PREFAZIONE

Discorrere a parte a parte le opere filosofiche e letterarie in

cui si esercitò l'ingegno di Terenzio Mamiani; seguirne il discorso

speculativo, incominciando col _Rinnovamento della Filosofia Italiana_

e dimorando ai _Dialoghi di Scienza Prima_; e dire della perpetua

eleganza con cui la classica forma e la pellegrinità dei concetti

si maritano negli _Inni_, negli _Idilii_, e nelle altre minori

composizioni di lui, sarebbe impresa la quale ricercherebbe non pure

comodità di tempo e ampiezza di spazio che non abbiamo, ma, e più

ancora, quella copia di dottrina e vigoria di mente a pochi soltanto

concedute; sulle quali se chi scrive qui credesse di far capitale,

meriterebbe nota più che di presuntuoso, di stolto.

Men largo e più facile intento hanno le brevi parole onde, a modo di

Prefazione, accompagniamo le _Prose politiche_ del Mamiani; poichè le

nostre avvertenze, pretermesse le altre considerazioni che ragguardano

l'illustre Autore, toccheranno solamente della natura delle dottrine

civili da lui costantemente professate, e di cui il presente volume è

insigne documento.

Terenzio Mamiani si connumera fra i più valorosi continuatori della

antica scuola politica italiana. La quale fiorita, prima in Europa

dopo il rinascimento, mercè sovrattutto dei Fiorentini e dei Veneti

ingegni, non pure è splendido monumento del passato, ma, siccome quella

che poggiò sui veri ed inconcussi principii, sarà per essere buona

guida sola essa nei progredimenti avvenire. La tradizione sua sembrò

chiudersi con Paolo Sarpi e colla libertà delle Repubbliche, a malgrado

della copiosa bibliografia del seicento, e non ostante le onorate

prove che, pur ormeggiando i Francesi, fecero nello scorso secolo i

Napoletani massimamente; e non venne ripigliata con originalità di vena

e sincerità di nazionale impronta, fuorchè nei tempi a noi più vicini,

dapprima, grazie agli scritti di Gian-Domenico Romagnosi e di Ugo

Foscolo, poscia per opera di quegli illustri coetanei che ognuno nomina

a dito.

L'antica scuola italiana pose a fondamento suo l'osservazione diligente

dei fatti; e lo studio dell'esperienza ne è il carattere particolare.

Questa dote le fu principalmente conferita dalla qualità degli

scrittori, uomini tutti che si erano mescolati nel vivo delle faccende,

ed erano stati attori pria che disputatori di politica. Mal cercheresti

quindi, a modo di esempio, nel Machiavello o in Donato Giannotti o in

Paolo Paruta quelle nebbiose visioni dei missionarii d'oggidì, per

cui pare dettata la sentenza di Tacito: _omne ignotum pro magnifico

est_; nei padri nostri era notizia profonda delle necessità della

natura umana invincibili e degli insuperabili ostacoli che spesso al

volere frappone la dura legge del fatto. Partecipi dei sommi magistrati

nelle loro città, rammentavano, scrivendo, quante sono le difficoltà

del reggimento, e quante dell'innovare e del mutare le malagevolezze

instanti e le conseguenti; troppo erano rigidi calcolatori di ciò che

è, per lasciarsi adescare dai vapori e dalle noje della fantasia.

Cotesto ritegno salutare induceva forse in essi una eccessiva timidità

di speculazione, per cui il loro pensiero si raggirava di soverchio

nei nudi fenomeni, e rado assorgeva alle origini e alle supreme ragioni

del diritto, fuor delle quali s'immiserisce la discussione dei problemi

sociali, e l'arte stessa del governare manca di base certa. Per lo che

il progresso naturale della scuola italiana rinnovata dovea consistere

appunto nell'accoppiamento del severo metodo sperimentale del

Machiavello colla generosa e libera signoria dei veri ideali, nella cui

contemplazione il genio di Giambattista Vico si era levato solitario e

gigante.

Il Vico avea detto che «questo mondo civile egli è certamente stato

fatto dagli uomini: onde se ne possono, perchè se ne debbono, ritrovare

i principii dentro le modificazioni della nostra medesima mente

umana.» Ugo Foscolo costituì il suo discorso sulla detta massima,

tentando l'alleanza dell'osservazione e della filosofia. E noi facciamo

speciale ricordo di lui, così per debito di giustizia, essendo finora

rimasti pressochè ignoti all'Italia gli scritti politici suoi, come

perchè ne parve scorgere nel fiero cantor dei _Sepolcri_ una notabile

parentela d'idee col Mamiani. Fu il Foscolo, infatti, che descrivendo

la servitù della patria, pronunziò che nell'educazione dell'individuo

stava la somma di ogni radicale miglioramento politico, ed ebbe il

coraggio di snudare la piaga velenosa delle fazioni e delle sètte che

dilaniano le viscere d'Italia, e la fecero e fanno impotente; verberò

quindi a sangue con quell'unica sua veemenza di stile le ipocrisie

e le corruttele d'ogni maniera che avea sott'occhio; e ripudiando

una infiammativa teorica che potea sorridergli nell'immaginazione

ardente, si appartò da chi si faceva banditore di stato popolare in

questa contrada martoriata e avvilita da tre secoli di tirannide, e

oppressa da tanta mole di ignoranza e di superstizione. S'industriava

egli pertanto colle parole e cogli atti ad ottenere «il solo governo

comportabile dai nostri costumi; ed è, _un monarca potente per sola

autorità di leggi, per sola forza di armi italiane_.» E discorrendo

collo sguardo la serie delle italiane sventure, e scrutando perchè

così spesso cotanto buoni cominciamenti ebbero pessimo fine, dalle rupi

elvetiche dove andava ramingando e piangendo lo sterminio dell'ultima

speranza italiana, compiuto collo sperperamento dell'esercito del Regno

d'Italia, tuonava con voce di solenne e profetal rampogna, che prima

e sopra di ogni questione di libertà, prima e sopra di ogni contesa

di maggiori o minori larghezze di statuti e di leggi, vi è e vi sarà

la impresa della INDIPENDENZA DELLA PATRIA; e che questa si tenterà

indarno finchè le resíe scandalose delle fazioni apriranno al ferro

nemico la breccia nelle nostre file, le quali, divise e le une dalle

altre divulse, saranno prima sgominate che combattute.

Chi raccolga questi sensi che informano gli scritti del Foscolo e gli

riscontri con quelli che signoreggiano le prose di Terenzio Mamiani,

vedrà quanta amicizia di pensieri e comunanza di affetti corra fra i

due Italiani, e come si accordino a capello nelle pratiche conclusioni

e negli intendimenti finali. Del che mal si renderebbe ragione ove si

avesse l'occhio solamente alle diversità che passano fra le qualità

dell'ingegno dei due scrittori, l'uno dei quali precipita il corso

coll'impeto della bufera, e l'altro il prosegue colla tranquilla

maestà di un fiume arginato; ma di leggieri se ne avrà la spiegazione

quando si consideri che ambidue, tenerissimi essendo della italianità,

educarono la mente sui patrii esemplari, e da questi ritrassero l'abito

di sperare le cose alla luce del vero obbiettivo, e non già colla

lente variopinta del desiderio e del sentimento proprio. Vero è che

il Foscolo cresciuto fra il sensismo dello scorso secolo e la scuola

dell'Enciclopedia, e, per natura, incline ad una irosa melanconia,

accolse ne' suoi libri principii al tutto contrarii a quelli che

invalgono oggidì intorno ai dogmi della vita universa, e che sulle

origini e su' fini sociali ragiona per lo più colle funeste teorie

del tetro filosofo di Malmesbury; le quali ove si menasser buone da

senno, sarebbe follia il travagliarsi a felicitare la razza umana ed a

riformare il governo dei popoli. Il Mamiani invece, alunno e campione

della spiritualità che regna la filosofia presente, e fedele alle umane

ispirazioni del Cristianesimo, il quale abbraccia l'intiera famiglia

dei viventi come fratelli ed apre ai caduti la via della redenzione

anche quaggiù, si aggira e spazia in più serena regione di pensamenti,

e studia i quesiti del viver socievole colla fede e coll'amore che

ingagliardano l'ingegno e lo allenano allo scoprimento della verità

riposta.

Ma se questa preminenza filosofica del Mamiani dee in alcuna guisa

attribuirsi a maggior felicità di tempi, è tutta sua loda la copia

larghissima di sapere che ne rincalza le scritture, e la invidiata

castigatezza dello stile e della lingua onde sono da lui tratteggiate

le quistioni di Stato, di economia e di giure pubblico, disusati

argomenti alla prosa italiana. Chi si faccia a considerare la

condizione della letteratura di questi ultimi anni, dovrà pur troppo

lamentar la grande sterilità di opere fortemente pensate e con amore

condotte; e troverà per contro una ridondanza infinita di opuscoletti

e di scrittarelli in cui la gioventù studiosa snerva l'ingegno

impaziente. Addestrata così nella facile palestra dell'improvviso

dettare, si persuade che il magistero dello scrivere, la scienza del

pensare, e, per giunta, l'arte stessa dell'amministrare gli Stati,

s'impara mercè di una specie d'intuito misterioso, o si possiede per

beneficio di natura. Intanto il popolo dei lettori si avvezza a tenersi

erudito in politica, perchè vede manifestamente di saperne quanto lo

scrittore che gli ammannisce il giornale o il libercolo: e si viene

di tal fatta educando, prima, una generazione leggicchiante, il cui

stomaco debilitato ricuserà a corto andare ogni sostanziale e nutritivo

alimento; poi un'altra generazione sfringuellante, che cucendo e

ricucendo a strazio della grammatica qualche decina di frasi, costiperà

il sapere nazionale nelle dosi infinitesimali degli omiopatici. Ma

questo non è buono apparecchio per chi vuol sedere un giorno nei

consigli della Nazione, e i reggimenti liberi male si puntellano colle

sonore iperboli e colle vacue astrattezze, che sono tutto il costoro

bagaglio. Nè strapazzando la lingua, e dando irrecusabil saggio di

non aver avuta dimestichezza di sorta coi Classici nostri, si acquista

vanto di prodi Italiani.

Gli scritti del Mamiani eserciteranno a questo fine un salutevole

influsso sugli studi dei giovani, e proveranno ad un tempo che il

culto delle ottime lettere, non torna a scapito del profondo pensare,

e non reca nocumento alla costanza delle politiche opinioni. Vedendo

infatti in un sol corpo raccolte le cose da lui dettate in mezzo a

quel vertiginoso incalzarsi di avvenimenti straordinarii di cui fummo

spettatori nell'ultimo quinquennio, nessuno potrà non ammirare la

perduranza insigne del Pubblicista nostro, che per mutar di venti non

piegò costa nè mutò ciglio, e serbò invitta fede ai convincimenti suoi.

Ossequente al senno pratico, che fu già prerogativa degli Italiani,

e che in quegli ultimi casi sembrò smarrito e disperso, ebbe sempre

fisso nell'animo, che in politica il meglio è gran nemico del bene, e

non credette bene vero ciò che non era possibile ed asseguibile; parlò

un linguaggio solo e nell'esiglio quando incerte erano le speranze, e

quando spuntarono i lieti albori del sospirato tempo; poscia, allorchè

colla Repubblica Francese del 1848 crebbero contro i riformati governi

d'Italia i pericoli delle sètte rigermoglianti, con penna fatidica

prenunziò i mali che si apparecchiavano alla patria vezzeggiando

inconsultamente le novità d'oltremonte e discostandosi dalla nativa

spontaneità del nostro rivolgimento; e nel giorno nefasto in cui le

colpe dei regnatori, la levità del popolo e le nequizie delle fazioni

distrussero il Principato, e sfrenando la civile discordia aprirono

le porte all'invasione, alla conquista e al servaggio, secolari fati

d'Italia, protestò dal Campidoglio colla eloquenza dell'uomo di Stato

e col coraggio del cittadino, facendo indarno, cogli scarsi compagni,

ultimo riparo al gonfiato torrente delle passioni.

Assegnatezza di desiderii o liberalità di tolleranza conciliativa

tanto più rare e commendabili, in quanto che s'incontrano in uomo

percosso dalla domestica tirannia, e che nell'esiglio avea logorata

molta porzione della vita. Sono acerbe le punture dell'esiglio, quando

vivo è l'amore della patria, e lo sbandeggiamento è premio dell'averla

amata con degne opere. Agevolmente si ricevono allora nell'animo

preoccupazioni esiziali, per cui la stessa generosa religione della

libertà riesce a pernicie della nobil causa. L'errore più comune dei

fuorusciti è quello di credersi i veri e soli interpreti della Nazione,

non pure in ciò che concerne l'universale desiderio di più umani

istituti, ma eziandio riguardo alle forme che debbono questi assumere

e alle vie da eleggere per ottenerli. Portano fiducia che un medesimo

calore d'affetto riscaldi tutta quanta la cittadinanza loro, e che la

faccia lieta a qualsivoglia sacrifizio; costretti a vivere in mezzo

ad altri popoli, si avvezzano a loro insaputa a giudicare del popolo

loro colle idee di fuori e con quelle che essi vanno idoleggiando. Il

desiderio della patria perduta e la bramosia di racquistarla generano

in loro una credulità senza pari: credulità negli eventi che reputano

prossimi, immanchevoli ed accomodati ai loro divisamenti: credulità

nelle promesse degli estranei, che, nei paesi liberi, quando stanno

dal lato della opposizione, non si fanno coscienza di largheggiare in

parole per accattare benivoglienza e popolar clientela; ma ove salgano

in palazzo, badano agli interessi dello Stato, e si reggono secondo

la bilancia di questi, non colle voglie altrui: credulità, per ultimo,

nelle forze di lor parte e nei riscontri che ne hanno dai consenzienti

o dai pietosi, i quali leniscono agli assenti il dolore colle lusinghe

del meglio vicino.

Tra gli esuli poi, molti o per condizione di fortuna o affinità di

pensieri stanno in commercio colle parti più vive delle ospitali

terre; si aggirano così in una temperie artifiziata e ristretta, e si

straniano ovvero abborrono da ciò che nei più numerosi e forti ordini

sociali si pensa e si opera. Quindi è che le giuste ire proprie sono

del continuo rinfocolate dalle ire degli stranieri conventicoli, che

trattano le ombre di lor possanza come cosa salda, e fomentano nei

rifuggiti l'inclinazione alle dottrine estreme ed alle teoriche più

arrisicate di governo.

Chi mediti le dottrine del Mamiani, apprenderà come abbia egli saputo

tenersi immune da questi erramenti, per così dire, fatali, e come in

ciò niuna lode di moderanza e di senno gli basti. Ed oggidì che la

migliore Italia è proscritta, e confessa la bontà dei propositi col

sigillo della sventura degnamente sopportata, necessario è ricordare

più spesso cotali pericoli dell'esilio. Che se in noi fosse alcuna

autorità di nome, o qualche efficacia di eloquenza, le quali non

abbiamo, qui conchiuderemmo il dire insistendo su quest'ultima virtù

dell'esule Pesarese, e rivolgeremmo la parola alla gioventù della

emigrazione, dicendole con gran cuore: — Durissime sorti vi premono,

e la grandezza delle miserie vostre null'altro agguaglia fuorchè

la immacolata costanza onde la sostenete. Con voi si aduna il fiore

delle provincie e l'onore delle città vostre; e se è vero il detto di

Niccolò Machiavelli, essere più glorioso il titolo di orrevole ribello,

che il vivere schiavo cittadino, voi avete diritto non al rispetto

soltanto, ma all'amore e alla riverenza di ogni buon Italiano, e di

chiunque ama la libertà e la patria. Infelicissime sono le condizioni

d'Italia, e le enormità dei ristorati governi che la disertano, lascian

dietro per ferocia le nefandezze che la storia dei tempi andati abbia

meglio infamate, consacrandone gli autori al vindice abominio dei

secoli. Ogni giorno che spunta illumina scelleranze novelle; ogni

notizia che giunga da quei vietati confini, narra i casi di alcuna

impresa che supera le precedenti in barbarie. E a noi pure, nati nel

Regno Subalpino, felicitati da proteggevoli e bene amate istituzioni,

ai quali perciò costa meno il consigliar prudenza e longanimità,

a noi pure viene spesso sulle labbra la voce della collera indarno

soffocata. Alle ire vostre noi facciam quindi ragione, essendochè

soffrite tanto più di noi, e provate vive e nel petto stridenti le

punte dell'angoscia e dell'insulto. Ma deh! lo sdegno non vincavi,

come sarete vincitori per fermo delle corruttele e dello sconforto

increscioso, corruttela pari alle altre. Appunto perchè non scernete

coll'occhio fiso e bramoso nè lume di stella che splenda, nè vento

che spiri propizio, deh! non aumentate le difficoltà della comune

intrapresa che richiederà unanimità di sforzi eroici, coll'aggiungere

nuovo pondo e nuovo carico alla nave. Respingete i consigli troppo

assoluti, e le idee scombujate e piene d'incertezza; non preoccupate

le contingenze dell'avvenire con sistemi nati nell'ora dello sdegno e

condannati già dall'esperienza, maestra suprema dell'arte politica. È

utopista chiunque mura in aria senza il sussidio dei fatti: se alla

mente umana è dato di antivedere l'ordine generale del movimento

civile, e discoprire anticipatamente i sommi capi di un rinnovamento

politico, le è contesa nondimanco la divinazione degli accidenti e il

conoscimento preventivo degli atti particolari che debbono comporre

il disegno provvidenziale. Ripudiate per conseguente le improntitudini

delle sètte, che compilano e promulgano da qualche affumicata taverna

i capitoli del futuro statuto italiano, e lo inaffiano non col sangue

proprio, ma con quello di ignari ed ingannati seguaci; non vi allettino

le superficiali e fallaci dottrine della così detta sovranità popolare,

che a' suoi patroni procaccia il breve favore del volgo, e al despoto

astuto il lungo impero della spada; disegnando e colorendo l'Italia

futura, non dimentichiamo l'Italia presente, e non iscambiamo le realtà

coi fantasimi vani. Di tre membri consta la proposizione intorno a cui

la generazione presente, erede delle aspirazioni più o men distinte

delle età trascorse, si affatica e si affaticherà senza posa insino

all'integrale suo componimento: l'uno ragguarda l'Indipendenza,

base di ogni Italia e di ogni civil signoria; l'altro versa intorno

all'acquisto di un liberale governo; l'indipendenza poi, quando fosse

acquistata, rimarrebbe pericolante e mal difesa se non la tutelassero

le armi confederate dell'intiera Penisola, e le forme liberali

scapestrerebbero nell'anarchia dei voleri, ove non le moderasse un

supremo centro di azione sovrana. Sappiamo anche noi che non si ritesse

la tela del passato, e che chi si sequestra nelle angustie di una

formola, smarrisce la vena operativa che si apre feconda al cospetto

degli avvenimenti che sorgono e si svolgono improvvisi ed inaspettati;

ma queste dottrine che furono verità, or volgono cinque anni, questi

principii che sono appunto propugnati dal Mamiani insieme coll'altra

onorata schiera, sono verità d'oggi tuttavia, e forse lo saranno

sempre. Lasciamo all'avvenire di risecare ciò che vi sarà di mobile e

di accessorio nella loro attuazione; lasciamo all'avvenire la cura di

gettar la luce fra le tenebre; prepariamo di quest'avvenire l'evento.

Ed a voi, esulanti per amore d'Italia, non cada dall'animo che nella

universale dejezione della Penisola, la libertà e la nazionale dignità

ebbero un rifugio inespugnato nel Piemonte, dove, non ostante le

gelosie e gli odii che lo bersagliano, la concordia degli animi e

gli influssi della libertà ordinata medicano a poco a poco le ferite

amplissime che lo solcarono. E ciò chiarisca alla patria italiana,

che meglio profittano agli Stati i lenti e sicuri progressi, che

non i repentini sconvolgimenti disformi dalle abitudini dei popoli e

dalla tradizione anticata. A voi, reduci un giorno nelle ville natie,

daranno autorità e suffragio di popolo i ben sopportati patimenti, e il

pregio di senno pratico che si suppone in chi dimorò nei paesi retti

a vivere libero: or bene, di questa forza morale valetevi a temperare

le baldanze che trescano nei momenti felici; e al pari di Terenzio

Mamiani, recate con voi quella modestia di giudizio che tanto rimane

offesa dalle astiose rimembranze del passato, quanto è impossibile

allorchè si culla l'intelletto con insulse generalità di politiche

logomachíe: a voi allora si apparterrà il vanto più altero che possa

toccare ad uomo quaggiù, il vanto di autori e conservatori della

libertà nella patria. —

_Torino, 18 marzo 1853._

Scritti politici · 第 7 / 310 题