CAPITOLO X.

_Di GRIMOALDO XII. Re de' Longobardi, di ROMUALDO VI. Duca di

Benevento; e della spedizione Italica di COSTANZO Imperador d'Oriente._

Mentre Grimoaldo regnava in Pavia, e Romualdo suo figliuolo in

Benevento con tanta felicità, ecco che lor s'appresta una guerra

oltramodo travagliosa e crudele, la quale portava il pericolo

sommo d'esser dai loro Stati interamente discacciati. Infino a qui

gl'Imperadori greci poco curando delle cose d'Italia, e contenti

solamente d'avere in lei l'Esarcato di Ravenna, il Ducato di Roma, e

quelli di Napoli, di Gaeta, e d'Amalfi, con alcune altre città della

Calabria e dei Bruzj, niun pensiero prendevansi di restituirla al loro

Imperio. L'Imperador Eraclio appena potè contenere i Longobardi ne'

loro limiti, perchè interamente non finissero di scacciare d'Italia

i Greci; ma morto costui nel mese di maggio dell'anno 641 lasciò per

successore _Costantino_ suo figliuolo; fu allora veduta la sede di

Costantinopoli in tante revoluzioni, che non potè pensare alle cose

d'Italia; conciossiachè Costantino non istette più sul Trono, che

quattro, o second'altri[127], sei mesi, avendolo fatto morire Martina

sua madrigna, per mettervi _Eracleone_ suo figliuolo. Ma questi ne

fu cacciato in capo a sei mesi, e relegato insieme con sua madre.

_Costanzo_, figliuolo di Costantino, gli succedè nell'anno 642, in

tempo del quale l'Imperio d'Oriente cominciò ad aver qualche respiro.

Questo Principe s'invogliò talmente di riunire l'Italia all'Imperio

d'Oriente, che reputò indegnamente portar la corona di quell'Imperio,

se non avesse d'Italia affatto i Longobardi discacciati: e fu tanta

l'ardenza sua in eseguire questo disegno, che non soddisfatto di

mandarvi Capitani per questa impresa, volle egli stesso, lasciando in

abbandono la sede di Costantinopoli, portarsi in persona in queste

nostre contrade, e porsi alla testa dell'esercito: cosa veramente

nuova, nè altre volte accaduta, essendo stata questa la prima volta,

che fu veduto un Imperador d'Oriente portarsi in Italia ed in Roma.

La novità e stravaganza del qual fatto diede molto da pensare per

iscovrire i consigli e le cagioni di tal mossa.

Alcuni credettero, che avendo egli scelleratissimamente ammazzato

Teodoro suo fratello, il quale sovente con immagini tetre e formidabili

lo spaventava, agitato da sì funeste larve, proccurasse allontanarsi da

quella città, e da que' luoghi a lui già fatti odiosi e funesti[128].

Altri attribuivano questa sua mossa all'odio, che i Costantinopolitani

portavangli per aver egli abbracciata l'eresia de' Monoteliti, e

che perciò proccurasse trasferir la sede dell'Imperio in Roma. Ma

i più sensati Autori, fra i quali sono Anastasio Bibliotecario e

Varnefrido[129], dicono che non per altro si fu mosso, se non per

la cupidità di ricuperare l'Italia, e per la speranza di potere con

le sue forze discacciare da questi luoghi i Longobardi. Perciò nella

primavera di questo anno 663, apprestata una grande armata di mare,

da Costantinopoli partissi, e verso Taranto dirizzò il cammino. Molte

città di queste province, che ora formano il nostro Regno, tenevansi

tuttavia ne' tempi di Costanzo sotto la Signoria dei Greci, i quali

oltre al Ducato napoletano, e agli altri Ducati minori, vi avevano

parimente molte altre città marittime della Calabria, siccome Taranto

altresì, non ancora da' Longobardi beneventani occupata. Giunto

Costanzo in questa città, e sbarcatevi le sue truppe, alle quali

unironsi poi i Napoletani, verso Benevento dirizzossi. Questa non

aspettata comparsa de' Greci pose da principio in tanta costernazione

e spavento i Beneventani, che molte città della Puglia furon da

essi abbandonate: onde con leggier contrasto potè Costanzo prender e

devastar Lucera, città da Siponto non molto lontana: ma non potè già

far lo stesso di Acerenza per esser posta in fortissimo luogo: e non

volendovi consumare più lungo tempo, andossene prestamente a campo

sotto Benevento, e di stretto assedio la cinse.

§. I. _Di ROMUALDO, VI. Duca di Benevento._

Romualdo Duca di Benevento vedutosi in questo stato, tosto spedì

Gesualdo suo Balio al Re Grimoaldo suo padre in Pavia, perchè gli

mandasse validi soccorsi: ed intanto i Longobardi beneventani,

ancorchè da' Greci fosse più volte stata assalita la città, sempre

però gli ributtarono, ed alle volte ancora gli assalirono ne' proprj

alloggiamenti con varie sortite, e per ogni parte danni e rotte

considerabili gli diedero: nella difesa della quale città, non conferì

poco l'opera di Barbato Prete, e poi suo Vescovo, il quale declamando

sempre, che di questi mali eran puniti i Longobardi beneventani con

guerre sì crudeli, perchè non ancora avean deposta la superstizione

de' Gentili, ed alcuni l'Arrianesimo; tanto fece, che ridusse quei

popoli a deporre l'Idolatria, e ad implorare per lo scampo delle

imminenti calamità il divino aiuto e la protezion de' Santi: e ad

esser da poi persuasi, che ne fossero scampati per opera divina. Ma

mentre Costanzo era in questo assedio, ecco che il Re Grimoaldo vien

di persona con potente esercito a soccorrere il figliuolo; ed in tanto

manda Gesualdo a dargli avviso che stasse di buon animo, ch'egli era

ben tosto per liberarlo. Ma l'infelice, giunto al campo nemico, mentre

tenta di gettarsi dentro l'assediata città, fu preso e portato innanzi

all'Imperador Costanzo, il quale sentendo, che Grimoaldo già sen veniva

con forte esercito a soccorrere il figliuolo, e ch'era già vicino,

turbossene grandemente: e risoluto di levar l'assedio, tentò, perchè

sicuramente potesse farlo, e potesse anche ricavarne qualche onesta

condizione di pace, che Gesualdo tutto al rovescio esponesse a Romualdo

l'ambasciata; onde fattolo condurre sotto le mura, il costrinse a

chiamar Romualdo, al quale voleva egli che dicesse di non potere in

conto alcuno venir suo padre per soccorrerlo; ma Gesualdo con animo

intrepido e forte, veduto Romualdo sopra la muraglia, con alta voce,

perchè tutti i Greci, ch'eran presenti, anche il sentissero, gli disse:

_Sta forte, e di buon animo, o Signore, e non ti smarrire; ecco tuo

padre è già vicino con potente esercito per tuo soccorso, e questa

notte al fiume Sangro dee esser giunto. Ben ti raccomando la mia cara

moglie, ed i miei cari figliuoli perchè son certo, che questi ribaldi

Greci mi faran tosto morire_[130]. Sdegnato fieramente Costanzo per

così generoso e magnanimo atto, fecegli tosto mozzare il capo, che

con una briccola il fece buttar dentro le mura della città. Il Duca

Romualdo presolo ed affettuosamente baciandolo, di molte lagrime il

bagnò, così onorando la singolar sua virtù, e l'amor del suo fedele,

con fargli inoltre dare sontuosa e nobile sepoltura.

Temendo perciò l'Imperadore della venuta di Grimoaldo, sciolse

l'assedio, e mentre verso Napoli, sua città, frettoloso si avvia, il

Conte Mitula di Capua nel cammino diede al suo esercito una grande

rotta al fiume Calore, che non poco l'afflisse: e giunto finalmente in

Napoli con animo di voler quindi passare in Roma, essendosi esibito

Saburro, che gli dava il cuore, se l'Imperadore lasciasse sotto al

suo comando ventimila soldati, di debellar tutti i Longobardi, e

riportarne certa vittoria; Costanzo glieli concedette, e lasciollo

sul passo di Formia, che ora dicono esser Castellone, o Mola di Gaeta,

almeno perchè gli servissero per tener a freno il nemico, che andando

egli in Roma, lasciavasi indietro. L'esercito di Saburro era misto di

Greci e di Napolitani, Popoli che furon sempre rivali ed implacabili

nemici de' Beneventani, e co' quali ebbero sempre crudeli ed ostinate

guerre. Era Grimoaldo giunto in Benevento, quando intese i vanti di

Saburro, ed i disegni de' Greci, e fu per andarvi egli di persona

per combattergli; ma pregato da Romualdo suo figliuolo, che a lui

commettesse questa impresa, bastandogli il cuore di vincergli, egli ne

fu contento, e gli diede una parte del suo esercito. Con intrepidezza

incomparabile affrontò Romualdo l'esercito nemico, e mentre fieramente

si combatte, ed era ancor dubbia la pugna, ecco che un Longobardo,

Amelongo nomato, ch'era solito di portar la lancia innanzi al Re, con

animo forte, coll'istessa lancia percosse un Cavalier greco con tanta

forza ed empito, che levatolo da sella l'alzò all'aria in alto, e per

sopra il suo capo lo fece precipitare in terra. Per così valoroso fatto

tanto terrore e spavento entrò ne' Greci che vilmente abbandonando il

Campo, dieronsi a fuggire, ed i Longobardi seguitandogli fecero di loro

strage crudelissima, e piena vittoria ne riportarono. Romualdo pien

di gioja, trionfando, in Benevento tornossene, ove accolto dal padre

e da' Beneventani con applauso grande, da tutti, come liberator della

Patria e dello Stato, fu onorato e commendato. Intanto l'Imperador

Costanzo quando vide vana ogni sua opera, parendogli essere fuori

di ogni speranza di superare i Longobardi, perchè all'intutto non

paresse inutile la sua venuta in Italia, pensò, pieno di cruccio andare

in Roma ove, ancorchè fosse stato accolto con molti segni di stima

e di venerazione da Vitaliano romano Pontefice, in dodici giorni,

che vi dimorò, non attese ad altro, che a spogliarla de' più ricchi

ornamenti, che vi ritrovò, e toltone quanto eravi di più rado, d'oro,

d'argento, di bronzo, e di marmo, e fattolo imbarcar ne' suoi legni

per condurlo in Costantinopoli, egli per cammin terrestre tornossene

a Napoli, e quindi a Reggio, ove la terza volta furono le sue truppe

da' Beneventani battute: indi a Sicilia portossi; quivi essendo egli

dimorato qualche tempo, fu in Siracusa, mentre si lavava nel bagno,

nell'anno 668 da' suoi stessi miseramente ucciso[131]; e le sue

inestimabili prede e ricchezze, che da Roma e da altri luoghi aveva

raccolte, capitate in mano de' Saraceni, non già in Costantinopoli, ma

in Alessandria furon condotte.

Ecco qual fine, per se e per li Greci funesto, ebbe l'impresa

di Costanzo, il qual promettendosi di restituire l'Italia al suo

Imperio, rendè più prospere le fortune de' Longobardi: spedizione

quanto infelice per li Greci, a' quali mancò poco, che non fossero

interamente scacciati d'Italia, altrettanto avventurosa e prospera per

li Longobardi, i quali maggiormente stabiliti ne' loro Stati, a niente

altro da poi furono intenti, che a discacciare i Greci da quelle città,

ch'essi ancor ritenevano. Per queste illustri vittorie Romualdo ampliò

poi tanto il Ducato beneventano, che discacciati i Greci da Bari,

Taranto, Brindisi, e da tutti que' luoghi della Calabria, che oggi

Terra d'Otranto diciamo, gli ridusse al solo piccolo Ducato di Napoli

e di Amalfi, ed Otranto. Gallipoli, Gaeta, e ad alcune altre città

marittime de' Bruzj, che oggi Calabria ulteriore chiamiamo.

Queste furono le memorabili rotte, che gl'Istorici in questi tempi

narrano essersi date da' Beneventani a' Napoletani, ne' quali per

opera di S. Barbato i Longobardi beneventani abbandonarono interamente

l'Idolatria e la superstizione: il culto della religione cattolica

tenacemente abbracciando. La qual conversione, volendo a sommo studio

tener nascosta Varnefrido e lo Scrittore degli atti dell'Apparizione

Angelica nel monte Gargano, ambedue di nazione longobarda, perchè con

ciò non si scovrisse, che sino a questi tempi i Longobardi avevan

ritenuto il Gentilesimo, di ciò, ch'essi fecero, n'imputarono i

Napoletani, i quali, come si è veduto, e di quel santuario, e della

fede cattolica erano riverenti e tenaci. Nè maggior pruova di questo

potrà aversi, se non dagli Atti di S. Barbato istesso, dati ora alla

luce dal Bolando, e dall'Ughello[132], il quale Santo, dopo aver

persuaso al Duca di Benevento ed a' Longobardi, per opera divina,

e dell'Arcangelo Michele essere scampati da tante calamità, questi,

deposto ogni rito pagano, ed abbracciata la religion cattolica, lo

elessero per Vescovo di quella città; ed avendogli il Duca profferto

molti e ricchi doni, il santo Vescovo gli rifiutò, persuadendo a

Romualdo, che que' doni offerisse alla Basilica del monte Gargano,

la quale, a cagion del preceduto sacco, essendo rimasa incolta e men

frequentata, proccurasse egli renderla più culta, e col suo esempio la

venerazion di quel luogo a' suoi Longobardi instillasse; ed inoltre

che tutto ciò, ch'era nel tenimento del Vescovato Sipontino alla sua

sede beneventana sottoponesse, perchè que' luoghi allora incolti, posti

sotto la sua cura, meglio da lui potessero custodirsi e governarsi;

siccome da Grimoaldo fu fatto. Quindi nacque, che fin da questi

tempi di Vitaliano, romano Pontefice, il Vescovato di Siponto, e la

cura della Basilica garganica alla sede beneventana si appartenne;

com'è pur manifesto da alcune epistole di Vitaliano Papa a Barbato

istesso dirette, rapportate da Mario Vipera nel libro primo della

sua Cronologia de' Vescovi ed Arcivescovi beneventani, onde da poi

ne' tempi seguenti lungamente si è veduta la Chiesa sipontina e la

garganica a' Vescovi beneventani soggetta, insino che, ruinando già il

Principato di Benevento, fu a Siponto dato il suo Arcivescovo, alla

cui cura ritornarono assolutamente queste Chiese, come, quando della

politia ecclesiastica di questi tempi ci tornerà occasione di trattare,

più distesamente diremo.

Per questa cagione crebbe la venerazione di questo santuario appresso

i Longobardi beneventani, tanto che per lor protettore lo riconobbero,

e siccome i Longobardi _Subalpini_ ebbero per loro protettore il

Precursor di Cristo, i Longobardi spoletani S. Sabino Vescovo e

Martire; così i nostri Longobardi _Cistiberini_ ebbero l'Arcangelo

Michele[133]; onde si fece poi che tutte le vittorie, che ne'

seguenti tempi riportarono i Beneventani sopra i Napoletani, come

che sovente accadute, siccome fu questa agli otto di Maggio, giorno

dell'Apparizione Angelica, tutte l'attribuirono all'intercessione di

questo lor protettore[134]. Quindi parimente si manifesta l'error di

coloro, i quali, ignari di questi fatti, riportano indietro questi

avvenimenti sino a' tempi di Teodorico ostrogoto, e vedendo che ancor

prima di que' tempi erano i Napoletani cattolici, vollero, che ciocchè

diceasi de' Napoletani infedeli, dovea intendersi de' Vandali, che

allora sotto Odoacre eran congiunti a' Napoletani contra i Goti.

§. II. _Venuta de' Bulgari: ed origine della lingua italiana._

Ma ritornando al Re Grimoaldo da noi in Benevento lasciato, questo

Principe, vedendo già tutte a terra le fortune de' Greci, da poi

ch'ebbe premiato Mitula Conte di Capua, al quale oltre ad aver data per

isposa una sua figliuola, per la morte di Zotone, lo fece anche Duca

di Spoleti, a Pavia sua regal sede si restituì. Mentre quivi è tutto

inteso a gastigar la fellonia di Lupo Duca del Friuli, ecco che viene a

lui Alezeco Duca de' Bulgari[135], il quale abbandonando, nè si sa per

qual cagione, i suoi proprj paesi, entrato pacificamente in Italia co'

suoi Bulgari, offre a Grimoaldo il suo servigio, cercandogli di voler

abitare co' suoi in qualche luogo, che gli destinasse del suo dominio.

I Bulgari erano usciti da quella parte della Sarmazia asiatica, ch'è

bagnata dal fiume Volga; e dopo avere traversati tutti que' vasti

paesi, che si stendono da questo fiume fin alle bocche del Danubio,

lo passarono per la prima volta al tempo dell'Imperador Anastasio,

e diedero spesso grandissimi guasti alla Tracia ed all'Illirico, e

stabilironsi finalmente lungo il Danubio, in quel tratto di paese, che

comprende le due Misie con la picciola Scizia, che vien detta oggidì

Bulgaria dal nome di questi Popoli.

Il Re accoltolo benignamente, pensando potergli molto giovare a

soccorrere e ajutare suo figliuolo contra i Greci, lo mandò in

Benevento a Romualdo, al quale impose, che a lui colla sua gente

assegnasse alcuni luoghi del Ducato beneventano, ove potessero abitare.

Il Duca Romualdo graziosamente ricevendogli, diede per loro abitazione

molte buone città di quel Ducato, cioè Sepino, Bojano, ed Isernia,

con altre città e territorj vicini: ma volle, che lasciato il titolo

di Duca (come che que' luoghi glieli assegnava, non in Signoria, nè

perpetualmente), chiamar si facesse per l'avvenire Gastaldo, riputando

forse ancora cosa inconveniente, che non avendo egli altro titolo, che

di Duca, potesse anche un altro a se soggetto ritenerlo. Quindi anche

avvenne, che diviso il Ducato beneventano in più Contee, essendo tutte

al Duca di Benevento soggette, non avessero altro nome coloro, ch'erano

destinati al governo delle medesime, che di Conti o di Gastaldi, e

ritenessero que' luoghi, come dice Cujacio, _Jure Gastaldiae, non

perpetuo, proprioque Feudi Jure_[136].

Ed ecco in questo anno 667 introdotta nel nostro Regno una nuova

Nazione di Bulgari: gente, che per molti secoli abitò in quelle

contrade, che ora Contado di Molise chiamiamo, e che se bene cento

cinquanta e più anni da poi, quando Varnefrido scrisse la sua istoria,

avessero appreso il nostro comune linguaggio italiano, non aveano però

ne' tempi di quest'Istorico ancora perduto l'uso della lor propria

favella; come egli rapporta nel _lib._ 5 de' gesti de' Longobardi

al _capo_ 11, nel qual luogo dovrà notarsi, che scrivendo egli, che

i Bulgari ritenessero nella sua età il proprio linguaggio, se bene

parlassero ancora latinamente, _quamvis etiam latine loquantur_, non

perciò dovrà intendersi, come si diedero a credere alcuni[137], che

favellassero colla lingua latina romana, la quale ne' tempi, ne'

quali scrisse Varnefrido, cioè verso il fine del nono secolo, era

già andata presso al comune in disusanza, e solo nelle scritture, ma

molto corrotta, era ritenuta: ed un'altra nuova popolare e comune,

dalle varietà e mescolamenti e confusioni di tante straniere lingue

colla latina cagionata, erasi già in Italia introdotta, che Italiana

appellossi.

Nè bisogna dubitar punto, se in questa stagione avesse la lingua

italiana preso piè e vigore, essendo ella più antica che altri non

crede. Fin da' tempi di Giustiniano Imperadore attesta Fornerio[138]

essersi in Ravenna stipulato istromento, _conceptum eo fere sermone,

quo nunc vulgus Italiae utitur_. Costantino Porfirogenito pur ne' suoi

tempi verso l'anno 910 chiamò _Città nova_ Benevento e Venezia[139].

L'Autore degli Atti di Alessandro III presso il Cardinal Baronio[140],

riferendo l'ingiurie dette dalle donne Romane ad Ottaviano Antipapa,

dice che lo chiamavano _lingua vulgari: smanta compagno_. Ne' tempi poi

di Federico II, già era comunissima, e resa ormai già vecchia: oltre

di quel Romito calabrese, che secondo narra Riccardo di S. Germano[141]

andava gridando_: Benedittu, laudatu e santificatu lu Patre: Benedittu,

laudatu, e santificatu lu Fillu: Benedittu, laudatu, e santificatu lu

Spiritu Santu_, dell'istesso Federico, d'Enzio suo figliuolo bastardo,

di Pietro delle Vigne, e di tanti altri di quel secolo, si leggono

molte composizioni dettate in italiana favella.

Questa venne dagli Scrittori di questa età, e delle seguenti ancora,

detta anche Latina; poichè si usava comunemente da que' medesimi

antichi provinciali, che Latini o Romani, per distinguergli o da'

Greci, o dai Longobardi, o dall'altre Nazioni, che vennero in Italia,

erano appellati, il linguaggio de' quali, prima della corruzione, era

il prisco latino; onde è che non solo Paolo Varnefrido, ma appo gli

Scrittori molto a lui posteriori, il parlar latino comune e popolare,

era lo stesso che il volgar italiano. Così Ottone frisingense[142]

loda i Longobardi de' suoi tempi già fatti Italiani, per l'eleganza

del sermon latino, cioè dell'italiano, col quale parlavano così bene

ed espeditamente. Nè in questi tempi il nostro idioma italiano altro

nome avea, che di volgar latino: tale fu appellato nella fine del

primo capitolo di Ser Brunetto. Così anche latine loqui presso Dante

Alighieri, Petrarca[143], e Giovanni Boccacci[144], sono detti coloro,

i quali non del prisco latino, ma col sermon nostro italiano parlavano,

come accuratamente osservò anche il diligentissimo Pellegrino[145].

E da questa residenza, ch'ebbero varie Nazioni in molte parti del

nostro Regno, è nata quella tanta diversità di linguaggi, ancorchè

tutti parlassero italicamente, che oggi osserviamo nelle nostre

province. Imperocchè fermati i Bulgari per più secoli in quelle città,

ancorchè essi a lungo andare renduti già Italiani, deponessero il

sermon proprio, ed il popolare linguaggio apprendessero, e l'antico

cedesse al comune italiano; nientedimeno questa mescolanza di due

Nazioni in un medesimo luogo portò, che l'italiano, se ben superiore,

rimanesse alquanto contaminato; ed oltre alle nuove parole di quella

straniera Nazione, quell'aria, o accento, o pur vocabolo dello

straniero ritenesse. Così anche nell'altre parti del nostro Regno,

come nel Sannio e negli Apruzzi, ove i Longobardi più lungamente si

mantennero, lasciarono, oltre a' vocaboli, un'impressione diversa

dalla comune italiana favella. Ed in quelle regioni, ove i Greci lungo

tempo dominarono, come in alcune città della Calabria, ed in Napoli

particolarmente, ancor oggi si ritiene molta aria di quel parlare, e si

ritengono ancora molti vocaboli: nè è mancato chi di essi abbia voluto

tesserne lungo catalogo, come fece il Capaccio[146] dei vocaboli greci

ritenuti anche oggi da' Napoletani, e de' quali nel comun parlare si

vagliono. E non essendo finita qui la novità e varietà delle straniere

genti, che invasero il Regno, ma succeduta una Nazione all'altra in

varj tempi, ed anche in varie regioni di esso; quindi nacque il tanto

vario e strano mescolamento, che oggi si vede.

Anche gli Arabi, o sieno Saraceni, lasciarono a noi la lor parte:

questi fermati prima nel Garigliano, indi sparsi per le Calabrie, per

la Puglia, ed in Pozzuoli, lasciarono fra noi varie parole, come per

darne un saggio, sono quelle di _Meschino_, _Magazzino_, _Maschera_,

_Gibel_, che significa monte; onde Gibel l'Etna per eccellenza

s'appellò, e poi corrottamente Mongibello, dicendosi due fiate lo

stesso; ed altre. E vi è, chi scrisse, che la rima data a' versi, non

altronde, che dagli Arabi l'avessero prima i Siciliani e poi gli altri

Italiani appresa, e che la portassero anche alle Spagne; e Tomaso

Campanella, in conferma di ciò, ne recava in testimonio una canzone

schiavona, ove ciò s'affermava, e ch'egli a memoria recitar soleva:

donde poi l'appresero l'altre province d'Europa, ed arrivasse sino in

Germania, siccome vedesi da quel Poema, o sian versi rimati d'Otfrido,

che visse sotto Lodovico Pio, il qual crede Antonio Mattei[147], che

fosse il più antico Scrittore, che oggi riconosca la Germania. Anzi,

come vedremo ne' seguenti libri di questa Istoria, non altronde, che

dagli Arabi venne a noi la filosofia, la medicina, la matematica e

l'altre discipline, che per più secoli tennero occupate le nostre

Scuole.

Ma essendo poi a' Longobardi, a' Greci, a' Saraceni succeduti i

Normanni, e dapoi i Svevi, i Franzesi, gli Spagnuoli, gli Albanesi,

e chi nò? si venne per questo, ancorchè tutte le nostre province

ritenessero la medesima italiana favella, a quella diversità e

mescolanza, che ora vediamo con tanta maggior maraviglia, quanto che

non vi è luogo, benchè picciolo, che fosse nel Regno, che o nell'aria

o nell'accento, e sovente ne' vocaboli non differisca, e dall'altro

non si distingua: ma di ciò sia detto a bastanza, e forse non mancherà

occasione di ragionarne altrove ad altro proposito.

§. III. _Leggi di GRIMOALDO, e sua morte._

Liberato intanto Grimoaldo da tutti gli sospetti e dalle cure militari,

nel sesto anno del suo Regno fu tutto rivolto a' studj della pace,

ed a ristabilire con nuove leggi il suo Imperio. Le leggi di Rotari

per ventiquattro anni, da che furon promulgate, avevano nell'Italia

poste profonde radici; a quelle cominciavano ad accomodarsi non pure i

Longobardi, per li quali erano state fatte, ma i provinciali medesimi,

ancorchè loro non fosse stato mai interdetto l'uso delle romane. Ma

col correr degli anni, come suole accadere, fu osservato non essersi

per le medesime proveduto a tutto ciò che era di mestieri, e molte

di esse, venendosi all'uso ed alla pratica, sembravano alquanto dure

e crudeli[148]. Quindi Grimoaldo, prudentissimo Principe, volendo

riformar in parte l'editto di Rotari, ed accrescerlo d'altre leggi, che

gli parvero più utili, convocati, come era il loro costume, nell'anno

668, che fu il sesto del suo Regno, i Longobardi e loro Giudici,

all'editto di Rotari aggiunse nuove leggi, e riformò le già fatte,

ed un nuovo editto promulgò con questo proemio: _Superiore pagina

hujus Edicti legitur, quod adhuc annuente Domino memorare poterimus,

de singulis causis, quae praesenti non essent adfictae in hoc Edicto

adjungere debeamus, ita ut causae, quae judicatae, et finitae sunt,

non revolvantur. Ideo ego Grimoaldus vir eccellentissimus, Rex gentis

Longobardorum, anno, Deo propicio, sexto Regni mei, mense Julio,

Indictione undecima, per suggestionem Judicum, omniumque consensum,

quae illis dura, et impia in hoc Edicto visa sunt, ad meliorem sensum

revocare praevidimus_[149].

Questo editto di Grimoaldo si legge nel mentovato Codice Cavense dopo

quello di Rotari, e non contiene più che undici capitoli, i cui titoli

questi sono. _I. Si quis hominem nollendo occiderit_. _II. Ut causae

finitae non revolvantur_. _III. De servo, qui 30 annos servivit_.

_IV. De 30 annorum libertate_. _V. De culpa servorum_. _VI. De 30

annorum possessione_. _VII. De successione nepotum_. _VIII. De uxoribus

dimittendis_. _IX. De crimine uxoris_. _X. Si mulier, aut puella super

alia ad maritum intraverit_. _XI. Si ancilla furtum fecerit_. Dopo i

quali sieguono i capitoli, o vero le leggi.

Il Compilatore de' tre libri delle leggi longobarde, inserì ancora

alcune di queste leggi di Grimoaldo nel primo e secondo libro, sino

al numero di sette. La prima si legge nel libro primo sotto il _tit.

de furtis, et servis fugacibus_; la seconda sotto il _tit. de culpis

servorum_; la terza nel libro secondo sotto il _tit. de eo, qui

uxorem suam dimiserit_; tre altre nello stesso libro sotto il _tit. de

praescription._ e la settima nel medesimo libro secondo sotto il _tit.

qualiter quisque se defendere debeat_.

Dopo avere Grimoaldo così bene adempiute le parti d'un ottimo Principe,

ecco che per un accidente stranissimo è tolto a' mortali; poichè

avendosi fatto salassare nel braccio, dopo nove giorni del salasso,

mentre egli fa forza in caricando un arco, gli si apre la vena, nè con

tutti gli argomenti possibili potendosi chiudere, esangue se ne morì

nel nono anno del suo Regno, che cadde nel 672 dell'umana Redenzione.

Fu Grimoaldo fornito d'ogni rara virtù, e per la sua sagacità e

singolar accortezza meritamente fu al Trono portato: Principe, che

volle anche per la sua pietà lasciar di se lodevole ed onorata memoria;

poichè se bene nell'eresia d'Arrio fosse nato e cresciuto, a' conforti

di Giovanni Vescovo di Bergamo, uomo di singolar bontà e dottrina,

l'abbominò, abbracciando la religion cattolica; nè contento di ciò,

molte chiese rifece, ed altre di nuovo costrusse, fra le quali celebre

fu quella dedicata ad Alessandro nell'isola di Dulcheria, e l'altra

in Pavia al Santo Vescovo Ambrogio[150]. E fu questo esempio così

memorando, che gli altri Re suoi successori furon tutti cattolici, e si

estinse in lui l'Arrianesmo appo tutti i Longobardi in Italia.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 2 · 第 13 / 52 题