Luitprando Re de' Longobardi, avendo nell'anno 711 fermato il soglio
del suo Regno in Pavia, siccome i suoi predecessori avean fatto,
cominciò a dar saggi grandissimi della sua bontà e prudenza civile.
Egli, imitando suo padre e gli altri Re suoi predecessori, nella
religion cattolica fu costantissimo, ed alla di lui pietà dee Pavia
l'ossa gloriose d'Agostino; poichè egli le vendicò dalle mani de'
Saraceni, dopo avergli discacciati da Sardegna, dove trovavasi il
prezioso deposito. Egli, seguendo l'esempio di Rotari e di Grimoaldo,
volle eziandio esser partecipe della gloria di savio facitor di
leggi: poichè nel primo anno del suo Regno, avendo in Pavia, secondo
il costume, ragunati gli Ordini del Regno, ordinò altre leggi, e
l'aggiunse agli editti di Rotari e di Grimoaldo[204]; nè di ciò ben
soddisfatto, ne' seguenti anni, secondo che il bisogno richiedeva,
altre ne stabilì: tanto che fra i Re longobardi, dopo Rotari,
Luitprando fu quegli, che più di ogn'altro empiè il suo regno di leggi.
§. I. _Leggi di LUITPRANDO._
Molte leggi di questo Principe piene di somma prudenza ed utilità
sono ancor oggi a noi rimase nel volume delle leggi longobarde, ma nel
Codice membranaceo Cavense si leggono interi i suoi editti, donde le
prese il Compilatore di quel volume. Ivi si legge il suo primo editto,
che e' promulgò nel primo anno del suo Regno, contenente sei capitoli,
fra' quali il primo ha questo titolo _de successione filiarum_. Si
leggono ancora gli altri editti, che e' fece ne' seguenti anni: poichè
nel quinto del suo Regno ne promulgò un altro, che contiene sette altri
capitoli: nell'ottavo, dieci: nel decimo anno, cinque: nell'undecimo,
trentatre: nel decimo terz'anno, cinque: nel decimoquarto, quattordici:
nel decimoquinto, dodici: nel decimosesto, otto: nel decimosettimo,
tredici: nel decimonono, tredici: nel ventunesimo, nove: nel
ventesimosecondo, quattro: nel ventesimo terzo, cinque: ed alcuni
altri ne promulgò negli anni seguenti. Di maniera che le leggi di
questo Principe, siccome vengono registrate nello stesso Codice,
che si conserva nell'Archivio della Cava arrivano al numero di cento
cinquantadue, alle quali nel Codice suddetto si veggono aggiunti sette
altri capitoli, i cui titoli o sommarj sono: _I. De Mercede Magistri_.
_II. De Muro_. _III. De Annona_. _IV. De Opera_. _V. De Caminata_. _VI.
De Fumo_. _VII. De Puteo_.
Di queste leggi solamente 137 furono inserite nel volume delle leggi
longobarde dal suo Compilatore. Nel primo libro se ne leggono 48,
e nel secondo 89, poichè nel terzo non ne abbiamo. La prima che
si legge nel primo libro è sotto il _tit. de illicito consilio_:
l'altra sotto il tit. 8: nove altre se ne leggono sotto il _tit. de
homicidiis_: un'altra sotto quello _de Parricidiis_: un'altra sotto
il titolo decimoquarto dell'istesso libro: quattro sotto quello de
_injuriis mulierum_: tre nel titolo decimosettimo: una sotto il _tit.
de Sedictione contra Judicem_: altra nel titolo decimonono: un'altra
sotto quello _de pauperie_: quattro nel titolo vigesimoterzo: dodici
sotto quello _de Furtis, et servis fugacibus_: una sotto il _tit. de
Invasionibus_: un'altra sotto il vigesimonono: altra sotto il _tit. de
raptu mulierum_: un'altra sotto quello _de fornicatione_: tre sotto il
_tit. de adulterio_: una nel titolo trigesimo quarto: e l'altra sotto
quello de _Culpis servorum_, ch'è l'ultima del primo libro.
Nel secondo ne leggiamo assai più insino ad ottantanove: due sotto
il titolo secondo: una sotto il terzo: tre nel quarto: una nel
quinto: altra nel sesto: un'altra nel settimo: otto sotto il tit.
_de prohibitis nuptiis_: una nel nono: un'altra nel decimo: altra
nell'undecimo: tre sotto quello _de conjugiis servorum_: altra sotto il
titolo decimoterzo: un'altra sotto quello _de donationibus_: un'altra
sotto il _tit. de ultimis voluntatibus_: tre sotto il ventesimo:
sedici nel _tit. de debitis, et guadimoniis_: una sotto quello _de
Treugis_: due sotto il ventesimo quinto: un'altra sotto il ventesimo
sesto: altra sotto quello _de depositis_: altra sotto il _tit. de rebus
intertiatis_: sette nel _tit. de prohibita alienatione_: due sotto
il trentesimo: una sotto quello _de prohibita alienatione servorum_:
quattro sotto il _tit. de praescriptionibus_: due sotto quello _de
Evictionibus_: quattro sotto l'altra _de Sanctimonialibus_: due nel
_tit. de Ariolis_: quattro sotto il _tit. de Reverentia Ecclesiae,
seu immunitatibus debita_: cinque sotto l'altro, _qualiter Judices
debeant_: una sotto il _tit. de consuetudine_: un'altra sotto quello
_de Testibus_: quattro sotto il _tit. qualiter quis se defen. deb._;
ed una in quello _de perjuriis_, ch'è il penultimo titolo del libro
secondo.
Nel terzo, leggi di Luitprando non abbiamo, come quello che per lo
più fu composto dalle leggi di quegli Imperadori, che l'Italia, come
successori de' Re dei Longobardi signoreggiarono, dopo avergli da
questa provincia discacciati: tutto che alcune pochissime leggi di
Rotari, di Rachi e di Astolfo pure i Compilatori v'inserissero. Alcune
altre leggi di questo Re possono vedersi appresso Marcolfo[205] e
Goldasto.
Ma la saviezza che mostrò questo Principe in comporre il suo Regno
con sì provide leggi, e tutti gli altri suoi pregi fur non poco
oscurati dalla soverchia ambizione di dominare, e dal desiderio estremo
di stendere i confini del suo Regno, oltre a quello, che i suoi
predecessori gli avean lasciato, la quale portò egli tanto avanti,
che finalmente cagionò ne' suoi successori la ruina dell'Imperio de'
Longobardi in Italia; poichè non contento di aver ritolto al Pontefice
romano il patrimonio delle Alpi Cozie che poco innanzi il Re Ariperto
avea confermato alla Chiesa romana, invase anche il patrimonio
sabinense; e tutto intento ad approfittarsi, e ad investigar qualunque
opportunità d'ampliare il suo dominio, secondando gli avidi consigli
con una presta, e destrissima esecuzione, gli venne fatto d'allargare
grandemente il suo Regno sopra le rovine de' Greci. Tanto che la
sua potenza rendutasi ormai sospetta a' Pontefici romani, finalmente
veggendo costoro depressa, e poco men che estinta in Italia l'autorità
degl'Imperadori d'Oriente, e non fidandosi più de' Greci, ch'erano
divenuti loro capitalissimi nemici, pensarono alla maniera, che ora
diremo, di ricorrere alle forze straniere per abbassare Imperio sì
grande.
§. II. _Novità insorte in Italia per gli editti di LIONE ISAURICO._
Reggeva in questi tempi l'Oriente Lione Isaurico, il quale, calcando
le orme di Bardane soprannomato Filippico (che fu il primo Imperador
d'Oriente, che cominciò a muover guerra alle immagini) era chiamato
Iconomaco, come colui, che fuor d'ogni misura e sopra tutti gli altri
avea quelle in odio ed abbominazione; poichè persuaso, con abbatterle
di discacciar l'Idolatria, che credette per l'adorazione e culto
delle medesime essersi introdotta nel Cristianesimo, si prometteva
felicità nel suo Imperio; ed in premio di sì magnanima e pietosa
impresa, come e' la riputava, lusingavasi di dovere colla prosperità
de' successi stendere il suo Imperio, reintegrargli l'Italia da'
Longobardi occupata, ed alla pristina dignità e grandezza restituirlo.
Nè mancò chi, per accrescer l'inganno e la lusinga con presagi ed
augurj alcune volte dal caso confermati, glie ne promettesse facile e
sicuro adempimento; e la politica di questo Principe, la quale non può
negarsi, che non sia stata grande, rimase da sì vani vaticinj delusa
e schernita; imperocchè non ponderando egli, che appresso i Popoli, e
particolarmente agl'Italiani, sì strana e nuova impresa dovea eccitar
turbolenze e tumulti grandissimi, siccome coloro, i quali, avvezzi già
per molto tempo nelle chiese ed altrove a venerar quelle immagini,
e a promettersi per l'intercessione de' loro prototipi felicità non
meno spirituali che temporali, non potevano i loro animi, percossi
da sì strana novità, non riempiersi di grandissimo orrore in veggendo
ardere per mano di uomini vilissimi, con sommo disprezzo abbattere, ed
in minutissimi pezzi frangere quelle statue, che da loro maggiori con
ugual pietà e magnificenza erano state ne' tempj, e su le porte delle
città a pubblica venerazione collocate.
Nè certamente avrebbe giammai mente d'uomo potuto investigare novità
più rimarchevole o più penetrante di questa, per mettere in iscompiglio
le province tutte dell'Italia; avvegnachè l'altre eresie, non avendo
avuto niente del popolare e del tragico, ancorchè si fossero diffuse
per la mente degl'uomini, e precisamente l'arriana, non portarono
nel disseminarsi tanti tumulti e sconcerti, quanti ne dovea suscitar
questa, la quale non poteva porsi in effetto, se non per mezzo di modi
strepitosi, d'incendj, d'abbattimenti, e per altri tragici avvenimenti.
Lione, come Principe prudente e savio, sul principio tenne perciò
modi soavi e placidi; proccurò prima con ragioni e scongiuri persuader
negli altri quel ch'egli credeva; poi veggendo che ciò niente giovava,
diede fuori un editto, col quale non si comandava altro se non che si
togliessero le immagini da que' luoghi soliti, dove trovavansi riposte
per esservi adorate, e si collocassero nelle sommità de' tempj, ove non
potessero ricever culto, nè adorazione alcuna. Ma avendo da poi scorto
negli animi di molti dell'orrore, anzichè avversione a cotali suoi
ordinamenti, preso da stizza e da furore, rompendo ogni maggior indugio
e deponendo qualunque moderazione, imperversò tanto nell'impresa, che
fatto unire il Senato, con pubblica dichiarazione ordinò, che tutte le
immagini fossero abbattute, e che nè pur una ne fosse permessa dentro
alle chiese di Costantinopoli: essendo egli persuaso, che quanto più
tardasse a condurre a suo fine questa eroica e gloriosa operazione,
tanto più sarebbe tardato a riceverne il premio, conforme alle
concepute idee.
In Oriente a questo disegno dell'Imperadore si opposero Germano
Patriarca di Costantinopoli, e S. Giovanni Damasceno; ma Lione
fece deporre Germano, e nel 730 fece metter in suo luogo Anastasio.
Sono alcuni che scrissero, che facesse ancora colla forza eseguire
in Costantinopoli l'editto, con far ardere e rovesciare tutte le
immagini, e tutto ciò ch'era di rado e pellegrino in quella città, e
che alla vista di tutto il Mondo facesse anche abbattere la statua del
Salvatore, che s'innalzava sopra la gran porta del palagio imperiale,
fatta ivi ergere da Costantino il Grande; altri riputano favoloso
ciò che si narra dell'abbattimento della statua del Salvatore, e
vogliono che in questi principi Lione non imperversasse tanto. Che che
ne sia, egli voleva far valere il suo editto, e che s'eseguisse non
meno in Costantinopoli ed in Oriente, che in tutte le altre province
dell'Occidente, ch'erano rimase sotto il suo dominio. Comandò per
tanto gagliardamente a' suoi Uficiali, ch'eran destinati al governo di
quelle, che facessero nelle città a loro soggette eseguir l'editto, e
sopra ogni altro impose a Scolastico Patrizio, che si trovava allora
Esarca di Ravenna, che facesse eseguire puntualmente i suoi ordini,
con far rovesciare in quella città tutte le immagini, senza permetterne
alcuna.
Ma in Occidente, e particolarmente in Italia non pure non fu ubbidito
l'editto, ma vennero i Popoli in tanto abborrimento di quello,
che apertamente proruppero in manifesta sollevazione. I Principi
dell'Occidente che non erano sotto il di lui Imperio, i longobardi Re
d'Italia, ed i nostri Duchi di Benevento lo detestarono, nè vollero
che ne' loro dominj si ricevesse: questa stessa avversione era ne'
Popoli soggetti all'Imperio greco; nè tutti i sforzi degli Uficiali,
che volevan in tutti i modi farlo eseguire, poterono giammai nulla
spuntare contra l'ostinata universale repugnanza. Niente valsero in
Roma, ed in tutto il Ducato romano; niente nel Ducato napoletano,
e negli altri Ducati e città che ubbidivano agl'Imperadori di
Oriente. Anzi l'Esarca Scolastico in Ravenna, volendo con violenza
obbligare quel Popolo all'osservanza dell'editto, cagionò più gravi
e dannevoli disordini; poichè, avendo comandato che a viva forza si
rovesciassero in quella città l'immagini, eccitò tali tumulti, che
il Popolo, spinto a manifesta rivolta contra l'Imperadore, ridusse
la cosa in tale estremità, che finalmente i Ravignani passarono
sotto la dominazione di Luitprando. Imperocchè questo accortissimo
Principe, che invigilava sempre ad ingrandire il suo Regno a danni
dell'Imperadore, avendo intesa la sollevazione di coloro, portò subito
l'assedio a quella città, e strettala per mare e per terra, dopo avere
sconfitta l'armata navale de' Greci, che veniva per soccorrerla, se
ne rendè in pochi giorni padrone[206]: molte altre città dell'Esarcato
tantosto renderonsi a lui; e finalmente ridusse l'Esarcato in forma di
Ducato, ed agli altri Ducati de' Longobardi aggiunse questo, dandogli
nuova forma, e ne creò Duca Ildeprando suo nipote (quegli che poi fu
innalzato al soglio reale), al quale, essendo ancor fanciullo, diede
per Direttore Peredeo Duca di Vicenza.
Reggeva in questi medesimi tempi il Ponteficato romano Gregorio II di
questo nome, il quale era succeduto a Costantino nella sede di Roma
l'anno 714. Questi sebbene, unito co' Romani, si fosse grandemente
opposto a' disegni di Lione; nulladimanco avendo sospetta, come ebbero
sempre i suoi predecessori, la potenza de' Longobardi, non poteva
soffrire che il loro Regno sotto Luitprando, Principe ambizioso, si
stendesse tanto, che finalmente potesse portar la ruina della sua sede
e del Pontificato. Per questi rispetti, come fece l'altro Gregorio,
invigilava sempre agl'interessi degl'Imperadori greci, che tenevano
in Italia, e proccurava che le loro forze non declinassero, affinchè
potessero opponersi a' disegni de' Longobardi, e fosse l'autorità
loro ritegno e freno a tanta potenza: perciò si oppose al Duca di
Benevento, ed ajutò i Greci napoletani, perchè Cuma non fosse da'
Longobardi beneventani soggiogata. E quantunque per aversi egli dovuto
opponere agli sforzi di Lione in queste novità dell'abbattimento delle
immagini, fosse stato dall'Imperadore indegnissimamente trattato,
sino a minacciarlo di volerlo scacciare dalla sua sede, e di mandarlo
in esilio[207]; con tutto ciò, posponendo le private ingiurie alla
pubblica causa, dirizzò tutti i suoi pensieri per impedire la rivolta
de' Popoli d'Italia, che a lui ubbidivano, e per difendere le terre
dell'Imperio dall'invasione de' Longobardi.
Non aveva egli in Italia Principe vicino a chi potesse ricorrere per
poter contra coloro far argine. Le sole forze de' Greci non bastavano:
la Repubblica di Venezia solamente, che da tenuissimi principj surta,
in questi tempi erasi renduta di qualche considerazione in Italia,
vi restava, tanto che l'Esarca ivi erasi salvato; si raccomandò, e si
rivolse per tanto Gregorio a' soccorsi de' Veneziani, ed avendo scritto
una bene forte lettera ad Urso lor Duce, tanto fece ed operò co' suoi
uficj, che finalmente ridusse i Veneziani a ristabilir l'Esarca in
Ravenna, la quale essi con tanta celerità ritolsero a' Longobardi,
che Luitprando da Pavia non potè mandarvi soccorso: furono dunque
i Longobardi scacciati, rimanendo Ildeprando prigione in mano de'
Veneziani, e Peredeo, mentre fuggiva, fuvvi miseramente ucciso.
Credette il Papa, che Lione sarebbe stato riconoscente d'un servigio
tanto considerabile; onde si mise a sollecitarlo più fortemente che mai
per lettere[208] affinchè abbandonasse la sua impresa. Ma fu ben deluso
Gregorio nelle sue speranze, poichè questo Principe, a cui era noto,
che Gregorio più per proprio suo interesse, che per l'Imperio, erasi
mosso in suo ajuto, irritato vie più in veggendo, che e' continuasse
d'opporsi sempre più al suo disegno, e che con manifeste rivolte si
tentasse scuotere il suo dominio; e conoscendo la fermezza del Papa,
che l'avrebbe impedito per sempre, pensò seriamente a rimovere ogni
ostacolo; e vedendo che sarebbe stata cosa difficile di venirne a
capo colla forza, pensò di ricorrere alle arti ed al tradimento. Il
Ducato romano, come s'è più volte detto, durava in Italia sotto la
sua dominazione, e da lui si mandavano i Duchi a Roma per reggerlo.
Era in questi tempi Duca di Roma Maurizio: a costui diede segretissimi
ordini di favorire tre suoi Uficiali, che si ritrovavano in Roma, li
quali, insidiando la vita del Pontefice, avevano data parola a Lione
di condurlo in Costantinopoli vivo o morto; ma non riuscito a costoro
il disegno, e pensando l'Imperadore, che dalla negligenza de' suoi
principali Uficiali fosse stato frastornato, inviò nell'anno 725 Paolo
Patricio in Italia per comandar in Ravenna in qualità d'Esarca[209],
al quale incaricò questo fatto, ed allora i tre congiurati, tenendosi
sicuri d'una potente protezione, si affrettarono di fare il disegnato
colpo: ma prima che ne venissero all'esecuzione, la congiura fu
scoperta da' Romani, vigilantissimi alla conservazione d'un Pontefice,
ch'essi avevano tanto caro; ed avendone incontanente arrestati due,
gli fecero subito morire; e l'altro che colla fuga erasi posto in salvo
dentro un monastero, quivi rendutosi Monaco finì i giorni suoi.
Intanto il nuovo Esarca, che veniva sollecitato da Lione con
premurosissimi ordini di trovar ogni strada per aver in mano il Papa,
vedendo riuscir vane tutte le sue arti ed insidie, perchè il Papa era
troppo bene guardato da' Romani, finalmente impaziente d'ogni indugio
si risolse d'impiegar la forza aperta per mantener la parola, che
egli aveva data a Lione di mettergli nelle mani Gregorio[210]. Ragunò
dunque più presto che gli fu possibile alcune truppe, raccolte parte da
Ravenna e parte dell'armata, ch'egli teneva in piedi, per essere sempre
in istato di difendersi dagli insulti de' Longobardi vicini, e le mandò
ad unirsi agl'Imperiali, ch'erano in Roma più deboli, con ordine di
menar via il Papa, e di condurlo a Ravenna.
Ma Luitprando, scaltro ed accortissimo Principe, ancorchè si tenesse
offeso da Gregorio, il quale aveva suscitati i Veneziani contro di
lui per fargli perdere Ravenna, come la perdette, deliberò in questa
necessità di soccorrere il Papa ed i Romani contra i Greci, acciocchè,
tenendo in bilancio i due partiti, per gli aiuti più o meno forti, che
lor avrebbe somministrati secondo le occasioni, venissero in questa
divisione a poco a poco ad indebolirsi e gli uni e gli altri, onde
potesse poi della lor debolezza approfittarsi. Diede per tanto pronto
ordine a Governatori delle Piazze, ch'egli aveva ne' contorni di
Ravenna e di Roma, d'unirsi a' Romani, i quali con si valido soccorso
trovandosi più forti di quelli dell'Esarca, gli fermarono vicino
Spoleto, e costrinsongli finalmente ad abbandonar la loro impresa, e a
ritornare in Ravenna.
Lione intanto, il quale per altro nell'arte del regnare e del
dissimulare non era cotanto inesperto, ancorchè vedesse essergli sì mal
riuscita la forza ed il tradimento, lasciossi talmente trasportar dalla
collera, che non curando i danni gravissimi, che poteva portar seco una
risoluzione tanto bizzarra, come era quella che egli volle prendere,
quando men dovea, credette che l'autorità sua per se sola e disarmata,
avrebbe fatto senza fatica ciò che non potè eseguire coll'armi e
colle insidie: perciocchè trascurato ogni rispetto, e consigliandosi
solamente colla sua passione, reiterò quanto intempestivamente,
altrettanto con molta veemenza e fervore gli ordini all'Esarca di far
pubblicare ed eseguire in Roma, ed in tutte le città del suo Imperio,
che teneva in Italia, l'editto, che poco anzi aveva in Costantinopoli
formato. Conteneva l'editto, come s'è detto, che si togliessero
dalle chiese tutte le immagini, come tanti Idoli: prometteva di più
ogni sorte di favore al Papa, purchè ubbidisse, ed all'incontro lo
dichiarava reo e decaduto dal Ponteficato, nel caso che ricusasse.
Non fu veduta mai più pronta, nè più generale, nè meglio concertata
risoluzione di quella, che si fece per tutto e principalmente a Roma,
subito che vi fu pubblicato questo editto.
Gregorio assicurato già degli animi di tutti disposti in suo ajuto,
assicurato ancora da' Longobardi, e vedendo che Lione non osservava
più nè misura, nè modo, e che attaccava già apertamente non pur la
sua persona, ma anche la religione; si risolse d'impiegare alla
prima tutta l'autorità sua pontificale, e le armi spirituali del
suo ministero per impedire, che un così detestabile editto non fosse
ricevuto in Italia. Cominciò a scomunicare solennemente l'Esarca, e
tutti i di lui complici. Poi mandò lettere appostoliche ai Veneziani,
al Re Luitprando, ed a' Duchi de' Longobardi, ed a tutte le città
dell'Imperio, per le quali gli esortava a tenersi saldi ed immobili
nella fede cattolica, e ad opporsi con tutte le forze all'esecuzione di
questo editto.
Queste lettere fecero tanta impressione sopra gli spiriti, che tutti
i Popoli d'Italia, benchè di partiti differenti, e che spesso fra di
loro guerreggiavano, come i Veneziani, Romani e Longobardi, s'unirono
tutti in un sol corpo, animato d'un medesimo spirito, che gli fece
operare di concerto per difender la fede cattolica e la vita del Papa,
protestando tutti insieme di voler conservarla sino ad esporre la
propria per una causa sì gloriosa. Ma come è difficile nel calore d'un
primo moto di conservar eziandio nel bene le giuste misure, che egli
dee avere; non si tennero nei limiti d'una legittima difesa: perocchè
non solo i Romani e quelli di Pentapoli, ch'è oggidì la Marca d'Ancona,
presero le armi, e s'unirono a' Veneziani, che furono i primi ad
armarsi, ma portando più innanzi il loro zelo, scossero apertamente il
giogo. Non contenti d'aver abbattute le immagini di Lione, non vollero
più conoscerlo per loro Imperadore, e si elessero da loro stessi
nuovi Magistrati per governarsi nell'interregno, che pretendevano
fare di propria loro autorità. Andarono anche più avanti, e portarono
finalmente la cosa quasi all'ultima estremità; perciocchè eran risoluti
di creare un altro Imperadore, e di condurlo a Costantinopoli con
una potente armata, per metterlo nel luogo di Lione; ma il Papa non
riputando questo consiglio opportuno, nè proprio di quel tempo, lo
rifiutò, e vi si oppose in maniera che non ebbe nessuno effetto[211].
Ma questo non impedì il destino di Lione, che terminò finalmente di
fargli perdere in Italia l'Esarcato di Ravenna, il Ducato di Roma,
e mancò poco che non perdesse il Ducato di Napoli, e con esso tutta
la sua autorità in Italia: perocchè sollevati i Popoli, tantosto
si divisero in fazioni e partiti. In Ravenna Paolo Esarca n'avea
guadagnato molti, o per vile compiacenza, o per interesse, o per la
speranza di salire in posti maggiori. Ma il contrario, che sosteneva il
Papa, più forte e numeroso, non potendo soffrire l'Esarca, si sollevò,
ed insorta una furiosa sedizione, anzi una spezie di guerra civile,
tra i due partiti, presero l'armi per distruggersi l'un con l'altro.
La fazione de' cattolici, come più forte, essendo nel conflitto rimasa
superiore, fece strage grandissima di tutti gli Iconoclasti, senza
risparmiar nemmeno l'Esarca, che fu ammazzato in questo tumulto. Queste
furono le cagioni, le quali fecero perdere agl'Imperadori d'Oriente
molte città della Romagna, ch'eran dell'Esarcato, e tutte l'altre
città della Marca, che si renderono a Luitprando Re de' Longobardi.
Imperocchè questo scaltro Principe, il quale non era per altro entrato
in questa guerra, che per profittar dell'occasione d'ingrandirsi a'
danni degli uni e degli altri, non mancò di tirar tutto il vantaggio,
ch'egli poteva sperare di questa rivolta, e di far valere il pretesto
della religione, secondo la massima della politica umana per conseguire
i suoi fini. Fece dunque comprendere a questi Popoli, da una parte,
che non potrebbono mai conservar la religione sotto un Imperadore
non solamente eretico, ma ancora persecutore degli Ortodossi; e
che dall'altra erano troppo deboli per resistere alle forze d'un sì
potente Principe, dal quale potrebbono essere attaccati in un tempo,
in cui altri interessi sarebbon forse d'impedimento a' loro amici
di soccorrergli: dimodochè quelle città, non seguitando in questo
movimento se non i consigli, che lor venivano ispirati dall'odio e dal
timore mischiati di zelo e d'amore per la religione, dopo avere scosso
il giogo dell'Imperio, si misero sotto l'ubbidienza del Longobardo.
Documento che può mostrare a' Principi quanto possa nell'animo de'
Popoli la forza della religione, e da ciò apprenderanno non potersi
quella alterare, senza pericolo di violentemente scuotere fino da'
primi cardini gli Stati da loro governati.
§. III. _Il Ducato napoletano si mantenne nella fede di LIONE ISAURICO._
Mancò poco che, ciocchè i predecessori di Luitprando per lungo corso
di anni e di guerre non poteron conseguire, egli in un tratto non ne
venisse a capo, occupando il Ducato napoletano, come avea fatto di
molte città dell'Esarcato di Ravenna. Era il Ducato di Napoli, come
si disse, governato da un Duca, che anche da Costantinopoli solevan
mandare gl'Imperadori Orientali, a' quali era sottoposto. Nei tempi di
Lione governava questa città per l'Imperadore, _Esilarato_ successore
di Giovanni, il quale spinto da precisi ordini di Lione, sollecitava i
Popoli della Campagna a ricevere l'editto, ed a seguitare la religione
del loro Principe: aveva medesimamente subornati uomini per fare
ammazzare il Papa, promettendo loro grandi ricompense, se facessero
questo colpo, che egli diceva esser assolutamente necessario per riposo
d'Italia. Questa esecranda viltà scoperta da' Napoletani, devotissimi
che furono sempre de' Pontefici, e tenacissimi in sostenendo la
dottrina della Chiesa romana, parve loro così orrenda e mostruosa, che
chiudendo gli occhi ad ogni altra considerazione, fuorchè a quella, che
animava la loro indegnazione alla vendetta di questo attentato, presero
le armi, ed eccitato avendo turbolenze e tumulti, rivoltaronsi contra
il Duca Esilarato il quale, non avendo di che far loro resistenza in
una sì generale sollevazione, l'ammazzarono insieme con Adriano suo
figliuolo; e ad uno de' suoi principali Uficiali, ch'essi accusarono
d'aver composto un sedizioso scritto contra il Papa, parimente tolsero
la vita[212].
Ma i Napoletani non portarono più avanti il loro sdegno, nè mancarono
alla fede dovuta al loro Principe, come fecero l'altre città, nè
vollero avere alcuno ricorso a' Longobardi, i quali sebbene avessero
subito aperti gli occhi a sì bella opportunità, nulladimeno i
Napoletani, per non irritar maggiormente lo sdegno dell'Imperadore, o
come è più verisimile, essendo sempre stato fra questi due Popoli per
le lunghe e continuate guerre, odio implacabile, non vollero usare
tanta viltà, di sottoporsi a' Longobardi, avuti da essi sempre per
fieri ed implacabili nemici. Tanto che non riuscì a Luitprando, nè a'
Longobardi beneventani di potersi approfittar di sì bella occasione.
Per cotale modo si mantenne questo Ducato (quando tutte le altre
Signorie che gl'Imperadori orientali tenevano in Italia cominciavan
a mancare) saldo e costante nella ubbidienza del suo Principe: onde
in luogo d'Esilarato, sostituendosi Pietro per Duca di questa città,
continuarono essi a vivere sotto l'Imperio de' Greci, infinattanto che
da' Normanni non fu il lor Ducato, dopo il corso di molti e molti anni,
a' Greci finalmente tolto, come diremo ne' seguenti libri.
Lione stordito alla notizia d'una sì generale rivoluzione, in vece di
levar la cagione d'un sì gran male, non fece altro, che maggiormente
inasprirlo, fin a renderlo incurabile; ciocchè finalmente fecegli
anche perdere il Ducato di Roma, senza speranza di più ricuperarlo:
e che l'avrebbe anche interamente spogliato di quello di Napoli, e
di tutta l'autorità sua in Italia, se la costanza de' Napoletani, e
l'avversione ch'essi tenevano a' Longobardi, non l'avesse impedito.
Egli imperversando sempre più contro alla vita del Pontefice,
credendolo autore di tutti questi mali, subito ch'ebbe intesa la morte
di Paolo Esarca, e la sollevazione della Campagna contra il Duca di
Napoli, mandò nell'anno 727 l'Eunuco _Eutichio_ in Ravenna in qualità
d'Esarca[213], uno de' più scellerati uomini della terra, e de' più
atti ad eseguire le più empie e più difficili imprese. Si sforzò costui
di corrompere i Governadori delle Piazze, ch'erano sotto la dominazione
de' Longobardi ne' contorni di Napoli e di Roma, solamente per
obbligargli a dissimulare, ed a non far tutto quello, che potrebbero
per difendere il Papa; ma non ebbe questo vile artificio tutto il
successo, ch'egli n'aspettava; poichè un uomo mandato da questo Eunuco
segretamente a Roma, fu preso da' Romani, e trovatolo carico degli
ordini espressi dell'Imperadore a tutti i suoi Uficiali di porre a
rischio ogni cosa, per ammazzare il Papa, furono per porlo in pezzi,
se Gregorio non l'avesse impedito, contentandosi solo di scomunicare
Eutichio[214].
§. IV. _Origine del dominio temporale de' Romani Pontefici in Italia._
Trovavasi veramente Gregorio in angustie grandi, poichè se bene
Luitprando co' Longobardi mostrava di difenderlo contra gli sforzi di
Lione, conosceva però assai bene, che questo zelo lo dimostravano non
tanto per di lui servigio e conservazione, quanto per approfittarsi
sopra l'altrui discordie; per la qual cagione non aveva in che
molto fidarsi di loro, come l'evento il dimostrò. Quindi i Romani,
abbominando dall'un canto l'empietà di Lione, alla quale voleva
tirargli per quel suo editto, e dall'altro essendo loro sospetta
l'ambizione di Luitprando, che non cercava altro in questi torbidi,
che d'impadronirsi del Ducato romano; si risolsero finalmente, scosso
il giogo di Lione, mantenersi uniti sotto l'ubbidienza del Papa, al
quale giurarono di volerlo difendere contra gli sforzi e di Lione e di
Luitprando. Questa fu l'origine, e questi furono i primi fondamenti che
si buttarono, sopra de' quali col correr degli anni venne a stabilirsi
il dominio temporale de' Pontefici romani in Italia. Cominciò il lor
dominio da questo interregno, che fecero i Romani, i quali liberatisi
da Lione, erano tutti uniti sotto il Papa lor Capo, ma non già ancora
lor Principe.
Ma non perchè tanta avversità a' suoi disegni scorgesse Eutichio, si
perdè d'animo a proseguire il suo disegno; imperocchè rifatta, come
potè meglio, la sua armata, si portò in Ravenna, e durando ancora le
fazioni in quella città, gli fu facile, veggendosi i suoi partigiani
soccorsi con sì valide forze, ricuperarla, e ridurre i Ravignani nella
fede del suo Principe. Questi, ponderando che tutta l'Italia era per
lui perduta, e che non potrebbe mai opprimere il Papa e l'ostinazione
de' Romani, sempre che Luitprando era per soccorrergli; impiegò
tutta la sua destrezza e politica per distaccar questo Principe
dagl'interessi del Pontefice e de' Romani, ed obbligarlo ne' suoi.
Erasi in questo incontro ribellato a Luitprando, Trasimondo Duca
di Spoleto, e trovandosi Luitprando impiegato a reprimere la costui
fellonia, ardeva di desiderio di farne aspra e presta vendetta. Si era
ancora il Re accorto, per la risoluzione ferma de' Romani di darsi al
Papa, che niente potrebbero giovargli con essi le arti e le lusinghe
per tirargli alla sua ubbidienza, ma che restava la sola forza per
far questo colpo. Per questi rispetti offerendogli l'Esarca il suo
esercito per reprimere prima la fellonia di Trasimondo, come che non
per altri fini s'era intrigato in questa guerra, che per approfittar
delle occasioni, ch'ella gli avrebbe somministrate di tirare grandi
vantaggi o dall'una o dall'altra parte: non ebbe Eutichio a durar
molta fatica per tirarlo ne' suoi disegni; per questo dimenticatosi
dell'obbligo, ch'egli aveva co' Romani, e della parola da lui data di
difendere il Papa e la religione contra gl'insulti dell'Imperadore,
accettò queste offerte, e conchiuse con Eutichio il trattato, il quale
in fatti congiunse tosto la sua armata a quella del Re, e seguitollo
alla guerra, ch'egli andò a portare contra il Duca di Spoleti suo
ribelle; la quale non durò troppo, poichè Trasimondo restò così
sorpreso di questa colleganza, la quale non aspettava punto, che subito
che Luitprando fu arrivato innanzi Spoleti, venne a gittarsi a' di lui
piedi, chiedendogli perdono, e l'ottenne: fu medesimamente ristabilito
nel suo Ducato, facendo di nuovo al Re a giuramento, e dandogli ostaggi
della sua fedeltà.
Mancata così tosto l'occasione d'impiegar le armi contra ribelli, in
adempimento del trattato con Eutichio, furon quelle voltate contra
i Romani, e venne Luitprando con le due armate a presentarsi sotto
Roma, accampandosi nelle praterie di Nerone, che sono tra 'l Tebro, e
la chiesa di S. Pietro, dirimpetto al Castel S. Angelo. Presentendo
Gregorio l'apparecchio di Luitprando, aveva fatto munire, come potè
il meglio, la città di Roma; ma scorgendo che mal colla forza poteva
resistere a tanto apparato di guerra, avendo innanzi agli occhi
l'esempio del Duca di Spoleti, che colle preghiere ottenne dalla pietà
di Luitprando quel che non avrebbe potuto sperar colle armi; volle
imitarlo, e senza consultar la prudenza umana, la quale non poteva mai
persuadere, ch'egli fosse andato a mettersi nelle mani de' suoi nemici,
senza grandi precauzioni, e senza aver ben prima prese le sue misure;
accompagnato dal Clero e da alcuni Baroni romani andò egli stesso
a trovare il Re. Sorpreso Luitprando da quest'atto non preveduto,
non potè resistere agl'impulsi della cortesìa, che gli erano molto
naturali, e di riceverlo con tutto il rispetto dovuto alla santità
della vita, ed all'augusto carattere del sovrano pontificato. Allora
fu che Gregorio, pigliando quell'aria di maestà, che la sola virtù
suprema, accompagnata da una sì alta dignità, può ispirare, cominciò
con tutta la forza immaginabile temperata con una grave benignità a
spander i fiumi d'eloquenza, rimproverandogli la fede promessa; il
torto che faceva alla religione, della quale era tanto zelante, e
ponendogli avanti gli occhi i danni gravissimi, che poteva apportare
al suo Regno, se mancasse di protegger la Chiesa; lo scongiurava a
desistere dall'impresa, altrove le sue armi rivolgendo. Luitprando
o tocco internamente da' stimoli di religione, o che vedesse in
quell'istante molte cose, ch'egli non aveva considerate nell'ardore
della sua passione, o perchè, siccome gli uomini non sanno essere in
tutto buoni, nemmeno sanno essere in tutto cattivi; rimase così tocco
di queste dimostranze di Gregorio, che senza pensare, nè a giustificar
la sua condotta, nè a cercare scusa per metter in qualche modo a
coperto l'onor suo, gettossi alla presenza di tutti a' di lui piedi, e
confessando il suo errore, protestò di voler ripararlo allora, e di non
mai soffrire per l'avvenire, che si facesse alcun torto a' Romani, nè
che si violasse nella di lui persona la maestà della Chiesa di cui era
egli padre e Capo. Ed istando l'Esarca che s'adempiessero gli ordini
dell'Imperadore[215], non solo non vi diede orecchio, ma per dare
al Papa un più sicuro pegno della sua parola, pregollo che andassero
insieme nella Basilica di S. Pietro, la qual era ancora in quel tempo
fuori delle mura della città, e quivi in presenza di tutti i Capi della
sua armata, che l'avevano seguitato, fattosi disarmare, pose sopra il
sepolcro dell'Appostolo le sue armi, la cinta e la spada, il bracciale,
l'ammanto regale, la sua corona d'oro ed una croce d'argento; supplicò
da poi il Papa, che ricevesse nella sua grazia l'Esarca Eutichio, di
cui non potevasi più temere, quando non avesse l'ajuto de' Longobardi.
Gregorio sperando sempre, che Lione avrebbe un dì riconosciuti i suoi
errori, acconsentì a questa dimanda, dimodochè ritiratosi Luitprando
coll'esercito ne' suoi Stati, l'Esarca fu ricevuto in Roma, e
trattennevisi qualche tempo molto quieto in buona intelligenza col
Papa; in guisa che, essendo succeduto medesimamente in questi tempi,
che un impostore, il quale facevasi chiamar Tiberio, e che vantavasi
della stirpe degli Imperadori, aveva sedotti alcuni Popoli della
Toscana, che lo proclamarono Augusto[216]; Gregorio che non trascurava
occasione d'obbligarsi Lione, veggendo che l'Esarca n'era entrato in
pensiero per non avere forze bastanti ad opprimerlo, si maneggiò tanto
appresso i Romani, che l'accompagnarono in questa guerra contra il
Tiranno, il quale fu assediato e preso in un castello; donde fu mandata
la di lui testa all'Imperadore.
Ma Lione indurato sempre più, portò la sua passione fino all'ultime
estremità, perchè in Oriente, ove era più assoluto il suo Imperio, e
che non aveva chi se gli opponesse, riempiè di stragi, di lagrime, e
di sangue il tutto: fece cancellar quante pitture erano in tutte le
chiese: indi fece pubblicar un ordine, col quale s'incaricava a tutti
gli abitanti, principalmente a quelli, che avevan cura delle chiese,
di riporre nelle mani de' suoi Uficiali tutte le immagini, acciocchè
in un momento potesse purgar la città, facendole bruciare tutte
insieme. Ma l'esecuzione riuscendo strepitosa, non perdonandosi nè a
sesso, nè ad età; fu questa finalmente la cagione, che, senza speranza
di racquistarlo, fece perdere a Lione ed a' suoi successori ciò che
restava loro in Occidente. Imperocchè il Papa, disperando all'intutto
la riduzione di questo Principe, e temendo che un giorno non si facesse
nelle province d'Occidente ciò, che egli vedeva con estremo dolore
essersi fatto in quelle d'Oriente; rallentò quel freno che e' per lo
passato avea tenuto forte a non permettere, che i Romani scotessero
affatto il giogo del lor Principe, ma lasciando al loro arbitrio di
far ciò, che volessero, approvò finalmente quello che egli insino
allora erasi sempre studiato impedire, e ciò che i Popoli aveano già
cominciato a fare da loro stessi; onde i Romani, tolta ogni ubbidienza
a Lione, si sottrassero affatto dal suo dominio, impedendo che più
se gli pagassero i tributi, e s'unirono insieme sotto l'ubbidienza di
Gregorio come lor Capo, non già come lor Principe.
Alcuni nostri Scrittori, per l'autorità di Teofane, Cedreno, Zonara,
e di Niceforo, Autori greci, e che fiorirono molto tempo dopo di
Gregorio, Paolo Varnefrido ed Anastasio Bibliotecario, rapportano che i
Romani, scosso il giogo, elessero Gregorio per lor Principe, dandogli
il giuramento di fedeltà; e che il Papa, accettato il Principato di
Roma, ordinasse a' Romani, ed a tutto il resto d'Italia, che non
pagassero più tributo all'Imperadore, e che di più assolvesse dal
giuramento i vassalli dell'Imperio; scomunicasse con pubblica e solenne
celebrità l'Imperador Lione; lo privasse non pur de' dominj, che egli
avea in Italia, ma anche di tutto l'Imperio: e che quindi fosse surto
il dominio independente del Papa sopra di Roma e del suo Ducato:
che poi per la munificenza di Pipino e di Carlo M. si stese sopra
l'Esarcato di Ravenna, di Pentapoli, e di molte altre città d'Italia.
Gli Scrittori franzesi, fra' quali l'Arcivescovo di Parigi P. di
Marca[217], e que' due celebri Teologi Natale e Dupino[218], niegano
che Gregorio savio e prudente Pontefice avesse dato in tali eccessi;
le epistole di questo stesso Pontefice[219], Varnefrido, Anastasio
Bibliotecario, Damasceno, l'epistole ancora di Gregorio III, e di Carlo
M. a Costantino ed Irene, convincono per favolosi questi racconti;
per la testimonianza de' quali tanto è lontano, che Gregorio avesse
scomunicato Lione, accettato il Principato di Roma, sciolti i vassalli
dell'Imperio dal giuramento e dai tributi, e deposto l'Imperadore,
che anzi ci accertano che Gregorio, ancorchè in mille guise offeso,
fosse stato sempre a Lione uficioso e riverente, ed avesse in tutte
le occasioni impedite le rivolte de' popoli, e proccurato, che non
si sollevassero contro al lor Principe. Si oppose, egli è vero,
agli editti di Lione per l'abolizione delle immagini, comandando
che non s'ubbidissero, ed esortando quel Principe, che lasciasse
il disegno in cui era entrato; ma appresso sì gravi Autori non si
legge, che lo scomunicasse. Il primo Pontefice romano, che si diè
vanto di aver adoperati i suoi fulmini sopra le teste imperiali, fu
il famoso Ildeprando Gregorio VII, come noteremo a suo luogo, non già
Gregorio II. Ciò che più chiaro si manifesta per quello, che scrive
Anastasio[220], narrando che avendo Lione deposto dal Patriarcato di
Costantinopoli. Germano, per non aver voluto acconsentire all'editto,
e sustituito Anastasio Iconoclasta; dice egli che Gregorio scomunicò
bene sì Anastasio, perseverando nell'errore, ma che all'Imperadore solo
sgridava con lettere, ammoniva, esortava, che desistesse dall'impresa,
non già che lo scomunicasse, come scrisse di Anastasio. Più favolosa è
la deposizione, che si narra fatta da Gregorio; poichè questo Pontefice
riconobbe Lione per Imperadore finchè visse; e lo stesso fece il suo
successore Gregorio III, il quale comunicò col medesimo e di lui si
leggono molte lettere dirizzate all'Imperadore piene di molta umanità
e riverenza. Anzi tanto è vero che lo riconobbe sempre per tale, che le
date delle sue lettere portano gli anni del suo Imperio, come è quella
di Gregorio dirizzata a Bonifacio, _Imperante Domino piissimo Augusto
Leone, Imperii ejus XXIII_[221].
I nostri moderni Scrittori latini, tratti dall'autorità di que' Greci,
riceverono come vere le loro favole; ma non avvertirono, che dovea
preponderare assai più l'autorità de' nostri antichi latini Scrittori,
che fiorirono prima, e che narravano cose accadute in tempo, ed in
parte da loro non cotanto rimota e lontana. Non avvertirono ancora,
che i Greci di quegli ultimi tempi, oltre al carattere della loro
nazione, che gli ha sempre palesati al Mondo mendaci e favolosi, erano
tutti avversi alla Chiesa romana, e per commover gli animi di tutti
ad odio, e per recar invidia a' Pontefici romani, gli rappresentarono
al Mondo per autori di novità e di rivoluzioni, imputando ad essi la
ruina dell'Imperio d'Occidente, accagionandogli di novatori, ambizioni,
usurpatori dell'autorità temporale de' Principi: e che mal imitando il
nostro Capo e Maestro Gesù, fossero divenuti, da Sacerdoti, Principi.
Le favole di questi Greci scismatici furono poi con aridità e con
applauso ricevute da' moderni novatori e da' più rabbiosi eretici
degli ultimi nostri tempi. Essi ancora, per l'autorità di costoro,
vogliono in tutti i modi, che veramente Gregorio scomunicasse Lione,
che assolvesse i vassalli dell'Imperio dal giuramento, che deponesse
l'Imperadore, ordinasse che non se gli pagassero i tributi, e che
da' Romani ribellanti essendogli offerta la Signoria di Roma, avesse
accettato d'esserne Signore, onde ne divenisse Principe. Spanemio[222],
fra gli altri, si scaglia contra gli Scrittori franzesi, che hanno
per favolosi nella persona di Gregorio questi racconti: dice che essi
scrivendo sotto il Regno di Lodovico il Grande, han voluto negar questi
fatti, _ne sub Ludovico M. in Romano Pontifice hujusmodi potestatem
agnoscere viderentur_: ma essi intanto vogliono che fossero veri, per
farne un tal paragone tra Cristo S. N. ed il P. Romano. Cristo, volendo
quella innumerabile turba, tratta da' suoi miracoli, farlo Re, tosto
fuggì, e loro rispose, che il suo Regno non era di questo Mondo: il
Papa, avendo i ribellanti Romani scosso il giogo di Lione, ed offerto
il Principato a Gregorio, tosto acconsentì, e ne divenne Principe.
Cristo espressamente comandò che si pagasse il tributo a Cesare: il
Papa ordinò che non si pagassero più i tributi a Lione; per queste e
simili _antitesi_, per queste vie, non tenendo nè modo, nè misura, han
prorotto poi in quella bestemmia di aver il Papa per Anticristo.
Or chi crederebbe, che i più parziali de' Greci scismatici, ed i
maggiori sostenitori di questi rabbiosi eretici, sieno ora i moderni
Romani e gli Scrittori più addetti a quella Corte? Questi, ancorchè
ad altro fine, pur vogliono, che Gregorio avesse scomunicato Lione,
avesselo deposto comandando che non se gli pagasse il tributo, e
quel che è più, che offerendosegli il Principato da' ribellanti
Romani l'avesse accettato; onde surse il dominio temporale de' romani
Pontefici in Italia. Ecco, per tacer degli altri, come ne scrive il
nostro istorico Gesuita Autor della nuova Istoria Napoletana[223]: _Tum
tandem Romani Orientalis Imperii jugum excusserunt, Gregorium Dominum
salutarunt, eique Sacramentum dixerunt, etc. Gregorius oblatum ultro
Principatum suscepit: quem non arma, non humanae vires, artesque, sed
populorum studia anno 727, auspicato contulerunt_. Questo principio
appunto vorrebbero gli Eretici dare al dominio temporale de' Papi,
fondarla su la fellonia de' Romani, e che Gregorio mal imitando Cristo
N. S. avesse accettato il Principato, ed il _Servo de' Servi_ fosse
divenuto _Signore_. Ma per quel che diremo più innanzi, si conoscerà
chiaramente, che se bene da questi deboli principj cominciasse, non fu
però che il Papa acquistasse allora la Signoria di Roma, ma ben molti
anni in appresso: nè con tutto l'interregno che far pretesero i Romani
di loro propria autorità, mancarono affatto gli Uficiali dell'Imperador
greco in Roma: e possiamo con verità dire, che i primi acquisti furono
nell'esarcato di Ravenna, in Pentapoli, e poi nel Ducato romano, per
quelle occasioni, che saremo or ora a narrare, non già nella città di
Roma.
§. V. _Primi ricorsi avuti in Francia da Papa GREGORIO II, e dal suo
successore GREGORIO III._
L'Imperador Lione avvisato di questi successi di cotanta importanza,
imperversando assai più contro al Pontefice, confiscò immantenente
tutti i patrimonj che in Sicilia, nella Calabria, e negli altri suoi
Stati possedeva la Chiesa romana; e già s'apprestava con potente
armata di punire la fellonia de' Romani, ridurre l'altre terre al suo
Imperio, e prender aspra vendetta del Papa, ch'ei reputava l'autore
di tutte queste rivolte; per la qual cosa Gregorio conoscendo, che
un colpo di tanta importanza avrebbe potuto cadere sopra di lui, ed
opprimerlo, se non fosse stato sostenuto da una potenza, che potesse
opporsi con vigore a quella di Lione, pensò di scegliere un protettore,
dove trovasse tutto il sostegno e l'appoggio necessario. Non poteva
fidarsi de' Longobardi, de' quali con lunga sperienza aveva conosciuti
i disegni, e provata l'infedeltà. I Veneziani, benchè zelantissimi per
la difesa della Chiesa, non erano ancora così ben forti in Italia, per
contrastare soli a tutte le forze del greco Imperadore, particolarmente
quando fossero in diffidenza de' Longobardi, ch'erano fastidiosi
vicini. E in quanto alla Spagna, ella era in un lagrimoso stato
in quel tempo, e poco men che tutta oppressa da' Saraceni. Risolse
per tanto d'aver ricorso alla potenza de' Franzesi, la cui costanza
nella fede cattolica era stata sempre fermissima. Erano questi già
da più di quindici anni governati da Carlo Martello, il quale, per la
insufficienza e poco spirito del Re, assunto al primo onore del Regno
di Maggiordomo della Casa reale, reggeva con assoluto arbitrio quel
Reame, e fatto celebre per mille gloriose spedizioni di guerra nelle
Gallie e nella Germania, e sopra tutto per la memorabile sconfitta data
a' Saraceni ne' campi di Turone, era reputato universalmente il primo
Capitano, ed il vero Eroe del suo tempo.
A questo gran Principe mandò Gregorio, ciò che nissun Papa avea ancora
fatto, una magnifica ambasceria con molti belli doni di divozione per
ricercarlo di soccorso contra gli attentati di Lione, e di ricevere
i Romani e la Chiesa sotto la di lui protezione[224]. Furono i Legati
ricevuti da Carlo con onori straordinarj, e con magnificenza degna del
più augusto Principe del suo secolo; e in poco tempo fu conchiuso il
trattato, per cui obbligavasi Carlo di passare in Italia per difendere
la Chiesa ed i Romani, se venissero ad essere attaccati da' Greci
o da' Longobardi: ed i Romani all'incontro di riconoscerlo per loro
protettore con deferirgli l'onore del Consolato, come altre volte aveva
fatto l'Imperador Anastasio al gran Clodoveo, da poi ch'ebbe sconfitti
gli Vestrogoti. E rimandati i Legati pieni di ricche donativi, e
soddisfatti d'una sì felice negoziazione; Gregorio non avendo più che
temere per la Chiesa, alla quale lasciava un così potente protettore,
finì i giorni suoi nell'anno 731, con fama d'un Pontefice di rare ed
eminenti virtù, che gli fecero meritare sopra la terra gli onori, che
non si rendono se non a' Santi del Cielo.
Successe nel Pontificato Gregorio III, di cui altri[225] scrissero,
essere stata questa legazione mandata a Carlo Martello, per occasione,
che Luitprando, sconfitto Trasimondo Duca di Spoleti, che di nuovo
erasi a lui ribellato, profittando al solito delle vittorie, si fosse
portato ad invadere di bel nuovo il Ducato romano, irritato contra
Gregorio III, che avea accolto il ribelle, e si fosse avanzato a porre
la seconda volta l'assedio a Roma, e che non essendo al Papa giovate
le preghiere e l'eloquenza, come al suo predecessore, finalmente al
soccorso di Carlo si fosse rivolto, per la cui mediazione ottenne,
che Luitprando contento solo di quattro città, sciogliesse l'assedio,
e lasciasse a' Romani ed al Papa Roma col rimanente di quel Ducato.
Che che sia di ciò, egli è certo, che per questi ricorsi cominciarono
i Franzesi ad intrigarsi negl'interessi d'Italia, per li quali
con reciproco ajuto e cospirando ciascuna delle parti a' proprj
avanzamenti, finalmente discacciati i Longobardi, furon essi veduti
dominare l'Italia; essersi da' Merovingi nella stirpe di Carolingi
trasferito il Reame di Francia; ed all'incontro i Pontefici romani
essersi stabiliti in Roma, e nel Ducato romano, con molta parte ancora
dell'Esarcato di Ravenna e di Pentapoli: come più innanzi diremo.
§. VI. _COSTANTINO COPRONIMO succede a LIONE suo Padre; e morte di
LUITPRANDO Re de' Longobardi._
In tanta turbazione essendo le cose d'Italia, e con varj accidenti
sempre più deteriorando le forze dell'Imperadore Lione, era solamente
rimasa quivi una immagine della sua autorità. L'Esarcato di Ravenna,
scantonato in gran parte dalle conquiste de' Longobardi, già minacciava
la total rovina senza speranza di riaversi: il Ducato romano era nelle
mani de' Romani e del Pontefice lor Capo, a' quali ubbidiva; e se bene
rimanessero ancora in Roma alcuni vestigi della sopranità, tenendovi
ancora Lione i suoi Uficiali, vi era nondimeno il suo Imperio così
debole, che ben mostrava di dovere in breve rimaner affatto estinto:
nel solo Ducato napoletano, nella Calabria, e ne' Bruzj, e nelle altre
città marittime del Regno, che non ancora erano pervenute nelle mani
de' Longobardi beneventani, esercitava egli il pieno potere e dominio.
Ma morto Lione Isaurico in quest'anno 741 e succeduto nell'Oriente
Costantino Copronimo suo figliuolo diedesi l'ultima mano alla fatal
ruina; poichè Costantino non avendo niente delle buone qualità,
che aveva avuto suo padre, lo superò infinitamente nelle ree; e se
si voglia in ciò prestar fede a' greci Scrittori, egli fu il più
scellerato e sozzo mostro che avesse giammai avuto la terra[226].
Appena si vide solo Imperadore, che imperversando assai peggio di
suo padre contra le immagini, diede fuori un editto, col quale non
solamente condannava le immagini de' Santi, ma proibiva d'invocargli,
e di dar loro titolo di Santo, e portando più avanti il furore,
imperversò ancora contra le loro reliquie, sino ad ordinare i maggiori
oltraggi e disprezzi del Mondo. Perseguitò per tanto i difensori delle
immagini, e mandò per questa cagione molti Vescovi in esilio. Ma si
rendè vie più empio, e da tutti abborrito per l'odio da lui conceputo
contro alla Madre di Dio, proibendo che si celebrasse festa alcuna
a di lei onore, e che non s'implorasse l'ajuto di Dio per la di lei
intercessione, asserendo non aver ella nessun potere nel Cielo, nè
sopra la terra.
Questa esecranda impietà, unita alle tante altre peggiori praticate in
appresso, ed a tanti abbominevoli suoi vizj, lo rendè così odioso a'
sudditi, che non pur gli fecero perdere quell'ombra di dominio, ch'e'
teneva in Roma ed in Ravenna, ma mancò poco che non perdesse insieme
tutto l'Imperio.
Era nell'istesso anno, che morì Lione, trapassato anche Gregorio
III, ed assunto al Pontificato Zaccaria: debbe a costui la Chiesa
romana molto più, che a' due Gregorj, il dominio temporale, che sopra
le spoglie dell'Imperio greco seppe parte ristabilire, e molto più
acquistare; imperocchè questi appena assunto al trono, mandò Legati
a Luitprando a chiedergli le quattro città, che per la mediazione
di Carlo Martello erangli state lasciate quando la seconda volta
sciolse da Roma l'assedio. E se bene da Luitprando fossero i di
lui Ambasciadori ricevuti con onore, e n'avessero riportata qualche
speranza per la restituzione, con tutto ciò Zaccaria, vedendo l'affare
mandarsi in lungo, volle anche egli imitar Gregorio II, e portatosi
di persona con tutto il Clero romano a ritrovare il Re, ricevuto da
costui con istraordinarj segni di stima, furono così forti ed efficaci
i suoi uficj, che non solamente ottenne dalla pietà di questo Principe
la dimandata restituzione, ma stabilita tra loro la pace per venti
anni, riebbe ancora il patrimonio sabinense, e molti altri acquisti
fece oltre ad ogni sua espettazione. E fu cotanto fortunato questo
Pontefice appresso Luitprando, ed in tanta sua buona grazia, che avendo
in questi ultimi tempi del suo Regno, di riposo impaziente, conforme
al suo natural costume, voluto attaccar di nuovo Ravenna, Eutichio
Esarca, essendo ricorso alla mediazione del Papa, operò costui tanto
con Luitprando, che fecelo astenere da quella impresa, e restituire
anche alcuni luoghi occupati, e prima d'ogni altro Cesena.
Ma ecco, che mentre queste cose succedono in Italia, Luitprando dopo
aver regnato 32 anni, finì i giorni suoi in Pavia nel mese di luglio
dell'anno 743[227]. Morte quanto improvvisa, altrettanto a' Longobardi
dolorosissima, da' quali non abbastanza compianto, con solenne pompa
fu sepolto nel tempio di S. Adriano Martire in Pavia con elogio ricolmo
di eccelse lodi[228]. Principe, se ne togli la soverchia ambizione del
dominare, fornito di tutte le perfezioni desiderabili in un Re, o per
la pace o per la guerra: egli Capitano quanto valoroso, altrettanto
fortunato nelle sue imprese, dilatò i confini del suo Regno[229], e
nudrito sin da fanciullo in mezzo all'armi, non avea niente di fiero
e di feroce, anzi cortesissimo ed inchinato sempre ad usar clemenza,
anche verso coloro, che l'avevano offeso: egli savissimo, fu più abile
di quanti erano del suo Consiglio. Le sue leggi tutte savie e prudenti;
e quantunque non avesse coltivato il suo spirito collo studio delle
buone lettere, aveva egli pure trovato da se stesso nel suo proprio
fondo tutta la forza e sottigliezza d'un Filosofo.
Della sua pietà verso Dio restano ancora insigni monumenti: egli
magnifico in fondando grandi chiese e belli monasterj, de' quali
Varnefrido[230] rapporta il numero, ed ancora oggi in Lombardia se ne
ammirano i vestigi: egli casto, e misericordioso co' poveri, e d'un
così buon naturale, che di quanti Principi longobardi ressero l'Italia,
meritamente a lui tutti gli Scrittori rendono il vanto maggiore. Lasciò
il Regno ad _Ildeprando_ suo nipote, che negli ultimi anni di sua vita
volle anche averlo per compagno: ma durò poco la costui Signoria;
poichè appena scorsi sette mesi[231], che i Longobardi, non potendo
per la sua inettitudine promettersi di lui felice e buon governo, lo
discacciarono dal solio; ed in suo luogo innalzarono Rachi Duca del
Friuli, Principe adorno di nobili virtù, e d'incomparabile pietà.