I sotterranei di Benvenuto Cellini — Beneficenza — vanità — réclame —
Una visita del conte
Un uomo alto, di grosse membra quadrate, con lunga barba brizzolata,
sempre vestito di nero, ma senza ricercatezza, con un cappellaccio
parimenti nero, a cencio, buttato sull’orecchia sinistra, entrava ed
usciva dal palazzo degli uffici della _Nuova linea dell’Est_.
Non avvicinava alcuno, nè era da alcuno avvicinato.
La fronte alta, un po’ calva al sommo, il grosso naso aquilino, la
bocca grande e sdegnosa, lo sguardo acceso e fisso, aveano in quella
sua alta e muscolosa persona, un doppio prestigio che dava rispetto
insieme e timore, mentre per la simpatia dell’insieme suscitava la
curiosità.
Egli entrava sempre da una piccola porta laterale, sotto un arco oscuro
a tergo del palazzo maestoso, annerito dal tempo.
Di quella porta aveva la chiave. Entrava solo e spariva per discendere
nei sotterranei, grandi sotterranei a volta del palazzo.
Tutti avevano notato come l’unico che lo avvicinasse, fosse il signor
Evaristo Grinfieri che si recava spesso agli _Uffici_ come amico, molto
famigliare del direttore, l’avvocato Gasperal.
Si sapeva pure un’altra cosa ed era questa, che nei sotterranei era
stata impiantata la luce elettrica.
Quando Evaristo e l’alto uomo vestito di nero si lasciavano, il saluto
di Evaristo era invariabilmente questo:
— Arrivederci, Benvenuto Cellini!
Alle quali parole l’altro levando al cielo i grandi occhi e squassando
la lunga chioma inanellata e grigia, rispondeva con un sorriso amaro:
— Qualche cosa di meno.
Qualcuno credette che realmente quell’uomo si chiamasse Benvenuto
Cellini; la cosa era d’altronde possibilissima; qualcuno invece diceva
che doveva essere un soprannome lusinghiero, dato per ammirazione da
Evaristo.
Certo, convenivano tutti in questo:
— Quell’uomo deve essere un’artista.
Si direbbe che negli esseri geniali, madre natura si sia compiaciuta
d’una impronta speciale che li stacca da tutti gli altri individui e li
accenna già quasi prima che sieno conosciuti, alla ammirazione.
Sono davvero dei tipi speciali.
Così, mentre tanti uomini hanno cura meticolosa di sè e del vestito
più ancora, essi tutto negligono, intesi ad una sola cura, una sola
bellezza, l’ideale che palpita in loro.
Molti li accusano di posare, ma molti sbagliano, spesso confondendo
l’artista con colui che lo vuol sembrare. Nella loro fede, nel loro
sentimento, nell’acutezza, nello spirito di penetrazione, i veri
artisti, hanno care inconsapevolezze di fanciulli, e spesso mirabili
ignoranze, più rilevatrici di tanta mal digerita sapienza.
Si potrà far loro accusa di essere troppo spesso innamorati di se
stessi, ma eglino si amano appunto, per la divina facoltà che sentono
in sè, e la cui rilevazione, il cui trionfo, costa tante battaglie,
tante lagrime...
Era precisamente uno di questi cosiffatti tipi artisti, quello di cui
abbiamo dato un rapido cenno, ed al quale Evaristo Grinfieri aveva
concessi gli inesplorati sotterranei a volta del palazzo.
In qual ramo d’arte lavorava costui?
Lo vedremo in seguito, ma l’accorto lettore può quasi argomentarlo dal
nome con cui lo chiamava Evaristo: — Benvenuto Cellini.
Si notò pure, da parecchi che si erano accesi di curiosità e volevano
soddisfarla, ma invano, si notò pure dico, che dopo un certo tempo,
insieme col _Benvenuto Cellini_, entravano nel sotterraneo degli uomini
più giovani di lui, silenziosi come lui, ma bizzarri al vestire, e
con volti simpatici ed espressivi, quasi quanto l’uomo che chiamavano
_maestro_.
Già, c’era chi da costoro aveva udito chiamarlo maestro.
*
* *
Francis Webb, non era diventato ricco, nè era americano per nulla.
Se egli, Webb con tante privazioni, aveva accumulato un così enorme
capitale, ora, per gli sponsali della figlia, voleva ricomprarsi tutto
in una volta del passato, delle abnegazioni sostenute anche nella
ricchezza.
Quell’unica Mary doveva figurare quanto una principessa. La luce di
quegli sponsali doveva risplendere su tutta New-York.
Grandi dunque i preparativi da parte sua e grandi da parte di Evaristo
al quale aveva detto facendolo suo collaboratore e consigliere:
— Sopratutto, non badare a spese. Onorando Mary, io voglio che si
sappia chi è Francis Webb, fin dove Francis Webb può arrivare. Mi si
quota alto, ben tu lo sai, ma non si raggiunge ancora il vero.
— Non dubiti.
— Io voglio sbalordire con il matrimonio di mia figlia, questi inglesi
e questi americani.
— Riusciremo — Rispondeva nella sua calcolatrice freddezza ambiziosa
Evaristo. — Riusciremo, e dentro di sè pensava amaramente: — Come
mi tarda l’ora di rendere ciò che ho rubato; come mi tarda l’ora di
apparire ladro per un istante... e poi non esserlo più... Se è vero
che dopo restituito si ritorni galantuomo... Del resto... io fui più
che altro un ambizioso speculatore... Io... ho una attenuante nella mia
opera, nell’uso che ho fatto del denaro...
*
* *
Ecco brevissimamente un cenno di ciò che si era stabilito dalla Casa
Webb per festeggiare le nozze di Mary.
A tutte le fanciulle povere di New-York, qualunque la loro confessione
religiosa, recantisi a marito quel giorno, sarebbe assegnata una dote
di dollari duecentocinquanta.
Ad ogni cocchiere che con la sua vettura adorna di fiori seguisse il
corteo nuziale, la somma di dollari trentacinque, più un premio di
dollari cinquecento da sorteggiarsi.
Ad ogni persona che si presentasse in una galleria, acciò designata,
fossero dati vino e liquori gratuitamente, con la sola clausola di
brindare agli sposi.
A tutte le fanciulle povere che si chiamassero Mary, un paio
d’orecchini d’oro.
A tutti i fotografi che presentassero delle istantanee, la commissione
di copie tremila, e mille dollari in premio a quella dove la testa di
Mary fosse più riuscita.
A queste facevan seguito altre ed altre disposizioni, dettate dalla
fantasia capricciosa di Evaristo, l’uomo, confessiamolo, meraviglioso,
che tutto quello sfoggio, faceva anticipatamente servire di _réclame_,
alla colossale impresa della _Nuova Linea dell’Est_.
Scoppierebbe dopo, quella _réclame_, come una pioggia d’oro su
l’immensa rete di ferro, su le negre locomotive rombanti, su gli
immani serpenti fatti di _vagoni_ e divoranti le distanze delle lande
silenziose...
Quella pioggia d’oro correrebbe sul fiume creazione, vita, anima,
di movimento novello; sui villaggi che diventano paesi, sulle plaghe
che fioriscono sulle comunicazioni che si schiudono, sui deserti che
diventano città.
Aveva di questi voli la fantasia di Evaristo, e egli qualche volta,
dopo l’austerità matematica dei calcoli, vi si abbandonava come alla
più dolce voluttà del suo spirito intraprendente.
Che dire delle disposizioni per la festa che chiameremo propriamente
nuziale?
Gli invitati, le centinaia di invitati dovrebbero, benchè assuefatti
alla magnificenza passare di meraviglia in meraviglia.
Un notissimo ingegnere aveva assunto l’impegno di fare, sotto i dettami
di Evaristo, del palazzo Francis Webb, una reggia fantastica, una
visione di bellezze di seduzioni e di grazie, quale non s’era fatto mai
per un’altra sposa.
Una squadra di operai lavorava già da parecchi giorni. Eran falegnami,
eran meccanici, eran tappezzieri e via...
— O Mary, io penso in questo momento scrivendo — quante cose, quante
cose per te che ami sinceramente e che pure amata non lo sei quanto
meriti!
Gentile ed inconscia, bella e soavissima, tu entri fidente nella vita
nuova che ti si prepara. Ma ahimè! Non nella ricchezza è la felicità
tu già lo hai detto. Che Iddio ti preservi da un doloroso esperimento,
quello di provare per te stessa che hai ripetuto una gran verità!
Per chi ama, il solo pane è necessario, e si conserva la vita per
amore; tutto il resto è superfluo.
Io so bene che a una mentita si leveranno parecchie signorine di quelle
che hanno giudizio e che ragionano, ma io sorrido pur sentendo di loro
la immensa pietà.
Le infelici che ragionano e nell’amore vogliono gittar le basi
dell’avvenire, non amano e non saranno amate mai. Per esse l’amore
quello che paga la vera fede anche col sacrifizio dell’intera vita non
esiste non può essere.
Il matrimonio poi è per loro una specie di surrogato del padre e della
madre, una nuova forma di tutela e di irresponsabilità.
Ma ritorniamo nel solco, non lasciamoci vincere dalla manìa delle
digressioni.
Le digressioni nel romanzo, cioè — in quella forma d’arte che è la
storia di tutti — le digressioni sono un po’ come le _tirate_ in
palcoscenico. Ora non vanno più, non son più di moda; al meno lo dicono
i critici. Anzi, è tanto vero che lo dicono loro, che quando c’è una
tirata il pubblico applaude.
Avrà forse l’istinto di tornare all’antico.
*
* *
— Il signor conte Melisardo — annunziò un servo ossequiente.
— Farlo passare subito — rispose Francis Webb.
Il conte Melisardo entrò con la scioltezza e disinvoltura di quegli
uomini d’affari, a cui la vita pratica e laboriosa del commercio, non
ha tolto l’eleganza della nascita gentile.
— Caro Melisardo...
— Caro Webb, io sono venuto a congratularmi per la vostra
prossima festa di famiglia! Ottimamente scelto lo sposo. È un uomo
invidiabilissimo. E anch’io, anch’io sapete, ho avuto una consolazione
in questi giorni... una consolazione certo anche più grande della
vostra.
— E sarebbe?
— Ho trovato mio figlio.
Pensatelo, dopo tanto tempo, dopo che per una infame vendetta mi
avevano accusato della sua morte... eccolo, eccolo fra le braccia di
suo padre.
— Ma davvero?
— Non potete credere il piacere provato nel rivederlo... Io mi sento
forte, felice, giovane... Io mi vedo, mi specchio in lui... È tutto
me, te lo farò conoscere, tutto me... ed è tanto buono, tanto gentile,
di un sentimento così squisito che non puoi credere... quando gli sono
vicino mi pare che i miei pensieri passino a traverso del suo cervello
mi pare che le nostre due anime, siano per un istante una sola...
Dimmi, non è vero che è così? Non senti così, quando sei vicino a tua
figlia?
— Sicuro, sicuro... ah, la mia Mary...
— A proposito, dov’è? Desidero salutarla.
— È occupata... cioè, è fuori e tarderà una buona ora... — Così dicendo
Webb levò l’orologio di tasca. — A proposito, guarda il dono che mi ha
fatto mia figlia al suo ritorno da Napoli...
— Un orologio antico straord...
— Come? Da Napoli? L’orologio antico!... Tua figlia? gridò come
impazzito il conte. — Ma dov’è, dov’è tua figlia che io l’abbracci, che
io me la stringa qui sul cuore...
— Conte Melisardo! fece Webb tutto sorpreso, vi assicuro che di questi
vostri scatti io non capisco un’acca...
— Capirete, capirete, dov’è? dov’è?
È a quell’angelo di vostra figlia che debbo di aver ritrovato il mio
Fausto.
Questo orologio è stato comprato nella bottega di mio figlio. È lui che
lo ha venduto... Là c’era un grande ritratto, era il mio.
Fausto ignorava che quella fosse l’immagine di suo padre.
Mary fece notare alla signora che l’accompagnava, la somiglianza di
quel quadro con me e poi... con l’antiquario che le vendeva l’orologio,
che è questo che portate voi...
Fausto capì, domandò, ebbe una vaga intuizione: il resto lo fece un
pittore... Noi ci siamo ritrovati...
Il conte Melisardo pronunziando commosso queste ultime parole portò
alle labbra l’orologio di Webb come una reliquia.
— Ma queste sembrano cose da romanzi — non seppe tenersi dal dire
meravigliato Webb.
— E i romanzi — rispose con profonda convinzione il conte — i romanzi,
sono le cose della vita. Vedete voi pure che strano sviluppo di
avvenimenti?
E dire che i due signori non sapevano ciò che sanno i lettori nostri
che speriamo di non avere annoiati fin qui.