s'è mostrato, con bello e utile esempio, che non riesce

dannoso, come pensano molti, al primo svegliamento dell'intelletto e

dell'altre nobili facoltà il nascer discosto dalle grandi e rumorose

città capitali; perchè pure alle aquile, innanzi di avere spiriti e

gagliardezza per volare in cima dell'alpi e affrontar le bufere, fa

d'uopo di crescere quietamente nel piccolo nido, e con tenue cibo

venir nudrite. E similmente da voi s'è mostrato, come quello che suol

domandarsi oggidì _spirito municipale_, quando sia ben temperato e

commisurato all'amore e servigio che tutti dobbiamo alla patria comune,

divenga sorgente perpetua di profitto e virtù, massime in questa nostra

Italia, in cui la potenza individua di ciascun uomo tiene spesso del

prodigio; quando che altrove le grandi cose si operano solo per virtù

collettiva, come sforzo e peso di masse, il quale in ciascun atomo

componente non apparisce e non ha valore assegnabile.

Ma perchè lo spirito municipale non nuoca ed anzi giovi e fruttifichi,

egli è grandemente mestieri non solo di connettere e subordinare

ciascun atto della vita del proprio Comune all'universal vita della

nazione, ma di stringere quanti più legami si possono di socialità e

di fratellanza con le città finitime e prossime, affinchè un flusso

perenne di scienza e di civiltà corra e ricorra per esse tutte, come

sangue per ogni vena di corpo animato. In cotal guisa, o Signori, poco

avremo ad invidiare a quelle nazioni in cui li sparsi raggi d'ogni

bene comune e d'ogni specie di scibile radunansi tutti in un punto

solo sfolgorantissimo: conciossiachè i lumi del viver nostro civile,

non ostante la picciolezza e tenuità di ciascuno, congiungendosi

spesso e rischiarandosi mutuamente e a simiglianza di specchi l'uno

nell'altro riverberando, cresceranno da ultimo sì fattamente e di

numero e d'intensione, da soverchiare ogni forma e grandezza di

umano splendore. Dalla qual cosa procederà fra gli altri beni questo

prezioso e singolarissimo, di convertire l'astio profondo e le misere

nimistà antiche in emulazione ardente e operosa. Nè a voi, Pesaresi,

dee fare apprensione e paura l'entrare in simile competenza con mille

altre città; dappoichè la natura v'à di raro ingegno e di non comune

gentilezza privilegiati, sicchè picciolo popolo siete, ma glorioso e

caro alla nostra gran madre Italia. Deh vogliate, o giovani, serbare

a questa città natale il titolo suo invidiato di culta e di gentile,

e non vi piaccia di confondere mai l'austerità e la valentía con la

salvatichezza e con la ferocia, e di scompagnare dall'uso dell'armi gli

studi gravi e gli ameni. Ben conoscete che l'armi indòtte sono barbare,

e in guerra non durano e non prevalgono; come, per lo contrario, la

scienza imbelle e indifesa appiccolisce sè stessa e muor nel servaggio.

E a cui non è noto il simbolo esatto ed elegantissimo per via del quale

rappresentavano i Greci l'alleanza perpetua e necessaria dell'armi e

delle lettere? chi non sa che Minerva, figliuola della mente di Giove,

usciva dal capo del Dio brandendo l'asta e imbracciando lo scudo? Ma

perchè m'andrò io ravvolgendo tra le favole greche, mentre la storia

vera d'Italia offre a noi Metaurensi, e ai popoli tutti compaesani, uno

specchiatissimo esempio del sapere alle armi contemperare gli studi,

e fare scorta e governatrice d'ambedue la sapienza civile? E che altro

erano le città famose di Metaponto, di Crotone, di Taranto, di Locri,

di Reggio, se non collegi e famiglie di filosofi e di guerrieri? Quale

altra parte del mondo à saputo a un tempo medesimo e con l'ufficio

degli uomini stessi trovar le scienze e fondar le repubbliche;

eccellere nell'arte della poesia e della musica, come nell'arte del

difendersi e del battagliare? A chi non entrerà in cuore una giusta

e durevole ammirazione, considerando quell'alternare continuo delle

ginnastiche e delle meditazioni, quel passare di frequente dalle

accademie al campo, dalla investigazione profonda delle fisiche e delle

matematiche all'apprendimento disagiato e severo della milizia, e dalla

quiete e solitudine contemplativa al maneggio e all'uso delle faccende

politiche? Sono d'ogni cosa i padri nostri stati trovatori e maestri,

nè mai ci bisogna di trarre altronde gli esempj e gl'insegnamenti. Nè

dicasi che tutto ciò è antichissimo, e troppo remoto e diverso dalle

condizioni moderne. Conciossiachè, a rispetto della natura, noi siamo

sempre i medesimi, e nulla à cangiato sostanzialmente in Italia, salvo

che la tempra degli animi; a ricomporre la quale ci basterà oggimai

il fermo e saldo volere. Nulla nell'ordine delle cose mondane è più

resistente e meno mutabile che i germi primitivi e le forme ingenite

delle specie; e da voi non s'ignora per che serie innumerabile d'anni,

tra quali forze nemiche e pertubatrici, si serbano integre e incorrotte

le minute semenze di mille gracili pianticelle: or quanto più forti

riescono, quanto più perdurevoli i germi primitivi ed originali delle

umane famiglie! Noi siamo, ripeto, e ciò ne serva d'orgoglio insieme

e di vergognoso rimprovero, noi siamo li stessi che i padri nostri;

e la invasione de' barbari altro non à pur fatto, che insinuare

piccioli rivi d'estrania vena nel regal fiume delle razze latine; e

que' rivi o sono già dileguati, o, come insegnano i fisici, servito

ànno a ravvivare la virtù e l'efficacia delle antichissime stirpi. Nè

a chiunque s'ostini di ciò, negare dobbiamo rispondere altra parola,

se non invitarlo a girare gli occhi verso le sacre sponde del Tevere.

Là veggia, là contempli la forza e generosità indomabile delle vecchie

progenie. Essendochè quella misera plebe, giaciuta in sonno, in gelo

e in torpore di servitù e d'ignoranza pel voltare di qualche secolo,

e dopo aver tollerato lo sprezzo oltraggioso non che degli strani ma

de' medesimi compatrioti, ecco si vien riscuotendo alla voce soave del

suo Pontefice, e fa l'Italia e l'Europa maravigliare de' pensamenti e

delle opere sue. Ella così stramazzata nel fango e l'ultima giudicata

fra le plebi italiane, già sorge e procede animosa, già entra innanzi

a noi tutti, e pianta in Campidoglio un Labaro nuovo promettitore di

certa vittoria e in cui, dallato al nome augustissimo dell'autore e

principiatore di nostra risurrezione, potrà, senza paura di scandalo e

con approvazione e contentamento del mondo intero civile, riscrivere le

famose e tremende parole _Senatus Populusque Romanus_.

Il seguente scritto usciva dai torchi verso il finire dell'anno 47,

e in quel mentre appunto che in Roma si congregavano i deputati ad

una Consulta in cui ponevano le città dell'Italia media speranze più

che grandi. Desiderò l'Autore che il Municipio del suo paese natale

porgesse l'esempio di addirizzare al proprio deputato parole utili e

pubblicamente espresse, affine che da pertutto l'opinion generale dei

popoli avesse comodità di farsi sentire e valere. Al Municipio gradì

molto il pensiere, e l'Autore concittadino ebbe carico di porlo in

atto. Ogni cosa è qui assestata alle circostanze, e parecchi concetti

nuovi si meschiano ad altri comuni ed elementari di scienza politica.

Scritti politici · 第 58 / 310 题