CAPITOLO XIX.

I sotterranei di Benvenuto Cellini — Beneficenza — vanità — réclame —

Una visita del conte

Un uomo alto, di grosse membra quadrate, con lunga barba brizzolata,

sempre vestito di nero, ma senza ricercatezza, con un cappellaccio

parimenti nero, a cencio, buttato sull’orecchia sinistra, entrava ed

usciva dal palazzo degli uffici della _Nuova linea dell’Est_.

Non avvicinava alcuno, nè era da alcuno avvicinato.

La fronte alta, un po’ calva al sommo, il grosso naso aquilino, la

bocca grande e sdegnosa, lo sguardo acceso e fisso, aveano in quella

sua alta e muscolosa persona, un doppio prestigio che dava rispetto

insieme e timore, mentre per la simpatia dell’insieme suscitava la

curiosità.

Egli entrava sempre da una piccola porta laterale, sotto un arco oscuro

a tergo del palazzo maestoso, annerito dal tempo.

Di quella porta aveva la chiave. Entrava solo e spariva per discendere

nei sotterranei, grandi sotterranei a volta del palazzo.

Tutti avevano notato come l’unico che lo avvicinasse, fosse il signor

Evaristo Grinfieri che si recava spesso agli _Uffici_ come amico, molto

famigliare del direttore, l’avvocato Gasperal.

Si sapeva pure un’altra cosa ed era questa, che nei sotterranei era

stata impiantata la luce elettrica.

Quando Evaristo e l’alto uomo vestito di nero si lasciavano, il saluto

di Evaristo era invariabilmente questo:

— Arrivederci, Benvenuto Cellini!

Alle quali parole l’altro levando al cielo i grandi occhi e squassando

la lunga chioma inanellata e grigia, rispondeva con un sorriso amaro:

— Qualche cosa di meno.

Qualcuno credette che realmente quell’uomo si chiamasse Benvenuto

Cellini; la cosa era d’altronde possibilissima; qualcuno invece diceva

che doveva essere un soprannome lusinghiero, dato per ammirazione da

Evaristo.

Certo, convenivano tutti in questo:

— Quell’uomo deve essere un’artista.

Si direbbe che negli esseri geniali, madre natura si sia compiaciuta

d’una impronta speciale che li stacca da tutti gli altri individui e li

accenna già quasi prima che sieno conosciuti, alla ammirazione.

Sono davvero dei tipi speciali.

Così, mentre tanti uomini hanno cura meticolosa di sè e del vestito

più ancora, essi tutto negligono, intesi ad una sola cura, una sola

bellezza, l’ideale che palpita in loro.

Molti li accusano di posare, ma molti sbagliano, spesso confondendo

l’artista con colui che lo vuol sembrare. Nella loro fede, nel loro

sentimento, nell’acutezza, nello spirito di penetrazione, i veri

artisti, hanno care inconsapevolezze di fanciulli, e spesso mirabili

ignoranze, più rilevatrici di tanta mal digerita sapienza.

Si potrà far loro accusa di essere troppo spesso innamorati di se

stessi, ma eglino si amano appunto, per la divina facoltà che sentono

in sè, e la cui rilevazione, il cui trionfo, costa tante battaglie,

tante lagrime...

Era precisamente uno di questi cosiffatti tipi artisti, quello di cui

abbiamo dato un rapido cenno, ed al quale Evaristo Grinfieri aveva

concessi gli inesplorati sotterranei a volta del palazzo.

In qual ramo d’arte lavorava costui?

Lo vedremo in seguito, ma l’accorto lettore può quasi argomentarlo dal

nome con cui lo chiamava Evaristo: — Benvenuto Cellini.

Si notò pure, da parecchi che si erano accesi di curiosità e volevano

soddisfarla, ma invano, si notò pure dico, che dopo un certo tempo,

insieme col _Benvenuto Cellini_, entravano nel sotterraneo degli uomini

più giovani di lui, silenziosi come lui, ma bizzarri al vestire, e

con volti simpatici ed espressivi, quasi quanto l’uomo che chiamavano

_maestro_.

Già, c’era chi da costoro aveva udito chiamarlo maestro.

*

* *

Francis Webb, non era diventato ricco, nè era americano per nulla.

Se egli, Webb con tante privazioni, aveva accumulato un così enorme

capitale, ora, per gli sponsali della figlia, voleva ricomprarsi tutto

in una volta del passato, delle abnegazioni sostenute anche nella

ricchezza.

Quell’unica Mary doveva figurare quanto una principessa. La luce di

quegli sponsali doveva risplendere su tutta New-York.

Grandi dunque i preparativi da parte sua e grandi da parte di Evaristo

al quale aveva detto facendolo suo collaboratore e consigliere:

— Sopratutto, non badare a spese. Onorando Mary, io voglio che si

sappia chi è Francis Webb, fin dove Francis Webb può arrivare. Mi si

quota alto, ben tu lo sai, ma non si raggiunge ancora il vero.

— Non dubiti.

— Io voglio sbalordire con il matrimonio di mia figlia, questi inglesi

e questi americani.

— Riusciremo — Rispondeva nella sua calcolatrice freddezza ambiziosa

Evaristo. — Riusciremo, e dentro di sè pensava amaramente: — Come

mi tarda l’ora di rendere ciò che ho rubato; come mi tarda l’ora di

apparire ladro per un istante... e poi non esserlo più... Se è vero

che dopo restituito si ritorni galantuomo... Del resto... io fui più

che altro un ambizioso speculatore... Io... ho una attenuante nella mia

opera, nell’uso che ho fatto del denaro...

*

* *

Ecco brevissimamente un cenno di ciò che si era stabilito dalla Casa

Webb per festeggiare le nozze di Mary.

A tutte le fanciulle povere di New-York, qualunque la loro confessione

religiosa, recantisi a marito quel giorno, sarebbe assegnata una dote

di dollari duecentocinquanta.

Ad ogni cocchiere che con la sua vettura adorna di fiori seguisse il

corteo nuziale, la somma di dollari trentacinque, più un premio di

dollari cinquecento da sorteggiarsi.

Ad ogni persona che si presentasse in una galleria, acciò designata,

fossero dati vino e liquori gratuitamente, con la sola clausola di

brindare agli sposi.

A tutte le fanciulle povere che si chiamassero Mary, un paio

d’orecchini d’oro.

A tutti i fotografi che presentassero delle istantanee, la commissione

di copie tremila, e mille dollari in premio a quella dove la testa di

Mary fosse più riuscita.

A queste facevan seguito altre ed altre disposizioni, dettate dalla

fantasia capricciosa di Evaristo, l’uomo, confessiamolo, meraviglioso,

che tutto quello sfoggio, faceva anticipatamente servire di _réclame_,

alla colossale impresa della _Nuova Linea dell’Est_.

Scoppierebbe dopo, quella _réclame_, come una pioggia d’oro su

l’immensa rete di ferro, su le negre locomotive rombanti, su gli

immani serpenti fatti di _vagoni_ e divoranti le distanze delle lande

silenziose...

Quella pioggia d’oro correrebbe sul fiume creazione, vita, anima,

di movimento novello; sui villaggi che diventano paesi, sulle plaghe

che fioriscono sulle comunicazioni che si schiudono, sui deserti che

diventano città.

Aveva di questi voli la fantasia di Evaristo, e egli qualche volta,

dopo l’austerità matematica dei calcoli, vi si abbandonava come alla

più dolce voluttà del suo spirito intraprendente.

Che dire delle disposizioni per la festa che chiameremo propriamente

nuziale?

Gli invitati, le centinaia di invitati dovrebbero, benchè assuefatti

alla magnificenza passare di meraviglia in meraviglia.

Un notissimo ingegnere aveva assunto l’impegno di fare, sotto i dettami

di Evaristo, del palazzo Francis Webb, una reggia fantastica, una

visione di bellezze di seduzioni e di grazie, quale non s’era fatto mai

per un’altra sposa.

Una squadra di operai lavorava già da parecchi giorni. Eran falegnami,

eran meccanici, eran tappezzieri e via...

— O Mary, io penso in questo momento scrivendo — quante cose, quante

cose per te che ami sinceramente e che pure amata non lo sei quanto

meriti!

Gentile ed inconscia, bella e soavissima, tu entri fidente nella vita

nuova che ti si prepara. Ma ahimè! Non nella ricchezza è la felicità

tu già lo hai detto. Che Iddio ti preservi da un doloroso esperimento,

quello di provare per te stessa che hai ripetuto una gran verità!

Per chi ama, il solo pane è necessario, e si conserva la vita per

amore; tutto il resto è superfluo.

Io so bene che a una mentita si leveranno parecchie signorine di quelle

che hanno giudizio e che ragionano, ma io sorrido pur sentendo di loro

la immensa pietà.

Le infelici che ragionano e nell’amore vogliono gittar le basi

dell’avvenire, non amano e non saranno amate mai. Per esse l’amore

quello che paga la vera fede anche col sacrifizio dell’intera vita non

esiste non può essere.

Il matrimonio poi è per loro una specie di surrogato del padre e della

madre, una nuova forma di tutela e di irresponsabilità.

Ma ritorniamo nel solco, non lasciamoci vincere dalla manìa delle

digressioni.

Le digressioni nel romanzo, cioè — in quella forma d’arte che è la

storia di tutti — le digressioni sono un po’ come le _tirate_ in

palcoscenico. Ora non vanno più, non son più di moda; al meno lo dicono

i critici. Anzi, è tanto vero che lo dicono loro, che quando c’è una

tirata il pubblico applaude.

Avrà forse l’istinto di tornare all’antico.

*

* *

— Il signor conte Melisardo — annunziò un servo ossequiente.

— Farlo passare subito — rispose Francis Webb.

Il conte Melisardo entrò con la scioltezza e disinvoltura di quegli

uomini d’affari, a cui la vita pratica e laboriosa del commercio, non

ha tolto l’eleganza della nascita gentile.

— Caro Melisardo...

— Caro Webb, io sono venuto a congratularmi per la vostra

prossima festa di famiglia! Ottimamente scelto lo sposo. È un uomo

invidiabilissimo. E anch’io, anch’io sapete, ho avuto una consolazione

in questi giorni... una consolazione certo anche più grande della

vostra.

— E sarebbe?

— Ho trovato mio figlio.

Pensatelo, dopo tanto tempo, dopo che per una infame vendetta mi

avevano accusato della sua morte... eccolo, eccolo fra le braccia di

suo padre.

— Ma davvero?

— Non potete credere il piacere provato nel rivederlo... Io mi sento

forte, felice, giovane... Io mi vedo, mi specchio in lui... È tutto

me, te lo farò conoscere, tutto me... ed è tanto buono, tanto gentile,

di un sentimento così squisito che non puoi credere... quando gli sono

vicino mi pare che i miei pensieri passino a traverso del suo cervello

mi pare che le nostre due anime, siano per un istante una sola...

Dimmi, non è vero che è così? Non senti così, quando sei vicino a tua

figlia?

— Sicuro, sicuro... ah, la mia Mary...

— A proposito, dov’è? Desidero salutarla.

— È occupata... cioè, è fuori e tarderà una buona ora... — Così dicendo

Webb levò l’orologio di tasca. — A proposito, guarda il dono che mi ha

fatto mia figlia al suo ritorno da Napoli...

— Un orologio antico straord...

— Come? Da Napoli? L’orologio antico!... Tua figlia? gridò come

impazzito il conte. — Ma dov’è, dov’è tua figlia che io l’abbracci, che

io me la stringa qui sul cuore...

— Conte Melisardo! fece Webb tutto sorpreso, vi assicuro che di questi

vostri scatti io non capisco un’acca...

— Capirete, capirete, dov’è? dov’è?

È a quell’angelo di vostra figlia che debbo di aver ritrovato il mio

Fausto.

Questo orologio è stato comprato nella bottega di mio figlio. È lui che

lo ha venduto... Là c’era un grande ritratto, era il mio.

Fausto ignorava che quella fosse l’immagine di suo padre.

Mary fece notare alla signora che l’accompagnava, la somiglianza di

quel quadro con me e poi... con l’antiquario che le vendeva l’orologio,

che è questo che portate voi...

Fausto capì, domandò, ebbe una vaga intuizione: il resto lo fece un

pittore... Noi ci siamo ritrovati...

Il conte Melisardo pronunziando commosso queste ultime parole portò

alle labbra l’orologio di Webb come una reliquia.

— Ma queste sembrano cose da romanzi — non seppe tenersi dal dire

meravigliato Webb.

— E i romanzi — rispose con profonda convinzione il conte — i romanzi,

sono le cose della vita. Vedete voi pure che strano sviluppo di

avvenimenti?

E dire che i due signori non sapevano ciò che sanno i lettori nostri

che speriamo di non avere annoiati fin qui.

Il busto d'oro : romanzo · 第 37 / 41 题