DISCORSO RECITATO AL BANCHETTO

CHE IL CIRCOLO ROMANO OFFRIVA E DEDICAVA ALL'AUTORE il dì 23 di

settembre del 1847.

Fratelli e Compatrioti.

Il massimo de' misfatti è bagnare le mani nel sangue civile; e l'Italia

(eterno suo dolore e rimordimento!) ha per secoli molti lacerato col

proprio ferro le proprie membra. Però, chiunque non reputa le cose

mortali essere governate dal cieco caso, dee nel contemplar le ruine

e il disfacimento della patria comune, ridire a sè stesso: — Tremenda

ma giusta è la tua ragione, o Signore! — Per giudizio dell'alto, il

popolo stato per vigor d'armi e sapienza di leggi arbitro e reggitore

di tutto il mondo agli antichi conosciuto, passò sotto il giogo di

cento nazioni, le quali per insino a jeri se l'hanno diviso, mercatato

e venduto, come torma di vili giumenti. Per giudizio dell'alto, la

schiatta più gloriosa fra tutte le umane fu abbeverata a lentissimi

sorsi di umiliazione e di scherno: e noi miseri che trascinammo per

lunghi anni la vita in esilio, e vedemmo dappresso la boria dello

straniero e gli occulti suoi pensamenti, noi vi testifichiamo, o

fratelli, che il nome d'Italiano era sinonimo di codardo, e apponevasi

a modo d'antonomasia al giullare ed al barattiere.

Ma infine, le luttuose partite della colpa e della espiazione sono

pareggiate, e la pagina nuova che nel gran volume dei nostri destini

sta ora aperta e spiegata, porta le solenni parole di riscatto e

risurrezione. E perchè in nessun popolo viene ad effetto un profondo

e durevole rinnovamento, salvo che per virtù propria e interiore, e

gli Italiani scaduti e inviliti affatto innanzi al proprio cospetto

aveano dolorosamente smarrito ogni fede e ogni coraggio in sè stessi,

Dio, con consiglio amoroso e misericordievole, mandò loro un segno ed

una caparra evidente e infallibile del patto rinnovato e del perdono

largito. Allora scorgemmo in vetta al Campidoglio e a vista di tutte le

genti cristiane apparire un Angelo col nome di Pio, apparire un Labaro

sacro e vivente, in cui dall'Alpi al Lilibeo le serve e languenti

popolazioni girarono attonite il ciglio, e lesservi giubbilando _In

hoc signo vinces_. Nè questo solo prodigio ha mostrato il Cielo ad

accertare i Popoli nostri della salvezza insperata.

Di voi, o Romani (lasciatemi parlare il vero), di voi fieramente

si sentenziava e diceva: — Gli altri stanno distesi ed infermi, ma

questi son morti e putono di cadavere; quadriduani ei sono, perchè

da ormai quattro secoli, e propriamente dallo sfortunato Porcari

che esalò l'anima sul patibolo, più non dettero voce nè crollo. —

Ma Pio IX che penetrava gli occulti del vostro spirito, così non

parlò, ed accostatosi a voi come Cristo Signore alla figliuola della

vedova, esclamò pieno di fede: _Non est mortua, sed dormit_. E voi

vi svegliaste, e nel tratto di soli pochi mesi faceste l'Italia

meravigliare delle vostre civili virtù. Nel vero, parecchie di queste,

a guardarle nell'abito solo esteriore, possono sembrare altresì

accomunate a gente o guasta o incivile: l'amore di libertà è naturato

coll'uomo, e non rade volte s'accende tra cittadinanze rozze e feroci;

l'unione dei voleri può sorgere spesso da ferrea necessità, o dalla

fiamma non durevole dell'entusiasmo; sprezzar la morte e i pericoli

è dote eziandio dei selvaggi; ed alcune fiate negli ultimi eccessi

della barbarie ribolle negli animi umani un valor disperato. Ma ciò che

rimane peculiare e qualitativo dei popoli veramente civili, e forniti

di alto senno e di sentire magnanimo, si è la politica temperanza; si è

il reggere, come voi fate, l'impeto stesso degli affetti più generosi,

e il voler che procedano d'ugual passo la moderazione e la forza, la

prudenza e lo zelo, la ragione e l'istinto: ondechè in voi, si può

dire, sono principiati in un dì medesimo e il possesso di parecchi

diritti, e la difficile saggezza di saperli assai convenientemente

usare. Ma v'è più oltre di bene. Imperocchè, o Romani, noi vi accusammo

di angusti pensieri e di gretto egoismo, e che non iscorgevate nè mondo

nè umanità di là da Ponte Molle e da Porta Carmentale: e voi, in quel

cambio, chiamati appena a un cominciamento di vita politica, avete

pensato sopra ogni cosa all'Italia, e ogni vostro atto e consiglio

va sottomesso e coordinato pur sempre alla salute, al risorgimento,

allo scampo di qualunque individuo della comune famiglia Italiana. Vi

accusammo di basse superstizioni; e molti chiamavanvi per istrazio una

congrega di pusilli e di bacchettoni: e voi, a riscontro, mostraste

di avere in cima dell'intelletto e accogliere e serbare entro l'animo

la essenza più pura e fruttifera del Cristianesimo; significaste coi

fatti di professare la sua generosa e razionale moralità, scaldarvi

degli spiriti suoi più progressivi e sociali, ed ardere al fuoco di

libertà che tutto quanto lo investe e il vivifica; in somma, mostraste

di aver in cuore segnata e scolpita la Religione Civile, maestra ed

inculcatrice di tutte quelle virtù, quegli uffici, quelle annegazioni

in che versa la carità cittadina, e le quali assommano la grandezza

e la perfezione del saldo e verace Italiano. Per tante e inaspettate

prove d'un sentire liberale ed altissimo, avete, o Romani, insegnato

al mondo, che, contro a mille apparenze e mille sintòmi, le brutture

e la corrutela rimanevansi esteriori e parziali, e, come a dire,

solamente appastate all'intorno del vostro animo, e che mai la sostanza

e il midollo non intaccarono e offesero: onde esso fu simile a quelle

stupende sculture giacenti tra le vostre ruine o in alcun canto de'

vostri trivj, calpestate dal passeggiere, coperte di lezzo e di mota;

ma le quali rimesse appena in sustante, e lavate e deterse d'ogni

immondizia, subito rivelano agli occhi maravigliati di ognuno la loro

antica e non alterata bellezza.

A me le sorti non concederono il privilegio e l'onore di nascere

dall'augusta vostra sementa, ma però scorremi dentro le vene il puro

sangue latino; e voi, voi pure, o Romani, siete un latino rampollo,

e di gente latina crebbe e si allargò questa Città eterna e fatale.

A gloria poi ed a singolare compiacimento mi reco l'essere stato in

mezzo di voi e alle medesime vostre scuole allevato; e il Calandrelli,

il Conti, il Gasperini, il Folchi, ed alcuni altri ingegni debitamente

cari ed illustri, furono i primi balj e nutricatori della mia povera

mente. Da ciò pensate se mi tornò in somma dolcezza il rivedere

queste mura, lo spirar di nuovo queste aure, fissare gli occhi negli

occhi vostri, e, più che tutto, con voi conversare d'Italia e di

libertà. Da ciò pensate se mi s'imprime forte nell'animo una perpetua

riconoscenza dei larghi favori, dell'ospitale affabilità e della

fratellevole tenerezza con che vi piace di accogliermi; nè valgo a

significarvi a parole, quanto l'affetto abbondi e moltiplichi nel cuor

mio considerando tra me le splendide dimostrazioni e le segnalate e

invidiabili testimonianze d'onore con cui volete esaltarmi quest'oggi.

Il qual onore voi intendete per certo di conferire non alla mia persona

oscurissima, non ai meriti di buon cittadino in me troppo scarsi,

ma sì bene ai principj e alle massime generose e civili sempre e

invariabilmente da me professate, e all'amore e al desiderio di questa

nostra gran madre Italia, che m'hanno continuo infiammato, e da cui,

in sedici anni di amarissimo bando, mai non ho divertito l'animo un

sol dì e un solo istante. E ciò tutto voi fate perchè sia indizio e

pegno certissimo ed universale del come intendete premiare e onorare

coloro che non di sole parole e consigli (mio vano e sterile pregio),

ma sì bene avranno con tutto l'animo e con tutto il sangue ajutata e

affrettata la italiana rigenerazione; la quale (giova ripeterlo) voi,

Popolo Romano, avete iniziata, per voi s'avanza, da voi si sostiene,

e senza l'opera vostra mai non potrà riuscire nè santa, nè feconda, nè

duratura.

Scritti politici · 第 55 / 310 题