Casetta mia...! (d'affitto).
Quando apersi la finestrina della stanzetta dall'albergo di Lama
Mocogno, la stella del mattino era levata, sopra il castello, lontano
ad oriente, di Montecuccolo.
Il castello pareva allungare in silenzio le fantastiche sue torri
bianche per arrivare a quella luce; il monte Cimone domandava una
carezza di quella luce, che precede l'alba. Sentii allora cantare un
gallo, che mi richiamò il canto del gallo silvestre.
Allora a me venne una gran voglia, come a Pietro apostolo, di piangere
e di farmi il segno della santa Croce: «Oh, buon Signore Iddio, che
bel mondo armonioso e puro hai tu creato per noi peccatori, ciechi e
ostinati!»
E mi lavavo intanto e mi pareva che l'acqua non fosse mai assai per
pulire tutte le mie colpe di misconoscenza e di ingratitudine.
*
Perchè seguiterò io a descrivere questo mio viaggio per il grande
Appennino? Ah, se le povere parole dell'uomo potessero imbeversi di
luce come le cose create, e caricarsi di forza come il mare e come
l'aria, bene io vorrei a passo a passo descrivere il mio viaggio, e
dire quale senso di religione afferrò con forte mano il mio cuore e lo
sollevò in alto, colà dove l'unghia d'Eva non graffia.
Ben possono i filosofi moderni prendere le antiche fole e le parole dei
savi e dei profeti e formarne un'antologia o un vocabolario pazzesco
per l'istruzione delle nuove genti!
Tra questi filosofi e critici riconobbi me stesso; ma in verità noi
non potremo impedire che quelle parole antiche siano orientate, come
veramente sono, verso la luce. Tristi minatori del pensiero, lavoriamo,
lavoriamo! la galleria che si scava sprofonda verso l'abisso!
*
Ohimè questa specie di spiritualizzazione dell'anima durò soltanto
per quel giorno, come una nube lieve penetrata dal sole; durò finchè
davanti a me ebbi l'Appennino selvaggio, deserto, immenso, che pareva
non avesse confine. Ma perchè i filosofi moderni non vanno a scrivere
in qualche luogo romito! perchè non si levano quando la stella di
Venere sorge su le vette dei monti!
Quando giunsi all'Abetone, l'anima si ricondensò e la nube si sciolse
e scaricò in miserabile pioggia.
All'Abetone trovai il mondo in piena civiltà internazionale: grandi
_Hôtels_, luce elettrica, automobili, _chauffeurs_, le solite signore
vestite secondo il culto feticista imposto dalla moda; camerieri in
grande sparato e abito nero, bambinaie che parlavan tedesco; signori
dal vestito impeccabile: in una parola, il solito culto del «Vitello
d'Oro». Questa specie di culto si riproduce continuamente; ed io
penso che Mosè, se tornasse al mondo, si risparmierebbe la fatica di
abbatterlo. Qui per forza si diventa filosofi positivisti e demolitori.
Orribile questo culto del «Vitello d'Oro»! «Anche perchè non avete
mai provato, e non sarete mai in condizioni di provare», mi si può
rispondere. «È verissimo anche questo!» Ad ogni modo io, che avevo
fatto i miei conti senza i grandi _Hôtels_ e mi ero promesso un riposo
di qualche giorno fra quella meravigliosa foresta, mi vi sentii a
disagio: ne partii lasciando un po' di cuore a quei giganteschi abeti,
e mi ritrovai alla sera del giorno stesso precipitato in fondo alla
Lima.
Sono venti e più chilometri di discesa continua e suppongo che qualcuno
pregasse per me, giacchè alla Lima giunsi in perfetta conservazione
delle membra, e la bicicletta, pure.
Ma se l'Abetone era occupato di villeggianti di tipo aristocratico, San
Marcello, la Porretta e tutti i paeselli dell'Appennino Pistoiese erano
pieni di villeggianti della media e piccola borghesia. Io non avrei
mai creduto di trovare tanta brava gente in istato di riposo. «Va pur
là, — dissi a me stesso, — che i poveri paria che stanno chiusi dalla
mattina alle sei alla sera alle sei nelle officine di Milano, non li
conoscono questi lussi! E se poi si sfogano con qualche po' di baccano,
di sciopero e di proteste, che diritto hai di brontolare su la fine
del mondo, o placido borghese che qui leggi a fatica il giornale nella
poltrona di vimini, al fresco?»
All'albergo di San Marcello Pistoiese mi fu concesso per grazia un
posticino in fondo ad una gran tavola di villeggianti, e quando tutti
furono serviti, la servetta venne a servire anche me.
Avevano un gran contegno quei piccoli borghesi, quasi come gli
aristocratici dell'Abetone.
Ho ancora nell'orecchio il lungo discorso che un piccolo brutto uomo,
tutto ritinto e calvo, teneva con fluidissima voce toscana ad alcune
signore intorno al matrimonio. Diceva spesso: — Io non lo cerco e non
lo fuggo il matrimonio: io aspetto che venga da sè!
— Per piacere, — domandai alla servetta, — che cosa fa qui tutto il
giorno questa gente?
— Oh, la non vede? — mi rispose lesta lesta. — Mangiano, dormono,
passeggiano, passano le acque e fanno delle ciarle.
Bisogna proprio perdere ogni idealità e diventare filosofi demolitori!
*
Allora sentii più vivo il desiderio di arrivare presto alla piccola
casetta solitaria presso il mare; di vivere fra quei pescatori ancora
in istato semi-nativo.
E per Bologna presi mio cammino, e di qui per Romagna.
*
Cadeva il quinto giorno da che ero partito da Milano, quando finalmente
giunsi a Savignano. Qui — lasciata la via Emilia — mi internai per
una ben nota stradicciola che corre lungo i meandri di un fiumicello,
il quale tanto va superbo di un suo illustre nome antico (è uno dei
pretendenti al titolo di Rubicone) quanto è povero di acque e di corso.
Il mare vicino faceva anelare i pioppi stormendo, come un respiro
fresco dopo l'afa diurna. Sentii il colore della luce, calda come
d'oriente, che il sole dona con speciale munificenza a quell'angolo
ignoto di terra, e mi sorrise l'illusione che essa debba arrivare anche
a quelli che giacciono sotto terra, e le tenebre ne siano consolate:
mi parve (o sogno, dono di Dio!) che riposando un dì sotto quelle glebe
natìe, udrò ancora il susurro del mare.
Così pensavo e la bicicletta andava, quando mi venne incontro un grido
di gioia ed un giovinetto; ed il grido formava quel nome che suona caro
più di ogni altro al cuore dell'uomo. E nel modo stesso che il cane
fedele corre avanti e indietro al padrone, così quel giovinetto non
sapeva se fare festa a me o ritornarsene ad annunziare la mia venuta
alla nonna, che attendeva nella casetta: la casetta di cui si scorgeva
la finestra a piano terreno, illuminata.
Passammo davanti alla fontana: essa nella sera facea cadere le liquide
perle entro la conca di pietra, armoniose come un canto domestico.
Io scesi dalla bicicletta; il giovinetto prese il manubrio e guidò la
macchina.
— Sì, è bene, — dissi io, non ricordo se a lui o a me, — è bene che tu
regga parte del mio peso, oramai. Si invecchia, figliuolo!
— Sai la novità? — disse lui festevolmente. — Io ho imparato a mente in
questi giorni tutto il verbo _possum_!
— Bene, figliuolo mio! Questo verbo è infatti un composto di _sum_,
che vuol dire _io sono_, e di _potis_ che vale _potente_, senza la
quale aggiunta, l'essere vale meno che nulla. Con quel _potis-sum_ tu
risolverai bene tutte le questioni in cui ti incontrerai nella vita.
Impara sì, caro, il verbo _possum_ a memoria, e sappi metterlo in
esercizio. Esso vale almeno una laurea di filosofia.
Una testa grigia e due altre testoline bionde, care per diverso, ma non
meno vivo amore, si scossero al nostro arrivo. La mano toccò la mano,
le labbra le labbra.
*
Quando fu piena la notte, giunsero al mio orecchio il respiro del mare
e il respiro dei bambini, dormenti nella stanza vicina. La notte era
azzurra, rotta qua e là da splendori d'oro: le capanne dei pescatori
che si ridestano. Le stelle trapuntano il cielo come un confuso ricamo:
il mare le riflettea con un moto invisibile, onde in me ricorse quella
illusione che riappare talvolta in chi è infermo per estenuazione
della mente, ovvero in chi ha il cervello ebro di passione come
in quella mattina a Lama Mocogno, quando vidi le piramidi nere dei
monti elevarsi verso la stella di Venere: forse è un germe lasciatoci
dall'anima primitiva del genere umano: «Non sarebbe improbabile che Dio
esistesse».
*
Di chi è questa voce che si diffonde pei campi?
È la voce del turpe rospo terrestre. Egli suona nell'aria calma come
una pura campana di cristallo.