Pregiatissima signora ed amica.
Alla sua gratissima rispondo molto più tardi del debito e del
conveniente; ma io desiderava pure poterle dir cose ferme e ben
risolute circa il mio tornare in Italia. E prima, io voglio renderle
grazie il più caldamente che posso della memoria sempre amichevole
che mi conserva e della grande amorevolezza di tutte le sue parole:
anzi le dico, che fra le innumerevoli dimostrazioni ch'ella m'à dato
di affetto e bontà in varj tempi e in mille maniere, questa ultima è
delle più care e non riesce inferiore ad alcuna; sicchè io ne custodirò
viva e perpetua nell'animo la ricordanza. Ora vengo al proposito, e
primieramente io mi rallegro con lei, con me, con la nostra patria e
con tutti i buoni, dell'atto d'amnistia promulgata da Sua Santità, pel
quale sonosi alfine vuotate le carceri e le secrete che da lunghissimi
anni mai non cessavano di riempirsi, rinnovando e martoriando gli
squallidi abitatori. L'accoglienza poi benigna e graziosa che Pio IX
à fatto a parecchi scarcerati, la scelta dello Gizzi a segretario di
Stato, e altri segni e dimostrazioni provano chiarissimo la vera e
profonda bontà del pontefice, e il suo desiderio sincero di riformare
lo Stato, contentare i popoli, e così porre termine a una condizione di
cose che veramente scandolezzava il mondo civile, e recava funestissimi
danni alla religione.
Dubito forte che riesca al pontefice di attuare la metà sola del bene
che disegna di fare; ma non per questo non sarà degno personalmente
di affetto e di riverenza grande; perchè in un secolo quale si è
il nostro, e in mezzo ad una nazione oppressa e degenerata, chi può
pretendere in cotesto sant'uomo la eroica ostinazione di Sisto V, il
coraggio di Giulio II, la mente e la sapienza d'Innocenzo III e di Pio
II?
Ma per ridurre il discorso alla mia persona, io le debbo far noto,
che contro l'animo, io credo, del papa, la nunziatura di qui richiede
due atti preliminari da ciascheduno che vuol giovarsi dell'amnistia.
L'uno è di far di ciò domanda speciale e in termini di petizione in
grazia, la qual domanda inviasi a Roma, e occorre di aspettare quello
che ne verrà risoluto colà. Secondamente, giunta che sia la risposta e
tenutala (poniam caso) per favorevole, debbesi apporre il proprio nome
ad un foglio, in cui fra l'altre cose vien dichiarato dal soscrivente
di voler godere _della grazia del perdono generoso e spontaneo
concessogli ec_. Ora, io non chiedo perdono di colpe di cui non mi
sento reo; e quando tale mi sentissi, non avrei, certo, aspettato
l'indulto del papa, ma da buon tempo avrei confessato l'errore a Dio
e agli uomini: perchè chi fa, falla; ma il galantuomo si ricrede e
confessa il peccato suo. Chiedano innanzi perdono essi (e qui non
c'entra il papa novello) del sangue che ànno sparso con processi e
giudicj che tutti riconoscono oggi essere stati veri assassinj. Qualora
il papa avesse ricerco agli amnistiati una promessa formale di vivere
quieti e obbedienti alle leggi del suo governo, e di non mescolarsi in
cospirazioni e in qual sia tentamento e sforzo di rovesciare e abolire
l'autorità sua, io tanto più volentieri l'avrei promesso, quanto insino
dal 39 (ed ella forse ne à memoria) mandava fuori un'opericciuola in
cui per tutte guise raccomandava alla gioventù italiana di desistere
dalle sètte e dalle macchinazioni, e di entrar nella via che ora sembra
finalmente voler esser calcata e seguita con buon proposito. Io non
posso adunque, purtroppo, senza fare ingiuria alla mia coscienza,
approfittare dell'amnistia. Il ciel mi guardi dal censurare chi la
intende altrimenti: queste cose, com'ella sa, le delibera e le risolve
ciascuno nel suo proprio sè, pigliando consiglio non da altro che
dall'intimo senso morale. Io non tornerò in patria, salvo che per la
porta dell'onore, diceva un grandissimo; ed io benchè picciolo assai ed
oscuro, non posso non ripetere quel degno concetto; poichè la coscienza
e l'onore ànno ugual pregio e misura uguale per tutti . . .
. . . . . . .
Di Parigi, li 31 di agosto del 1846.