_Sgner Derettòur!_
Am pias ch'i disen: badate ai fatti suvoi, e nessuno v'infrangerà
le devozioni! Eh, questo è un averbio scrett da uno che non aveva
l'esperienza del mondo di dire che vi sono dei vomini nati a bella
posta per dar noja a j alter, quasi si direbbe le pulci, scusino il
paragone estivo, sissignore, le pulci della Società.
Se an tirava mo d' longh me, l'ultum dè ed carenval sòtta al pordgh
dèl Pavajon, e se non inculcavo mo io al mî ragazzi ed badar lè, e di
non guardare alle maschere ch'es passaven avsein, me an so chi l'avesse
potuto far meglio.
Mo cossa giovva essere prudenti e rettilinei, quanto vi sono dei
sfacciati che vi intralciano il camino, e che in s'arvisen brisa a loro
stessi, dal mumèint ch'j ein in maschera?
Ma si venghi al motivo per cui ci scrivo, che è vergogna, perchè
se la libera stampa non presta apoggio a un vero padre di famiglia
tolt in gir da della gente che non si conosce, me a dmand e dicco
dovve è andato a star di casa il principio che l'ha da èsser la fein
dei giornali cittadini di sostenere i pacifici viandanti, quando si
trovano nel frangente uguale al mio; ma car èl mî sgner Derettòur, mi
condoni èl sfugh dettato dai nezz che tuttora sopporto con erovica
rassegnazione, ma loro signori i prumetten dell'appoggio a tutti, e
po quanto siam nell'ultimo vi lasciano andar per terra anch che si
sia assiduvi lettori com a sòn me, il quale assalito dall'influenza
di mascarutt, mi trovai abassato nel marmo del portico, per mancanza
d'appoggio!
Èl duttòur al dis: non dovevate andare fra quei pazzarelli che si
vogliono divertirsi alle spalle altrui; ma io a j arspònd che dal
momento che uno paga la tassa di famiglia ha il deritto di menar
a spasso la medesima, sia pure anche l'ultimo giorno di carnevale,
sèinza avere molestie nè per sè, nè per le proprie figlie, che im li
scantalufonn in una manira che c'era l'Ergia che poverina l'andava
digand: babbo mi fanno la ghittole, non posso più dal riddere e tante
alter coss in italiano.
Ma quèst l'è ov e zùccher, e se si fossero limitati sino a lì, meno
male, as sa, si è di carnevale e anch'io a so compatir, so compiangere,
lo sfogo della giovinezza, ma quant mi trovai circondato da sette o
otto Turchi, che mi distaccano dal mî creatur, e cominciano a darum dei
soffittoni sul ginnasio, e a strapparum vî la caparèlla, che a j aveva
tgnò sòtta èl paltunzein che porto per la magione, un puctein lèis
negli avambracci, e con degli intoppi di stoffa diversa, opera dla mî
Lucrezia, che è una donna tutta di casa, ah quando mi si scoperchiano
in tal mod i rapezzamenti di una famiglia che vuol sostenersi nel
decoro esteriore, in mèzz a un Pavajòn, che scusi sgner Derettòur, se
lui la prende in riddere bisògna ch'al sia un gran asen, e questo lo
dicco perchè a so che non farà accosì, ma avrà delle parole biasimevoli
per quei Turchi che misero in mostra _coram populo_, nel cuore del
popolo, el mî miseri, rattopate dalla Lucrezia è vero, ma sempre
umilianti.
Intant el mi ragazzi el j eren sparè; duve giovani con èl paltò
all'erversa e un naso fittizio, se le erano prese sotto il braccio, e
ci dicevano delle galanterie, e me intant protestavo e chiedevo comme
di giostizia il rimborso dei danni, per vi 'd dèl ginnasi infranto
e del tabarrino trascinato nel fango della terra. E siccome loro
fingevano di non capire e seguitavano a riddere e a farum ballar per
forza, io dissi che il suo agire era da gente senza contegno, che se
l'avessero avuto quello era il sito da mostrarlo, perchè le persone...
come va? non c'è male, grazie, si conoscono in maschera, anch quant
non si conoscono! Uno dei mascarotti, forse un po' urtà dagli urti che
riceveva, am cminzeppia a dir una mùccia, una catasta, di insolenze.
Me credevo che scherzasse perchè la maschera tutta sorridente che lo
ricopriva non dava dei segni di collera, e io dicevo: mo va là, sta
zitto non dire bazurlonate... Ma lù per tùtta risposta al m'arriva un
cazzott int èl stòmgh, che mi tolse il respiro e po un alter int la
tèsta che mi fece schiamazzare per terra, e zò e zò che pareva una
gradinata. Arrivarono le guardie e mi liberarono dal Turch, che fu
costretto a cavars la maschera. Che s'immagini mo chi l'era?
Uno che non conosco, che mi dice: scusi l'avevo preso per un altro.
— Ma fiol mî, aggiungo io spazzandom, scopandomi il sangue che veniva
giù con rispetto dal nas, per le botte sofferte; mo fiol mî, percossa
torum in sbali, se me lo avessi detto prima si poteva risparmiare il
conflitto.
Al fatto sta che ci toccò d'andar entrambi sù in questura per depòrr,
me el bôtt che aveva avò, e il mio competitore la ragione incognita per
cui me le aveva somministrate.
I ragazzù, gentilmente si condussero fenna in Palazz zigands drî,
piangendoci dietro, _sabbion, sabbion_!
Esposte, trovatelle, al signor Delegato le proprie ragioni, si accordò
la libertà, doppo avermi detto che un padre di famiglia l'ha da usar
sèimper prudèinza e non insultare le persone che non si conoscono, e
che il mascherotto era da compiangere se sentendosi punto, con delle
parole, si era legittimamente difeso.
Lì giù dall'incordonà, che guida in questura, ci era il popolo che si
attendeva, i _Fratelli Amato_[7] con el bandir, ed altri coi stendardi,
e ci accolsero con una dimostrazione d'ucclà, chiamandomi per nome, chè
ero già stato conosciuto e dicevano: Ehi! sgner Pirein, el sòu ragazzi
el j ein alla birrarî dla Mort con dei giovenotti...
— A proposit, l'è vèira, mo il mio sangue...
— Al j è vgnò zò dal nas, con rispetto... arspundeva un mattazzol che
mi stava didietro.
Intant quèl che mi aveva dato i pugni, al fa al dice: Se non disturbo,
vengo anch'io alla birreria, così sigilliamo la pace con un mangino.
— Anzi, anzi, dicco io e andiamo là. Appènna dèinter, al cherdrel mo?
Era vero che el mî dòu fioli erano attavolate comme se niente fosse con
duve di quelli dal paltò all'erversa, col naso fittizio come sopra, che
se ne bevevano allegramente.
Ah! allòura, lo confesso mi venne un gruppo alla gola e non potetti
fare a meno di esclamare:
— Ingrati! mèinter voster pader è stato lì lì per scendere il patibolo,
vualter av dà in preda, in pietra, alle gozzoviglie, con dei nasi
ignoti?
Sti pover ragazzi, dietro a questa terribile mortificazione, tant
più che si era nella birreria della Morte, mi corsero al collo e mi
baciarono in più volte, talchè io dissi: basta, vi ho perdonate, e
presentand èl Turch che si era tornato a mettere la maschera, a dess:
— Presento quel signore che mi ha preso in isbaglio.
Quî dai nas si allevarono in piedi e si mettemmo al tavolino. Rivolto
al suddetto, a faz a degh:
— Cossa si prende?!
— Oh, se vi fossero gnocchi li gusterei, ho faticato un poco e mi sento
appetito. Me invez aveva un dulòur al stòmgh per il pugno avuto.
— Vengano i gnocchi, e io a turrò, toglierò, un piccolo rhum! A j era
lè po qui alter che avevano usato tante gentilezze al mî ragazzi,
raccogliendole quant el staven pr'arstar orbi dèl pader, e che ci
avevano dato da bere un bicchier di birra, dònca per indebitarmi con
loro ci dissi: Essi gradirebbero qualche cosa? Perchè no, prenderessimo
anche noi i gnocchi. Quel ragazzi ne facevano anch'esse la volontà,
percui si disse: sei porzioni di gnocchi, e po veins l'arfrèdd, e po
una zùcca ed Chianti... e di chifel per castigh. Tutti avevano buon
appetito, grazia Dio!
Quèl dai pogn po al tirò zò a caruzzein dscvert, a crèdd che al magnass
anch un pzol ed tavlein, anzi me per dir una barzelètta, a fazz: In
Turchia si mangia bene a quel che pare; e lù al fa:
— Au, cinein, dsmettla bèin sùbit, se nò a t'in dagh di alter!!
Capii l'antifona, e abuzzò, ordinando un po' di anicione.
Endson vols mortificarum, offrendo il pagamento della propria parte,
e io dovetti pagare per tutti. Fortuna che la figlia del padrone,
mi conosce e mi fece credenza perchè non ne avevo abbastanza. Èl
Turch volle anche dei zigari e l'andò vî mezz instizzè quasi sèinza
salutarum, i giovenotti dai nas ed cartòn esibirono il braccio al mî
tusètti e me am l'avvei con èl pover gennasi tùtt squizzà, ma quando
siamo fuori a seint un impressiòn atmosferica, e mi accorgo allora
della mancanza dla capparèla. A fazz a degh: Au ragazzoli andiamo mo lì
dall'Archigenasio a vèdder se cè anche il mio tabarro.
L'Ergia, che l'è sètt cott e una bujida, la saltò sù: Mo an j è dùbbi
papà, a quest'ora l'avranno già preso su. Difatti ci accolse, perchè an
j era nient.
Oh! armettri po la capparèla l'è tropp, tant più che era serata umida
e avevo pavura di prendermi delle affezioni romantiche.
Mo zò quant el coss el j han da èsser bisògna ch'el sien, perchè
an aveva fatt 20 pass che a vèdd vgnir in zò èl Turch con un alter
mascarott ch' l'aveva adoss un tabarr, ci guardo: êrel mo èl mî?!
Lo fermo e dicco: Scusi, quello che lì è mio.
— Ah l'è èl sô?! Me a l'ho cumprà da un ragazzol, a j ho dà 5 franch
ch'al sra una mèzzòura.
— Tropp giosta, adesso non tengo le cinque lire, al vol dir che se
dmatteina a passà in via tale, numero tale sarete rimborsato.
Èl Turch intant al s'in fumava sèinza dscòrrer; si vedde che si era
offeso del mio procedere.
Però am tuccò d'andar a casa in bèla vetta e guadagnarum un ferdòur.
Quant a fonn dalla porta, i giovenotti strinsero le mani al ragazzi e
a me, e se ne andarono. A degh: Chi êni mo quî lè?
— Che dmanda, dis l'Ergia, se si volessero far conoscere non andrebbero
in maschera!!
Sta risposta em zlò, non vi era modo di replicare. Andò a lètt, ma
il giorno appresso non ci fu verso di rilevarsi, ero tutto un nizzo
e bisognò chiamare il dottore che am fe far delle confricazioni colla
solita arnica.
Più tard veins quèl da la capparèla, che ci dovetti dare 10 lire
perchè, dsevel lù, a j era tuccà ed perder la giurnata a zercarum, non
ricordandosi l'indirizzo, e finalmèint veins la lesta dla birrarî: 14
franc!!
Ah! va pur là, che il carnevale è una gran bella istituzione!!
Dall'_Ehi! ch'al scusa..._ del 21 febbraio 1883.