Francis Webb seguitava a bere e a chiacchierare senza posa. Aveva
momenti di commozione addirittura infantile e di goffa ammirazione per
l’opera sua, che, in quel momento e in quello stato, egli era davvero
il più inadatto ad apprezzare seriamente.
Evaristo non mancava di eccitarlo e di concitarlo vedendo ormai la cosa
bene avviata pel buon esito.
Ben — il nostro _cocchiere N. 13_ — era stato avvertito di nuovo
all’ultimo momento e, giusta l’intesa, a una certa ora, cominciò a
rispondere a chi lo richiedeva del suo servizio:
— Mi rincresce, ma sono occupato.
Egli da cassetto guardava il suo cavallo Gar, e gli ripeteva,
accarezzandolo blandamente con la frusta:
— Pensare che fra qualche ora sarai morto e... ti avrò ucciso io stesso.
Mah, le cose del mondo! Chi poteva pensare che dovessero andar così?
Che colpa ne ho io?
La fantasia di Ben ora evocava l’imminente dramma che in verità
l’accorava nel profondo del cuore.
Ben e Gar si conoscevano da troppi anni per non sentire una simpatia
vivissima, un attaccamento, un bisogno di rimanere uniti.
Ah, lo strazio di quel cavallo, in verità, era orrendo e per dispetto
non gli voleva uscire dinanzi gli occhi.
Lo vedeva spinto sul ciglione dell’alto scoglioso dirupo, il povero
animale, tratto dal peso della carrozza nel vuoto, lo udiva nitrire
spaventato, con gli occhi schizzanti, percuotere con le zampe l’aria
vertiginosamente e poi... poi dopo un tonfo grandioso e sonoro, lo
vedeva sparire nei gorghi profondi delle acque mosse in ampli cerchi
sopra di esso!
Non era in quel punto senzazione dolorosa che il malcapitato quadrupede
non provasse.
Sul fondo, puntava l’unghia invano per sollevarsi, nel prepotente
istinto di conservazione.
Disperati sforzi per riprendere la superficie, ormai scomparsa per
sempre!
L’animale, impossibilitato a risalire per la carrozza che lo
imprigionava, ormai spossato e vinto, mettendo un gorgoglio nell’acqua
soverchiante, si abbandonava sul fondo... per imputridirvi e
dissolversi, se i pesci glielo permettessero...
E vedeva dei pesci, tanti, alcuni piccini, altri enormi; questi
piombare dall’alto, quelli sguisciare da tergo, e tutti affrettare il
dente nel morto Gar...
— Povero Gar! disse mesto Ben... e lo toccò con la frusta.
Gar, come al solito, rispose nitrendo...
Allora nella lunga fila di carrozze nitrirono un po’ tutti i cavalli...
A Ben parve di sentire un addio, un lamento, un saluto di morte e...
diciamolo pure, anche una gran voce d’accusa.
Gli si strinse il cuore e sentì un brivido di freddo.
— Povera bestia! E pensare che fra un’ora morirai! Sono forse più a
tempo per salvarti la vita? No certo, avrei dovuto pensarci prima...
D’altronde (e qui sorgeva tra lui e il cavallo l’alta e bruna figura
di Evaristo e si sentiva addosso i suoi occhi). D’altronde non si
ammazzano i topi, i conigli, i passeri, i leoni, le tigri, i colombi,
gli agnelli, i buoi... Forse che il cavallo dovrebbe essere una
eccezione? E noi altri uomini, non si muore forse anche noi?
Intanto che questo Amleto da strapazzo seguita nelle sue fantasie,
ritorniamo ai quattro personaggi che lasciammo alle tavole relative...
*
* *
— L’amico che aspettavo! — disse a Lucy, Guy Stein.
Si udiva infatti giù nella bottega una voce maschile che chiedeva al
padrone se di sopra ci fosse alcuno.
— Eccomi! — disse ancora a voce alta. — Vengo, — E scese per la
scaletta di legno tarlato e scricchiolante.
Dopo questo fatto, il contegno di Lucy cominciò a diventare, agli occhi
di Francy Webb, più mondano e più provocante.
Il vecchietto abbastanza allegro e spranghettato per le frequenti
libazioni, eccezionali davvero e riserbate proprio per quella data,
le sorrise e poi cominciò a dirle qualche parola... di quelle che si
dicono dai giovani come dai vecchi, ma che vuoi in bocca degli uni,
vuoi in bocca degli altri, sono sempre eternamente banali.
Certe frasi, è un fatto, non ebbero spirito che una volta sola, cioè
quando furono cacciate a proposito. Lo perdettero allorchè diventando
patrimonio di tutti, fecero a tutti dire una cosa che aveva sentito uno
solo.
Hanno però sempre un vantaggio, quello d’avviare il discorso.
Evaristo intanto pensava a qual mezzo si sarebbe appigliato Guy Stein;
egli dai connotati lo aveva bene riconosciuto per carpire loro le
rispettive piccole chiavi e si impensieriva dell’indugio.
— A qual mezzo ricorreranno? Ce ne son tanti. Vediamo se son dei ladri
veramente furbi...
Webb offerse alla per lui sconosciuta ma simpatica interlocutrice, che
gli si era avvicinata, del liquore ch’essa bevve centellinando.
A un certo punto come per ricambio Lucy levò un astuccio di sigarette e
ne offerse ad entrambi che le accesero e fumarono.
Pensò ancora Evaristo:
— Certo questo deve essere il mezzo. Che gente dabbene, essi escludono
ogni violenza, ogni rumore... Noi fra poco saremo addormentati.
Guy Stein non risaliva.
Parlava continuamente come se trattasse di gravi interessi con l’altro,
col compare che era venuto a cercar l’amico e l’aveva trovato.
Di sopra invece, il discorso a poco a poco languì, e come per l’effetto
dell’obesità e del bere Evaristo e Francis cominciarono a sentire una
gran pesantezza di sonno, finchè blandamente si addormentarono.
Fu allora che Lucy, con mirabile destrezza li frugò, staccò dalle
rispettive catenelle le chiavi e intascatele discese.
Guy Stein pagò senza fretta ma anche senza indugio il piccolo conto,
salutò e partì con la donna e con l’altro compare, un valoroso fabbro
meccanico d’altri tempi, diventato così esperto nella sua professione
che si decise a mutarla per più rapidi guadagni.
Ognuno aspira alla fortuna a suo modo.
Il più adesso era fatto. Il meno era aprire la cassa forte ed asportare
il cofano di ferro, operazione che voleva essere condotta con la
massima celerità, prima che i due si svegliassero e si accorgessero di
ciò che loro mancava.
Andò tutto a meraviglia.
La lettera aveva dato indicazioni precise, per le quali tutto era stato
possibile nel minor tempo.
*
* *
Ben era al suo posto, cioè al crocevia indicatogli da Evaristo. Attese
circa un’ora, poi vide avvicinarsi alla sua volta un uomo, con un gran
cappello sugli occhi e un largo pastrano.
— È lui... — disse tra sè il cocchiere, ma non fece un movimento.
Stette come impassibile a cassetto.
L’uomo dal largo pastrano gli si avvicinò affrettando il passo,
si guardò attorno circospetto, indi sollevata una cassetta nera
all’altezza del poggia-piede della vettura domandò:
— Ben?
— Ben — rispose l’altro sottovoce.
— _Ecco le gioie._
— Benissimo.
— Tu sai ch’io posso rivederti quando voglio... che ti conosco?... E il
_nostro amico_ dov’è ora? Quando ci rivedremo? Te lo ha detto?
Queste parole di Stein avevano lo scopo di investigare senza parere,
ma Ben volgendo rapida la testa temendo a sua volta e accennando con la
frusta a parecchi lontani passanti rispose:
— Viene gente... ritirati... presto... — In così dire toccò il cavallo
e partì, lasciando solo Guy Stein che si ritrasse in un angolo sotto un
fanale in piena luce.
Quivi, per eludere la polizia, se fosse stata, trasformatosi
immediatamente come aveva fatto davanti a Hulda, non appena il gruppo
de’ passanti gli fu vicino stese la mano dicendo con voce fioca:
— Fate la carità a un povero cieco.
Nessuno gli badò. Rimasto solo diede un sospiro di soddisfazione
e s’incamminò verso il proprio quartiere, dove il vecchio padre lo
attendeva, ansioso dell’esito.
*
* *
Si faceva tardi.
L’inconscio padrone della piccola trattoria, che non vedeva ancora
discendere i suoi ospiti signori e bizzarri, com’egli diceva, salì
sopra alla saletta.
Come li vide così tranquillamente addormentati, affacciatosi alla
piccola balaustra di legno disse alla moglie, una vecchina che cadeva
dal sonno e aspettava il momento di chiudere:
— L’hanno presa buona, questi signori! Vieni a vedere come dormono.
— È tardi, ripetè senza scomporsi la vecchina, è tardi — svegliali.
— È fino un peccato interrompere il loro sonno — pensò bonariamente il
trattore...
*
* *
In quello stato i due individui assopiti per l’effetto delle sigarette
preparate, non solo non soffrivano, ma gustavano ognuno d’essi a suo
modo una grande dolcezza in un sogno mirabile.
Come dissero di poi, quando le vicende che narriamo toccarono il loro
fine, Evaristo ebbe la visione di una ricchezza straordinaria e di una
felicità mai desiderata perchè pensata mai, e venuta a lui, con mezzi
nuovi e improvvisi. Ne era stato investito e preso come di soprassalto,
rimanendo vinto e beato d’essere vittima.
Un gran cielo d’oro ardeva sul suo capo, e una quantità di persone
quasi tutte sconosciute s’inchinavano a lui ammirando.
Hulda non passò con la sua bruna figura, per mezzo a quella luce, ed
egli non sentì il bisogno di vederla e di cercarla.
Una nuova potente affezione, con una forza inesplicabile lo soggiogava,
schiudendogli un mondo ignoto, una visione di nuove meraviglie, quasi
premio alle smodate vedute della sua ambizione di speculatore.
Francis Webb rivide la diletta Mary. Si sentì dalle care braccia
stringere, sentì la bella bocca rosea della figliuola posarsi su la
sua.
Egli era contento in quello stato, ebbro di paterna felicità.
Quando riaprirono gli occhi, per la cessazione del sonno, non perchè il
loro sonno fosse stato interrotto dal padrone che malgrado tutto non
vi era riuscito, si posero in cammino per ritornare alle rispettive
dimore.
*
* *
Ben intanto s’affrettò verso la casa di Evaristo Grinfieri, dove Tommy
attendeva.
Non indugiarono molto a compiere ciò che da chi tutto dirigeva, era
convenuto dovesse aver luogo.
Ben consegnò _le gioie_ ed ebbe dal vecchio servo il denaro, l’abito
nuovo, e lo scontrino pel viaggio.
Cambiarono poche parole, per quanto si conoscessero già da parecchio.
— Tommy — chiese Ben prima di partire — sento una strana arsione in
gola; datemi un calicino di qualche cosa veramente buono.
— Ecco — gli disse dopo qualche momento il servo, ecco del _gin_ di
ottima qualità. Non è di quello che si trova da per tutto.
Ben tracannò subito, poi, più per complimento che per aver gustato
davvero in quella fretta il liquore, disse con solennità:
— Avete ragione. È dell’ottimo. Vi saluto.
— Arrivederci.
Ben, salito a cassetto, pensò subito alla seconda e più difficile parte
del suo programma: levare di mezzo Gar.
Ebbe quasi scrupolo di toccarlo con la frusta. Scosse le redini ed il
cavallo si pose al trotterello consueto.
Dopo una buona ora arrivò in quel tal punto di _Le Ferry_ che così
opportunamente era stato designato da Evaristo, nella sera in cui gli
aveva parlato di Guy Stein e delle gioie di Hulda da ricuperare, prima
di farlo cadere con un tranello in mano della polizia e liberare per
sempre da quell’incubo sè e la donna che amava.
Arrivò sul posto proprio al punto in cui l’alta rupe si scoscende sul
mare.
Scese: poi con un tremito di commozione non mai provata, cominciò a
mutare il vestito.
Pose il vecchio nella vettura, indi preso al morso il cavallo, girò la
vettura.
Girò la vettura e si fermò, ora che non mancava più che una spinta
indietro a precipitarla insieme con Gar.
Lo riafferrò la pietà dell’animale, che gli era stato compagno di
lavoro per tanti anni, non seppe decidersi al momento fatale di dargli
la morte. Si fermò incrociando le braccia, pensoso:
— E se io precipitassi la carrozza lasciando salvo Gar? Non sarebbe
l’istesso? Forse che Gar ha la parola? Forse che potrebbe tradirmi? Non
è meglio che lo lasci vivo a un altro destino?
In questa idea, lentamente sfibbiò i finimenti e ne liberò il cavallo,
che ritrasse in disparte; poscia presa per le stanghe la vettura puntò
i piedi e la spinse.
Uno sforzo, due, tre, ed il numero tredici, varcato l’orlo del
precipizio con le ruote posteriori, abbandonato a sè stesso,
precipitando con gran fragore, finì per dare un tonfo nelle acque, le
quali rumoreggianti si rinchiusero per sempre sopra di esso.
Seguì un silenzio completo e l’oscurità diede come un senso di sgomento
nuovo a Ben.
— Crepi la vettura! — disse il cocchiere — ma il povero Gar è salvo.
Si accostò all’animale, lo guardò, gli fece ancora una carezza, poi
quasi strappandosi ad esso ripetè due volte ancora;
— Addio! Addio!
Prese la via a passi concitati, allontanandosi pel cammino più breve
onde varcare il tratto di mare, guadagnare la riva opposta e internarsi
con più calma verso il Canadà.
Si fermò solo un istante quando udì per l’ampia oscurità nitrire Gar
che pareva chiamarlo.
— Che cosa vuoi da me dopo tutto? Non ti ho io salvata la vita? — E
concitato e a passi celeri proseguì il suo cammino.
Gar insolitamente libero vagò tutta la notte finchè seguendo l’istinto
si pose su una delle grandi linee che conducevano alla piazza dove per
solito stava fermato con la vettura e sotto la guida di Ben.
I rari passanti e i pochi vetturali di quell’ora non senza meraviglia
videro un cavallo sciolto abbandonato a sè stesso e non sapendosi
spiegare la cosa, si domandavano l’un l’altro:
— Che diamine può essere avvenuto?
Qualcuno credeva riconoscere la bestia, qualcuno metteva in dubbio le
asserzioni udite.
Una pattuglia di polizia, per misura di buon ordine, e per supposizione
di qualche fatto anormale... arrestò Gar, e lo rinchiuse in una stalla,
dove finalmente, dopo una giornata come quella, dopo il pericolo corso
di morire trovò biada e riposo...