Voi siete una persona colta, avete comprato molti, moltissimi libri e
continuate a comprarne; ma ditemi la verità — così a quattr'occhi, veh!
nessuno ci sente ed io vi prometto di mantenere il segreto — tutti quei
libri li avete letti?
Fate un breve esame di coscienza e poi rispondete, o meglio non
rispondete, perchè direste una bugia!
Noi vogliamo far entrare l'amor proprio in ogni cosa e spesso mentiamo
per non compromettere la nostra dignità. Ma, a voler essere sinceri,
non tutti i libri che si comprano, si leggono.
Dite un po': quei grossi volumi di storia li avete letti? e quei poemi
cavallereschi? e quei poemi didascalici? e quella falange immensa di
romanzi e di novelle?
Ma non ci perdiamo in ciarle. Sedetevi a tavolino e fate una minuta
e scrupolosa inchiesta su voi stesso, notando sopra un bel foglio di
carta i libri che avete letti e quelli che avete solamente comprati,
come utensili di lusso. Coraggio! siete solo. Incominciate da quei
volumi di destra. Sono le _Opere_ del Giambullari. Dunque segnate sulla
carta:
Del Giambullari.... Che? del Giambullari non avete letto neppure una
pagina? Ebbene, scrivete: Del Giambullari zero.
Del Thiers.... Che avete letto del Thiers? Un libro solo? Un libro
solo. Del Guicciardini due capitoli, del Monti l'_Aristodemo_,
del Pellico le _Mie Prigioni_ e la _Francesca da Rimini_; metà
dell'_Odissea_, tre o quattro poesie del Prati, due commedie del
Molière; del Gioberti il _Gesuita Moderno_, di Tacito zero, del
Petrarca una dozzina di sonetti, dell'Hugo _I Miserabili_ e l'_Uomo
che ride_. Mezz'_Asino_ del Guerrazzi, tre elegie di Ovidio, due canti
dell'_Eneide_...
Continuate, continuate e quando avete finito, tirate le somme.
Vergogna! Sette decimi dei vostri libri non sono stati letti, tre
decimi sono ancora intonsi. Ma voi naturalmente non lo dite neppure
agli amici più intimi e fate bene, o meglio fate come fanno gli altri.
Noi tutti, proprio tutti, vogliamo comparire enciclopedici e far
credere che ogni cosa passa sotto i nostri occhi. Tutte le debolezze,
tutti i difetti, tutti i vizî si mettono alle volte in piazza, con più
o meno ostentazione o sincerità, ma la propria ignoranza, mai. Ognuno
di noi vuol sembrare più di quello che è, e in fatto di studio vuol
far credere che tutti i libri sono stati letti, studiati, commentati,
discussi.
Alle volte — e quante volte — con una faccia tosta diciamo di aver
letto quel tal libro, mentre non l'abbiamo mai visto. E di simili
peccati ognuno ne ha sull'anima. Io, ad esempio, che mi do l'aria di
uno studioso, non ho letto la _Storia delle Crociate_, la _Messeide_,
le _Confessioni e Battaglie_, _Malombra_....
Peccati veniali! Lo so. Oh, che volete che metta in piazza i peccati
mortali? Se sapeste, quanti vuoti!... Ma non ne arrossisco. Di fronte a
certi peccatori sono un mezzo santo!
Sentite:un maestro elementare — non di quelli, vecchio tipo, che si
trovano nelle scuole, perchè un giorno furono a fianco a Garibaldi e
fecero, bene o male, un paio di campagne, ma un maestro, tipo moderno,
che ha frequentato il corso normale, che ha nella sala da studio tanto
di diploma con tanto di cornice indorata, — una sera, non so a che
proposito, disse che l'_Orlando Furioso_ è in terza rima. Veramente
il poveretto disse: _mi pare_. Avrei voluto rispondergli: “A me pare
un'altra cosa: pare che lei starebbe meglio in una bottega di calzolaio
che nella scuola!„
Potreste dirmi: ma scusate, per essere un buon maestro non è necessario
sapere se il _Furioso_ sia in terza o in ottava!
È vero, ma è vero puranche che quel precettore ha studiato e studia con
passione i classici nostri.
E di questi ce ne sono!... Quanti, che si atteggiano a letterati, a
critici, non hanno letto neppure i quattro Poeti!
Ma basta, basta. Mi accorgo che faccio della maldicenza, e sta male:
ce n'è già tanta nel mondo! Io voglio dire semplicemente che noi
acquistiamo molti libri e poi non ci diamo la briga di leggerli.
Sapete perchè? La maggior parte dei libri si comprano o per semplice
curiosità, o per istintiva imitazione, o per errore ingenerato dal
titolo, o per un momentaneo entusiasmo.
Un giorno, ad esempio, vi salta il grillo di vedere un po' da vicino
la questione sociale. Tutti parlano e scrivono di questa benedetta
quistione. Bisogna saggiarne un pochino, tanto per non fare la figura
d'ignorante con gli amici, che spesso ne discutono calorosamente.
Comprate così una dozzina di libri più o meno grossi e incominciate
a leggere. Ma che! dopo una settimana la smania passa: quei volumi vi
annoiano. Sono così strane, utopistiche, cervellotiche quelle dottrine
che voi mandate a quel paese tutte le democrazie di questo mondo.
Un altro giorno un amico vi parla delle tante e belle scoperte nel
campo astronomico: monti e valli nella luna, canali in Marte, nuovi
pianeti, nuovi satelliti. Sta a vedere che in cielo si prolifica come
sulla terra!
Intanto voi siete preso all'amo e comprate subito due o tre trattati
di astronomia. Era una vergogna! Ignorare tutto ciò che avviene nel
cielo! non ricordarsi neppure la distanza che ci separa dal sole!
E così, per mettervi in regola con la coscienza, incominciate a
sfogliare questi volumi illustrati e con tavole a colori fuori testo.
“Ah! ecco la cometa del 1885! Già, me la ricordo! Com'è curiosa la
cometa del 1835! Questi sono i crateri lunari, queste le protuberanze.
Bella la nebulosa di Orione! Chi è costui? Giovanni Schiaparelli. È
Direttore dell'Osservatorio di Genova; no, di Brera, già di Brera.
Che cannocchiale! Ah! questo è il cannocchiale gigante che si sta
costruendo a Parigi. Niente di meno farà vedere la luna a un metro solo
di distanza...!„
Ma dopo un paio di giorni anche il cielo vi annoia. È tempo di pensare
alla luna? Disgraziatamente nella luna ci siamo un po' tutti. E così
senza tante cerimonie mettete a dormire anche questi libri.
Viene in voga il _Quo vadis_. Che bel romanzo! che capolavoro! _Quo
vadis_ a destra, _Quo vadis_ a sinistra: non si parla che di _Quo
vadis_. E bisogna convenire, romanzi simili ne abbiamo pochi! Mentre
dura quest'entusiasmo, i Fratelli Treves vengono a dirci che hanno
pubblicato molti romanzi del Sienkiewicz. Ah, dunque il Sienkiewicz
è un romanziere provetto? Già, ha scritto una dozzina di romanzi!
Immagino che romanzi! La tentazione è potente. Subito una cartolina
vaglia ai signori Treves. I volumi arrivano. Voi vi chiudete nello
studio dispostissimo a gustare queste ciambelle polacche. Ma, vedi un
po': quanto più si va avanti nella lettura, più vi convincete che i
fratelli non rassomigliano al fratello. Tentennando la testa, mettete
questi libri nuovi nuovi nello scaffale. Venti lire buttate al vento!
Un altro giorno... ma basta; a dire in pubblico quanti libri avete
comprati e quanti ne avete letti vi dareste la scure sui piedi: fareste
sapere ad amici e a nemici che la tanto vantata cultura si riduce
a zero. E poi, la vostra signora non vorrebbe sentir altro! “Come,
comprare i libri e non leggerli!„ E qui una predica con i fiocchi
sull'economia domestica per conchiudere che lei è economica e che voi
gettate il danaro!
*
* *
Molti libri, elogiati, premiati, messi sugli altari, dichiarati
monumenti nazionali o universali, non si leggono.
La Bibbia! Giù il cappello, signori miei. Abbiate o no una fede, la
Bibbia incute rispetto e riverenza. Tutti ne fanno il panegirico,
tutti la chiamano il _libro divino, il libro dei libri, il vero libro
dell'umanità_. Che miniera inesauribile di bellezze! Il Milton ne
trasse il _Paradiso Perduto_, il Klopstock la _Messeide_, l'Alfieri
il _Saul_, il Varano i _Canti_, il Metastasio _Abele_ e _Giuditta_,
il Byron le _Melodie_, il Rossetti i _Salmi_ e il _Veggente_: insomma
tutti i poeti — primarî e secondarî — ne hanno modellato un quadretto.
D'accordo. Ma chi legge la Bibbia? Se ne pubblicano migliaia e migliaia
ogni anno, in italiano, in latino, in greco, in ebraico; chi preferisce
il commento del Martini o del Curci, chi, per atteggiarsi a libero
pensatore, vuole le note di Lutero o del Diodati. La Bibbia è in tutte
le librerie, ma per la maggior parte degli uomini è un mobile, un
mobile di lusso: basta possederlo. Si compra, si fa rilegare in pelle e
oro e si espone alla comune ammirazione, come un bel quadro antico.
La storia di Adamo, di Caino, di Noè, di Mosè, di Isacco, di Giuditta,
di Sansone ecc., l'abbiamo appresa nelle prime classi elementari o ci
fu raccontata dal nonno. Ma chi legge i Salmi di Davide, la Sapienza di
Salomone, le Lezioni di Giobbe, il Vangelo di S. Giovanni? Se qualche
cognizione abbiamo della Bibbia è sempre di seconda mano o per vie
indirette: la fonte, la vera fonte è ignorata.
E sia detto fra noi, anche i preti l'ignorano. Essi nelle prediche,
nelle conversazioni, ne citano versi e versicoli, ma credete che
l'abbiano letto da capo a piedi? Ah! se la Chiesa non avesse imposto
la recita quotidiana dell'Ufficio Divino, molti Reverendi non
conoscerebbero neppure di nome Davide, Ezechiele e Geremia!
*
* *
Non mi chiamate pessimista: io credo che si possa dire lo stesso della
Divina Commedia.
Il Voltaire scriveva: “Dante entra nelle biblioteche, ma non è letto.
Mi rubano sempre un tomo dell'Ariosto, non mi hanno mai rubato un
Dante!„
Signori miei, non fate il muso duro. Questa volta il Voltaire ha
ragione. Egli non dice che Dante è un poeta da strapazzo, dice solo che
in Francia si compra e non si legge. E volete offendervi per questo? E
che? forse in Italia non si fa lo stesso?
Noi italiani siamo idolatri del sommo Poeta. Dinanzi alla sua tomba a
Ravenna arde notte e giorno una lampada, a cui _Trieste nostra_ manda
ampolla e olio.
Due anni fa, si pensò di mettere una targa pel Carducci proprio presso
la tomba di Dante. Ci fu un po' di subuglio. Nossignore; il Carducci è
un poeta emerito, ma non deve stare a fianco al nostro Vate! La targa
si pose, perchè così volle il Consiglio Comunale di Ravenna, ma a
parecchi sembrò una profanazione. Dante deve restar solo. Non è mica un
pianeta che ha bisogno di satelliti!
Tre anni fa, Catullo Mendes, alla fine di un banchetto, si permise
sentenziare che Dante era francese. Il telegrafo ci portò subito la
sacrilega asserzione. Dante francese! Chi l'ha detto? Chi è questo
pazzo? Si parlava già di duelli, e se il Mendes avesse continuato a
insolentire, cento nuovi Guglielmo Pepe erano pronti a sbudellarlo.
Ladro screanzato! volerci rubare Dante! E non sa questo signor Catullo
che l'Alighieri è per noi come la corona di bronzo di Napoleone? Iddio
ce l'ha dato e guai a chi lo tocca!
Ma quanti degli italiani leggono la Divina Commedia?
Alcuni versi del Sacro Poema sono diventati proverbiali e si tramandano
di generazione in generazione. Chi, incominciando un elogio funebre non
esclama: _farò come colui che piange e dice_, mentre poi non sa fare nè
l'uno, nè l'altro? Chi, trovandosi a corto di argomenti in suo favore,
non bolla col nome di invidiosi i suoi avversarî, dichiarando chiusa la
polemica col provvidenziale: _non ti curar di lor, ma guarda e passa_?
Insomma è sempre un verso di Dante, e nei casi solenni, una terzina,
che chiude o apre il fuoco in tutte le discussioni scientifiche,
politiche o religiose.
E nel campo letterario? Dio mio, i letterati ne abusano maledettamente!
Per tutti i bisogni grandi e piccoli, Dante, sempre Dante! Non sanno
muovere un passo, non sanno aprir bocca senza ricorrere al gran
papà. E come certi oratori sacri, per mantenere in piedi una tesi
cervellotica, cercano rafforzarla con qualche sentenza di S. Tommaso o
di S. Agostino, così molti conferenzieri ricorrono a Dante, al padrino
universale, per essere protetti e difesi.
Eppure, mentre la Divina Commedia è così saccheggiata, è poco letta.
Noi abbiamo Cattedre di Dante, Società della Dante Alighieri, ma se
togli pochi, proprio pochi, veramente studiosi, che sono chiamati per
celia Dantofili, gli altri se ne disinteressano completamente.
La grande sala del Collegio Romano è adibita per le conferenze
dantesche, che si tengono per lo più durante la quaresima. E' un
sacro ritiro. I tempi mutano; i nostri padri, compunti e contriti, se
ne andavano in chiesa, nella quaresima, a sentire l'oratore sacro,
il quale cominciava col _pulvis es_ e finiva col _resurrexit_.
Oggi no, si va al Collegio Romano, dove un professore vi legge, vi
commenta, vi tagliuzza, vi sviscera un canto del Poema. Il pubblico
sempre numeroso. Spesso interviene il Re, la Regina Madre e Figlia,
i Ministri, i Presidenti dei due Rami, il Corpo Diplomatico; e quando
il conferenziere ha finito, gli applausi arrivano alle stelle: Bene,
bene! bravo, bravo! Il Re si congratula, le Regine si congratulano, si
congratulano tutti.
Ma credete che fra tutto quel pubblico “colto„ vi siano dieci persone,
che abbiano studiata la Divina Commedia?
Questo libro è per noi come l'Arca Santa per gli Ebrei: si adora,
ma non si tocca. Si è avuto nelle mani solo nelle classi liceali e,
secondo la maggiore o minore pedanteria del professore di italiano, si
sono perdute molte lezioni nel fare insulse indagini sul veltro, nello
stabilire che cosa rappresenti Beatrice, quali diavolerie si nascondano
sotto quel benedetto o maledetto _pape Satan, pape Satan aleppe_!
Oggi si fa un parallelo con il Caronte di Virgilio, domani si mettono
in bilancia i demoni di Milton. Infine si apre il libro del dare e
dell'avere: qui imita Omero, qui Virgilio, là è stato saccheggiato
dall'Ariosto e dal Tasso. Insomma un po' di autopsia, un po' di
anatomia comparata e basta.
Conosco un professore, mente vuota addirittura, il quale pretendeva
dagli alunni la pianta topografica di tutte le bolgie infernali,
e l'anno scolastico passava in questi noiosi esercizi. Forse il
disgraziato, temendo che l'inferno sarebbe stata la sua eterna dimora,
ne voleva una guida per non smarrirsi!
I tre anni del liceo passano e si dà il benservito alla Divina
Commedia, per entrare nella grande e vera commedia della R. Università.
Ma siamo giusti: se questo libro è poco letto, la colpa è dei
commentatori e dei maestri. A furia di voler vedere in ogni verso
un'allegoria, ci annebbiano talmente l'intelligenza che non sappiamo
dove dar di capo. E fossero almeno d'accordo questi signori! No, lì per
picca a contraddirsi.
Il proverbio dice: “Dove molti galli cantano, non fa mai giorno.„ È
proprio il caso nostro. La _Divina Commedia_ non appare così luminosa
per i tanti galli e capponi che vi cantano intorno.
Si vocifera che a Ravenna debba, quanto prima, sorgere una grande
Biblioteca Dantesca. Oltre le edizioni estere e nazionali, raccoglierà
i commenti estetici, filosofici, filologici, storici, politici ecc.,
che saranno naturalmente migliaia e migliaia, giacchè tutti i critici
hanno voluto dire la loro parola sulla _Divina Commedia_.
Ravenna dunque avrà una biblioteca monumentale. Benissimo. Idea degna
del nostro secolo. Però vorrei che innanzi al maestoso edificio si
scrivesse a grossi caratteri: — _Dante e la Torre di Babele!_ —
*
* *
Sentite sempre dire: “Che vuoi, segue il principio di Machiavelli! È
della scuola di Machiavelli! È seguace di Machiavelli!„
Per la maggior parte degli Italiani, Machiavelli è un furbo
matricolato, un cinico terribile, un ministro di tirannia, un uomo
senza coscienza, senza morale, senza fede. E sapete perchè questo
poveretto è così calunniato? Ve lo dico subito: non si legge.
Noi siamo soliti ripetere da pappagalli ciò che ci vien detto da altri.
Machiavelli ha scritto: _il fine giustifica i mezzi, ciò che giova
lice_, ecc. Verissimo. Ma mettete queste massime in relazione col
tempo in cui visse il Machiavelli, studiate quel periodo storico in cui
Firenze si dibatteva tra il servilismo e l'abiezione, e poi ditemi se
una voce, che richiami al rigido diritto, merita encomio o disprezzo.
Il Villari nel suo pregiato lavoro _Machiavelli e il suo tempo_
conchiude trionfalmente: “Oggi che l'Italia ha incominciato a redimersi
e si è costituita secondo la profezia di lui, è venuto il momento,
in cui gli sarà resa giustizia.„ Ma quale giustizia? La calunniosa
leggenda dura, perchè le opere del Segretario Fiorentino non si
leggono, e molto meno si studiano.
Il Bonghi nelle sue lettere critiche grida: “Chi non legge il
Machiavelli è un uomo mediocre e di animo piccino.„ È inutile! _Il
Principe e Compagni_ resteranno sempre negli scaffali con tutti
gli onori civili e militari, ma senza essere mai consultati. Si
leggiucchiano le poesie e le commedie, perchè un po' scollacciate,
ma le opere storiche _requiescant in pace_! Solo quei signori della
Minerva di tanto in tanto ne mandano un pezzetto ai candidati di
licenza liceale, i quali, frettolosamente — appena in sei o sette ore
— gli confezionano un abituccio alla latina, tutto toppe e topponi. E
come a farlo apposta si scelgono pezzetti difficili ed aridi, forse per
innamorare sempre di più i giovani.
La Minerva sa rendere simili servizî!
*
* *
Specialmente noi meridionali parliamo sempre della _Scienza Nuova_
di Giambattista Vico. Ne andiamo orgogliosi, come se questo libro
fosse stato lasciato in eredità a noi, e solo a noi. In tutte le
conversazioni, in tutte le dispute, in tutte le polemiche, il Vico vien
tirato sempre in ballo.
Ma chi lo legge? Fino a pochi anni fa nessun editore credeva opportuno
riprenderne la ristampa, e per averne un esemplare bisognava ricorrere
ai venditori di libri usati o alle R. Biblioteche. Oggi, grazie a
Benedetto Croce, ne abbiamo una bella edizione. Anzi il Croce, con
lo zelo di un apostolo, va predicando che noi italiani abbiamo il
sacrosanto dovere di leggere e studiare la _Scienza Nuova_. Ma come
succede a tutti quelli che ricordano doveri, il Croce predica al
deserto.
Anche il Michelet, a suo tempo, voleva che i Francesi studiassero
quel libro, ma poi si convinse che pretendeva l'impossibile. “Giovan
Battista Vico — egli disse — non può essere inteso dal secolo
decimottavo, perchè parla al decimonono.„ Non l'avesse mai detto!
Sapete che cosa è successo? Quelli del secolo decimonono dissero che
il Vico parlava al ventesimo, noi del ventesimo diciamo che parla al
ventunesimo, e siate sicuro che i nostri figliuoli diranno che parla
al ventiduesimo. Insomma quel libro parla sempre al secolo futuro, e
intanto... non parla mai.
Ma volete sapere perchè la _Scienza Nuova_ non si legge? Sentite: il
Settembrini, che ne parla con la riverenza di un discepolo, servendosi,
come al solito, di una similitudine, dice: “Il Vico è come una immensa
statua colossale che riguardata da vicino ti pare mostruosa nelle sue
membra quasi formata con la zappa, gli occhi cavati con la vanga, tutto
scabrezza e rozzezza; ma a certa distanza la scabrezza sparisce, e vedi
la figura proporzionata e maestosamente bella.„
Ecco la ragione, per cui non si legge il Vico: vogliamo guardarlo da
lontano, per vederne meglio i pregi!
*
* *
E il Darwin? È oramai mezzo secolo che si ciancia di Darvinismo.
Questo sistema evoluzionista, che apre un abisso nel campo biologico,
e per conseguenza inevitabile, anche morale, ha dato origine a una
turba immensa di seguaci e di avversarî, turba di profani che non sono
entrati mai nel santuario della scienza e che scorgono in Darwin o un
simpatico libero pensatore o un terribile ateo.
Di Darwinismo si parla nei caffè, nei circoli, su pei giornali, e
mentre sono pochi i veri cultori di scienze naturali, tutti vogliono
esprimere la loro opinione su tale argomento. Alcuni, per darsi la
posa di uomini evoluti, sostengono quelle teorie con qualche debole
argomento, letto in una rivista scientifica; altri, nemici di ogni
nuovo portato della scienza, si fanno il segno della croce come se si
parlasse del diavolo in persona.
Ma domandate a tutti questi fanatici ammiratori o avversarî se hanno
letto una pagina sola dell'_Origine della Specie_.
Nemmeno per ombra!
Vorrei parlare di altri libri, ma veggo che questo linguaggio dà sui
nervi a parecchi. Forse m'inganno, ma ho ragione di credere che molti
libri importantissimi non si leggono e si ha poi la pretenzione di
discuterne!
Per carità, si finisca una buona volta di fare i pappagalli! Quando non
si è letta un'opera, o confessatelo sinceramente o acqua in bocca. Chi
viene a domandarvi se avete studiato il _Principe_ o _L'Origine della
Specie_?
*
* *
Fin qui le persone che si chiamano colte, che vengono dette a ragione,
e spesso a torto, menti direttive. Che se parliamo poi del pubblico,
del pubblico grosso, c'è da mettere le mani nei capelli.
Cinquant'anni fa, il Bonghi diceva che in Italia si legge poco, e
ne dava la colpa alla lingua. Ma che lingua d'Egitto! Il pubblico
si è dato mai pensiero della lingua? Nei secoli scorsi teneva i suoi
procuratori legali — i pedanti —, oggi se ne disinteressa addirittura:
ognuno parli e scriva come vuole!
E allora perchè il pubblico non legge?
Ve lo dico subito: non legge, perchè non ne sente il bisogno.
Dovrebbe leggere per distrarsi, per divertirsi, ma se si distrae e si
diverte così bene con lo sport, con la bicicletta, con l'automobile,
col grammofono; col cinematografo, con l'areoplano! E poi, se il
pubblico non legge, è un po' corrucciato; ha ricevuto un torto dai
nostri letterati e vuol vendicarsi. Fino a pochi anni fa divorava i
romanzi francesi, e il Dumas, il Sue, l'Hugo, il Verne, ecc. erano
popolarissimi tra noi. Solo i romanzi? E' naturale. Il pubblico
grosso se legge, legge romanzi. Nei secoli passati, quando la vita era
meno febbrile, il pubblico prendeva parte alla letteratura classica,
leggiucchiava poemi, tragedie, storie, ma a poco a poco si allontanò da
questa roba un po' pesante; e quando lo Scott in Inghilterra, il Dumas
in Francia e il Manzoni in Italia presero a battesimo il romanzo, il
pubblico dette il benservito alla letteratura classica e giurò eterna
fedeltà al romanzo. Sempre e soli romanzi!
Ma un giorno si incominciò a dire: lasciate stare questi libri. Non
vi accorgete che tutto è fantastico e strano? non vi accorgete che il
romanziere vi burla e vi tratta da bimbi?
Il pubblico sempre credulo, sempre scolare, sempre amante di novità,
mise da banda quei libri, che lo avevano divertito un mondo, ed
aprì i romanzi moderni. Ma che! questi romanzi non lo dilettavano
un fico. Poca invenzione, poca azione drammatica e molta analisi. Il
pubblico restò male. E che specie di romanzi son questi? Noi vogliamo
distrarci, vogliamo sognare e questi libri mettono in campo quistioni
scientifiche, tesi psicologiche, antropologiche!
Che fare? Ricorrere di nuovo al Dumas e C.i? No. E dunque? dunque
faremo a meno di leggere. C'è tanto da fare nella vita!
Ma non crediate che il pubblico davvero non legga; legge, sissignore,
ma legge male.
So di un editore fiorentino, il quale mette in piazza migliaia e
migliaia di libercoli, che vanno a ruba. Sono delle porcheriole non
tanto per il soggetto, quanto per la forma. E quest'editore confessa,
a onore e gloria di noi italiani, che a pubblicare buoni libri c'è da
rimettere le spese, mentre con queste porcheriole si fanno quattrini.
A Napoli parecchie Case Editrici non confezionano che questa roba;
roba sudicia, roba da trivio, che fa vergogna alla natura umana. Sono
libercoli dai titoli ambigui o spudorati, con fotografie sconce, che
svegliano e solleticano i più bassi istinti.
Mi sono caduti sott'occhio parecchi volumetti di una biblioteca così
detta, _scientifica_. Che scienza! Si parla delle anormalità più
nauseanti.
E come sono furbi questi editori! Per stuzzicare di più l'appetito,
presentano i libercoli, chiusi come in una busta. Dicono che la legge
vuole così. Bugia. Il nostro Codice sorvola su queste bazzecole.
Si chiudono in busta per rendere la merce più appetitosa. Il frutto
proibito attira: non per niente siamo figli di Adamo e di Eva!
A credervi, nessuno legge queste porcheriole, ognuno se ne mostra
disgustato, ognuno aggrinza il naso e si atteggia a Catone, ma di
grazia dove vanno a finire le tante edizioni, che si tirano così
frettolosamente? Eh! questi libri si comprano, si leggono e si
rileggono.
Ma c'è bisogno di tanti esempi per dimostrare che il pubblico nostro
legge male? Ricordatevi di _Quelle signore_. Veramente un tal successo
si deve un po' a quel buon Procuratore del Re, che volle sequestrare il
libercolo e trascinare l'autore dinanzi al tribunale. Non l'avesse mai
fatto! I giudici l'assolsero e il pubblico l'arricchì!
E quel che è peggio il signor Notari ha avuto degli imitatori. Molti,
vedendo che quel genere era ricercato, ci regalarono subito: _Le Figlie
di quelle Signore, Quelle Signorine, Quelle ragazze, Quelle Matrone_ e
simili dolciumi.
Qui mi verrebbe la tentazione di fare un po' il moralista, ma a che
pro? Tempo perduto! Sua Eccellenza — di felice memoria — on. Luzzatti,
volle alzar la voce in nome della pubblica morale. Scrisse una bella
lettera ai prefetti del Regno, e disse solennemente: “Io non voglio più
vedere libri, libercoli e cartoline pornografiche!„ Il buon uomo per
raggiungere più presto lo scopo promise premi e minacciò castighi, ma
fece fiasco. E faranno fiasco tutti. Noi dobbiamo imparare a proprie
spese e metteremo senno solo quando l'acqua ci sarà arrivata alla gola.
Pazienza. Io intanto penso: il Notari ha comprato una bellissima villa
e fa la vita da signore a spese di _Quelle Signore_; mentre parecchi
letterati nostri, valenti, vivono... da poveri cristiani.
Bisogna dire che nel mondo v'è giustizia!
Gli adulatori.
Non ci avete mai pensato, ma la vostra libreria è piena zeppa di
cortigiani.
Vedete un po': Stazio s'inchina dinanzi al trono del lurido Domiziano,
Virgilio apre le porte dell'Eliso ad Augusto, l'Ariosto tira incenso al
suo Cardinale, l'Achillini affastella sonetti per quel sozzo Luigi XIII
ed arriva a dirgli goffamente
ai bronzi tuoi serve di palla il mondo,
il Metastasio piega le ginocchia dinanzi alla sua padrona, il Cesarotti
e il Monti inneggiano al Bonaparte!
E li conservate voi questi libri? li leggete? li studiate?
L'arte! Ma che arte d'Egitto! Noi non vogliamo colori e immagini:
ci basta la natura. Noi abbiamo bisogno di chi sostenga e difenda la
verità, di chi sappia educare il nostro carattere. Lo scrittore è un
giudice ed ha il dovere di dire ai cattivi: “Io accuso, io protesto!„
Se si lascia intimorire o allettare è un colpevole; e un nuovo
Nazzareno dovrebbe cacciare a colpi di fune questo profanatore dal
tempio dell'arte!
Si sa, pochi hanno la forza di affrontare pericoli per la propria e
l'altrui indipendenza, pochi hanno il coraggio di presentarsi, come
Mosè, dinanzi agli eterni Faraoni e perorare la causa del popolo.
L'eroismo non si può pretendere da tutti, ma nessuno deve essere vile:
la viltà è abiezione. Se non sapete volare, camminate: strisciare è
dei rettili, e ai rettili non è dato coltivare l'arte, la quale deve
serbarsi immune dalla bassa adulazione.
Plinio, per liberarsi dai malvagi capricci di Nerone, trattava
quistioni grammaticali. “Mi piace vivere — diceva — e voglio sfuggire
il serpe.„ Il Machiavelli, dovendo scrivere per incarico dei Medici
le _Istorie di Firenze_, diceva al Guicciardini: “Consiglierommi meco
medesimo e mi ingegnerò a far sì che pur dicendo la verità a niente
possa ella rincrescere„.
Filosseno, per aver dato il suo franco parere sopra alcune sciocche
poesie del tiranno Dionisio, fu messo in carcere. Liberato poi per le
preghiere degli amici, fu di nuovo chiamato da Dionisio a giudicare
altri versi. Filosseno ascolta, e mentre la ciurma degli adulatori
applaude, egli senza pronunziar parola si avvia alla porta. Domandato
dal tiranno dove andasse, “ritorno al carcere„ rispose.
Noi non sappiamo quali opere scrisse Filosseno, non sappiamo quale fu
la sua vita, ma quest'atto nobilissimo lo solleva al di sopra di tanti
poeti, che pur di avere titoli, decorazioni e ricchezze, vissero come
schiavi. Gallonati, stipendiati, vendevano l'arte al miglior offerente.
Grandi artisti furono il Corneille e il Racine, ma quando noi li
vediamo nella reggia di quel mostro imbellettato di Luigi XV, vorremmo
gridare: “Vergogna! vergogna!„ Sono dolci i drammi del Metastasio,
ma chi può perdonargli i salamelecchi a Teresa d'Austria? Ah! questo
beato Metastasio è davvero il tipo dell'adulatore gaudente! Dal giorno
in cui con gli _Orti Esperidi_ dette il pomo di Paride all'Imperatrice
Elisabetta comincia la sua vita di cortigiano. Vive 50 anni a Vienna,
scrivendo drammi per nozze ed onomastici e non si ricorda mai di
avere una patria. Per lui la patria è dove si sta bene, dove ci
sono quattrini e belle donne. Carlo VI lo nomina barone dell'impero,
Maria Teresa gli manda la decorazione di S. Stefano, ma lui come un
vezzoso paggio gentilmente rifiuta. Non crediate che lo faccia per
un sentimento di dignità: no, il latte e il miele gli è arrivato alla
gola. “Non mi affogate; — par che dica — lasciatemi vivere nella mia
corte!„
E così vivevano un po' tutti i nostri letterati.
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* *
Ma noi siamo ingiusti! Prima di bollare col nome di adulatori quei
poeti dovremmo ricordarci che nei secoli andati la carriera delle
lettere non offriva vantaggi se non all'ombra di una corte.
Oggi la condizione del letterato è molto diversa. Bene o male c'è
sempre da sbarcare il lunario. I romanzi si vendono, le novelle si
vendono, i lavori critici, storici, si vendono. Insomma chi si dà alle
lettere, ed ha davvero un po' d'ingegno, non muore di fame. In ultimo
caso c'è l'insegnamento: una cattedra di liceo o di Università si
afferra e lo stipendio viene da sè. Non vivono da signori i letterati,
ma vivono!
Nel cinquecento, invece, o giù di lì, le cose andavano un po' male.
La scuola non rendeva, pochi imparavano a leggere o a scrivere, e quei
pochi la pretendevano _gratis et amore_; la luce non si paga o meglio
non si pagava.
Vivere con le pubblicazioni? La stampa era ancora piccina e camminava
con le grucce. E poi a chi vendere i libri? Il popolo non leggeva o
leggeva senza spendere un soldo. Dunque? dunque i poveri letterati
dovevano ricorrere ai principi e recitare ad essi il _pater noster_
col relativo _dacci oggi il nostro pane quotidiano_. Il principe era il
mecenate, il protettore, che dispensava grazie e quattrini. E bisognava
aiutarsi con la lode: con la lode toccare il cuore del magnanimo
signore, con la lode ben disporlo ai futuri benefici. Non lo dico io,
lo dice il Tasso (padre), il quale non fu, o meglio non voleva essere,
un cortigiano, ma dinanzi al dilemma — o incensare o morir di fame —
prese anche lui un turibolo ed esercitò... l'arte.
Di buona o di mala voglia, un padrone bisognava tenerlo. Cantare come
la cicala? Nossignore. Viene l'inverno e bisogna fare i conti con
la formica. I poeti, edotti da questa favola, entravano per tempo in
Corte, a formare la grande famiglia artistica. Il Cardinale Ippolito
aveva a suo servizio circa 300 letterati; e avendogli un giorno
Clemente VII fatto osservare che erano troppi, lui rispose: “Non li
tengo a Corte, perchè io abbia bisogno di loro, ma perchè essi l'hanno
di me„. Sua Eminenza aveva ragione. Per lui era un lusso, per i poeti
una necessità.
Ma quel lusso ai principi costava un occhio! I letterati in genere e
i poeti in ispecie sono incontentabili! Amano la bella vita; vogliono
mangiar bene, vestir bene, divertirsi meglio; e tutto a spese del
padrone, tutto, anche gli abiti, anche le scarpe! Il Poliziano scriveva
al Magnifico: “Gli stolti ridono dei cenci ond'ho coperto il corpo e
dei sandali bucati che ho in piedi. Mandatemi una delle vostre vesti
migliori e un paio di scarpe.„ Il Guicciardini ha bisogno della dote
per le sue figliuole e il Machiavelli lo consiglia a rivolgersi a Leone
X, perchè “tutto consiste nel domandare audacemente e mostrare male
contentezza non ottenendo„.
E guai se il principe faceva il sordo o si mostrava un po' spilorcio.
Il Giovio aveva due penne: una di oro e un'altra di ferro e “ben sapete
— egli diceva — che con questo santo privilegio ne ho vestiti alcuni di
brutto cannevaccio!„ L'Aretino mal ricompensato rifiuta. “Vi rimando —
scrive a Leone X — i dieci ducati pregandovi che vi degnate rendermi le
lodi da me datevi. A quelli che vogliono la fama conviene essere larghi
a senno.„
Così i Principi, i Cardinali, i Papi per non essere messi alla berlina
sborsarono danaro, e i poeti alla vista dell'oro cambiavano metro.
L'Alemanni, cantando in lode di Carlo V, si sentì rimproverare da
costui perchè in altro tempo ne aveva detto corna. “Maestà, — gli
rispose con la più grande disinvoltura — l'ufficio della poesia è
mentire.„
L'Alemanni si espresse male, egli voleva dire: Maestà, la poesia è una
merce; si vende.
E si vendeva davvero. Andrea dell'Anguillara vendeva le sue ottave a
mezzo scudo caduna. Curioso davvero questo poeta! Prima d'incominciare
la traduzione dell'Eneide, manda ai Principi d'Italia una specie di
lettera circolare per far sapere che il suo Enea troverà nell'Eliso
tutti i magnanimi, e nell'inferno gli spilorci, e conchiude: “Spero
che non mi bisogni mandar Lei e gli altri tutti a casa del diavolo e
che Enea non abbia troppo da fare nell'inferno a parlar con tante anime
dannate, quante io sono per mandarvene, se non fanno il debito loro„.
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* *
Si potrebbe dire: ma dunque i nostri letterati vivevano bene!
Accarezzati, acclamati, festeggiati passavano gli anni in continua
agiatezza.
Eh! come inganna l'apparenza. Scorrete la vita di quei poveretti.
Quante umiliazioni, quanti rimproveri, quanti disinganni! Bisognava
stare sempre agli ordini, secondare il principe nei suoi pettegolezzi,
seguirlo nelle insulse guerricciuole. Quei Mecenati oggi decretano
pensioni e titoli, domani per un equivoco o capriccio vi mettono fuori;
e il povero poeta doveva trovarsi un nuovo padrone e recitare un nuovo
atto di fede. Chi dei poeti nostri visse felice o almeno tranquillo?
L'Ariosto fa il governatore, il segretario, il messo d'ambasciata, il
cavallaro, e un giorno, solo perchè non vuole recarsi in Ungheria,
gli è negata la pensione; il Tasso, invidiato, calunniato, burlato,
vi perde la ragione e vien rinchiuso in un manicomio; il Guarini è
cacciato dalla Corte dei Savoia; il Marino è messo in carcere; il
Tassoni passa da una Corte all'altra e dolorosamente esclama: “I
principi hanno le mani lunghe, ma non larghe„ e si fa dipingere con un
fico in mano per indicare ciò che ha riportato dalle Corti.
Fortunatamente quei tempi passarono e la nostra letteratura a poco a
poco ruppe le vergognose catene ed acquistò la propria indipendenza. Al
principio dell'ottocento non si lasciò nè allettare, nè intimorire.
Peccato che mentre la coscienza italiana si formava per l'opera di
tanti valorosi scrittori, il Monti volle restare all'ombra del manto
imperiale. Il Parini si negava finanche di tessere il panegirico a
Maria Teresa. “Io non trovo veruna idea soddisfacente su cui tessere
l'elogio dell'Imperatrice. Ella non fu che generosa: donare l'altrui
non è virtù„. Il Foscolo, pur di non inneggiare agli oppressori se
ne andava ramingo, scriveva su riviste inglesi, trattando argomenti
pedestri di critica e di storia letteraria. “Mi sono esposto — diceva
alla sorella — colla vergogna sul viso e col cuore afflittissimo a dare
lezione in pubblico non in università, che sarebbe un onore, bensì in
una specie di teatro: senza questo duro espediente non avrei di che
vivere.„
Il Monti invece, che pure aveva gran cuore e forte ingegno, s'inchinava
ora al Papa, ora a Napoleone, ora all'Austria. Realista con i re,
imperiale con gl'imperatori, repubblicano con le repubbliche, fu il
poeta dei vincitori.
I suoi contemporanei lo chiamano il Dante redivivo, ma la nuova Italia
non l'ha riconosciuto come suo poeta nazionale!
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E basta col passato.
Oggi nell'anno di grazia 1911 non abbiamo più adulatori. Gli scrittori
moderni non hanno nulla da temere o da sperare dai Coronati.
È finito il tempo dei Dionisî. Se l'Imperatore di Germania, che si
atteggia a letterato, scrivesse domani dei brutti versi, cento critici
tedeschi gli direbbero in faccia che la poesia non è per lui.
Che mecenati e protettori! Oggi il Gran Mecenate è il pubblico.
Allettate il pubblico, carezzatelo, seguitelo nei suoi gusti,
solleticatelo nelle sue passioncelle, distraetelo, divertitelo,
storditelo, egli saprà fare il suo dovere: vi darà quattrini ed onori.
Essere attaccati alla gonna di una regina ed esaltarne i begli occhi,
le graziose manine, brrr! è una abiezione.
Dall'altra parte non crediate che i re abbiano vaghezza di tenere al
loro servizio poeti, che cantino la ninna nanna in tutte le ore del
giorno. Hanno da sentire altre ninna nanne, i poveretti! Neppure lo
Zar, che si ostina a conservare una imbalsamata autocrazia e manda
al fresco eremitaggio siberiano chi alza un po' la voce, vuole poeti
imperiali. Ed ha ragione. In quella Corte non ci mancherebbero che una
dozzina di poeti per accrescere la confusione ed il disordine.
Ma zitto, noi non dobbiamo mettere il naso nei fatti degli altri.
Confusione e disordine ce n'è dovunque!
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Mi frulla un'idea nel cervello e fa ressa per uscire. Ma esci alla
malora e non rompermi più la testa!
Ecco: quanti poeti nostri non vorrebbero anche oggi far parte della
Real Casa, e vivere all'ombra del Quirinale con un lauto assegno?
Rende tanto poco la poesia! Certamente il D'Annunzio, il Pascoli, lo
Stecchetti, il Baccelli rinunzierebbero a un tale ufficio: vivono bene
a casa loro, ma tanti altri poeti, che si ostinano a cantare al deserto
tutto il giorno e gran parte della notte, l'accetterebbero come una
manna.
Che cosa canterebbero questi vati? Eh, c'è tanto da cantare!
Il Principino mette un dente? un sonetto; il Principino sa montare a
cavallo? una canzone. La Regina cade e si fa male o meglio non si fa
male al braccio? un inno di ringraziamento a Giove. La Regina Madre va
ai monti? la Regina Figlia va al piano? le Reginette vanno in giardino?
Per tutti gli atti reali, grandi e piccoli, una canzone, un sonetto, un
madrigale, uno strambotto!
È una insinuazione la mia?
Vorrei che al nostro Re saltasse davvero il grillo di avere una
coppia di poeti regi. Naturalmente bandirebbe un concorso. Quanti
concorrerebbero? I nostri poeti oggi a tale domanda rispondono
sdegnosi: “Nessuno!„ Non li credete: imitano la volpe. Se venisse quel
giorno!...
Ma questo giorno non verrà. Il nostro Re è pratico, praticissimo, e
se non dà il ben servito ai maggiordomi e compagnia, non dipende da
lui: così vuole il cerimoniale. Dei poeti però è poco tenero. Vedete:
ogni giorno nomina cavalieri e commendatori. Un decimo degli italiani
hanno una croce. Un avvocato, un medico, un negoziante, che acquista,
con l'arte o con l'astuzia, un po' di nome, o un numero discreto di
biglietti di banca, toh! una croce o un cordone. Ai poeti? Un corno.
Eh! la poesia è finita. Se volete entrare nelle grazie dei potenti,
mandate alla malora la poesia e datevi... al giornalismo. Oggi i veri
potenti non sono i re, i principi, i duchi, gli arciduchi, i marchesi,
i baroni. I Governi costituzionali hanno gentilmente spotestati i re,
mettendoli in seconda fila: in prima fila sono i ministri, i quali
per restare sempre innanzi e non indietro, si afferrano alla stampa...
amica.
Vangelo. Il ministro Giovanni Nicotera con la più grande disinvoltura
diceva ad un amico: “Ogni Ministero ha bisogno di un milione all'anno
per puntelli.„ Sua Eccellenza per puntelli intendeva la _libera_
stampa.
Come cambia il mondo! Nei secoli scorsi quelli che avevano il mestolo
in mano carezzavano e sussidiavano gli storici per essere tramandati
ai posteri con un mezzo panegirico. Oggi non si pensa ai posteri. Che
immortalità d'Egitto! Ciò che impressiona è il presente, non il futuro.