_Di GRIMOALDO V. Duca di Benevento: delle guerre da lui mosse a'
Napoletani: e morte del Re ROTARI._
Grimoaldo V. Duca di Benevento fu un Principe d'animo sì grande
e intraprendente, che non contento d'aver distesi i confini del
suo Ducato, e riportate molte vittorie sopra i Napoletani e Greci,
aspirando sempre ad imprese più alte e generose, finalmente dal suo
destino fu esaltato al Trono, e resse il Regno d'Italia, dopo i sedici
del suo Ducato, altri anni nove.
Mentre fu egli Duca di Benevento, ebbe sovente a combatter co'
Napoletani; ed in questi tempi si narra esser accaduto ciò, che Paolo
Varnefrido[111] rapporta, di aver egli impedito a' Greci il sacco della
Basilica di S. Michele posta nel monte Gargano, e d'avergli interamente
sconfitti. Vien riferito ancora, che quindici anni da poi, asceso già
al regal Trono in Pavia, avesse un'altra volta sconfitti i Napoletani,
e che questi per tale avversità, tocchi nel cuore, avessero mutata
religione, e da' Gentili ch'erano, avessero abbracciata la Religione
cristiana, siccome narrano l'Autore degli Atti dell'Apparizione
Angelica[112], e l'ignoto Monaco Cassinese[113].
Ma poichè questi successi variamente dagli Scrittori si narrano,
alcuni a' Saraceni imputando ciò, che Paolo ascrive a' Greci; altri,
con manifesto anacronismo, più indietro portando questi successi,
gli fingono a' tempi di Teodorico e d'Odoacre, quando i Longobardi
non erano ancora in Italia conosciuti; ed altri con maggior verità
l'attribuiscono a' medesimi Longobardi; perciò sarà a proposito
più distesamente mostrare, che non i Greci, o i Napoletani, ovvero
i Saraceni, ma i Longobardi diedero il sacco a quel santuario, e
che la conversione dal Gentilesimo al Cattolichismo, la quale a'
Napoletani s'imputa, dee a' Longobardi beneventani, non già agli altri
attribuirsi.
Il monte Gargano, posto nella Puglia sopra Siponto dirimpetto all'isole
Diomedee del mare superiore, oggi dette di Tremiti, nome ancor egli
antichissimo, e da Tacito[114] usato, fu prima renduto celebre al Mondo
da Virgilio e da Orazio; ma da poi a tempo di Gelasio I. Pontefice
romano, fu assai più rinomato per la maravigliosa apparizione in questo
luogo accaduta dell'Arcangelo Michele; e discacciati d'Italia i Goti
dall'Imperador Giustiniano per Belisario e Narsete, ed all'Imperio
d'Oriente finalmente restituita, fu incredibile la venerazione
de' Greci verso questo Santo. Non vi ebbe città così nella Grecia,
come in Italia, che non gli fabbricasse tempj e non gli dirizzasse
altari. Narra Procopio[115], che da Giustiniano nella sola città di
Costantinopoli gli furon molti nuovi tempj eretti, ed altri antichi
rifatti: il cui esempio imitarono ancora l'altre città greche d'Italia.
In Napoli massimamente la di lui venerazione fu maravigliosa, avendogli
i Napoletani innalzato ancor essi un tempio, che poi secondo il
rito della Chiesa romana, fu in tempo di S. Gregorio M. dedicato,
e lo stesso Pontefice di questa dedicazione in una sua epistola fa
memoria[116]. Di molti altri Imperadori greci, e particolarmente
di Eraclio si narra lo stesso, i quali di ricchi e preziosi doni
arricchirono quel santuario: in guisa che non potrà porsi in dubbio,
che i Napoletani per lungo tempo a' Greci congiunti, non avessero una
pari religione e venerazione a questo Arcangelo portata: ed il voler
imputare i Napoletani in questi tempi d'infedeltà e d'idolatria, egli
è un error così grande, che la sola cronologia de' Vescovi cattolici di
questa città, e ciò che nel precedente libro si è narrato, può renderlo
manifesto e indubitato.
All'incontro è certissimo, che quando i Longobardi ritolsero a' Greci
l'Italia, non altra religione professavano, se non quella de' Pagani,
e molti l'Arrianesmo, e quantunque nel Regno d'Agilulfo, seguendo i
Longobardi l'esempio del loro Principe, avessero molti di essi lasciato
l'Arrianesmo e l'Idolatria; nientedimeno perseverando gli altri Re
suoi successori nell'Arrianesmo, fu cagione, che i Longobardi, e
particolarmente que' di Benevento tornaron di nuovo nei primi errori,
de' quali non finiron d'interamente spogliarsi fino all'anno 663,
quando, fugato Costanzo Imperadore per opera di S. Barbato Vescovo di
Benevento, alla religion cattolica furon convertiti, come quindi a poco
diremo.
È altresì notissimo a chi attentamente considererà l'istoria de'
Longobardi di Paolo Varnefrido, che questo Scrittore, siccome furono
tutti gli altri di tal Nazione, per esser longobardo, si è studiato
a tutto potere di scusare i suoi da questa nota d'infedeltà, e dagli
errori d'Arrio; anzi in tutto il corso della sua istoria non favellò
mai della religione, che tennero questi Popoli, tanto che nemmeno
della loro conversione per opera di S. Barbato alla cattolica credenza
ne dice parola, per fuggire di non esser costretto a far menzione
degli antichi errori, come accuratamente notò il diligentissimo
Pellegrino[117].
Quindi nella storia sua molte cose sono imputate a' Greci, che da'
Longobardi si commisero, siccome con verità osservò anche il Cardinal
Baronio[118]: e chiarissimo documento ne farà questo stesso successo:
conciossiachè è affatto incredibile, che i Greci cotanto veneratori
di quel santuario avessero potuto avere un animo così perverso,
come e' dice, di saccheggiarlo, e che perciò venuti all'armi co'
Longobardi, fossero da costoro stati distolti di così esecrando e
sacrilego eccesso. Tutto al rovescio è da credersi, che andasse la
bisogna, ed appunto come ce la descrive il Pellegrini[119], cioè che
i Longobardi contendendo co' Greci della possessione di quel luogo,
dopo una lunga ed ostinata pugna, finalmente fosse loro riuscito di
vincere i Greci, e siccome quelli ch'eran già avvezzati a somiglianti
scelleratezze, ciocchè essi sotto Zotone avevan altra volta fatto nel
monte Cassino, vollero Sotto Grimoaldo replicar nel monte Gargano,
saccheggiando quel santuario, che ricco per varj doni de' Greci potè
invitar la loro rapacità a quel sacrilegio. Ed in fatti dagli atti
medesimi di S. Barbato Vescovo di Benevento, che non ancora impressi
si conservavano nel monastero delle Monache di S. Gio. Battista della
città di Campagna, e che furono da poi da Giovanni Bollando[120]
dati alla luce colle sue note, e parte d'essi si veggono ora anche
impressi nell'ottavo volume di Ferdinando Ughello[121], si vede con
chiarezza, che quella Basilica patì allora in realtà il sacco: tanto è
lontano, che fosse stato impedito dai Longobardi beneventani, restando
così incolta e desolata, _ut nec sedulum illic officium persolvi
possit_, come dice S. Barbato. Nè cominciò a restituirsi al suo antico
lustro, se non quindici anni da poi, quando discacciato Costanzo da'
Longobardi, a' conforti di Barbato abbracciarono la Religion cattolica,
deponendo l'Infedeltà; la qual conversione all'Autore degli Atti
dell'Apparizione Angelica, essendo parimente Longobardo, piacque ancora
d'addossarla a' Napoletani greci come vedremo più innanzi: ciò che
maggiormente confermerà quanto ora si è detto.
E per questa stessa ragione si vede, che vanno eziandio errati
coloro[122], i quali vogliono imputare i Saraceni di ciò, che Paolo
Varnefrido narra de' Greci; scrivendo essi, che Grimoaldo nel monte
Gargano in questi anni del suo Ducato avesse combattuto co' Saraceni, i
quali volendo saccheggiar quel santuario, furono da Grimoaldo sconfitti
e debellati; poichè questa guerra fu, come Varnefrido la scrive, tra'
Longobardi e Greci, e non co' Saraceni, i quali in questi tempi non
erano ancora venuti a depredare queste nostre province; e poi quando ci
vennero, non nel Gargano, ove non mai si fermarono, se non negli ultimi
tempi, ma nel Garigliano _sua aliquando domicilia habuerunt_, come
dice il Pellegrino. Nè è vero, che fu impedito il sacco, perchè seguì
veramente; onde la sconfitta, che si narra data a' Saraceni nel Gargano
da Grimoaldo, è ugualmente favolosa di quell'altra, che dal Summonte e
da altri vien riferita di aver ricevuta in Napoli da S. Agnello Abate,
in tempo che questi Popoli in Italia non erano stati ancora conosciuti;
nè il nome loro era stato in queste nostre parti peranche inteso.
Ma mentre i Longobardi beneventani sono occupati in queste guerre co'
Greci napoletani, accadde nell'anno 652 in Pavia la funesta morte
di Rotari Re, il quale morendo lasciò erede e successore nel Regno
_Rodoaldo_ suo unico figliuolo, non restando altri della sua virile
stirpe, che questo unico rampollo. Resse Rotari sedici anni il Regno
con tanta prudenza e giustizia, che tra i Principi più illustri
della terra fu meritamente annoverato; e dall'aver egli lasciato
in libertà i suoi sudditi di poter vivere in quella religione, che
volessero, permettendo, che in quasi tutte le città del suo Regno vi
fossero due Vescovi, l'un cattolico e l'altro arriano, diede questo
pernizioso esempio nuovo stimolo agli empj Politici di confermare la
loro massima, che il Principe non dovesse molto impacciarsi della
religione de' sudditi, nè sforzargli a dover credere, e professar
quella, ch'egli reputasse la più vera: onde Bodino[123] difensor di
questa perversa dottrina, all'esempio di Teodosio M. di cui crede,
che avesse medesimamente permesso a' suoi sudditi simile libertà di
coscienza, senza curarsi punto se fossero arriani o cattolici, non
si dimenticò d'aggiunger questo altro di Rotari, il quale permise lo
stesso. Non è però da tralasciarsi di notar qui di passaggio l'errore
di questo Scrittore, che reputò Teodosio M. essere stato Autore di
quella legge[124], la quale quantunque nel Codice Teodosiano portasse
in fronte così il nome di Teodosio M. come l'altro di Valentiniano II,
egli è però costante presso a tutti gli Scrittori, che Autore di quella
ne fosse Valentiniano, il quale per impulso dell'Imperadrice Giustina
sua madre, e ad istanza de' Goti arriani, residendo in quell'anno in
Milano la fece pubblicare, contro alla quale declamò tanto S. Ambrogio
Vescovo di quella città; ed è altresì noto, che ancorchè gl'Imperadori
reggessero allora l'Imperio diviso in occidentale ed orientale,
nulladimanco il costume era, che le leggi, che si promulgavano o
dall'uno, o dall'altro, portavano in fronte i nomi di tutti coloro,
che governavano allora l'Imperio: ciocchè osserviamo ancora ne' marmi;
ed infiniti altri esempj ne somministra il Codice stesso Teodosiano,
siccome fu anche osservato dal diligentissimo Jacopo Gotofredo[125],
il quale dell'istesso errore notò Francesco Baldovino, che per quella
iscrizione credè parimente, che Teodosio M. fosse stato autore di
quella legge.