Sono trascorsi due mesi da quando più sopra narrammo.
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Un salone grandioso con le pareti di velluto rosso, a frange d’oro
enormi, listate di grossi cordami d’oro, con singolarissimi fiocchi
pesanti, d’oro parimenti.
Il soffitto invece, tutto un giuoco di fiori, tutta una bizzaria
mirabile di rose, di margherite, di mughetti, di viole, di glicine
di edere, in volate capricciose, in ciocche ricchissime cadenti, in
grappoli cascanti, in ventagli di lunghi raggi, in spalliere bizzarre
facenti artistica invasione sul velluto rosso dalle liste, dai cordoni,
dai fiocchi d’oro.
Cinque grandi lampadari elettrici, sfolgoravano dai prismi iridescenti
già prima che fossero accesi.
Duecento, fra dame e cavalieri, aspettavano gli sposi ritornanti dalle
cerimonie.
L’indugio non fu lungo. Dal fondo della sala si levò un gran mormorio
confuso, picchiettato di piccoli gridi gentili, poi si fece un gran
silenzio. Tutti erano percossi dalla solennità del momento.
A un tratto abbuiò, come se un lampo nero fosse passato su tutte quelle
teste; poi un improvviso folgorio di luce, uno sprazzo strabiliante di
elettricità fece succedere a quell’istante di notte, la luce del sole.
Il piedino della sposa, entrando aveva dato il passaggio alla corrente,
e la luce fu.
Mary splendeva meravigliosa nella candida semplicità.
Il velo rialzato e fluttuante in sua balìa, metteva intorno alla testa
della biondissima — di statura alta un poco, e nello incedere graziosa
tanto — un’aureola vaporosa e un profumo celestiale.
Si poteva essere belle quanto Mary, ma non più modeste, ma non più
angioli in sembianza umana.
Non aveva luccicore, non aveva costellamento alcuno di diamanti, nè
alle orecchie, nè al collo.
Su quelle i biondissimi verginali capelli cadenti, erano l’ornamento
più bello, su questo il fior d’arancio era il più ambito fermaglio.
Solo il fianco, solo il fianco sinuoso lievemente, era cinto da un
doppio giro di diamanti, cadenti in due liste su la soffice gonna
bianchissima...
Ad ogni mover di passo, agitando i cento diamanti, le saliva dal
piede tutto un mutevole fiammeggiare di raggi che s’arrestavano alla
cintura quasi non osando levarsi più in alto, dove una casta luce
indescrivibile si partiva dagli occhi celesti della sposa specchianti
un’anima celeste pure...
Evaristo, in abito nero, avanzava a lato della sposa, disinvolto,
squisitamente superbo, ma pallidissimo.
Egli si sentiva d’intorno come una grande soddisfazione, come un
omaggio principesco, ma di dentro il cuore gli ripeteva quella parola
che aveva cominciato a dirgli dal primo giorno di amore con Mary.
In mezzo a quella festa, a quello sfarzo, accanto a una creatura
angelica quale Mary, il cuore gli gridava: ladro!
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Quando fra strette di mano e complimenti la coppia nuziale fu giunta a
mezzo del salone una sorpresa colpì tutti, e colmò di meraviglia.
Le grandi pareti di velluto rosso a frange, a cordoni a fiocchi d’oro,
si elevarono lentamente aggruppandosi, annichilendosi tra i fiori del
soffitto, scomparendo, senza scomporli...
Tutt’intorno eran disposte le mense, in grandioso ferro di cavallo per
duecento persone.
Trenta servi in livrea, irreprensibili, inappuntabili come statue...
Cominciò una musica dolcissima tutta di archi, e invano le dame
e i cavalieri cercavano i suonatori. Quella melodia veniva un po’
dappertutto e d’ogni punto del vasto ambiente sembrava il sospirar
melodioso.
Della dovizia della mensa, dello sfoggio di argenteria e di cristalli è
proprio superfluo parlare...
Quando la musica cessò cominciarono le piccole conversazioni in quelle
cento coppie, conversazioni che riunite e fuse in un solo concerto di
voci, davano già per sè stesse una gaiezza ed una animazione insolita.
Comunque parlando, gli occhi di tutti difficilmente si staccavano dalla
sposa.
Mary sentiva addosso tutti quegli sguardi, i quali, se avessero avuto
la parola, avrebbero taciuto; sguardi di ammirazione, di passione, di
invidia, d’odio sepolto in fondo al cuore, di desiderio, di rabbia e
perfino di compassione.
A un certo punto del convito, poco prima dei brindisi, un servo
presentò a Francis Webb una lettera, sopra una guantiera d’argento.
— Oggi veramente non si trattano affari — disse Webb aprendo la
lettera. — Come! — fece poi sottovoce — una lettera di Evaristo, di mio
genero? Ma se è qui a tavola!
La lettera diceva così:
«Signor Webb mio amatissimo suocero.
«Appena letta la presente lasciate la tavola per pochi minuti. Io vi
seguirò. Debbo comunicarvi cosa che vi farà grandissimo piacere».
Webb si alzò e si allontanò.
Evaristo lo seguì.
Quando furono appartati e soli Evaristo disse:
— Signor Webb, abbia la bontà di entrare nell’ascensore.
Entrarono e discesero.
Nel cortile stava una vettura pronta.
— Favorisca salire in vettura.
— Ma perchè? Dove andiamo?
— A brevissimo tratto di qua. Meno di cinque minuti.
— Ma, che diamine di imbroglio è questo? Proprio oggi? Di che si
tratta, parla.
— Pazienti pochi minuti.
La carrozza infatti poco appresso si fermò al palazzo della _Nuova
linea dell’Est_.
Discesero nel grandioso vestibolo in fondo al quale era un’ampia scala
di marmo.
— Mi segua — disse Evaristo con un tremito nella voce e affrettando il
passo come spinto da una forza superiore.
Entrarono in un salotto elegantissimo.
— Segga — disse Evaristo, che restò in piedi avanti a Webb.
Evaristo ebbe un momento d’esitazione, poi parlò risoluto:
— Signor Webb, suocero mio, le dirò cosa che penerà a credere e che pur
troppo è vera.
— Di che si tratta? Spiegati, perchè siamo attesi...
— Ebbene, la somma che vi fu involata, il milione preparato pei
pagamenti d’Italia e Francia, l’ho rubato io!!
— Tu?!
— Io!!
Webb rimase immobile, con le mani in avanti e gli occhi sbarrati.
— Lei rammenta quando le chiesi i mezzi per la _Nuova linea dell’Est_?
— Sì, rammento...
— Rammenta che me li negò?
— Ebbene?
— Allora, io architettai il furto, che è riuscito. La nuova società
è costituita; io che non ho figurato finora, io sono quello che lo
possiede e la dirige... Gaspero!... son io!
— Ma come hai fatto tutto, se tu sei stato vittima con me?
— Questo è stato il mio segreto per rendermi superiore ad ogni
sospetto. Oggi, giorno del mio matrimonio, io rendo a Francis Webb
quello che, per dargli una lezione, gli ho preso. Favorisca di qua,
signor Francis Webb.
Entrarono in grande studio arredato col massimo sfarzo.
— Oggi io regalo a mio suocero il busto in oro di sua figlia. Eccolo.
Guardi come le somiglia. Costa duecento mila dollari... è l’equivalente
del furto più gli interessi. Osservi il peso.
Toccò una molla e il busto d’oro ebbe una oscillazione come se sotto di
esso, agisse una bilancia.
— È di più! — disse Webb.
— No, sono gli interessi.
— Tutto ciò mi sorprende... io non so che dirti.
— V’è di più. Signor Webb, tutto quanto vede è suo. Ella è il maggiore
azionista della _Nuova linea dell’Est_... Mi accordi il suo perdono e
mi prometta di non far sapere mai nulla a Mary.
— Hai troppo ingegno, troppa abilità, perchè non ti perdoni.... Ho
avuto torto quel giorno a negarti poche migliaia di dollari, ho avuto
torto... Vuol dire che adesso noi siamo i padroni del nuovo movimento.
— Noi!
Webb abbracciò commosso Evaristo..
— Lei dunque, non mi ritiene per un... per un ladro?...
— Ah, no! Ah, no! Tu sei un genio — Così dicendo lo abbracciò
teneramente. — Ora torniamo subito a Mary, essa ci aspetta... abbiamo
tardato abbastanza.
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Alla fine del banchetto nuziale, quando si formarono pei vaghi
conversari i diversi gruppi passando nelle sale attigue, e dopo che
Isaia Wood ridendo, faceva ridere, con i denti da foca, avvenne un
fatto semplice, ma curioso.
Il Conte Melisardo che era tra gli invitati andò a Webb che discorreva
fra gli sposi, conducendo per presentare, non avendolo potuto fare
prima, il figlio Fausto — l’antiquario — e la di lui _fidanzata_ la
signorina Concetta, già Hulda ed ora Concetta per sempre.
Quando nella presentazione venne la volta di Hulda e di Evaristo,
questi inchinandola con elettissima galanteria le strinse la mano
dicendo:
— Contessa, ben felice di fare la sua conoscenza. Il conte Fausto avrà
in voi una moglie ideale.
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Mentre per tutta New-York si parlava degli splendissimi sponsali di
Evaristo e di Mary — un vecchio cieco che insegnava a rubare — il Padre
di Guy Stein — diceva ai giovani che lo ascoltavano intenti:
— Ricordatevi sempre, che esistono dei galantuomini, più ladri di noi
perciò state in guardia. La buon’anima di mio figlio Guy, non lo ha mai
voluto credere...