Un’anima in pena — L’orologio di Mary — Un mistero dopo l’altro

Il tempo, che sana tante ferite, aveva potuto ben poco su l’anima

addolorata di Riccardo.

Vedeva è vero la sua Concetta sempre più lontana da sè, ma la vedeva

sempre, e più che tutto lo torturava la di lei sparizione così rapida,

così densa di mistero.

Aveva finito per evitar di vedere anche il padre di essa, don Gennaro,

che ne sapeva nè più nè meno di lui e che posto alle strette in tutti i

modi, ripeteva di continuo le medesime parole:

— Chi ne sa più niente? Io non avrei mai più creduto che una figliuola

mi trattasse in tal modo! E dire che le volevo tanto bene! Sarà

scappata con qualcheduno... sarà scappata... Non si può pensare

diversamente.

Riccardo Carassale, sempre nel suo negozio di antiquario in via Toledo,

non aveva altra distrazione che i brevi momenti del suo commercio.

Partito il cliente, ritornava al suo scrittoio, protetto da un piccolo

paravento, e chinava la testa su di un libro.

Ma pur troppo gli accadeva sovente di leggere pagine intere senza

seguire il filo dell’autore, giacchè qualunque piccola causa, vuoi

esteriore, vuoi interiore e prodotta dalla stessa lettura, ne deviava

il pensiero dall’oggetto presente e lo conduceva al passato per

torturarlo ancora...

A far sempre più doloroso questo stato di preoccupazione e di

eccitazione continua, si aggiungeva quel ritratto scoperto da Concetta

e che di giorno in giorno lo somigliava sempre più.

Lo aveva a poca distanza e di fronte. Alzando gli occhi dal libro,

doveva inevitabilmente vederlo, vederlo muovendo per il negozio,

vederlo sempre.

Ed è strano! In quel piccolo ambiente di cose morte, in quell’ambiente

dove perfino il suo amore così giovane, così gagliardo, così sincero,

aveva trovato la morte, in quel piccolo ambiente la cosa più viva, dirò

meglio l’unica viva, era quel ritratto...

Pensieri strazianti, soliloqui dolorosi, intuizioni lacrimevoli!

Ecco l’opera, l’effetto, il lavorio incessante di quel ritratto che lo

somigliava...

— E se ad arte, mio nonno avesse voluto tacermi la vera storia della

mia esistenza? E se il caso, se il destino volessero svelarmi tutto ciò

che mi fu taciuto? Se io fossi figlio di quell’uomo? Se vendute tanto

tempo addietro le cose sue, tutto il dovizioso decoro di una gran casa,

fosse proprio capitato al figlio fatto antiquario, il ritratto del

padre?

Immerso in cosifatti pensieri, solo per lunghe ore, melanconico, spesso

con uno specchio nella sinistra, guardava un po’ se stesso, un po’ il

grande ritratto ad olio... guardava con un’ansia ed un intenerimento e

una speranza indescrivibili, finchè tacite lagrime, e direi consuete,

non gli offuscavano lo sguardo.

Un giorno, traverso il mobile riflesso di quel pianto, gli parve che

la figura, per tanti anni muta, movesse la bocca... Gli parve di udire

sommesso nel silenzio: — Sono tuo padre.

Allora, addentrato con più tenerezza nel suo dolore, raccolse in una

unica amaritudine quella di tutti gli affanni:

— Senza padre, senza madre, senza il nonno, senza Concetta, solo nel

mondo. Senza Concetta, poi, quella che doveva per lui farli tutti

rivivere in sè e vincerli tutti insieme d’amore...

— Concetta — pensava e s’esasperava — io vorrei che tu fossi morta,

prima che caduta e contaminata! Io vorrei averti nel ricordo, così

bella di cuore, come ai giorni dell’amor nostro... Ma perchè mi hai

abbandonato? Perchè non mi ricordi più? Sono dunque io il morto? Io?

*

* *

Il caso ha delle ben curiose combinazioni, dei colpi di scena inattesi,

impreveduti, delle rivelazioni crudeli, inesorabili.

Abbiamo detto il caso, forse dovremmo dire la mano misteriosa

invisibile d’una provvidenza che regola tutte le cose, anche quando

regna in esse, al corto vedere dei nostri occhi, la confusione e

l’incoerenza.

È allora che la verità ci si presenta, e più bizzarra, più capricciosa,

più nuova di ogni fantasia, nel più fantastico modo trionfa.

Un giorno mentre Riccardo era tutto immerso nelle solite dolorose

fantasie, seguita da una signora attempata, gli si presentò una bionda

elegantissima signorina, che dall’insieme e più dall’accento, si rivelò

per forastiera.

Mentre Riccardo contemplava ritto e con far premuroso la biondissima

fanciulla, questa chiese, in bruttissimo italiano, di vedere un

orologio da tasca dei più antichi e dei più pregevoli per l’oro, per lo

smalto, per le miniature.

— Deve essere cosa veramente degna, questo ricordo di Napoli, che

voglio donare a mio padre.

Riccardo Carassale, tolse da un suo tiretto diversi astucci, li aperse

e li schierò davanti alla signorina...

Questa guardava attentamente, e poi man mano passava gli orologi alla

signora attempata, dicendole il suo pensiero su ciascuno in inglese.

Riccardo capiva perfettamente, ma non lo dimostrava.

A un certo punto la signorina, che si volgeva ora a destra, ora a

sinistra, giovanilmente irrequieta, a un certo punto, s’arrestò fissa

sul quadro ad olio (che noi ben conosciamo) ed accennandolo alla

signora attempata, le disse:

— Quello... è un conte... di cui non ho presente il nome... uno dei

signori che qualche volta vengono a far visita a mio padre...

— È impossibile! — rispose la signora — l’ho visto anch’io qualche

volta, ma... Ma è più vecchio...

Certamente, non lo nego... Sarà una combinazione, ma ciò non toglie che

non vi sia grande somiglianza...

In questa venendole fatto di fissare Riccardo, accennò più vivamente

a nuova sorpresa, seguitando in inglese, mentre il giovane era tutto

orecchi:

— Notate come anche l’antiquario nostro lo somigli. Notate.

— È vero — rispose guardandolo fissamente la signora attempata, è vero.

Si direbbe quello il padre, questo il figlio...

Riccardo conosceva grammaticalmente abbastanza bene l’inglese per

non perdere una parola. Adesso, a quell’ultima espressione che l’uno

pareva il padre e l’altro il figlio, voleva, tremando tutto d’una nuova

emozione, voleva rompere il ghiaccio e chiedere nella stessa lingua:

— In qual paese abita questo signore? Come si chiama? Ha mai parlato di

avere figli? Dove è nato? Che cosa fa?

Voleva dire tutto questo Riccardo, ma la foga e l’emozione gli

troncarono le parole, nel mentre che in modo affatto meccanico

posto l’orologio antico in una cassetta lo consegnava alla giovane e

biondissima fanciulla.

Fu un momento di indecisione poi, con risolutezza, disse in inglese:

— Potrebbe la signorina ricordarsi il nome del signor conte al quale ha

accennato? È una mia curiosità, mi piacerebbe saperlo già che posseggo

questo quadro, poichè io pure ignoro il nome del soggetto.

La fanciulla sorrise allo stentato inglese, come Riccardo aveva sorriso

prima, affettando più che altro cortesia, all’udire l’aspro, il duro

italiano di lei, e voltosi alla signora che la accompagnava domandò a

sua volta:

— Voi lo ricordate?

— Io no.

— E io neppure... E dire che ci sto pensando... Del resto lo vedevo

di rado, perchè ero in educandato... È naturale che non ne abbia

famigliare il nome. E poi parlava sempre d’affari con mio padre, le

rare volte che io l’ho veduto. È un vecchio alto, simpatico, elegante.

Credo che la sua gioventù l’abbia (è italiano) l’abbia passata qui...

— A Napoli? — fece scattando Riccardo.

— Sì a Napoli.

— E trovasi adesso?

— Dove siam noi. A New-York.

— E non sa darmi proprio altri schiarimenti?

— Non ne so altro.

— È molto ricco?

— Molto.

— E...

— ... e infine vorrebbe vendergli forse il quadro? vorrebbe che

comprasse per sua la immagine di un altro, perchè gli è somigliante?

Riccardo chinò la testa mormorando:

— Non è per questo... non è per questo...

— Piuttosto, giacchè somiglia anche a lei — aggiunse la bionda

signorina con un grazioso sorriso — piuttosto lo tenga per sè e potrà

dire che è suo... fra qualche anno...

Le due donne neanche lontanamente pensavano a ciò cui alludeva

Riccardo, a ciò che lo dilaniava in quel momento.

La signorina pagò l’orologio, intascò l’astuccio e uscì seguita dalla

donna attempata e scura che lasciava trasparire malgrado l’abito e

l’età, un gran rispetto e direi una grande sottomissione, però avveduta

e prudente, verso la fanciulla, felice d’aver comperato il ricordo di

Napoli per Webb.

Sicuro, per Francesco Webb.

Essa ne era la figlia, l’angelica Mary, di cui Webb, con tanto

affetto, a consolarsi della assenza imparava a memoria, si può dire, le

lettere...

*

* *

Come rimanesse il giovane Carassale pensi il lettore.

Adesso era il più agitato e più angosciato di prima.

Aveva un indizio, un lontano indizio, e ciò costituiva insieme il suo

martirio e la sua speranza, il suo dolore e la sua fede.

Era trascorso qualche giorno da quanto abbiamo narrato, quando un

mattino entrò nel negozio nell’antiquario un tipo a lui sconosciuto,

che si rilevò interessante subito, prima dall’insieme, poi dalle

parole.

Era un pittore, e poteva contare cinquanta anni.

A primo aspetto si vedeva l’uomo bizzarro.

Un piccolo cappello a cencio, nero, buttato sulla nuca più che poggiato

sulla fronte, soffocava una capellatura ricciuta e brizzolata, molto

prolissa e ricadente ai lati, celando le orecchie. Aveva gli occhi

stranamente vivi e neri, il naso tutto butterato, prominente, una

barbetta grigia, lunga e rada e spartita sotto il mento.

Vestiva azzurro scuro, e portava col panciotto di panno giallo, una

gran cravatta di raso rosso.

— Ha delle miniature?

— Certamente.

— Roba di buoni artisti?

— Buoni, qualcheduno ottimo...

— Che soggetti?

— Paesaggi e idilli...

— Fuori gli idilli...

— Subito.

— Me ne abbisognano sei, per un buon diavolaccio d’un riccone. Vuole

che siano miei... ma io ho altro per la testa, più che lavorare in

piccolo...

Carassale presentò diverse miniature.

— Queste son veramente belle...

— Cerchiamo le migliori perchè debbono _essere assolutamente mie_. Ed

io sa che cosa faccio adesso?

— Che cosa fa?

— Con qualche ritocco le rinfresco, le ringiovanisco... e poi fra

qualche giorno le fo passare per mie... Dirò magari che la metà le

avevo pronte... presso di un amico... Insomma dirò... dirò delle bugie

e prenderò i _quibus_.

— Come crede...

— Ma diavolo? Che cosa vedo? Quel quadro? Quel ritratto, com’è capitato

qui? L’ho fatto io quel quadro... È mio...

— Così dicendo si avvicinò alla tela e accennò in un angolo:

— Vede questo sgorbio? È la mia firma. Io sono molto infelice nello

scrivere!

— Il quadro è suo?

— Ma perbacco? E come l’ebbe?

— L’ho ereditato dal proprietario della bottega, il defunto Percuoco...

E dica, ch’io non ho mai potuto saperlo, perchè non è neanche segnato a

catalogo? chi rappresenta? Di chi è quell’immagine?

— Perbacco! Il conte Melisardo.

— E dove si trova?

— In America...

— Ma è grande l’America.

— A New-York, lo vidi l’ultima volta...

— E sta sempre là?

— Sempre.

— E perchè c’è andato?...

— Perchè in Italia, quello scapestrato di un conte, ne ha fatto di

tutti i colori. Si è rovinato poi al punto da dover cercare il lavoro,

ma non volle cercarlo in Italia ed emigrò...

— Ed ora?

— Ora ha rifatto la sua fortuna ed è diventato tanto giudizioso, che

qualche anno fa, quando lo vidi non potetti a meno di meravigliarmi e

di dirglielo...

— Lei è stato dunque a New-York?

— Io? Io ho girato tutta l’America... Nord e Sud...

— E quel conte Melisardo non potrebbe ricordarsi per suo mezzo, di

questo suo ritratto e adesso che è tornato in fortuna ricomprarlo?

Mi dia le opportune indicazioni e penso io a tutto. Io mi figuro che

dovrà essere tanto caro a quell’uomo vedere questo oggetto scampato al

naufragio della sua fortuna, alla dissipazione della sua giovinezza...

E poi per farne dono ai suoi figli... ne ha dei figli?

— Non ne ha, ma ne ebbe uno...

Lo ebbe qui a Napoli... e quando dall’America dopo un certo tempo,

ne fece ricerca, quando volle essere padre della sua creatura...

riconoscerla, farla ricca, gli scrissero che la creatura era morta...

qualche mese dopo la madre... Era un maschio, e a regola di data

avrebbe ora la sua età... Ma perdiana sa che più la guardo e più

noto la meravigliosa somiglianza che ha lei col mio amico il conte

Melisardo?

Riccardo non rispose.

Come in un bagliore e nella confusione del suo passato, rivide il

_nonno_.

Rivide Percuoco... rivide Concetta, rivide la signorina bionda,

la compratrice dell’orologio. Legò in un pensiero quelle persone,

vagliò tempi, circostanze, discorsi, vagliò più di tutto il silenzio

ostinatissimo di _nonno_ Percuoco ed a braccia aperte, esasperato,

affranto, disse con tutta l’anima al pittore:

— Signore, sul mio passato è tutto un mistero; mai, mai, non potei

far luce sulla mia esistenza... Ma per tante cose, per tanti indizi,

presenti, lontani, e per questa rassomiglianza, io credo... credo di

essere figlio al conte Melisardo...

— Niente di più facile — rispose il pittore con una calma che fece

rabbrividire Carassale — Niente di più facile... Melisardo amava le

donne... qualche volta, viene al mondo un figliuolo... ma come mai,

quando questo figliuolo fu ricercato dal padre, gli si è scritto che è

morto?

— Mistero! — Disse Riccardo.

— Mistero! — disse il pittore e si guardarono in faccia fissamente e

muti...

Il seguito di questo fatto a suo luogo. Per ora ritorniamo a Evaristo

Grinfieri, intorno al quale muovano e s’aggirano tutti gli altri

personaggi siccome i minori pianeti intorno al sole.

Il busto d'oro : romanzo · 第 21 / 41 题