Ancora una bottiglia — Sotto il fanale rosso — La carrozza misteriosa

Evaristo, in una delle sere seguenti, congedò un poco più per tempo i

tre amici che aveva accolto a pranzo in sua casa.

Erano tutte persone di confidenza, di molta confidenza, per cui, senza

tanti ambagi potè dir loro, mescendo il vino dell’ultima bottiglia:

— Dopo questo, amici carissimi, avrete l’amabilità di andarvene. Debbo

concertare qualche cosa, ma di giorno, sapete pure, nel gran va e

vieni, in quel flusso e riflusso di casa Webb, non ho un momento di

quiete...

— Perfettamente! Non vogliamo sciupare l’amicizia per questo... tanto

più che io sono aspettato...

— Il solito, quello delle immancabili avventure amorose...

— Quello che infilza i cuori di tutte le dame che incontra...

— Voi parlate per invidia...

— Non ci perdiamo in chiacchiere. Accettato il licenziamento dell’amico

Evaristo e... buona notte...

— Fermi là! Fermi là! Ad un patto... I licenziamenti si pagano... Metto

una condizione: Un’altra bottiglia...

— Accettato! — gridò Evaristo — e poi... che il diavolo vi conduca!

Un vecchio servo, portò una egualmente vecchia bottiglia che i quattro

amici vuotarono subito; indi, salutato l’ospite con vigorose strette di

mano, lo lasciarono.

Rimasto, Evaristo diede una scorsa a qualche foglio del giorno, ma poi

cessò dalla lettura, quasi infastidito. Aveva un leggero dolor di capo,

o meglio, sentiva una leggiera spossatezza nel cervello.

Da più giorni vegliava e pensava molto. Un lavorìo denso e inusitato.

Decise di uscire, di andare a prendere dell’aria fresca.

Quando fu in istrada si fermò un istante a considerare:

— Se fo la solita via, incontro i soliti amici, quindi le solite noie.

Perciò, tagliando per un piccolo corso laterale s’internò in una via

lunghissima che metteva ad uno dei quartieri più lontani dal centro e

dove non certo avrebbe avuto gli incontri che quella sera gli premeva

d’evitare.

Camminò, camminò molto, lentamente, tutto inteso ai propri pensieri che

non cessarono di martellargli nelle tempia.

Di giorno in giorno si sviluppavano in lui sempre più quelle mire di

ambiziosa grandezza commerciale, che tanto tempo aveva portate con sè

assopite e come morte, e solo nella concezione sfruttandole a beneficio

di quel Webb che alla di lui genialità negli affari doveva i due terzi

della colossale fortuna.

A un certo punto, si sentì battere su di una spalla. Si volse e vide un

signore che a primo tratto non gli riuscì di riconoscere.

— Come? — chiese l’altro — non mi rammenti?

— Ah, sicuro! Cosmus Wite.

— Manco male...

— E dimmi, come stai? È da qualche anno che non ci vediamo più...

— Già; un po’ gli affari, un po’ questa città sterminata... sai, ognuno

resta preso in quella data cerchia abituale.

— Si diventa schiavi senza volerlo, senza saperlo... ci si crede

padroni di tutto il mondo, e si è circoscritti...

— Tu poi... ne ho piacere... perchè le cose si sanno, vivi in una sfera

alta, elettissima, in mezzo all’aristocrazia dell’oro, dove, a me,

non ancora sono schiuse le porte.... di qui una certa difficoltà di

incontrarci... Stasera è stato proprio il caso...

— Ed io in verità, lo benedico, sono proprio contento di averti

trovato... M’è perfino svanito quel po’ di malore di capo che avevo

prima... si direbbe che tu m’hai dato una scossa al sangue...

— È stato un incontro salutare... dunque? Ma, d’ora innanzi, se le

cose andranno come si spera, avremo occasione di vederci più spesso...

Anch’io entrerò nel _vostro_ mondo...

— Davvero?

— Sicuro... Lascerò la piccola casa Trebisdach, dove sono due anni e...

-E?... — fece con interesse Evaristo...

L’altro mutando tono e con una certa solennità continuò:

— Possibile che tu non sappia nulla di ciò che si sta macchinando

nel _vostro_ mondo? La cosa non è ancora ufficiale, ma lo diverrà fra

poco... ed io entrerò al servizio...

— Di chi?!

— Ma sai, che mi pare impossibile che tu non ne sappia nulla?...

— Servizio di chi?

— Di Wood! L’amico di Webb! Il grande negoziante di coloniali...

— Di quel... di quell’uomo così grosso con un cervello tanto piccolo?

Una testa da semplice _compra e vendi_?

— Caro mio, se tu lo giudichi così, t’inganni... Basterebbe il suo

progetto per capire che mente sia quella...

— Ma davvero?

— Sì, sì, non lo mettere neanche in dubbio... Chi mi ha detto le cose e

mi ha presentato a Wood è l’uomo che di Wood sa tutto, l’uomo per cui

Wood non ha segreti, il cognato del quale io debbo... a suo tempo...

sposare la figliuola...

— È strano, ti confesso che Wood non l’ho mai reputato una cima... E

si può sapere di che si tratta, si può vedere la luce di questa idea

luminosa?

— A te lo dico, perchè sono certo, che Webb, l’immenso, l’avveduto

Webb è impossibile non sia della partita... _Voi altri due_ siete

_fiutatori_ per eccellenza. Ecco dunque: Poichè si deve costruire un

nuovo tronco ferroviario quello dell’Est, Wood sarà uno dei maggiori

azionisti. Dove la ferrovia traverserà il fiume, farà costruire

subito un ponte grandioso a sue spese, e comprerà pure tutt’intorno

al ponte una vasta area circolare della quale il mezzo del ponte sarà

geometricamente il centro; perchè, guarda come ragiona diritto, e tu

lo dicevi ottuso!... è umanamente impossibile che laggiù non si debba

depositare del carbone, non vi debbano essere dei guardiani, non vi

sia una piccola stazione, delle osterie, dei contadini, insomma è

impossibile che in breve non vi sorga una città, specialmente quando

_si vuole_ che vi sorga. Che te ne pare?

— Mi pare — rispose l’altro senza entusiasmo e frenandosi a stento — mi

pare una idea abbastanza buona, se riuscirà...

— E perchè non dovrebbe riuscire?

— Per una ragione semplicissima. Si rompono più progetti che cose fatte.

Dopo questo dialogo che il lettore immaginerà quale effetto abbia avuto

sull’animo di Evaristo, i due amici si lasciarono con vicendevole

promessa di rivedersi in quel gigantesco affare delle Ferrovie

dell’Est, quella speculazione che agiterebbe tante colossali fortune

per crearne di nuove. Come di selci che più sono percosse più mandan

scintille.

*

* *

Ripresa la via Evaristo Grinfieri diede intorno un’occhiata con una

certa attenzione.

Era la prima volta che gli avveniva di attraversare quei grandi sudici

quartieri, che s’andavano via via spopolando di passanti e dove i

rumori della vita si spegnevano nelle prime ore della sera, e le

finestre andavano scomparendo nel buio.

Seguitò con una certa curiosità crescente, come un esploratore

al quale si affaccino cose degne di nota, perchè pure in quel

silenzio, in quell’apparente abbandono, nulla mancava per lo

spirito dell’osservatore. E questa funzione si compieva in lui

contemporaneamente, anzi dirò, su lo sfondo dell’altra, che egli

sintetizzava con questa frase soltanto:

— La mia idea! La mia idea!

Eran passate le dieci.

A un certo punto del suo procedere, Evaristo si avvide che alla sua

sinistra mancavano le case, mentre a destra si prolungavano ancora buon

tratto. Un piccolo lume rosso splendeva in fondo in fondo.

Si indirizzò verso di esso, certo di trovare uno di quei bugigattoli,

dove fino a tarda ora _i soliti_ si trattengono a gustare le ultime

bibite, gli ultimi liquori, dove si chiude la giornata coll’istupidirsi

piano piano, di volta in volta, preparando la via a mali che altrimenti

non sarebbero.

Evaristo non s’ingannò. Si trattava proprio di una delle solite

mèscite, piccola e lurida e ammorbata di fumo.

Sedevano a giuocare ed a bere pochi avventori.

Evaristo si pose ad un piccolo tavolo che stava al di fuori e chiese

un bicchierino di _cognac_, più che per altro, per avere il pretesto di

riposarsi alquanto.

D’una fila di caseggiati bassi e neri, quello era degli ultimi e

giratone l’angolo, si passava in un vicolo non tanto stretto, ma

quasi buio. Dal cominciamento di questo, fra due spigoli di case,

smussati in basso, e ergentesi ai lati d’una perenne pozzanghera enorme

s’intravvedeva quanto dovesse avere di sudicio, di uggioso, di sinistro

nel giorno, di pien meriggio il vicolo.

Non un rumore veniva da esso nella tardità dell’ora assopito, pure se

ne indovinavano quelli del giorno, emessi da operai e macchinarii in

fondachi oscuri; di riottosi venditori ambulanti s’indovinavano le

voci, e le chiacchiere delle molte donne sudicie, scarmigliate e il

gridìo dei fanciulli scalzi, mocciosi, insolenti.

Si capiva che internandosi nel vicolo e nelle diramazioni, tra le

casette luride e grommose di fastidiosa muffa, si entrava in uno di

quei labirinti, dove trova posto, s’annida e germoglia ogni rifiuto

umano, ogni vizio, ogni miseria...

Adesso, orientandosi a poco a poco, Evaristo ricordava d’averne udito

parlare, e più volte, di quel famigerato quartiere che cominciava lì,

proprio lì; s’allargava in piazzette, si prolungava in chiassuoli,

si diramava e ramificava in vicoletti e cortili dove i rilievi e le

immondizie non avevano a temere della scopa, nè certi esseri umani del

sole, che vi penetrava a stento, traverso i tetti che si richiudevano

per vicinanza sul capo e dove tanto meno penetravano i delegati e gli

agenti di polizia.

Ogni grande città ha inesorabilmente qualcuno di cosifatti quartieri;

dove si vive una vita così diversa dal restante della città, vita

così tipica, così feconda di oscene emozioni. Dove la morale è così

diversa, il criterio o troppo limitato o troppo grande ed asservito al

male, dove tutto si ignora, e dove una turba di accidiosi e famelici

s’inchina a pochi scaltri e violenti che se ne contendono il dominio e

impongono loro il tributo.

La miseria che regna in codesti strani riparti di umanità avvilita,

tutto spiega e tutto perdona e ammette tutto.

Così di pensiero in pensiero Evaristo vedeva vivere quella vita, per

quanto ne aveva udito a parlare, per quanto ne aveva letto e per quanto

la fantasia lo aiutasse a ricostruire quello che poteva chiamarsi il

tenebroso _regno del fattaccio_, la miniera inesauribile della cronaca.

Di là obbedendo a certe norme, a certe leggi, a certe terribili e in

apparenza disarmate gerarchie, esseri abbietti e mostruosi, nella notte

si lanciavano sulla città, come lupi affamati, peggio, come fiere umane

a raccogliere la loro parte di bottino, a far versare e a versare,

occorrendo, la loro parte di sangue; ad ubbriacarsi nella notte stessa

brindando all’esito, oppure ad entrare ammanettati nel carcere, per

uscirne più tristi.

Certe scene selvaggie di violenza e di rapina si colorivano ora in modo

originale e marcato nella sua mente; certe confusioni e certi amori gli

apparivano come l’espressione più logica e più naturale dell’ambiente

specialissimo, fatto di losche energie, in losche figure.

. . . . . . .

Una vettura chiusa che s’avvicinava, una delle comuni vetture da nolo,

troncò di netto il filo di tutte quelle immaginazioni nella testa di

Evaristo.

Il cocchiere che s’accorse di lui, facendo avanzare la carrozza

al passo, deviò alquanto allargando il raggio del giro, ben dentro

nell’ombra, poi fermò il cavallo.

Discese una donna in abito di popolana, di giovane popolana, piuttosto

alta di statura, e svelta insieme e circospetta attraversò la penombra.

Gli occhi di Evaristo non si staccavano da quella figura, le cui linee

e il passo ed il portamento non gli parevano nuovi.

L’insieme di quella donna gli ricordava perfettamente Hulda. Anzi

pareva che fosse passata Hulda in dimessi panni, forse nella povertà

d’una volta.

Secondo Evaristo, secondo l’uomo che amava, _pareva_ lei, ma era

assolutamente impossibile che lo fosse, perchè nel viso, per quanto

avesse con ogni attenzione guardato, stante la semi-oscurità e la

fretta della passante, non aveva potuto raffigurarla.

Il cocchiere intanto aveva fatta girare la carrozza fermandola con le

ruote quasi a sfiorare il marciapiede sul quale stava al suo tavolino

Evaristo e proprio davanti a lui.

Qui discese per bere un bicchierino di _gin_, ma fattosi accosto

il fanaletto rosso, con uno scatto improvviso fermatosi davanti ad

Evaristo e togliendosi con gran rispetto la tuba cerata, chiese con

curiosa premura:

— Lei qui, signor Grinfieri?

— Precisamente, ti fa meraviglia, caro il mio _Numero 13_?

— Dirò... — fece l’altro crollando le spalle — è un strada questa dove

signori ne passano di rado...

— Prima di tutto io non sono un signore. Per essere tale, occorre

almeno almeno... _un milione_... poi... — questa sera ho voluto

levarmi un po’ dalle solite strade che mi annoiano... siedi, non fare

complimenti, siedi qui accanto a me e... ordina tutto quello che più ti

aggrada.

Il cocchiere, senza neppure ringraziare Evaristo, al padrone che

aspettava, ordinò del _gin_.

— Qua — praticano pochi signori, vada per signori come dici tu, parlò

Evaristo, ma perciò appunto, non vi si dovrebbero neanche vedere

carrozze; come mai ti trovi qui? Se devo dirti la verità...

— Si figuri, non mi offenderò mai...

— Se devo dirti la verità, mi sembra che questa sera tu ti sia

prestato, con la tua ricompensa bene inteso, ad un qualche colloquio...

sai? come devo dire?... E mi pare inoltre che tu aspetti. Aspetti la

quaglia di ritorno.

— Ecco — rispose l’altro, con una certa solennità — io sono cocchiere,

lo sono da trenta anni e lo faccio onoratamente... Lei deve sapere

che...

Prima di andar innanzi con questo dialogo che ha molta importanza

nel nostro racconto, noi dobbiamo spiegare chiaramente al lettore le

ragioni, per cui fra il cocchiere del N. 13 ed Evaristo Grinfieri,

esisteva motivo di tanta famigliarità.

Sarà breve l’iudugio, per ritornare al dialogo, il più presto possibile.

*

* *

Un giorno, e proprio tre anni prima di quanto narrammo, Evaristo

gettandosi a precipizio per le scale pensava:

— Trovassi subito una vettura! Pochi minuti che io debba cercarla e...

non arrivo più in tempo a stringere il contratto.

Appena nel portone vide passare una vettura, la stessa che ora aveva

dinanzi, il _N. 13_.

Quel 13 veramente non gli piaceva, se non che non lui comandava, ma la

fretta, la premura, l’ansia di giungere, in quel momento.

Ogni ubbia, ogni superstizione anche convenzionale tacque, diede

l’indirizzo, saltò nella carrozza, ordinando di sferzare e il cocchiere

sferzò e via...

Via con la massima celerità che poteva sviluppare il cavallo forte,

snello, giovine ancora.

Giunse in tempo. Nessuno lo aveva preceduto, e quell’arrivo opportuno

gli aveva permesso di concludere un affare il cui benefizio ammontava a

dodicimila dollari.

Quando il cocchiere al ritorno si vide porre in mano due monete d’oro,

guardò il suo signore meravigliato in volto. L’altro gli sorrise tutto

raggiante.

— Grazie, disse il cocchiere; ma non seppe trattenersi dall’aggiungere:

Signore, lei non ha per la testa l’_idea_, voleva dire la _sciocchezza_

del numero 13?..

— Io? Tutt’altro!

— Lei è proprio un signore di spirito... Se sapesse quanto danno mi

ha già fatto questo numero 13! Ho perfino deciso di mutar padrona per

mutar numero. C’è della gente che si spaventa del numero 13, anche

nella libera America.

— Sono imbecilli, caro mio, e imbecilli al mondo ce ne saranno sempre...

Ma non tutti dicono così, non tutti hanno il suo buon senso, signore...

— Del resto; rimani con la tua vettura, nè ti sgomentare del tuo

numero. Io ho anzi una... simpatia pel numero 13 e, poichè spesso mi

occorre la vettura, ti darò la preferenza. Tu rimani fermo, non troppo

distante dalla mia abitazione? Sai dove mi hai tolto? Ebbene. Ogni

volta che mi occorrerà la vettura, ti manderò a chiamare. Sarà spesso.

Da quel giorno Evaristo ed il cocchiere N. 13, come lo chiamava lui, si

videro assai di frequente, e questo spieghi l’immediata confidenza del

dialogo...

*

* *

— Che cosa devo sapere?!

— Che noi, nella nostra professione, non dobbiamo cercare tanti motivi,

tanti perchè. Noi siamo per la persona che ci ha noleggiati...

— Già... già...

— Lei certo, ha visto scendere quella _donna_... perchè non si può

negare, ma che so io di costei?

— Portami di qui, fin là, ed io obbedisco, ecco tutto.

— Sì che tu non sapresti dare...

— Nessuna indicazione, per esempio... dov’è salita in vettura?

— Che cosa?...

— Questo non posso dirlo... o almeno, posso dire per la strada che

sarebbe non dir niente.

— Dove la riporterai? Lo sai già?

— Sinceramente lo so, ma non posso dirlo... perchè non si sa mai...

— Bevi un altro calicino, via, questo è _gin_ di quello veramente

buono. Mi verrebbe la voglia di farti compagnia se non avessi già

bevuto del _cognac_...

— È buono il _gin_, perchè hanno visto lei... È furbo il padrone... Pei

signori c’è la roba buona...

— Dunque (io mi ci diverto un mondo a questi discorsi) dunque dicevamo?

— Dicevamo che il cocchiere, deve avere un giudizio. Egli ha in mano

l’onore di una persona, specie con queste vetture chiuse... e... se

tutte le volte che lo interrogano dovesse parlare... povero mondo!...

Si finirebbe per credere, davvero sa? che al mondo non ci siano più

donne oneste...

Capita alle volte, di portare certe signore... certe dame... e poi

fanno fermare... e poi salgono certi tipi... Ecco, se io ho deciso di

non prendere moglie è appunto per questo... perchè faccio il cocchiere

e so di che si tratta...

— Dunque non si può sapere chi sia quella donna? Perbacco, ma non

temere di scoprire, di mettere in piazza una gran dama, come dici tu,

quella è una donna del popolo qualunque...

— Quella è... Via, non mi faccia commettere uno sproposito; quella

vestita così... è una signora.

— Ma che signora? Tu scherzi... scherzi perchè sai che ti voglio bene e

che ci conosciamo da tre anni!

— Come? vuole che io non lo sappia? Ho detto una signora ed è una

signora veramente.

L’insistenza di Ben — tale il nome del cocchiere — cominciò a destare

la curiosità di Evaristo che finì a poco a poco per impensierirsi.

Ma fu per breve durata; un nuovo raziocinio cancellò tutto dalla

sua testa, fin l’ombra del dubbio, del sospetto, ed egli si disse

recisamente:

— Lei? Hulda? È impossibile, assolutamente impossibile. Delle

somiglianze? Ce ne son tante! E poi, Hulda è diventata troppo signora,

si è troppo ringentilita, per certe cose... Senza contare che non veste

a quel modo... Essa, a qualunque ora, si presenta sempre elegantissima.

È una qualche popolana che fa uno strappo, ed il cocchiere ne fa

una signora per diventare un essere di una certa importanza nella

situazione... Furbo, il povero diavolo...

Evaristo versò il terzo bicchierino di _gin_, poi sorridendo chiese:

— Il nome... sarà impossibile saperlo...

— Quello non lo so nemmeno io...

— Ed abita molto lontano? — domandò ancora Evaristo, per non chieder

chiaro e tondo «dove?»

Il cocchiere, grinzoso, e con gli occhietti lustri, lo guardò in un

certo modo, come a dirgli:

— Vuol farla a me?

— Non lo posso dire, dove abita la signora. Non lo devo dire. Noi

dobbiamo essere prudenti... Mi rincresce di non poter compiacere un

signore come lei, un cliente nobilissimo, ma si metta nei miei panni...

— Dunque si tratta veramente di una dama?

— Sì, di una dama.

— Che pagherà salato... anche...

— Ne viene di conseguenza.

— Ha marito, o è una... vedova, una giovane vedova...

— Ecco, in quella faccenda lì, non ho mai potuto veder chiaro. Noi,

da cassetto, non si sa altro con precisione, se non quello che avviene

dentro... quanto al resto...

— Non ne sai nulla... — aggiunse con studiata indifferenza Evaristo...

— Nulla, con sicurezza, ma da quanto ho potuto capire, la signora,

questo lo si può dire, deve avere uno... uno dei soliti imbecilli...

— Che?...

— Che pagano... Essi pensano all’alloggio, al vitto, al teatro,

alla villeggiatura, a tutto insomma, e le belle donnine si divertono

con qualchedun altro... Noi cocchieri le sappiamo queste cose e se

dovessimo far pettini si saprebbe dove pigliare le corna.

— E questa tua dama è proprio una di quelle?

— O di quelle o di queste, io non so e non sostengo. Certo è una bella

donna, giovane, sana e quando le viene il capriccio, capirà, non vi

pensa tanto sopra.

— E ne ha spesso dei capricci?

— Veramente, io vorrei che ne avesse tutt’i giorni, ma non c’è male.

Lei e quella signora sono i miei migliori clienti. Uno di giorno

l’altra di notte.

— Non ti verrebbe la voglia di... unirci nella stessa vettura? — fece

scherzando Evaristo.

— Ah, quanto a questo no! A meno che non vengano a noleggiarmi insieme.

— Ciò che sarà un po’ difficile. Qualche volta mi permetto di

scherzare, ma a quest’ora, intendiamoci, perchè di giorno sono troppo

occupato...

— A maneggiar denari...

— Sì, Giuseppe, è vero e ne maneggio tanti, tanti... Gli è che me ne

restano ben pochi attaccati alle mani.

— E di quei pochi vorrei averne io la metà. Non vivrei a cassetto a

fare... un po’ di tutto...

— E la signora si reca sempre da questa parte?

— Con me, sì...

— A poco a poco, signore, lei mi sta confessando... Io non devo

dir nulla. Ogni _professione_ (la chiamava professione) ha i suoi

particolari segreti. Certo, che a venire da queste parti, di notte in

carrozza, e vestita così dimessamente come un’operaia del cotonificio,

il suo uomo, l’uomo pel quale nutre seriamente passione deve essere...

— Deve essere?!

— Alla via che fa o Guy Stein o Bill Oward. Sono loro due che comandano

là dentro — e levò la mano accennando alla parte del vicolo.

— Sono due tipi ben conosciuti...

Sono due tipi capaci di tutto e sempre in guerra fra loro. Essi sono i

re del quartiere.

— Lo conosci bene quel quartiere?

— Io? abbastanza, ma non creda che, specie a certe persone, sia molto

facile traversarlo. Tanto più se sono ben vestite. Lì dentro guai a’

signori.

— La cosa comincia a diventare interessante, ha proprio del romanzo,

senza contare che deve essere un bel tipo la tua signora che ama dei

soggetti criminali, degli uomini che si possono disputare il primato in

quel quartiere. Gente questa che si può dire non ha più scrupoli...

— Scrupoli?!

— Gente che va a rubare, che sa dare la sua brava coltellata, e che non

si fa mai beccare dalla polizia. La polizia sta alla larga più che può

dal loro quartiere. Non vi ficca il naso, perchè sa che passerebbe un

brutto quarto d’ora...

Evaristo ritornava a sentirsi agitato da un sinistro presentimento.

Egli si studiava di cacciarlo e il presentimento lo riafferrava con una

specie di novella tenacità.

— E sa ciò che rende più sicuri costoro e li fa più arditi? È questo.

In fondo in fondo, al lato opposto, il quartiere ha come una scappatoia

sul mare. Quante cose, sul mare, son diventate un mistero! I giornali

alle volte dicono, ma il mare tace. Fo il cocchiere da trent’anni, si

figuri se non ne ho vedute ed udite delle belle!

Tutto quanto Evaristo aveva appreso era più che sufficiente per destare

in lui dei timori, delle inquietudini.

Ben, nella sua stessa furberia, parlava ingenuamente e diceva delle

frasi delle quali non misurava certo la portata e l’atrocità.

— Apposta — disse a un tratto il giovane — io ho bisogno di vedere la

tua sconosciuta. Vederla assai da vicina.

— E parlarle?

— Se occorresse.

— E vorrebbe fare tutto ciò quando ella sarà di ritorno?

— Sicuro.

— Non glielo consiglio.

— Potrebbe essere pericoloso. Pericoloso per tutti e due. Certi

capricci alle volte si pagano più che non valgano. Se _qualcuno di

quelli_ là che non scherzano la scortasse in distanza? Se dal buio la

seguisse con l’occhio fino che fosse in carrozza? Io non mi fido per me

e per lei...

— E allora? Studia tu il modo. Rischiarati le idee. Dicendo questo gli

pose fra mano una moneta d’oro...

— Non per il dono — rispose l’altro mettendo la moneta in un borsellino

a reticella metallica — ma perchè lei è una persona perbene alla quale

si fa volentieri un favore...

— Parla — disse non senza agitazione Evaristo e si versò il secondo

bicchierino di _Cognac_ — Prima che giunga, parla.

Il busto d'oro : romanzo · 第 10 / 41 题