E così fugge la vita, ora lieta, ora trista, lasciandosi dietro uno
strascico di ricordi e di rimpianti tormentatori dell'età che declina.
Così si riaffacciano alla mente le imagini dei morti che non vogliono
esser dimenticati, degli amici caduti lungo la strada che par seminata
di sepolcri come la Via Appia Antica.
E non è certo per la vanità dell'odiosissimo _io_ che ricordo l'ultima
volta in cui vidi Antonio Fiacchi appunto sull'Appia Via, funeralmente
silenziosa, in un grigio pomeriggio di ottobre, in faccia alla deserta
maestà della campagna romana. Forse la desolata solitudine del luogo e
la mestizia del giorno morente ci vincevano, opprimendoci con una vaga
sensazione di malessere che spuntava i motti e ci faceva parlare sotto
voce. Così, di quest'ultimo nostro colloquio, serbai e serbo un ricordo
velato di tristezza, come se udissi ancora i corvi gracchiare tra le
rovine.
E qualche cosa di triste era anche nella arguzia del Fiacchi, uomo di
ingegno assai più alto di quello che la sua modestia lasciasse credere
e che solo gli intendenti indovineranno sotto l'apparente facilità di
queste pagine buttate giù come per svago negli intervalli tra le cure
burocratiche, così ripugnanti alle cure dell'arte. Poichè è notevole
come l'amaro dell'umorismo pervada e contagi spesso le opere degli
stipendiati che si lasciarono tentare dal demonio delle lettere. Furono
impiegati il grandissimo Porta, il Belli, il Zorutti e tanti altri che
per avi ebbero il Berni, il Tassoni ed altrettanti illustri, costretti
ai lavori forzati dello scrittoio e degli uffici. L'Ariosto reggeva
un'umile podesteria in Garfagnana, il Rabelais fu correttore nella
tipografia del Grifio e il Dickens era resocontista parlamentare quando
esordiva coll'immortale Pickwick. Pare che l'arte di mascherare le
miserie della vita sotto il lepore della forma sia il retaggio della
famiglia di _Monsù Travet_!
Fatte le necessarie proporzioni, anche il Fiacchi fu di questi minuti
_funzionari_ la cui opera, spesso dialettale, lascia per lo più la
impressione salsa ed amara di una ingenuità disarmata contro gli
assalti della mala fortuna attribuita a personaggi deboli, candidi
e quasi deficienti, facile preda d'ogni più facile astuzia, vittime
destinate del superiore imbecille, della moglie inacetita, del collega
crudele o del primo raggiratore che capita. Tipi ferravilliani e pur
veri, tipi che da Giovannin Bongée ad Oronzo E. Marginati ci passano
accanto ogni giorno e che, appena esagerati dall'arte, ci muovono prima
alla ilarità, poi alla compassione.
Ai tempi dei tempi, viveva in Bologna un giornaletto ebdomadario nel
quale era in grande onore il dialetto e che perciò non usciva dalla
cerchia delle mura cittadine e in dialetto si intitolava «_Ehi! ch'al
scusa_...» formula garbata che si adopera per fermare qualcuno e
parlargli. E garbato era il giornaletto che aveva per impresa — «_Colle
persone usare modi gentili_» —, massima del Galateo. Non conosceva
politica e non si mischiava nelle piccole contese municipali, ma
si volgeva specialmente ad un pubblico simpatico di signorine e di
signore cui tributava l'omaggio di sonetti lusinghieri e di allusioni
urbanamente madrigaleggianti.
A questo giornaletto il Fiacchi recò fortuna colla creazione di un tipo
comico — _Èl sgner Pirein Sbolenfi_ — incarnazione di un _petroniano_
antiquato, pesce fuor d'acqua nella vita moderna, alle prese col tenue
bilancio famigliare e afflitto dalla moglie Lucrezia incresciosa e
pettegola e dalla figlia Argia, già allieva delle Scuole Normali,
sempre nubile, con pretese letterarie ed isterismi romantici che la
condussero poi a non bella notorietà. Le risibili tribolazioni del
povero uomo, esposte in lettere stravaganti ed infarcite di bizzarri
idiotismi, ebbero in Bologna così allegra fortuna che in un lieto
Carnevale fu eretto un villaggio di legno di cui fu acclamato Sindaco
_èl Sgner Pirein_, sotto le spoglie dei povero orefice Magagnoli
il quale fece discorsi, emanò regolamenti e mise fuori certi ameni
manifesti che molti Sindaci del Regno dovrebbero invidiargli per lo
spirito fine e l'acuto giudizio.
Ma il creatore del _Sgner Pirein_ era impiegato alle Poste e fu
trasferito a Roma. Lasciò qui gli amici, il giornaletto, le piacevoli
consuetudini ed ogni cosa più caramente diletta per andar lontano
dalla sua materna Bologna a riassumere _pratiche_, ad evader note e a
rivedere statistiche. Così la radice era strappata dal suolo nativo.
Mandò parecchie lettere datate «_dalle rive del Colosseo_», ma ben
presto il giornaletto sfiorì e morì ed anch'egli si spense quando la
vita gli sarebbe stata più benigna e ridente.
I bolognesi però non hanno dimenticato ancora il loro _Sgner Pirein_
e ricordano la sua cara e buona imagine, tanto argutamente sincera,
anche nella caricatura, così che ne vollero raccogliere alcune pagine
calde ancora della festività antica, non per sforzarne il valore oltre
quella misura che al Fiacchi piacque, ma come affettuoso e pietoso
ricordo di un egregio uomo che in altre condizioni avrebbe senza dubbio
prodotto di più e di meglio che un giocondo epistolario la cui vivace
genialità male si può intendere da chi non vive all'ombra della torre
degli Asinelli. Pietoso ufficio al quale attese con animo devoto il
signor Oreste Trebbi, amico e collaboratore del Fiacchi nei giorni
sereni in cui questi scherzi uscivano dalla facile vena di un umorista
che non potè e forse non volle tentare le aspre vie che conducono alle
cime. Pietoso omaggio di concittadini a chi tanto amò il suo nido natio
e lumeggiò, sia pure con lo sarcasmo che nasconde la pietà, l'uggia
dolorosa che incombe su quegli umili pei quali la rassegnazione è la
sola ragione del vivere.
Sia leggiera la terra del sepolcro al povero Fiacchi e leggero il
giudizio dei lettori per queste reliquie sue!
(1912)