Sola.
Dopo tre anni di sacrifizio il dottor Carlo Chiari aveva finalmente la
prospettiva di un posto più degno di lui.
Sfidando il freddo, il vento, la pioggia di un brutto giorno di
novembre, la cavallina attaccata al vecchio calesse, andava andava per
la campagna malinconica, sommersa nella fiumana. Le ultime visite!
Già il nuovo medico condotto aveva preso il suo posto; e da buon
collega, egli lo aveva accompagnato da un luogo all'altro, presentandolo
ai diversi clienti.
Adesso faceva una corsa per conto proprio, volendo salutare alcuni
vecchi amici.
--Un buon diavolaccio--pensava egli riandando su i discorsi fatti col
suo successore.--Starà qui meglio di me; ha famiglia e nessuna
ambizione. Io vado, finalmente, vado!... Il mio destino si allarga; la
fortuna comincia a sorridermi... Sono io contento?...
Aveva tutte le ragioni per esserlo. Un bel paese lo aspettava; un
discreto stipendio, e molte probabilità di guadagni accessori.
Con tutto questo, egli non sapeva rispondere alla domanda che si era
fatta.
Guardava in fondo alla strada, un po' a sinistra, le case della Cascina
Grande: una larga macchia nerastra.
--Che tempaccio!--mormorò gettando il mozzicotto di un cattivo _sella_,
e pensando a tutt'altro.
La malinconia della partenza penetrava anche la sua anima di gaudente
ambizioso; quella piccola parte di se medesimo, quei tre anni di vita
con le annesse abitudini e i tenui affetti, gli mettevano addosso, al
momento di spogliarsene, un senso fastidioso di rimpianto. E
accostandosi alla Cascina Grande, questo malessere cresceva, diveniva
acuto, pungente.
--Maria!
Gli pareva che avrebbe quasi fatto meglio a non rivederla.
Il sole tramontava nel cielo grigio dietro alle nuvole. A un tratto una
buffata di vento fece uno strappo in quella massa di bambagia sudicia;
il disco d'oro sfolgorò su un fondo verdastro. Alcune nuvole nere si
tinsero di porpora agli orli. Le vecchie case della Cascina si
illuminarono; una vite selvatica, ancora coperta di pampini gialli e
sanguigni, che adornava l'orto del fittabile, brillò nel sole. I vetri
di alcune finestre scintillarono come bracieri accesi.
Oh! la campagna! La campagna aveva essa pure le sue civetterie... Gli
pareva quasi bello quel brutto paese al momento di lasciarlo!
Sorrise, probabilmente di sè.
Trasse dall'astuccio di pelle un altro sigaro e l'accese... Poi,
arrovesciando il capo sui guanciali della calessina, restò un momento
assorto, spingendo in alto il fumo, in bianche spire sottili.
La nuova «condotta» lo avrebbe messo a contatto di veri signori, di
gente colta, di qualche bella donnina... Certo. Il suo spirito,
l'ingegno arguto, avrebbero trovato finalmente le occasioni di farsi
valere...
Sbadigliò. Si drizzò con un movimento brusco. Scosse la cenere
agglomerata in cima al «virginia» con un movimento istintivamente
elegante della sua mano aristocratica, una vera mano di operatore, mano
felice, specialmente per certe operazioni; come gli aveva detto il suo
successore la sera innanzi, complimentandolo: una mano degna di una
clientela signorile.
Mah!... Tutto arrivava fuori di tempo nella sua vita!... Quei tre anni
lo avevano invecchiato, o, almeno, reso precocemente maturo. Come
avrebbe goduto, tre anni addietro, di quella fortuna, che ora gli
appariva scialba, insufficiente...
Davanti al cancello del vasto recinto la cavalla rallentò il passo
spontaneamente. Egli non ebbe che a muovere un momento le redini per
farle intendere che doveva entrare.
Il breve sfolgorìo del tramonto era scomparso. Le nuvolaccie si
riaddensavano, coprivano tutta la volta del cielo. Le vecchie casupole
riapparivano nel loro colore naturale, con i muri sudici, affumicati,
rosi da vecchia lebbra.
Ricominciava a piovere.
Il dottore saltò dalla calessina e raccomandò al garzone di stalla,
venutogli in contro, di metterla al riparo dell'acqua. Poi si avviò
quasi correndo verso la stanzuccia, o meglio la cucina, a terreno, dove
abitava la vedova del povero Sandro.
L'uscio era socchiuso, secondo il solito. Lo spinse e entrò dicendo
allegramente:
--Permetti a un vecchio amico di salutarti prima di partire?...
La giovine donna, curva davanti al focolare dove stava preparando quella
poca cena, si drizzò e si voltò di botto.
--Oh! signor dottore!...
Avrebbe voluto dire qualche altra cosa ma non trovò le parole e rimase
lì confusa e tutta rossa in viso.
Egli la esaminò un istante in silenzio. Poi le stese la mano.
--E un pezzo che non ci vediamo!... Come stai?... Meglio mi pare.
--Sì, sì... Ho ricominciato a lavorare. Vado alla canapa.
--Alla canapa? Fai malissimo. Non è lavoro per te ancora.
--Oh!... Mi sento tanta forza!--E sorrise.
--Stai meglio, sì, vedo. Ma non devi strapazzarti.
Ella tornò a sorridere, e si chinò per ravviare i sarmenti che si
sparpagliavano. Poi andò in fondo alla cucina a prenderne degli altri e
li gettò sul mucchio per ravvivare la fiamma.
--Si accomodi un pochino qui, signor dottore; si scaldi; deve far freddo
fuori.
--Un tempo da cani!--esclamò il giovine, mettendosi a sedere,
visibilmente contento di quell'invito.
--Dunque, lei se ne va?...
--Domani, Maria cara! domani! e mi dispiace!
--Come?... Non è dunque vero, come mi hanno detto, che va in un posto
tanto bello?...
--È vero. Ma, sai, quando ci si allontana da un paese, dopo tanto tempo,
si ha sempre il cuore grosso... E a te, non importa proprio niente che
io vada via?...
--È una disgrazia per tutti noi altri, poveri contadini--rispose Maria
chinando la fronte.--Un dottore come lei non l'avremo mai più!...
Egli protestò. Il dottore Fortini che lo rimpiazzava era un ottimo uomo.
--Lo credo... ma lei...
Non disse altro.
--Siediti un pochino qui!--fece il dottore, coi nervi irritati dal
vederla sempre in piedi. Così!... Si sta bene, soli, vicini, seduti
accanto al fuoco... Se tu avessi voluto!...
S'interruppe riflettendo quanto Maria avrebbe sofferto nel separarsi da
lui, se avesse dato retta a quel capriccio.
Ma era veramente un capriccio?
Non poteva esser altro.
E tuttavia, provava una tenerezza... uno struggimento...
--Perchè non hai voluto?...--le domandò bruscamente.
Maria lo guardò coi grandi occhi pieni di stupore e d'angoscia.
--Non parliamo di queste cose--mormorò tristamente facendo l'atto di
alzarsi.
--No, no!... Sta qui. Parleremo d'altro Sii buona: è l'ultima volta!...
Senti, devo farti tanti saluti da parte di una persona, anzi di due.
--A me!
--Si, a te. Sai che sono stato a Milano, la settimana passata?
Ella scrollò il capo. Si scusò. Viveva sempre così rintanata: non sapeva
mai niente.
--Se avessi saputo, l'avrei pregato di andare un momento a casa di don
Giorgio... Son già tre mesi che la Cristina mi ha mandato i denari
perchè andassi a trovarla, e non ho mai potuto.
--Hai fatto male.
--Santo Dio! come si fa!... Prima, il padrone non mi ha dato mai il
permesso: poi s'è malato il bambino della mia vicina, il povero Gigino,
e mi voleva sempre alla culla, povero angelo!... Volevo appunto mandarle
a dire alla Cristina, che oramai andrò per le feste...
--Sarà troppo tardi, figliuola mia!...
--Troppo tardi?... Oh Dio!... Non mi metta questa paura addosso! È forse
malata?... Dio! Dio...
--No no, sta tranquilla. Non è malata, anzi...
--Dunque l'ha vista?
--Sicuro. Non t'ho detto che avevo dei saluti a farti?...
--Ah! me n'ero scordata. E dove l'ha vista? Si sono incontrati?...
--Si, ci siamo incontrati...! Ma se tu mi fai quella faccia non ti dico
niente.
--Oh! signor dottore!...
--Calmati. Ho visto tua sorella...
--E il Castellani, non l'ha visto!... L'ha abbandonata?!...
--Non vuoi finirla di tormentarti?... Il Castellani è sempre con lei.
Non sai che si sono sposati?... Non te l'hanno scritto?...
--Si si... è vero. Ma non mi posso convincere che sia un matrimonio per
davvero. Mi pare un sogno.
--Invece è la verità; e si vogliono molto bene e sono felici... Ma...
--Ma?...
--Senti, ascoltami con tutta la calma. Scendevo alla stazione di Pavia e
siccome sapevo che nel treno avviato per Genova erano circa dugento
emigranti--che non avevo potuto vedere alla stazione di Milano--mi
fermai un momento per salutare quelli che conoscevo. A un tratto vedo un
uomo, una specie d'operaio, robusto e giovane, che si sporge da un
finestrino, agitando le braccia verso di me, e sento una voce sonora che
mi chiama... Guardo meglio, mi accosto... Figurati! Riconosco il
Castellani... e dietro le sue spalle la bella testa di tua sorella...
--Oh!--gridò Maria scoppiando in un pianto dirotto.--Vanno in
America!... Povera sorella mia!... In America!... Non la vedrò mai
più!...
Il dottore che aveva preveduto questo scoppio, lo lasciò passare. Poi a
poco a poco, cercò di consolare la povera Maria. Non doveva disperarsi
così. La Cristina aveva buonissimo aspetto... Erano tutti e due assai
ben vestiti, e poi felici, innamorati--avevano l'amore negli occhi,
facevano invidia...
--La più disgraziata sei tu, non capisci?... Tu che resti qui sola, in
questa miseria, dopo tutto quello che ti è toccato!...
Ella non era disposta a intenerirsi sopra se stessa. Alzò le spalle. Che
le importava mai di sè?... Ma sua sorella... oh! era tutt'altra cosa!...
E raccontava che appunto la settimana passata, avendo assistito alla
partenza di sette poveri uomini, che lasciavano il paese per recarsi a
Milano e di là a Genova, e da Genova lontano lontano, tanto che loro non
potevano neppure farsi un'idea di quella lontananza, si era sentita così
sgomenta che aveva pianto, per degli estranei. Ed ora le toccava di
sentire che sua sorella pure, e quel povero don Giorgio... andavano
laggiù... oh!... una cosa da morire... E si rimetteva a singhiozzare.
Ma il medico non voleva che si disperasse così. Doveva consolarsi
invece. A Milano stavano poco bene. Il Castellani non poteva adattarsi a
fare l'impiegato; Cristina era come un pesce fuori dell'acqua. In
America avrebbero vissuto in campagna. Il Castellani non aveva preso
quella risoluzione alla cieca: andava a dirigere i fondi di un ricco
possidente dell'Argentina, un italiano che aveva dato l'incombenza a una
casa milanese di trovargli un uomo così e così. Una vera fortuna.
Non poteva capitargli meglio.
--Ma così all'improvviso!--gemeva Maria.--Se avessi saputo sarei andata
a Pavia avrei abbracciato mia sorella.
--Hai ragione. Ma è stata una cosa improvvisa davvero. Il vapore
partiva, da Genova la sera appresso, il posto era pagato. Due giorni
soli per prepararsi! La Cristina piangeva, perdeva la testa. Avrebbero
forse potuto scriverti di trovarti alla stazione di Pavia, ma il
Castellani ebbe paura che fosse peggio, tanto per te che per la
Cristina. Vedersi un momento solo è orribile. Ti scriveranno da Genova e
da Marsiglia. E quando la gli andrà bene, si ricorderanno anche di te,
sta sicura.
A poco a poco, Maria si lasciò distrarre; rasciugò le sue lagrime.
--Hai sentito che tuo cognato è fuori?--domandò il dottore per cambiar
discorso.
--No. Come!... Ha già finito la condanna?...
--Sicuro; è un anno...
--È vero. Ma io non ho mai capito perchè gli hanno dato così poco. Non è
un grande delitto ammazzare un fratello?...
--Si; ma lui ha avuto le circostanze attenuanti; si è riconosciuto che
doveva averlo ammazzato per una forza quasi irresistibile... Sai bene,
perchè Sandro lo tradiva...
--E chi andò a dirlo a quei signori?...
--Tutti i testimoni. Tu non ti ricordi perchè eri tanto ammalata e non
sei potuta andare ai dibattimenti.
Ella fece un gesto d'orrore. Non poteva comprendere che la giustizia si
facesse così; nessuno aveva secondo lei, il diritto di accusare Sandro,
un morto, uno che non poteva difendersi!
Il dottore la lasciava dire; non cercava di spiegarle il complicato
organamento della legge; un po' perchè pensava ch'ella non avrebbe
compreso; molto più perchè quel sentimento ingenuo, quella maniera di
giudicare le cose, da un punto di vista così inaspettato, lo interessava
profondamente, e lo inteneriva.
Povera Maria!... Come erano forti i suoi sentimenti, e che strano
istinto di elevatezza era nell'animo suo!
La guardava sempre più commosso: l'ammirava.
--Maria!--mormorò accostando il suo viso al viso di lei.--Maria vuoi
venire con me?
Ella alzò la testa con impeto. Lo guardò di sfuggita, impallidì e chinò
gli occhi.
--_Non so fare a servire_--disse finalmente con un filo di voce.--Sono
troppo contadina.
--Oh! Maria! Chi ti parla di servire?...
S'interruppe, e non potè ripigliarsi. I grandi occhi ingenui lo
fissavano ed ei si sentiva sconcertato.
Avrebbe voluto dirle una parola capace di commoverla e di convincerla;
ma non trovava quella parola; e sotto l'indagine di quegli occhi, non
poteva dire una cosa non vera, non profondamente sentita.
Avrebbe voluto dirle:
--Sarai la compagna della mia vita. Ti amerò sempre.
Ma non era vero. Quegli occhi gli dicevano che non era vero.
Che cosa provava veramente per lei?
Una grande attrazione, un desiderio ardente, intenerito dall'affetto e
dalla pietà. Avrebbe voluto stringerla fra le sue braccia,
prendersela...
E poi?...
Portarsela via.
E poi?...
--E poi, io non so--pensava, irritandosi con se stesso:--la vita è la
vita: l'oggi non risponde del domani. Non l'abbandonerei mai però; le
farei uno stato...
--Maria--mormorò incoraggiato da questo proponimento che gli pareva
onesto.
--Maria! ti voglio bene. Vieni con me!
Ella crollò il capo tristamente.
--_Non so fare a servire_--ripetè con quella pertinacia contadinesca che
formava un lato del suo carattere.
--Ma chi ti parla di servire?--ribattè lui.
Ella ebbe un momento di sospensione. Lo fissò ancora; sembrò riflettere.
Poi si riscosse, e con la voce rotta da una profonda commozione, disse:
--Capisco... Ma io, stando con lei... in qualunque maniera, sarei sempre
la sua serva. Anche se, per un poco, fossi altro... tornerei presto la
serva. E non _so fare a servire_: sono troppo contadina!
Egli chinò la fronte. Quanta verità nelle rozze parole, e che profondo
sentimento! Ella aveva tutto compreso, e tutto sintetizzava, senza
studio nè esperienza, nella sua sublime ignoranza, guidata dal solo
divino intuito dell'anima femminile.
Era una creatura superiore quella povera donna; ed egli, qualunque cosa
facesse, non poteva che abbassarla. Fatalità della vita.
Restarono qualche tempo in silenzio.
Il fuoco si spense.
Maria si turbò. Chinata sul focolare cercò di ravvivare la fiamma con le
poche bacchette più che a metà consumate.
Ma vedendo che non le riusciva, uscì dalla cucina e ritornò con un
fascetto di legna meno sottile, ma assai più umida, che empì la stanza
di fumo.
Il dottore le andava dicendo di non darsi pena. Ma lei si disperava di
non poter essere ospitale come voleva. Per fortuna trovò un poco di
paglia secca, e con quest'aiuto il fumo fu vinto e la legna cominciò ad
ardere.
Il giovine si levò per andarsene. Non c'era altro da fare.
--Ti ricorderai di me qualche volta?
--Oh! signor dottore! Ho tanti obblighi verso di lei; non me ne scorderò
finchè vivo.
Egli rimase ancora. La interrogò minutamente sulla sua malattia, senza
farla arrossire. Le raccomandò certe cure; non lavorasse troppo; e
continuasse a prendere le medicine che le avrebbe mandate, come prima.
Ella diceva sempre di si, ringraziandolo ripetutamente.
Erano in piedi presso alla porta. Ora egli doveva andarsene: esauriti i
pretesti.
Ma gli pareva di non potersi staccare dal pavimento.
Il cuore gli diceva:
--È l'unica vera felicità questa che tu abbandoni. La vita non ti
offrirà mai più qualche cosa di simile.
Quasi senza sapere, trascinato dalla commozione interna, disse ancora:
--Risolviti... vieni con me!
E ancora ella crollò il capo tristamente senza rispondere.
Ma dopo alcuni istanti di silenzio, temendo di averlo mortificato,
balbettò con la voce velata:
--Non si affanni per me. Non resto sola. Ho la bimba laggiù... e la
Giulia e Sandro... tutti morti male... Devo pregare per loro...
--Povera Maria! taci... taci!...--esclamò il medico rabbrividendo.
Una mano di ferro gli serrava la gola.
--Addio! Addio!...
Si chinò un momento su lei, la baciò in fronte e fuggì nell'oscurità.
La calessina aspettava. Ancora un saluto, e via.
Pioveva. Il freddo umido gli calmò la febbre.
Sferzò la cavallina, pensando di omettere le alcune visite che gli
rimanevano ancora e che gli seccavano in quel momento. S'avviò verso
Gel.
Lagrime amare scorrevano in fondo al suo cuore, ma gli occhi rimanevano
asciutti, brucenti. L'oscurità quasi completa della campagna s'addiceva
alle disposizioni de' suoi nervi: l'aria fredda penetrandogli sotto le
palpebre gli recava un senso di refrigerio.
Si sentiva diverso. Gli pareva che l'anima sua piccolina si fosse
ingrandita smisuratamente; come quella pianura monotona e fastidiosa a
cui la notte dava il carattere solenne e tragico di una landa
sterminata.
Maria!... Povera Maria!...
Era sdegnato con se medesimo. Eppure non poteva negarsi una certa stima.
Si trovava forte e vigliacco.
Forte, per averla rispettata; vigliacco, per non aver saputo convincerla
dell'amor suo.
Povera Maria! Che destino perverso la incalzava nella vita! Creatura
sacra, destinata dalla natura ad un altissimo fine; perfetta di corpo,
senza quella bellezza procace che turba i sensi e offusca lo spirito;
perfetta nell'anima, e ignara del proprio valore: la vera madre: la vera
compagna dell'uomo semplice e saggio. Ed egli che l'aveva compresa,
ammirata, amata da scienziato che sa e pesa il valore di un essere; da
poeta che aspira all'ideale felicità; da uomo, anelante alla gloria di
dare quella madre ai suoi figli, egli pure l'abbandonava!
Perchè?
Perchè non possedeva un cuore semplice; perchè non era un uomo saggio.
Perchè intendere non serve a nulla!--concretava sorridendo del suo
vecchio sorriso pieno di amari sottintesi.
--Beati quelli che non ragionano: beati quelli che si lasciano condurre
da un istinto affettuoso, da un concetto semplice della vita!...
... Beato don Giorgio emigrante in America con la sua Cristina al
fianco!...
Cristina!
Meno perfetta di Maria, tanto nell'anima che nel corpo; ma più
seducente, più femmina, più voluttuosa. Come l'aveva desiderata!...
Era egli certo di non desiderarla ancora?...
Ah! Ah!... Ah!...
Sferzò la cavalla, che già correva fiutando da lontano la domestica
stalla.
Ah! il male era nel cuore, reso impotente dal cervello analizzatore e
dalla sensualità dominante.
Compiangeva Maria, ma avrebbe speso meglio il tempo a compiangere se
stesso. Maria, sola, attaccata alla tomba della sua bimba, alla memoria
del marito infedele, Maria, col cuore lacerato per la sorella che
emigrava, per lui stesso, forse: Maria, mezzo malata, e povera tanto da
essere costretta a faticare come una bestia per isfamarsi: Maria era
ricca in confronto di lui.
Che cos'era lui in fine?...
Un gaudente povero, pieno di voglie inacerbite; un goloso dallo stomaco
guasto, tormentato da inappetenze intermittenti. Capace di mutar gusti
ed affetti per un cambiamento di luce, o di prospettiva. Capace, se
avesse preso Maria con sè, di non amarla più affatto, di trovarla
volgare, fuori della sua bella cornice di infelicità e di miseria!
Capace di preferirle, al pari di Sandro--campagnuolo sciupato dalla
caserma--una prostituta nata, come la Virginia.
Oh! se si conosceva!
Era destinato a impazzire--vecchio impenitente--per qualche femminuccia
abituata a trastullarsi con le debolezze dei maschi: destinato a far
morire di crepacuore la donna amante che gli avesse fatto realmente un
grande sacrificio. Natura di belva e di gaudente raffinato.
Rise, sbadigliò, e si stirò tutto.
Niente da cambiare, del resto!
Eredità. Effetti dolorosi di vecchie cause, non sempre facili a
rintracciare.
Una volta dicevano: fatalità.
Mutano i nomi...
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Arrivato a Gel, il dottore scese davanti alla farmacia dov'erano riuniti
ad attenderlo i suoi pochi amici. E la viva luce, l'aria calda e le
chiacchiere clamorose fugarono ben presto i fantasmi della notte--le
chiaroveggenze dell'anima.
Soltanto nel coricarsi, tra la veglia e il sonno, per un ritorno quasi
meccanico della memoria, egli ripensò:
--Beati i cuori semplici! Se v'ha felicità al mondo, non è che per
loro.
E più tardi, nell'ultimo crepuscolo della coscienza:
--Povera Maria... Povero me!... Tutti e due senza amore!... Soli!...
La mattina, si risvegliò come un uomo nuovo.
Il sentimento della realtà, l'ambizione e il desiderio indistruttibile
di vivere e di godere lo avevano ripreso con nuova forza.
Finito il vecchio libro!
Inutile pensarci su.
Una pagina bianca stava dinanzi a lui e chi sa che belle cose, e se non
belle curiose certo, ci avrebbe scritte il destino!
Vi è un genere di miseria che si dissimula o si dimentica, tanto più
facilmente, quanto più è squallida.
* * * * *
Quella stessa mattina Maria si alzò con l'aurora per andare al lavoro
della canape.
Lavorando il suo pensiero viaggiava, viaggiava coi lontani, coi morti...
Rievocava la imagine della povera Giulia già da tre anni sepolta. E
rivedeva il suo Sandro e la Cristina... e la perversa Virginia...
Ma un'altra immagine s'imponeva al suo pensiero... quella del giovine
medico... partito anche lui! E si sentiva così sola, così sola, che le
si stringeva il cuore. Come avrebbe fatto a vivere così sola?...
Intorno a lei bisbigliavano sommessamente di fatti inauditi. Il vecchio
Melica, acceso in volto, narrava che i contadini erano stanchi di
soffrire, che si ribellavano, scioperavano, uccidevano!...
--Dove?... Quando?--chiedevasi da voci strozzate.
--Poco lontano...
--Più lontano...
--Nel Mantovano...
--Più in qua...
--Sul Comasco...
--... a Gallarate...
--... da per tutto...
Tutti parlavano:--il lavoro languiva.
Un guardiano passò: poi il padrone stesso, pallido, arcigno.
Nessuno fiatava: la macchina sola si era messa a strepitare come un
uragano.
--Cantiamo!--mormorò la Meroni, impaurita.
--Cantiamo le lodi della Beata Vergine.
--Cominciate voi, Maria, cominciate!... supplicò la Menica, povera
donna, con quella faccia di febbre.
--Non posso--rispondeva Maria.--Non posso.
Aveva un peso sul cuore, un peso che le mozzava il respiro.
Nessuno aprì bocca, neppure il padrone, che si allontanò ben presto con
un ronzìo negli orecchi.
La macchina continuava il suo verso.
Maria pensava: I contadini si ribellano!... Sono stanchi di soffrire!...
Ma che speranze possono avere?... Cosa vogliono fare?... Cosa, in nome
di Dio?!... Saranno schiacciati, puniti... Siamo nati per lavorare e
soffrire, noi poveretti: è così da per tutto... lo diceva anche il
povero Sandro!...
Ma nel medesimo tempo, ella provava per la prima volta in vita sua un
bisogno strano di gridare, di strepitare, di picchiare i suoi pugni
pesanti su qualcheduno, di sfogarsi in qualche maniera.
Quasi senza sapere, per una ispirazione improvvisa le vennero sul labbro
alcune strofe del _Canto dei lavoratori_, che certi giovinotti avevano
sentito a Pavia e subito imparato, e insegnato agli altri. Il canto le
sgorgò dal petto pieno di schianti e di lagrime.
«Su fratelli, su compagne,
su, venite in fitta schiera;
sulla libera bandiera
splende il sol dell'avvenir.»
«Nelle pene, nell'insulto
ci stringemmo a mutuo patto;
la gran causa del riscatto
niun di noi vorrà tradir.»
Tutti ascoltavano sbigottiti, non osando seguire quella voce profonda e
appassionata, che li rimescolava.