_Dell'esterior politia ecclesiastica nel Regno de' Longobardi, da
AUTARI insino al Re LUITPRANDO; e nell'Imperio de' Greci, da GIUSTINO
II insino a LIONE ISAURICO._
Grandi che fossero stati in questi tempi i progressi de' Patriarchi di
Costantinopoli in Oriente, non aveano però infin ad ora stesa la loro
patriarcale autorità sopra queste nostre province. Cominciavano bensì
pian piano, sostenuti dal favore degl'Imperadori, a metter mano in
alcune chiese poste in quelle città, che ancor ubbidivano all'Imperio
greco. Prima introdussero di dar a' Vescovi il titolo d'Arcivescovo,
poichè non essendo questo nome di potestà, come il Metropolitano, ma
solo di dignità, fu cosa molto facile a' semplici Vescovi d'ottenerlo,
ed a' Patriarchi di Oriente di darlo. Così leggiamo, che sin da' tempi
dell'Imperador Foca, che resse quell'Imperio dall'anno 602 in fino al
610, cominciarono i Patriarchi di Costantinopoli, secondo il solito
fasto de' Greci, a dare a molti nostri Vescovi delle città, che a loro
ubbidivano, questo spezioso nome d'Archivescovo, come fecero, non
senza collera e sdegno de' romani Pontefici, con quello d'Otranto,
di Bari, e da poi anche con quel di Napoli[152]. Questi furono i
primi passi, che diedero in queste nostre parti: ma in Oriente per
essere state le altre città patriarcali occupate da' Barbari, e posti
a terra que' tre Patriarchi, tanto che non potè di lor conservarsi
continuata successione, si rendè il costantinopolitano più altiero e
fastoso. Quindi Giovanni il Digiunatore, che fu eletto Patriarca di
Costantinopoli nell'anno 585, imperando Maurizio, prese il fastoso
titolo di Patriarca _Ecumenico_.
Ma dall'altra parte non erano minori i progressi del Patriarca di Roma
in Occidente, sicchè non si potesse contrastare a tanta alterigia, e
far contrappeso a tanta potenza. E sopra ogn'altro in questi medesimi
tempi erasi la Cattedra di Roma grandemente innalzata per la santità
e dottrina di Gregorio il Grande, che nell'anno 590 vi sedette. Questo
Pontefice mantenne l'autorità e diritti della sua sede, e fece valere
la sua autorità in tutto Occidente: si oppose al Patriarca Giovanni,
non approvando il titolo fastoso d'_Ecumenico_, come ambizioso, e
che riguardava a diminuire la potestà e la giurisdizione degli altri
Vescovi; onde fu il primo, che volle nomarsi e sottoscriversi _Servo
de' servi di Dio_, per opporlo al titolo fastoso d'_Ecumenico_ del
Patriarca di Costantinopoli[153].
Proccurò ancora a questo fine mantenersi nella grazia degl'Imperadori
d'Oriente, di cui egli si professava suddito[154], poichè Roma ubbidiva
a que' Principi, e per rendersi a coloro benemerito, si oppose sempre
a' sforzi de' Longobardi, vegghiando non pure alla difesa di quella
città, ma di tutte le altre, e di Napoli particolarmente, perchè
si fosse mantenuta in Italia la Signoria degl'Imperadori d'Oriente,
per fare contrappeso alle forze de' Longobardi, che aspiravano alla
universal Monarchia di tutta Italia, e discacciarne da quella affatto
i Greci. Soccorreva perciò i popoli colle sue grandi liberalità:
e nel sacco che i Longobardi diedero a Crotone, ove ridussero que'
cittadini in cattività, egli s'adoperò tanto con opere e con uficj,
che ne furono riscattati. Attese perciò con vigilanza particolare
alla cura delle chiese d'Italia e di Sicilia, e di tutte queste nostre
province, le quali come prima non riconoscevano altro Patriarca, che
lui, e gli altri romani Pontefici suoi successori. Così veggiamo, che
per le ordinazioni de' Vescovi di Sicilia, di Napoli, di Capua, di
Miseno, di Benevento, della Puglia, della Calabria, della Lucania e
dell'Apruzzo, a lui si ricorreva, e le contese insorte per l'elezioni
da lui si terminavano. Pose ancora tutta la sua applicazione agli
affari della Chiesa universale, e s'affaticò non solo d'estinguere la
divisione, ch'era nella Chiesa tra i Latini ed i Greci, ma eziandio
per liberar l'Affrica dallo scisma de' Donatisti: e mandò il Monaco
Agostino co' suoi compagni in Inghilterra per convertire que' Popoli.
Pose ogni studio, perchè per mezzo di Teodolinda i Longobardi, deposta
l'Idolatria e l'Arrianesmo, passassero nella fede cattolica. Vietò
nondimeno di costringere gli Ebrei colla violenza a farsi Cristiani. E
sopra tutto attese alla conservazione della disciplina ecclesiastica,
e di fare osservare inviolabilmente i canoni in tutte le chiese,
tenendo per fermo, che in ciò massimamente risplendesse la potestà e
l'autorità, che gli concedeva il Primato della sua sede.
Le medesime pedate furon calcate da' successori di Gregorio; poichè
se bene, morto costui nell'anno 604, gli succedesse Sabiniano, che
non tenne quella sede più di cinque mesi e vent'uno giorni; succeduto
che vi fu Bonifacio III, questi, come che era stato lungo tempo
Nunzio appresso l'Imperador Foca successore di Maurizio, aveva colla
sua prudenza trovato modo d'insinuarsi nella di lui grazia; e se
dee prestarsi fede ad Anastasio, Beda, Varnefrido, ed a molti altri
Autori, nella pretensione, nella quale erano entrati i Patriarchi
di Costantinopoli intorno al Primato sopra tutte le chiese, ottenne
Bonifacio da Foca rescritto, con cui dichiaravasi, che la Chiesa romana
dovesse avere il Primato sopra tutte le chiese, e 'l solo Pontefice
romano avesse portato il titolo di Patriarca Ecumenico: il che narrasi
fosse stato fatto dall'Imperador Foca in odio di Ciriaco Patriarca di
Costantinopoli, ch'era succeduto a Giovanni il Digiunatore nell'anno
596, e ben presto morì.
Bonifacio IV, che succedè al III, proccurò anche egli mantenersi nella
grazia dell'Imperadore contra i Longobardi, onde ottenne da Foca il
tempio del Panteon, ch'era in Roma, per farne una chiesa, come fece,
ch'e quella che ora chiamano la Rotonda, dalla sua figura. Tutti gli
altri suoi successori tennero questo stesso tenore, ed il Pontefice
Vitaliano, allorchè l'Imperador Costanzo venne in Roma l'anno 663, lo
accolse con molti segni di stima e di rispetto: siccome fecero tutti
gli altri romani Pontefici, che stettero sempre fermi nell'ubbidienza
degl'Imperadori d'Oriente contra i Longobardi, insino a Lione Isaurico,
il quale volendo sostenere l'errore degli Iconoclasti contra gli sforzi
de' Pontefici Gregorio II e III, pose tutto in disordine, come si vedrà
nel libro seguente di questa Istoria.
Dall'altra parte i Longobardi, quantunque per la maggior parte
idolatri, ed altri arriani, non turbarono la pace delle nostre chiese,
e sotto la cura de' Pontefici romani, così come prima erano, le
lasciarono. Il Re Autari verso l'anno 587 depose il Paganesimo, ed
abbracciò la religione cristiana, ma, seguendo l'esempio de' Re goti,
la ricevette imbrattata dell'eresia arriana. I Longobardi ad esempio
del loro Re fecero il medesimo; quindi lasciandosi a' provinciali
intatta la loro religione, si videro in alcune città d'Italia due
Vescovi, l'uno arriano che presedeva a' Longobardi convertiti, l'altro
cattolico che governava le Chiese cattoliche de' provinciali. Le nostre
province però non videro questa difformità; poichè quelle che ancor
rimanevano sotto l'ubbidienza degl'Imperadori d'Oriente erano tutte
cattoliche: l'altre che passarono sotto la dominazione de' Longobardi,
ritennero intatta quella medesima religione, che i Goti, e sopra tutto
il gran Re Teodorico loro avea conservata; nella quale il Re Autari,
e gli altri Re suoi successori, le mantenne. A tutto ciò s'aggiunse da
poi la pietà della Regina Teodolinda, donna religiosissima e cattolica,
la quale, ancor che col suo primo marito Autari non le fosse riuscito
di far loro deporre l'Arrianesimo, con Agilulfo però suo secondo marito
potè tanto, per le grandi obbligazioni, che a lei professava, che
gli fece abbracciar la religione cattolica; ond'è che S. Gregorio M.
cotanto si mostra obbligato a questa Principessa, alla quale dedicò
i suoi quattro libri delle Vite dei Santi[155], e tante affettuose
epistole di lui si leggono piene d'encomj, e di lodi dirette a questa
Regina[156]. Quindi avvenne, che molti Longobardi, seguendo l'esempio
del loro Principe, si rendessero ancor essi, cattolici, e perciò molte
chiese e monasterj nel Regno di Agilulfo fossero edificati[157]: donate
perciò molte possessioni a' medesimi, e che i Vescovi, che prima nelle
città di Longobardia eran depressi, fossero stati sollevati, ed in
sommo onore avuti. E quantunque nel Regno di Ariovaldo, perfido Arriano
che ad Agilulfo succede, fossesi turbata quella pace, che Agilulfo
gli avea data; nulladimanco succeduto poi al Trono Rotari, Principe,
ancorchè arriano, di piacevoli costumi, e che lasciò in libertà di
vivere, così i Longobardi, come i provinciali, con quella religione,
che essi volessero, ritornarono le cose nella pristina quiete e
tranquillità, nella quale maggiormente si stabilirono sotto il Regno di
Ariperto, molto propenso ed inclinato alla religion cattolica.
Ma poscia i nostri Cistiberini longobardi furono i primi a lasciare
affatto l'Arrianesimo, mercè di due illustri Vescovi, Barbato di
Benevento e Decoroso di Capua. Barbato dopo la sconfitta, che i
Longobardi beneventani sotto il loro Duca Romualdo diedero ai Greci,
purgò quella Nazione non men dell'Idolatria, che dell'Arrianesimo, e
divennero tutti cattolici. Il simile avvenne de' Longobardi capuani
per Decoroso loro Vescovo; tanto che in tutte quelle province, che
eran passate sotto il loro dominio, l'Arrianesimo presso a' Longobardi
istessi restò affatto abolito. Le altre regioni, che ancor duravano
sotto i Greci, ancorchè l'Oriente spesso partorisse dell'eresie e
degli errori intorno a' dogmi: onde mal s'accordavano quelle chiese
con queste nostre d'Occidente, e sopra tutto in questi tempi per quella
de' Monoteliti; nientedimeno la vigilanza de' romani Pontefici, sotto
la cui custodia e governo ancor duravano, fece sì, che non rimasero di
quegli errori le nostre chiese contaminate.
Ma non molto da poi, ciò che avventurosamente avvenne a' nostri
Cistiberini longobardi sotto Romualdo Duca di Benevento, accadde a'
Longobardi _Subalpini_ sotto Grimoaldo Re d'Italia: questo Principe,
fattosi cattolico, favorì tanto le Chiese, ed ebbe tanta avversione
alla dottrina degli Anziani, che estinse affatto in tutta Italia
l'Arrianesimo. Quindi s'accrebbero le tante lor ricchezze: donde
parimente ne nacque la sregolatezza della maggior parte de' Cristiani,
e lo scadimento della disciplina ecclesiastica.
Questi Principi longobardi, ad esempio di tutti gli altri Principi
dell'Occidente e degl'Imperadori d'Oriente ancorchè fatti cattolici,
mantennero però nei loro dominj quelle medesime prerogative
e preminenze, che i Re goti ritennero, per quel che s'attiene
all'esterior politia ecclesiastica; ed avvegnachè i Pontefici
romani facessero valere la loro autorità in Occidente; nulladimanco
i Principi, e spezialmente nella Francia e nella Spagna, vollero,
fra l'altre cose, autorizzare colle loro leggi ed editti i Sinodi
provinciali, che in questo secolo furono assai frequenti, e di lor
ordine fatti convocare, per dar riparo agli abusi, ed alla corrotta
disciplina e sregolatezza degli Ecclesiastici. Dall'altra parte
gl'Imperadori d'Oriente non pur seguitavano le vestigia de' loro
predecessori, ma presero molta parte negli affari della religione,
non potendo i Pontefici romani farvi tutta quella resistenza, che
avrebbono voluto. L'Imperador Maurizio, calcando le medesime pedate
degli altri Imperadori suoi predecessori, promulgò legge proibente,
che i soldati si ricevessero ne' monasterj: S. Gregorio[158] si doleva
della legge, ma non attaccava la potestà del Legislatore, e con molta
riserva esagerava, che quella fosse ingiusta, e contra il servigio di
Dio: quasi che volesse con ciò impedirsi agli uomini il cammino d'una
maggior perfezione. Maurenzio nostro Duca di Napoli obbligava i Monaci
a far le sentinelle per guardia della città, e ripartiva le truppe per
l'alloggio in ogni quartiere, non perdonando nè anche a' monasterj di
donne, di che parimente abbiamo le doglianze di questo Pontefice[159].
In Oriente gli Imperadori disponevano pure delle diocesi e delle
metropoli, e regolavano i Troni e le precedenze, accrescevano ed
estenuavano le pertinenze de' Metropolitani a lor talento. E dall'altra
parte i nostri Duchi di Benevento fecero il medesimo nel lor ampio
Ducato: a richiesta di Barbato Vescovo di quella città, il Duca
Romualdo unì al Vescovato di Benevento quello di Siponto: ecco le
richieste di Barbato a Romualdo, come si legge ne' suoi atti: _Si
munus, e' dice, tuae salutis offerre studes, unum impende beneficium,
ut B. Michaelis Archangeli domus, quae in Gargano sita est, et omnia,
quae sub ditione Sipontini Episcopatus sunt, ad sedem Beatissimae
Genitricis Dei, ubi nunc indigne praesum, in omnibus subdas; et quoniam
absque cultoribus omnia depravantur, unde nec sedulum officium persolvi
potest, melius a nobis disposita ubi proficient in salutem_. Romualdo
assentisce a questa dimanda, e ne gli fa diploma: _Illico Princeps
viri Dei consentit petitionibus, eo ordine, ut fati sumus, et sicut mos
est, per PRAECEPTUM Genitrici Dei universa concessit; et ut resonet in
futurum, anathematizaverat, qui contra haec agens irritam hanc facere
voluerit concessionem_. Ciò che da poi volle Barbato, che anche se gli
concedesse da Papa Vitaliano; poichè de' romani Pontefici (a' quali il
Sannio e la Puglia, come Province suburbicarie, appartenevansi) uffizio
era d'unire e separare le lor Chiese; siccome sovente erasi praticato
dal Pontefice Gregorio, che nell'anno 592 unì la Chiesa di Cuma a
quella di Miseno[160], ancorchè tal unione poco durasse; ed erasi
praticato nell'altre Province suburbicarie. Perciò appresso Vipera ed
Ughello[161] si legge il Breve di Vitaliano diretto al Vescovo Barbato,
ove fra l'altre cose si leggono _Concedentes tibi, tuaeque praefatae
Reverendissimae Beneventanensi Ecclesiae, Bibinum, Asculum, Larinum,
et Ecclesiam Sancti Michaelis Archangeli in Gargano, pariterque
Sipontinam Ecclesiam quae in magna inopia, ei paupertate esse videtur,
et absque cultoribus, et Ecclesiasticis officiis nunc cernitur esse
depravata cum omnibus quidem eorum pertinentiis, et omnibus praediis
cum Ecclesiis, ec._ Onde avvenne che da questi tempi di Papa Vitaliano,
la Chiesa Sipontina fosse unita a quella di Benevento, e che i Vescovi
beneventani nel corso di molti anni finchè di nuovo quella non fu
separata, si dicessero anche Vescovi di Siponto.
Non fu per tanto, così nelle province, ch'eran passate sotto la
Signoria de' Longobardi, come in quelle ch'erano rimase sotto i Greci,
variata la politia ecclesiastica; ma per ciò che s'attiene a questa
parte, fu ritenuta quella stessa forma, che tennero sotto i Goti Re
d'Italia, e sotto Giustiniano e Giustino Imperadori d'Oriente.
§. I. _Elezione de' Vescovi, e loro disposizione nelle città di queste
nostre province._
I Vescovi erano ancora eletti dal Clero e dal Popolo, ed ordinati
dal Pontefice romano, come prima; ma i Principi, come se dal Popolo
fosse a loro devoluta tal potestà, nell'elezione ne volevano la
maggior parte; onde ne nacque, che facendo essi eleggere alcuni, che
non avevano nè meriti, nè scienza, nè capacità, erano le Chiese mal
governate. Dal registro dell'epistole di S. Gregorio si legge, che
il Pontefice romano, esercitando nelle nostre Chiese l'autorità sua
di Metropolitano insieme, e di Patriarca, non pur ordinava gli eletti
dal Clero e dal Popolo ma regolava l'elezioni, diffiniva le contese,
che forse insorgevano, e sovente spogliava i Vescovi delle loro
sedi, quando gli conosceva immeritevoli. Così de' Vescovi di Napoli
leggiamo, che tenendo nell'anno 590 la Cattedra di Napoli Demetrio, fu
costui per li molti e gravi suoi delitti nel seguente anno scacciato
da Gregorio, il quale dopo averlo deposto, scrisse al Clero e agli
Ordini di questa città, cioè a' Nobili ed al Popolo, che in luogo di
Demetrio n'eleggessero un altro; ed intanto egli vi mandò il Vescovo
Paolo a regger quella Chiesa, insino che a quella non si fosse dato
il successore. I Napoletani si trovavano così ben soddisfatti di
Paolo, che scrissero al Pontefice, pregandolo, che l'avesse lor dato
per Vescovo: Gregorio prese tempo per deliberare, ed intanto avendo
Paolo nel Castello di Lucullo, che oggi chiamiamo dell'Uovo, ricevuto
un affronto da alcuni servi d'una Dama napoletana chiamata Clemenzia,
pregò Gregorio che lo facesse ritornar presto alla sua Chiesa; onde i
Napoletani, non convenendo fra loro nella elezione d'un lor cittadino,
e scorgendo che Paolo non l'avrebbe accettato, elessero Florenzio
Sottodiacono del Papa, che allora si trovava in Napoli: ma questi tosto
scappò via, e fuggì in Roma rifiutando il carico; tanto che Gregorio
scrisse[162] a Scolastico Duca di Napoli, esortandolo a convocare i
Nobili ed il Popolo della città per l'elezione d'altra persona; e,
quella eletta, mandassero il decreto in Roma, perchè potesse ordinarla:
dicendogli ancora, già che due volte aveano eletti uomini stranieri,
che se non trovavan fra' cittadini persona idonea a tal carica, almeno
eleggessero tre uomini savj e da bene, a' quali tutti gli Ordini
dassero la lor facoltà, e gli mandassero in Roma, affinchè, facendo
le veci della città, venuti in Roma, potessero insieme col Pontefice
consultare, e far sì che finalmente trovassero persona irreprensibile,
nella quale consentissero, e stante la loro elezione potesse il Papa
ordinarla, e mandarla alla vedova Chiesa.
Consimile epistola[163] scrisse Gregorio a Pietro Sottodiacono della
Campagna, che reggeva il patrimonio di S. Pietro di questa provincia,
al quale incaricò, che facesse convocare il Clero della Chiesa di
Napoli, imponendogli, che parimente eleggessero due o tre di loro, a'
quali dassero tutta la facultà, e gli mandassero in Roma, dove uniti
con gli altri rappresentanti la Nobiltà e 'l Popolo, si potesse trattar
dell'elezione ed ordinazione del nuovo Vescovo.
Chiamavasi questa elezione _per compromissum_, la quale soleva
praticarsi ne' casi di divisione e di discordie, acciocchè, unendosi la
volontà ed i suffragi di molti in due o tre persone savie, potessero
quelle, per evitare i tumulti, senza contrasto, elegger colui, che
stimassero più meritevole e degno[164]: in cotal maniera fu in fine
da' Compromessori eletto in Roma, nel mese di Giugno dell'anno 593,
Fortunato, ed ordinato che fu dal Papa, se ne venne in Napoli, dove fu
da' Napoletani suoi figliuoli cortesemente ricevuto, e resse questa
Chiesa per molti anni con tanta prudenza e vigilanza, che ne fu da
Gregorio sommamente commendato, leggendosi perciò molte sue epistole
dirizzate a questo Vescovo[165].
Morto Fortunato, per dargli successore insorsero nuovi contrasti; ed
essendosi divisi i suffragi, due Vescovi dal Clero e dal Popolo furono
eletti: un partito elesse Giovanni Diacono, l'altro Pietro parimente
Diacono. Tosto si ebbe ricorso al Pontefice Gregorio perchè fra i due
eletti, quello che reputasse il più degno confermasse ed ordinasse.
Ma niun di essi piacque: Giovanni fu notato d'incontinenza, perchè
teneva una figliuola, testimonio di sua debolezza: Pietro come usurajo
e troppo semplice, fu riputato indegno ed inutile; onde fu rescritto a'
Napoletani, che eleggessero altri, come poi fecero[166].
Questo medesimo costume vediamo praticato nell'elezioni de' Vescovi
capuani, di Cuma, di Miseno, di Benevento, di Salerno, d'Apruzzi, e di
tutte le altre Chiese di queste nostre province, che come suburbicarie,
al Pontefice romano s'appartenevano: Palermo ancora, Messina, e
l'altre Chiese di quell'isola, poichè la Sicilia fu anche Provincia
suburbicaria, serbavano il medesimo istituto.
L'elezione, secondo il prescritto de' canoni, dovea cadere in uno, che
fosse della Chiesa stessa, o a quella _incardinato_, non già di altre
Chiese, e solo quando fra' cittadini non si trovava persona idonea, il
che rade volte accadeva, ricorrevasi agli stranieri, i quali fossero
o nella pietà, o nella prudenza e dottrina eminenti. Così leggiamo che
Gregorio, dovendosi eleggere il Vescovo in Capua, discordando i Capuani
nell'elezione, ed alcuni facendo nomina di soggetti stranieri, col
pretesto, che de' nazionali non vi fosse persona degna, rispose che ciò
parevagli molto strano, e che per tanto facessero migliore scrutinio
sopra de' loro cittadini, e se veramente ne pur uno ve ne fosse degno,
allora avrebbe egli provveduto di persona meritevole.
Per la morte di Liberio, Vescovo di Cuma, accaduta nell'anno 592,
quest'istesso Pontefice mandò Benenato Vescovo di Miseno a governarla
infino che non se gli dasse il successore. Discordavano i Cumani
per l'elezione, intendendo alcuni elegger persona d'altra Chiesa; ma
Gregorio fece sentire a Benenato, che non permettesse far eleggere
persona straniera, se non nel caso, che a lui costasse non esservi fra'
Cumani uomo alcuno meritevole d'essere innalzato a quella dignità.
Quest'istesso vedesi praticato nell'elezione del Vescovo di Palermo.
Per la morte di Vittore era rimasa vedova quella Chiesa: S. Gregorio
vi mandò tosto Barbato Vescovo di Benevento, perchè la governasse fin
tanto che si fosse dato il successore[167]. I Palermitani discordi
nell'elezione d'un nazionale, pensavano eleggere Cherico straniero; se
gli oppose Gregorio, e scrisse a Barbato, che non permettesse che si
eleggesse persona d'altra Chiesa, _nisi forte inter Clericos ipsius
Civitatis nullus ad Episcopatum dignus, quod evenire non credimus,
poterit inveniri_.
In tal maniera si facevano l'elezioni de' Vescovi, quando volevasi
attendere l'antica disciplina della Chiesa, ed il prescritto de' sacri
canoni. Così ancora avrebbe dovuto farsi l'elezione del Vescovo di
Roma dal Clero e dal Popolo, nè aveano in ciò da impacciarsene gli
Imperadori d'Oriente. Ma cominciavano già in questi tempi i Principi
ad occupare le ragioni del Popolo e del Clero in queste elezioni:
sia per timore, sia per compiacenza, sovente colui era eletto, che
al Principe piaceva. Gl'Imperadori d'Oriente, come padroni di Roma,
aveano gran parte nell'elezione dei Papi, ch'erano loro sudditi, e
fu anche introdotto costume, che senza lor commessione niuno potesse
esser ordinato: onde l'eletto dovea mandare in Costantinopoli a
richiederne il consenso o la permissione dell'Imperadore[168].
Scrive Paolo Varnefrido[169], che quando, dopo la morte di Benedetto
Bonoso, fu nell'anno 577 innalzato a quella sede Pelagio II, perchè
Roma in que' tempi era cinta di stretto assedio dai Longobardi, nè
alcuno poteva uscire da quella città, non potè Pelagio mandare in
Costantinopoli all'Imperadore perchè v'assentisse, onde fu ordinato
Pontefice senza commessione del Principe: levati poi gli impedimenti,
solevano i Pontefici romani mandar lettere agl'Imperadori, nelle quali,
allegando gl'impedimenti avuti, cercavano di scusarsi, e che alla
fatta ordinazione consentissero. San Gregorio il Grande eletto Papa,
ricusando d'esserci, scrisse all'Imperadore Maurizio, istantemente
supplicandolo, che non prestasse il suo assenso all'elezione;
ma l'Imperadore che tanto si compiacque dell'elezione, non volle
farlo[170].
Nelle nostre province pure i nostri Principi nell'elezione de'
Vescovi delle loro città vi vollero la lor parte. Così leggiamo
alcuna volta esser accaduto nell'elezione de' Vescovi di Benevento,
come fu l'elezione di Barbato nell'anno 663, seguita per opera
del Duca Romualdo. De' Vescovi napoletani pur lo stesso si legge,
e particolarmente del Vescovo Sergio, il quale dal Duca di Napoli
Giovanni, fu, dopo la morte di Lorenzo, innalzato a quella sede: ma
questi casi avvenivano fuori d'ordine. La disciplina era che l'elezione
s'appartenesse al Clero ed al Popolo, siccome l'ordinazione al romano
Pontefice.
La disposizione de' Vescovi in queste nostre province era la medesima
de' secoli precedenti. E per quel che s'attiene alla loro autorità
e giurisdizione, la loro conoscenza era ristretta come prima nelle
cause ecclesiastiche, dove procedevasi per via di censura: non avevano
giustizia perfetta, non Tribunali, non Magistrati, e la loro cognizione
non più si stese di quella che Giustiniano avea lor data in quella sua
Novella[171]. Intorno all'onore e potestà era l'istessa, e circoscritta
da' medesimi confini. Erano nelle città Vescovi solamente, non avea
alcun d'essi acquistato ancora autorità di Metropolitano: nè alcuno
sotto di se avea Vescovi suffraganei e dipendenti; ma ciascuno de'
Vescovi reggeva la sua Chiesa ed il Popolo a se commesso. Non ancora
i Patriarchi di Costantinopoli aveano invase le Chiese nostre, sicchè
alcune ne avessero potuto render metropoli, ed innalzare i loro Vescovi
a Metropolitani, con sottoporle al Trono di Costantinopoli, siccome
fecero da poi nell'imperio di Lione Isaurico, e degli altri Imperadori
d'Oriente suoi successori: solo, come si è detto d'alcuni Vescovi delle
città all'Imperio greco soggette, cominciavano, secondo il fasto de'
Greci, ad esser decorati del nome di Arcivescovi, non senza sdegno però
de' romani Pontefici, i quali riprendevan acerbamente que' Vescovi, che
lo prendevano[172].
Alcuni credettero, che il Vescovo di Napoli prima di S. Gregorio M.
o almeno da questo Pontefice, fosse stato innalzato agli onori di
Metropolitano e di Arcivescovo. Lo provano da quella iscrizione, che
si legge nel decretale[173], sotto il titolo _de statu Monac._ ivi:
_Gregorius Archiepiscopo Neapolis_; e sotto l'altro _de religiosis
domibus_, ivi _Gregorius Victori Archiep. Neap._ Ma chi non vede
la manifesta scorrezione del Codice vulgato, poichè negli emendati
la prima si legge così: _Gregorius Fortunato Episcopo Neapolitano_,
siccome anche legge Gonzalez[174]: e la seconda: _Gregorius Victori
Neapolis Episcopo_? Oltrechè nel registro dell'epistole di S.
Gregorio riconosciuto ed emendato in Roma, donde quel testo si
dice trascritto, questo titolo non si vede; nè tra l'epistole di S.
Gregorio si legge questa decretale, che si dice indirizzata a Vittore.
Quindi i nostri più accurati Scrittori, come il Caracciolo[175],
e 'l Chioccarelli[176], riprovarono con molta ragione questa lor
credenza, ed in tempi posteriori pongono l'elevazione di questa sede in
metropoli.
Altri dalla disposizione, che presero queste nostre province nel
Ponteficato di Gregorio, presero argomento, che fin da questi tempi
si fosse Napoli fatta metropoli. Napoli, essi dicono, avea in questi
tempi il suo Duca: l'altre città Conti e Governadori. Il Duca secondo
la politia dell'Imperio presedeva a più città della provincia, che
compongono il Ducato. Il Conte presedeva ad una città sola; ond'è che
nelle leggi degli Vestrogoti si dice Duca di provincia, e Conte di
città; e Fortunato al Conte Sigoaldo gli dice:
_Qui modo dat Comitis, det tibi jura Ducis._
Regolarmente dodici città erano a' Duchi sottoposte, e queste
città si nomavano Contadi, onde il Duca presideva a dodici Conti,
siccome notò Pietro Piteo per quel luogo d'Aimoino: _Pipinus domum
reversus, Grifonem more Ducum duodecim Comitatibus donavit_; e Camillo
Pellegrino[177] a cagion di molti esempj, che si leggono appresso
Gregorio Turonese nella sua Appendice. Quindi Guglielmo Durando
osservò, che adattandosi la politia della Chiesa a quella dell'Imperio,
le città ducali ebbero gli Arcivescovi, e le Contee i Vescovi, avendo
corrispondenze gli Arcivescovi co' Duchi, ed i Vescovi con li Conti.
Così Napoli, fatta ora città ducale, ed il suo Ducato, ancorchè fin qui
non molto si stendesse come si stese da poi, abbracciando nulladimanco
le città vicine intorno al Cratere, siccome Pompei, Erculano, Acerra,
Nola, Pozzuoli, Cuma, Miseno, Baja ed Ischia; potè in questi tempi
divenir metropoli, ed il suo Vescovo rendersi Metropolitano.
Ma siccome egli è vero, che la politia di queste nostre chiese col
correr degli anni si andava adattando alla disposizione o politia
dell'Imperio, come vedremo ne' secoli seguenti; nientedimeno ne'
tempi nei quali siamo, alla disposizione de' Ducati, siano dei
Longobardi, siano de' Greci, non si adattò la politia ecclesiastica:
e la disposizione delle nostre chiese, e di quelle d'Italia fu tutta
diversa: onde fallace argomento è questo di dare ora Arcivescovi
alle città ducali. Puossi vedere in questi tempi città più cospicua
ed eminente in queste nostre regioni quanto Benevento, capo di
un Ducato così vasto, che abbracciava molte province, e sede de'
Duchi beneventani? e pure il suo Vescovo non era Metropolitano, nè
Arcivescovo, avendo acquistato questa prerogativa molto tempo da
poi, cioè nell'anno 969 nel Ponteficato di Giovanni XIII come diremo.
Spoleto capo d'un altro insigne Ducato, non ebbe Arcivescovo. Brescia,
Trento ed altre città di Longobardia decorate dai Principi longobardi
con titoli di Ducati, non ebbero in questa età, ma molto dapoi, i loro
Arcivescovi; anzi nè Brescia, nè Spoleto l'acquistaron mai. Gaeta ebbe
pure il suo Duca, ma non giammai Arcivescovo. Capua, Bari, Reggio,
Salerno città cospicue, e molte altre di quelle regioni, che ubbidivano
a' Greci, non ebbero se non nel decimo secolo, ed altre in tempi
più posteriori, i loro Metropolitani da' romani Pontefici; ancorchè
i Patriarchi di Costantinopoli altramente ne disponessero, come
ne' seguenti libri diremo. Non fu dunque Napoli, come lo confessano
l'istesso P. Caracciolo, ed altri nostri Scrittori, fatta metropoli in
questi tempi. Fu ella adorna di questa dignità nel decimo secolo, nel
Ponteficato di Giovanni XIII, dopo Capua e Benevento, come diremo a
suo luogo: non tutte l'altre chiese di queste nostre province aveano
ancora ottenuto questa prerogativa: erano soli Vescovi coloro, che
presidevano alle città per grandi ed illustri che fossero, e sede de'
Duchi. Egli è però vero, che col correr degli anni, innalzandosi alcune
città ad esser capo e metropoli o d'un Ducato, o d'un Principato;
e cominciando nel decimo secolo i Pontefici romani ad esercitare in
queste nostre province nuove ragioni Patriarcali, con ergere i Vescovi
a Metropolitani in mandandogli il pallio; la politia e disposizione
ecclesiastica venne ad adattarsi e a corrispondere alla politia
dell'Imperio.
Egli però è altresì vero, che fin da questi tempi s'incominciarono a
gittare i fondamenti della nuova politia così dell'Imperio, come del
Sacerdozio. Così da questi tempi vediamo, che al Vescovo di Benevento
s'unirono le chiese di Siponto, di Bovino, Ascoli e Larino. Al Vescovo
di Napoli quelle di Cuma, Miseno e Baja s'appartenevano; non già che
i Vescovi di queste città lo riconoscessero per Metropolitano, ma
per onore della città ducale, e come loro metropoli, per quel che
riguardava la politia dell'Imperio, gli accordavano i primi onori,
poichè tra' Vescovi di quel Ducato era riputato il primo. Col corso
degli anni, oltre al Ducato di Benevento e quello di Napoli, sursero
ancora il Ducato di Capua e l'altro di Salerno, i quali con quello
di Benevento s'innalzarono poi a' Principati. Amalfi ebbe in appresso
anche il suo Duca, siccome Sorrento, e si eressero in Ducati. Bari poi
ebbe anche il suo Duca. Alcune città della Puglia e della Calabria,
de' Bruzj e Lucania, fatte parimente capi e metropoli di quelle
regioni, si renderono più cospicue dell'altre; onde secondo la politia
dell'Imperio, ricevettero poi i Metropolitani, ed i Vescovi delle città
minori di quelle province rimasero lor suffraganei. Quindi avvenne,
che quanto più si stendeva il lor Ducato o provincia, più suffraganei
avessero: e per questa cagione, poichè il Ducato beneventano distese
più di tutti gli altri i suoi confini, il suo Arcivescovo ebbe tanti
Vescovi suffraganei, che sopra tutti gli altri Metropolitani oggi ne
ritiene in gran numero. Quindi ancora è avvenuto, che il Principato
di Salerno, se non quanto quel di Benevento, avendo pure molto
ampliato i suoi confini, il suo Arcivescovo ancor egli ritenesse molti
suffraganei: e quel di Capua per la stessa ragione anche moltissimi.
Ed all'incontro il Ducato di Napoli, quello di Sorrento e l'altro
d'Amalfi, come che molto ristretti, non avessero così numeroso stuolo
di Vescovi suffraganei, siccome gli altri Metropolitani delle altre
città di queste nostre province; come osserveremo quando della lor
politia ecclesiastica degli ultimi tempi ci sarà data occasione di
trattare.
Ecco adunque qual fosse la disposizione e la Gerarchia ecclesiastica
di queste nostre province in questa età. Il romano Pontefice,
come Metropolitano insieme e Patriarca: Vescovi, Preti, Diaconi,
Sottodiaconi, i quali già in questi tempi eransi ligati al celibato, ed
il lor ordine posto nel rango de' maggiori ordini: Acoliti, Esorcisti,
Lettori ed Ostiarj.
Sentironsi ancora negli Scrittori di questi tempi, e sopra tutto
nell'epistole di S. Gregorio i Preti Cardinali, i Diaconi Cardinali,
e Sottodiaconi Cardinali; e molte chiese avere avuti di questi
Cardinali, come oltre alla romana, quella d'Aquileja, di Ravenna, di
Milano, di Pisa, di Terracina, di Siracusa; e nelle nostre province
ancora, come le chiese di Napoli, di Capua, di Benevento, di Venafro e
forse ogni altra. Ma in questi tempi, siccome ben pruovano Florente e
Baluzio[178], ed è chiaro dalle epistole stesse di S. Gregorio, questi
Cardinali non erano che Preti, Diaconi, o Sottodiaconi stranieri, i
quali erano uniti ed affissi, o come diciamo inzeppati ad una certa
chiesa, la quale unione, chiamavano _incardinazione_, e questo unire
dicevano incardinare; poichè per questo inzeppamento si univa colui a
quel corpo, come nel suo cardine; in guisa che non più straniero, ma
proprio di quella chiesa riputavasi, e nomavasi perciò Incardinato,
ovvero Cardinale; nome che se bene nella sua origine non denotava
dignità o superiorità alcuna, si intese poi ne' seguenti secoli
risonare cotanto magnifico e fastoso, che s'è proccurato negli ultimi
tempi uguagliarlo al nome Regio; e coloro che n'erano adorni, di
pareggiargli a' più potenti Re della terra.
Sursero egli è vero in questi tempi, anche in Occidente, varj Uficiali,
ed altri nomi si intesero, come di Cimeliarca, di Rettore, Cartularj ed
altri; e nella chiesa d'Oriente altri più assai, di cui lungo catalogo
abbiamo appresso Codino[179] e Leunclavio[180]. Ma questi Uficiali per
lo più sursero per la cura che si dovea avere della temporalità delle
chiese e delle loro ricchezze. I Vescovi per la pietà de' Principi e
dei Fedeli profusi in donare alle loro chiese, si diedero a costruirne
altre di nuovo, o con maggior magnificenza; e singolarmente i nostri
Vescovi napoletani[181], siccome di tutte le altre chiese di queste
province molte n'ingrandirono nelle loro città, e moltissime nuovamente
ne costrussero: quando prima i vasi erano di legno, di vetro, o
di creta; le vesti sobrie e tutti gli altri ornamenti semplici, e
schietti; ora i vasi divengono d'oro e d'argento, le vesti ricche e
pompose, e gli ornamenti tutti preziosi e magnifici; perciò bisognava
che ad uno del Clero si dasse il pensiero di custodirgli, ed averne
esatta cura e provvidenza; quindi il Custode appresso noi[182] fu
chiamato _Cimeliarca_, ed appresso i Greci[183] _Magnus vasorum
custos_. Ebbe la chiesa di Napoli il suo Cimeliarca, siccome ancor oggi
lo ritiene, ma con impiego diverso: l'ebbero ancora le altre chiese di
queste nostre province; ancora quelle di Roma, di Ravenna ed in fine
l'ebbero tutte. Le possessioni, i poderi, e l'ampie loro rendite poste
ancora in paesi remoti e distanti, ricercavano particolar persona,
che avesse di lor cura e pensiero; quindi sursero i Rettori, de' quali
sovente S. Gregorio favella, che aveano il governo de' patrimonj delle
chiese; ed in conseguenza i Cartularj, gli Economi ed altri Uficiali.
Ma tutti questi Uficj nacquero per le temporalità delle chiese, non
già che fossero gradi gerarchici, e che punto s'appartenessero al suo
potere spirituale.
§. II. _Monaci._
Non meno le chiese che i monasterj renderonsi in questi tempi più
spessi e magnifici, e i loro Monaci più numerosi. I Longobardi, come
suole avvenire nei primi ardori delle novelle religioni, abbracciata
che ebbero la religione cattolica romana, furono in queste nostre
province assai più profusi colle chiese e monasterj, che i Greci,
cristiani vecchi. Il Re Agilulfo, fatto cattolico, molti monasterj
rifece per l'Italia, ed altri nuovi ne costrusse. Il Re Ariperto fu
così profuso nel donare a' monasterj, alle chiese, e particolarmente
alla romana, che per la restituzione degli ampj e grandi poderi, che
le fece nell'Alpi Cozzie, onde tanto in quella provincia crebbe il
patrimonio di S. Pietro, diede occasione ad alcuni di credere, che la
provincia tutta dell'Alpi avesse Ariperto donato alla Chiesa romana.
I nostri Duchi di Benevento, ancorchè sotto Zotone I, Duca pagano
e idolatra, il monastero Cassinese avesse patito quel miserando
sacco; nulladimeno, abbracciato che poi ebbero per opera di Barbato
il cattolichismo, favorirono le chiese ed i monasterj: tantochè,
rifatto il monastero nell'anno 690 da Petronace, i Duchi di Benevento
lo arricchirono grandemente, e fra gli altri Gisulfo II d'immensi
doni e di grandi poderi l'accrebbe. Que' luoghi e quelle terre poste
nello Stato di S. Germano passarono in gran parte in dominio di quel
monastero; tanto che poi col correr degli anni, accresciuto per altre
ampie donazioni, si rendè cotanto ricco e possente, che i loro Abati,
fatti Signori di più terre e vassalli, vennero in tale stato, che
mantenevano a loro stipendj eserciti armati, come ne' seguenti secoli
vedremo.
Per ciò i monasterj dell'ordine di S. Benedetto, renderonsi più
numerosi nel Ducato beneventano, che abbracciava in que' tempi
ciocchè ora diciamo i due Apruzzi, il Contado di Molise e Capitanata,
quasi tutta la Campagna, e buona parte della Lucania, della Puglia e
dell'antica Calabria, Taranto, Brindisi e tutto quel larghissimo paese,
che gli è intorno[184]. Molti e d'uomini e di donne ne furono in queste
province nuovamente eretti nel Regno de' Longobardi: in Benevento
ne' tempi di S. Gregorio ne leggiamo moltissimi[185]: il monastero di
Monache di S. Nazario Martire; l'altro a quello vicino de' Frati di
S. Maria _ad Olivolam_; e a' tempi di Grimoaldo V Duca di Benevento
leggiamo quello di S. Modesto, arricchito da Grimoaldo di grandi
possessioni[186]; e Teodorata, moglie del Duca Romualdo suo figliuolo,
fuori le mura di Benevento fondò un monastero di donne ad onore di S.
Pietro Apostolo. L'esempio de' Principi fu da poi seguitato da' loro
sudditi benestanti, così longobardi, come provinciali, tanto che nel
Ducato beneventano per tutte quelle province che esso abbracciava, i
monasterj di S. Benedetto si videro in questi tempi più numerosi, che
nel secolo precedente.
Nel Ducato napoletano, ed in tutte quelle città, che a' Greci
ubbidivano, ancorchè molti altri di questo Ordine se ne fossero
nuovamente costrutti, nulladimanco il numero de' monasterj così di
uomini, come di donne posti sotto la regola di S. Basilio era maggiore:
Napoli n'ebbe molti, come si è veduto nel precedente libro: non erano
meno frequenti in Otranto, Brindisi, Reggio, e così in tutte l'altre
città della Calabria e de' Bruzj.
Fu per tanto lo Stato monastico non men che nella Francia e
nell'Alemagna, ed in tutte l'altre parti di Occidente, steso ed
arricchito in queste nostre province; tantochè già gli Abati e
monasterj cominciavano a pretendere di scuotere il giogo de' Vescovi,
ed a dimandare de' privilegi e dell'esenzioni per rendersi in libertà.
Se sono veri gli atti del Concilio, che si narra aver tenuto S.
Gregorio in Roma nell'anno 601 in favore de' Monaci, fu in quello
stabilito, che i Monaci dovessero avere la libertà di eleggere il
loro Abate, e di scegliere un Monaco della lor comunità, o d'un altro
monastero: che i Vescovi non potessero trarre Monaci da un monastero
per fargli Cherici, ovvero per impiegargli alla riforma d'un altro
monastero senza il consenso dell'Abate: che i Vescovi non dovessero
impacciarsi nel temporale de' monasterj; nè celebrare l'uficio
solenne nella chiesa de' Monaci, nè esercitarvi alcuna giurisdizione.
Per tutte queste cagioni lo stato monastico si rendè fin da questi
tempi considerabile, e cominciò non poco ad alterare lo stato civile
e temporale de' Principi, i quali in vece di fare argine a tanti
acquisti, più tosto gli accrescevano colle loro immense donazioni.
§. III. _Regolamenti ecclesiastici._
I canoni che in varj Concilj furono stabiliti in questo settimo secolo
in Occidente, e particolarmente in Toledo ed in Francia, ripararono
in gran parte la sregolatezza della maggior parte de' Cristiani, e la
disciplina degli Ecclesiastici, ch'era in declinazione. Furono ancora
avvalorati dagli editti de' Sovrani; e S. Gregorio gran Pontefice
riparò in Italia la cadente disciplina delle nostre chiese: vegliò
sopra la conservazione di quella, e s'applicò tutto a fare osservare
inviolabilmente i canoni in tutte le chiese. Scrisse perciò una gran
quantità di lettere ne' quattordici anni del suo Pontificato, le quali
contengono una grandissima copia di decisioni sopra il governo, e la
disciplina della chiesa.
Se si voglia aver per vero ciò che scrisse il Baronio di Cresconio
Vescovo d'Affrica, e ciò che i più gravi Autori dicono della collezione
d'Isidoro Mercatore, niuna collezione di canoni fu fatta in questo
settimo secolo. Il Baronio credette che il Vescovo Cresconio fiorisse
intorno a' tempi di Giustiniano Imperadore, onde la sua ampia raccolta
de' canoni fu per ciò da noi rapportata nel libro precedente. Se poi si
voglia seguire l'opinione di Doujat[187], riputata vera da Pagi[188],
ed abbracciata ultimamente da Burcardo Gotthelf Struvio[189], la
collezione di Cresconio caderebbe in questo luogo, come quella, che
secondo il sentimento di costoro si fece intorno l'anno 670 in questo
settimo secolo. Quella di Isidoro Mercatore bisognerà certamente
riportarla al libro seguente, poichè questo Scrittore fiorì nell'ottavo
secolo, l'anno 719.
Se si volesse farne Autore Isidoro di Spagna, Vescovo di Siviglia,
certamente che questo sarebbe il suo luogo: sedè egli in quella
Cattedra dopo la morte di suo fratello Leandro, a cui succedè verso
l'anno 595 e la governò quasi per lo spazio di quaranta anni; ma è
cosa certa, che non ne fu egli il Compilatore, così perchè in quella
raccolta si rapportano molti canoni stabiliti in varj Concilj tenuti
in Toledo molto tempo dopo la sua morte, che accadde nell'anno 636, ed
alcune epistole di Gregorio II e III, e di Zaccaria[190], che sederono
nella Cattedra di Roma nell'ottavo secolo; come anche perchè tra le
molte opere che si numerano di questo insigne Scrittore, niuno ha fatta
menzione di questa raccolta[191].
§. IV. _Beni temporali._
Le tante profuse donazioni, che non men da' privati, che da' Principi
di tempo in tempo s'erano fatte alle Chiese nel corso poco men di
due secoli, furon cagione che le Chiese, non men che il Principe ed
i privati avessero i loro particolari _patrimonj_. Le possessioni
ampissime, che acquistarono non pur nel distretto delle loro città, ma
anche in lontani paesi, onde tante rendite e frutti se ne ritraevano,
le appellavano _patrimonj_, secondo l'uso di que' tempi, ne' quali
le possessioni di qualunque famiglia, e i retaggi pervenuti da'
loro maggiori, si chiamavano il _patrimonio_ di quella. Così ancora
chiamavasi patrimonio del principe quel fondo, ch'ei possedeva in
proprietà, e per distinguerlo, non meno da' patrimonj de' privati, che
dal Fisco dell'istesso Principe, si nominava _sacrum patrimonium_,
come si legge in molte costituzioni del Codice di Giustiniano[192]:
ciò che da poi ne' nuovi Regni in Europa stabiliti, fu detto _domanio
regale_. Per queste istesse cagioni si diede poi il nome di patrimonio
alle possessioni di ciascuna Chiesa: così nell'epistole di S. Gregorio
si veggon nominati non solo i patrimonj della Chiesa romana, ma anche
il patrimonio della Chiesa di Ravenna, il patrimonio della Chiesa
di Milano, il patrimonio della Chiesa di Rimini e di molte altre.
Le Chiese di città grandi, come di Roma, Ravenna e Milano come città
imperiali, e dove abitarono Senatori, grandi Uficiali, ed altre persone
illustri, acquistarono patrimonj non pur dentro i loro confini, ma in
diverse parti del Mondo. Le altre Chiese poste in città minori, come
fra noi Napoli, Benevento, Capua, Salerno, Bari, Reggio e tante altre,
e che avevano abitatori di fortune mediocri, e tutte riposte ne' loro
confini, non avevano patrimonj fuori del loro distretto.
Fra tutte le Chiese delle città imperiali, la Chiesa romana fu quella,
che avea acquistati in questi tempi più ampj e vasti patrimonj, non
pur in Italia, ma anche nelle province più remote d'Europa[193].
Nel Ponteficato di Gregorio il Grande, come si raccoglie dalle sue
lettere, ebbe la Chiesa romana ampio patrimonio in Sicilia, scrivendo
questo Pontefice a Giustino Pretore di quella isola, la quale da lui
reggevasi per l'Imperio d'Oriente, che proccurasse far togliere ogni
indugio per lo trasporto d'alcuni grani raccolti dalle possessioni del
_patrimonio di S. Pietro_, ch'e' voleva in Roma, ove ve n'era penuria.
E poichè queste possessioni eran molte, ed alcune divise in pezzi,
secondo le donazioni, che da' Fedeli di volta in volta eransi fatte,
per ciò rescrive a Pietro Sottodiacono Rettore di quel _patrimonio_,
ch'essendone state domandate alcune in enfiteosi, talora se n'era
contentato, e talora non l'avea permesso. Ebbe ancora la Chiesa romana
il _patrimonio_ in Affrica, onde Gregorio rende infinite grazie a
Gennadio Patrizio ed Esarca di quella provincia, che pur si teneva per
l'Imperadore d'Oriente, ch'essendo molti luoghi di questo patrimonio
stati abbandonati da' coltivatori, egli, mandandovi molti di que'
popoli da lui vinti, avessegli grandemente ristorati. Avea anche
patrimonio in Francia, alla cura del quale avendo Gregorio preposto un
Prete, il cui nome fu Candido, lo raccomanda caldamente non meno alla
Reina Brunichilda, che al Re Childeberto suo figliuolo l'anno 596,
mostrando che quel carico innanzi di Candido era stato raccomandato a
Diniano Patrizio; anzi scrive a Candido a qual uso quelle entrate si
dovessero dispensare; e verso il fine del suo Pontificato, l'anno 604,
raccomandò quel patrimonio ad Asclepiodato Patrizio de' Galli. Ebbe
eziandio patrimonio in Dalmazia, a cui era preposto Antonio, ovvero
Antonino Sottodiacono.
In Italia, ed in queste nostre province ancora ebbe la Chiesa romana
molti patrimonj. Nella provincia dell'Alpi Cozie ebbe un ben ampio
patrimonio, che occupato per molto tempo da' Longobardi, fu da poi
restituito alla medesima dal Re Ariperto nel Ponteficato di Giovanni
VII, scrivendo Paolo Varnefrido: che _Ariperto Re de' Longobardi
restituì la donazione del PATRIMONIO dell'Alpi Cozie appartenente alla
sede appostolica, ma per molto tempo stato levato dai Longobardi;
e mandò a Roma questa donazione scritta con lettere d'oro_. La
qual donazione al dir dello stesso Autore fu da poi confermata dal
Re Luitprando, dicendo: _In quel tempo il Re Luitprando confermò
alla Chiesa di Roma la donazione del PATRIMONIO dell'Alpi Cozie_.
Nell'Esarcato di Ravenna pur S. Pietro ebbe il suo patrimonio, anzi
nel Pontificato di S. Gregorio vi fu lite tra lui, ed il Vescovo di
Ravenna per li patrimonj d'ambedue le Chiese, che s'accomodò anche per
transazione. Nel nostro Ducato beneventano pur ebbe la Chiesa romana
il suo patrimonio. L'ebbe in Salerno, l'ebbe in Nola, dove scrisse S.
Gregorio[194], che delle rendite di quello si sovvenisse alla povertà
di certe Monache. L'ebbe ancora in Napoli, dove, come si vede da alcune
epistole[195] di questo Pontefice, da Roma mandavansi i Rettori che
n'avessero cura, a' quali buona parte delle loro rendite imponeva, che
dispensassero a' poveri. Furono in Napoli Rettori di questo patrimonio
successivamente Pietro, Teodino, Antemio ed altri, tutti Sottodiaconi
della Chiesa romana. Questi in Napoli aveano le loro _Diaconie_
costituite, le quali erano certi luoghi, ovvero Stazioni, in cui il
Sottodiacono Rettore del patrimonio soccorreva i poveri della città, e
dispensava a quelli l'elemosine: a somiglianza di Roma, la quale avea
molte di queste _Diaconie_[196]. L'ebbe in fine in alcune altre città
di questa provincia della Campagna: l'ebbe in Apruzzo; l'ebbe nella
Lucania, e nella Calabria ancora.
I Vescovi di queste sedi maggiori, siccome anche dell'altre minori,
per far rispettare maggiormente le possessioni delle loro Chiese,
solevano dar loro il nome del Santo, che quella Chiesa avea in ispezial
venerazione: così la Chiesa di Ravenna nominava le possessioni sue di
S. Apollinare, e quella di Milano di S. Ambrogio, e la romana diceva
il patrimonio di S. Pietro in Sicilia, in Affrica, in Francia, in
Dalmazia, in Calabria, in Apruzzo, in Benevento, in Napoli ed altrove;
non altrimenti che a Venezia le pubbliche entrate si chiamano di S.
Marco. Così ancora le Chiese delle città minori, per fine di maggior
rispetto, nomavano i loro patrimonj col nome del Santo, che esse
avevano in più divozione, come Napoli il patrimonio di S. Aspremo,
Benevento di S. Barbato, Brindisi di S. Leoci: e poi Amalfi di S.
Andrea, Salerno di S. Matteo, e così di mano in mano tutte le altre.
Ma egli è ben da notare, che questo nome di patrimonio, che la Chiesa
di Roma avea in quelle province, non significava qualche dominio
supremo, o qualche giurisdizione della Chiesa romana, o del Pontefice,
ch'avesse sopra tali patrimonj: erano essi a riguardo de' Principi,
nelle cui province stavan collocati, come tutti gli altri particolari
patrimoni sottoposti alla giurisdizione, ed al dominio eminente di
quel Principe, dentro al cui Stato quelli erano. Tentarono egli è vero
alcuni Ecclesiastici della Chiesa romana di farvi dell'intraprese,
ma riusciron vani questi pensieri, ed i lor disegni. Poichè ne'
patrimonj dei Principi, quando non erano assegnati a' soldati, era
posto un Governadore con giurisdizione per le cause che intorno a
quelle possessioni potevan nascere, per la più facile esazion delle lor
rendite, e per lo costringimento de' debitori: queste istesse ragioni
tentarono usurpare alcuni Ecclesiastici ne' patrimonj di quella Chiesa:
volevano farsi ragione per se stessi, e farsi la giustizia colle mani
proprie, e non ricorrere al pubblico giudizio de' Magistrati; ma S.
Gregorio istesso prudentissimo e saggio Pontefice riprese questa
introduzione, e comandò e proibì sotto pena di scomunica, che non
si facesse: nè i Principi ne' loro dominj vollero in conto alcuno
tollerarla.
Pagavano perciò le possessioni ecclesiastiche i tributi al Principe,
come tutti gli altri patrimonj dei privati, siccome manifestamente
appare dal _Can. si tributum_, ch'è di S. Ambrogio[197]: ed è chiaro
che l'Imperador Costantino Pogonato nel 681, concedè esenzione da'
tributi, che la Chiesa romana pagava per lo patrimonio di Sicilia e di
Calabria. E l'Imperador Giustiniano Ritmeno successor di Costantino,
nel 687 remise il tributo, che pagavano i patrimonj d'Apruzzo e di
Lucania. Queste indulgenze da tributi ottennero i Pontefici romani
dagl'Imperadori d'Oriente, finchè fra essi fu buona amicizia e
corrispondenza; ma quando da poi per le novità insorto nell'Imperio
di Lione Isaurico, nacquero tra i Pontefici romani, e gl'Imperadori
d'Oriente quelle acerbissime contese che saranno il soggetto del
seguente libro, le quali finalmente proruppero in manifeste sedizioni
ed inimicizie; Lione Isaurico nel 782, non pur non gli fece franchi, ma
tolse alla Chiesa romana i patrimonj di Sicilia e di Calabria, e gli
applicò al suo Fisco. E gli Scrittori, che narrano questi successi,
rapportano che questi patrimonj confiscati rendevano d'entrata tra
tutti, tre talenti e mezzo d'oro in ciascun anno[198], che fanno in
nostra moneta (per non far minuto conto sopra la varietà delle opinioni
quanto precisamente corrisponda ad un talento) la somma di 2500 scudi,
ed il patrimonio di Sicilia, anche molto ampio, non rendeva più di
scudi 2100 l'anno.
Da questi patrimonj, che teneva la Chiesa romana in varie province,
dove sovente gli Ecclesiastici, quando lor veniva in acconcio,
si usurpavano ancora qualche giurisdizione nelle cause a quelli
appartenenti, ne nacque tra' Scrittori de' tempi più bassi
quell'errore, e fu data poi agli altri, che seguirono, occasione
di crederlo, e di tesserne altre favole: cioè, alla Chiesa romana
s'appartenessero la provincia dell'Alpi Cozie, la Sicilia, il Ducato
beneventano, il Ducato spoletano, parte della Campagna, e tante altre
province, perchè in quelle vi avea il suo patrimonio, confondendo il
patrimonio, che avea nell'Alpi Cozie, colla provincia istessa: l'altro
che teneva nella Sicilia colla stessa isola: il patrimonio beneventano,
col Ducato: il patrimonio salernitano, con quel Principato: il
patrimonio napoletano e gli altri che teneva nella Campagna, colla
provincia istessa, e così delle altre province. Nel qual errore non
possiamo non meravigliarci esservi fra gli altri caduto, anche il
nostro Scipione Ammirato[199], per altro diligentissimo Istorico,
il quale colla testimonianza di Paolo Varnefrido istesso volle darci
ancor egli a sentire, che la dominazione del Re Ariperto conteneva la
restituzione e conferma delle Alpi Cozie, che fece quel Principe a Papa
Giovanni VII quando dalle parole di sopra da noi rapportate di questo
Scrittore si vede chiaro, che si parla del patrimonio delle Alpi Cozie,
non già di quella provincia, che abbracciava gran tratto di paese, e
si stendeva insino a Genova, ornata di tante città e terre, che sarebbe
stolidezza il credere aversene voluto quel Principe, in tempi per altro
molto gelosi e sospettosi, spogliare e donarla a' Pontefici romani,
confederati allora cogl'Imperadori d'Oriente, implacabili nemici dei
Longobardi.
Questo equivoco ancora scopriremo, quando delle cotanto celebrate
donazioni di Carlo M. e di Lodovico Pio ne' loro tempi avremo occasione
di ragionare, dove vedremo, che ciò che in esse si legge di Napoli,
Salerno e sopratutto di Benevento, volendosi pure riputar per vere,
non già de' loro Ducati e Principati, ma de' patrimonj, che la Chiesa
romana teneva in queste province, favellano; i quali secondo il costume
che correva allora, dagl'Imperadori, che successivamente dominarono
nel Regno d'Italia, furon per mezzo de' loro _Precetti_ confermati e
conceduti alla Chiesa romana, siccome del patrimonio beneventano fece
Ludovico Pio nel 817 con Papa Pascale I, che poi fu di nuovo confermato
e conceduto da Ottone I e da Ottone Re di Germania suo figliuolo
a Giovanni XII nel 962, non già del Ducato ovvero della città di
Benevento, la quale è certo che venne in poter della Chiesa nell'anno
1052, con titolo di permuta fatta da Errico II, figliuolo di Corrado,
con Papa Lione IX, colla Chiesa di Bamberga, come al suo opportuno
luogo diremo.
Cotanto fu in questi tempi l'accrescimento de' beni temporali delle
nostre Chiese, e sopra tutto della Chiesa di Roma loro maestra e
condottiera: e, secondo la situazione dello stato presente, maggiori
acquisti se ne vedranno ne' secoli avvenire.
Multiplicate le chiese ed i monasterj, vie più s'accrebbe il culto de'
Santi, delle loro reliquie, e loro immagini. I santuarj, e sopra ogni
altro quello del monte Gargano non men da' Greci, che da' Longobardi,
erano più frequentati, ed arricchiti di preziosi doni. I miracoli vie
più crescevano, ed oltre alle prediche ed a' sermoni, cominciavano già
a tessersi di loro infiniti racconti, ed a raccogliersi in volumi, e
S. Gregorio ne pubblicò molti ne' suoi quattro libri de' Dialoghi, che
dedicò alla Regina Teodolinda. Si accrebbero nelle chiese le feste,
l'ottava di Natale, quella dell'Epifania, l'altra della Purificazione,
dell'Annunziazione della Vergine, della sua morte, della sua natività,
e finalmente quella di tutti i Santi. A pari del culto e della
divozione crebbero le ricchezze, promettendosi anche i Fedeli da'
Santi, non pur conseguimento di beni spirituali, ma anche di temporali,
di sanità, di abbondanza, di ricchezza, buoni successi ne' traffichi e
ne' negozj, nelle navigazioni, e ne' viaggi terrestri.
Da tanti e sì diversi fonti che cominciavano a scoprirsi, vie più
s'accrescevano alle Chiese le possessioni ed i retaggi; e la cagione
era, perchè se, come scrisse il nostro Ammirato, essendo la religione
un conto che si tiene a parte con Dio, e avendo i mortali in molte cose
bisogno di lui, o ringraziandolo de' beni ricevuti o de' mali scampati,
o pregandolo che questi non avvengano, e che quelli felicemente
succedano; necessariamente siegue, che de' nostri beni o come grati o
come solleciti facciamo parte, non già a lui che non ne ha bisogno,
ma a' suoi tempj ed a' suoi Sacerdoti; quanto più dovettero allora
crescere i doni e le offerte, quando s'ebbe a tenere non pur un sol
conto con Dio solamente, ma con tanti Santi, dall'intercession de'
quali promettevansi i Fedeli queste medesime cose; ed essendo tanto
cresciuto il lor culto e venerazione, ed eretti per ciò in lor nome
più monasterj e tempj, e multiplicati i loro santuari, ben poteron per
conseguenza tirar la gente ad offerir loro, ed a' loro tempj ancora e
Sacerdoti, in maggior copia, e doni e ricchezze. Cominciossi ancora
a donare, non pur alle Chiese, ma a' Parrochi, a' Preti, e ad altri
Ministri per li loro sacrifici, a fin di liberare l'anime de' loro
defonti dal Purgatorio[200]; onde surse, al creder di Mornacio[201],
l'autorità che s'assumevano di fare i testamenti a coloro, che morivano
intestati; di che altrove ci tornerà occasione di ragionare.
Mantennero le nostre Chiese intorno alla distribuzione delle rendite
e beni loro temporali, il medesimo istituto di dividergli in quattro
parti, una al Vescovo l'altra al Clero, la terza a' poveri, e la
quarta per la chiesa materiale. Della Chiesa di Napoli, che sin
dai tempi di S. Gregorio sotto il Vescovo Pascasio teneva un Clero
numeroso, contandosene fin a cento ventisei, oltre a' Preti, Diaconi,
Cherici peregrini; abbiamo dall'epistole di questo Pontefice[202],
che trascurando Pascasio di distribuire, come si conveniva a' poveri
ed al Clero le rendite di quella chiesa, fu costretto egli a far la
distribuzione, e riserbando la porzione al Vescovo, vi stabilisce ciò
che dovesse somministrarsi al Clero ed a' poveri, imponendo anche ad
Antemio suo Sottodiacono, ch'era Rettore del patrimonio di S. Pietro in
Napoli, che unitamente col Vescovo sopraintendesse a dividere, secondo
il bisogno de' poveri, la quantità del danaro, e tener modo anche
secondo la sua prudenza di distribuirlo a tempo opportuno.
La Chiesa di Benevento tenne ancora quest'istesso costume di dividere
le sue rendite in quattro parti. S. Barbato suo Vescovo non volle in
ciò dipartirsi dal prescritto de' canoni, e ne' suoi Atti si legge,
che da poi che il Duca Romualdo arricchì la sua Chiesa di tanti doni,
ed alla quale unì quella di Siponto, volle con particolar providenza
stabilire in perpetuo questa distribuzione, la quale si dovesse tenere
sempre ferma nella sua Chiesa: ecco ciò che in quegli Atti[203] si
legge: _Impetratis omnibus ut poposcerat vir Sanctus non est oblitus
mandatorum Dei: in quatuor partes cunctum Ecclesiae redditum omni
tempore sanxit fideliter dispartiri, unam egentibus, secundam his, qui
Domino sedulas in Ecclesiis exhibent laudes, tertiam pro Ecclesiarum
restauratione distribui, juxta quartam suis peragendis utilitatibus
Episcopus habeat; et hactenus sicut ab eo disposita sunt, in praesenti
cuncta videntur_.
Questo medesimo istituto tennero tutte l'altre Chiese di queste nostre
province, le quali per altro erano in ciò commendabili, poichè non
era fraudata a' poveri la lor porzione, ed i Vescovi praticavano co'
peregrini quell'ospitalità, che i canoni gli obbligava a mantenere.