Hulda usciva dal bagno in quell’ora, che la grande maggioranza dei
cittadini aveva già vissuta e, starei per dire, sofferta, e nel lavoro
e nel travaglio dell’anima, la prima metà del giorno.
Ella sentiva con singolare squisitezza la voluttà del bagno freddo,
epperò indugiava con infinita compiacenza nella vasca marmorea, che ne
accoglieva le belle membra di pario egualmente.
Ora, tutta avvolta in niveo accappatoio di bambagina candidissima, si
sentiva non senza voluttà ricercata per ogni fibra da un serpeggiare
rapidissimo di freddo, mentre le guance, siccome di rosa in fiore,
s’accendevano di un incarnato sempre più vermiglio.
La crocchia ricchissima dei capelli neri e lucidi contornava, fin quasi
oltre la nuca, la testa espressiva e fiera, illuminata da due pupille
fulgide assai, ma incerte un poco, anche quando si affissavano su lo
specchio per ammirare la bellezza di quella figura sotto ogni aspetto
degna di essere ammirata. Solo la bocca, tanto bella nel sorriso, aveva
un che di sdegnoso nella immobilità, nel silenzio e dava, starei per
dire, l’idea che in quel giovine corpo vibrasse un’anima già vecchia,
già esperiente e già affannata.
Con tutto ciò Hulda era bella. E glielo dicevan tutti coloro che
potevano aver la fortuna di avvicinarla, e più di tutti lo sapeva lei,
che alla sua bellezza doveva tanti dolori in una vita tutta di menzogne
e senza amore...
Quando Hulda con l’aiuto della cameriera fu completamente vestita,
passò in un piccolo gabinetto da studio e congedò quasi la sua donna,
Bess, dicendole:
— Preparami la colazione.
Si accostò al piccolo scrittoio sul quale stava la corrispondenza del
mattino. Molti giornali ed una lettera.
Buttò nel cestino i giornali, senza neppure aprirli, poi schiuse
lentamente la lettera, come una persona che dal carattere, abbia
indovinato quello che dovrà leggere.
«Cara Hulda,
«Per sabato sera ti aspetto, e tu non mancherai, al solito posto.
«Ti avverto pure che sono senza denaro. Senza denaro il tuo amore,
capisci? Questo mandamelo subito. Mi bisogna per questa sera. Un
saluto.
«_La persona che tu sai_».
— Sempre così! — esclamò fremendo di indignazione. Sempre denaro!
Denaro sempre, non vede, non conosce che denaro. E dire che non posso
sottrarmi a quell’uomo. Dire che anche lontana mi soggioga, mi ha tra i
suoi artigli... Che fatalità è stata la mia! Del resto, se era destino
che dovesse andare così, facciamo buon viso ad avversa fortuna, fin che
c’è chi provvede... fin che ci _sei tu_, che non sai nulla di nulla...
Proferendo queste parole, alzò gli occhi, quasi supplichevoli, ad un
gran ritratto che le stava dinanzi... seguitando, dirò così, a parlare
con esso.
Era, quel ritratto, di un uomo giovine, con un’aria intelligente e
pensosa, severa assai più che ne’ ritratti abitualmente non si vegga.
Gli occhi avevano una espressione scandagliatrice e imperativa, e le
narici, leggermente tumide, parevan rilevare nell’individuo, facile
agli scatti, la pena, il soffrimento di quel minuto di posa, lo spasimo
di quella condanna istantanea.
Quest’uomo giovane, del quale adesso abbiamo dato rapidamente uno
schizzo, non è altri che Evaristo Grinfieri.
Hulda ne era l’amante ed egli avrebbe giurato, pure sapendo le prime
vicende di lei, che da quando si erano conosciuti ed egli faceva
prodigalmente tutte le spese, avrebbe giurato, dico, su quella fedeltà
i cui giorni, i cui mesi, i cui anni, sarebbero stati annoverati dal
durare della piccola fortuna che poneva Hulda in grado di vivere con
signorile indipendenza... e per lui solo.
— Tutta tua, tutta e per sempre — avea detto tante volte Hulda ad
Evaristo.
Ed egli, richiamandola alla realtà, con un sorriso le rispondeva:
— Per sempre, no. Finchè ti potrò dar del denaro, se credi, sì...
Ma in fondo in fondo, lo scettico amava, e quella sua frase non era
che un piccolo tributo che egli pagava alla propria vanità d’uomo che
voglia parere esperto in cotesta specie d’adattamenti, di combinazioni
e d’amori.
Con quello che sapeva di Hulda, Evaristo credeva di saper tutto, mentre
invece non era che al principio, e quel principio ormai si andava in
lui annebbiando, quella memoria si andava col tempo affievolendo, e gli
rendeva l’immagine di un cielo tempestoso che si rischiari man mano e
si sgombri e si faccia di zaffiro intorno al sole.
Un principio, un lontano principio d’amore sorgeva nell’animo
d’Evaristo.
Una di quelle passioni che non dovrebbero essere, dove si ponesse mente
a ben collocare l’amore, ma che sono pur troppo e ci regalano i drammi
della storia quotidiana.
Anche Hulda, benchè straziata dal rimorso d’una, dirò, nuova
coscienza che s’era formata in lei, cominciava a sentire una singolare
predilezione per Evaristo, e provava nel vederlo un senso di tenerezza,
non provata quasi nemmeno per colui che era stato il primo a parlare
d’amore.
— Povero Evaristo! Se lo sapesse... Se _tu_ lo sapessi, _caro_...
Eppure è così... Io devo essere anche di quell’altro e tu non ne sai
nulla, ed egli è il vampiro del mio... del tuo danaro...
Così dicendo pose un valore di parecchi dollari in una busta. Scrisse
l’indirizzo, poi chiamò:
— Bess! Bess!
— Eccomi.
— Vai alla posta.
Bess guardò bene la padrona di cui sapeva ogni cosa più intima.
— Siamo alle solite, non è vero? Mi pare che le richieste non si
facciano troppo attendere.
Hulda si strinse nelle spalle, come per dire:
— Lo sai pure chi è. Come posso negare?
*
* *
Hulda entrò nel piccolo tinello dove tutto era già disposto per la
colazione.
Sedette, stette un momento pensosa, poi agitò la bella testa come per
iscacciare pensieri molesti e cominciò a prendere il cibo, squisito,
servitole con la massima eleganza d’argenteria e di cristalli.
Quando la fida Bess fu di ritorno dall’avere inviata la lettera per la
sua destinazione, entrò nel tinello, con quella confidenza che a lei
sola in casa era permessa e sedette sur un piccolo divano rimpetto alla
padrona.
— Buon appetito...
— Grazie... Dopo tutto, ho appetito veramente.
Il significato di quel _dopo tutto_ non isfuggì punto a Bess. Esso
voleva dire molte cose, e tacendole in apparenza, dava loro un
significato, più complesso e più triste.
Mangiare, divertirsi, pensar solo a gustare con intensità il presente,
malgrado la vita che essa doveva condurre, malgrado le probabilità
di una immediata rovina, malgrado il lontano ancora, ma inesorabile
spettro della vecchiaia misera e desolata.
Sì, dopo tutto e malgrado tutto, finchè durava la provvidenza, per lei
impersonata in Evaristo, godere, godere godere!
— E non c’è proprio mezzo di finirla?
— Con Guy Stein?
— È impossibile. Sarebbe lo stesso che volersi trovare un giorno o
l’altro con una pugnalata in petto. È terribile, lo sai, ed è perfino
ammirabile, ma io, te lo confesso, o mia Bess, io che lo detesto, qui,
ora con te; io, vedi, quando gli son vicina, mi sento come schiava, mi
sento come lui, e peggio. Egli possiede tutte le mie facoltà, tutte le
mie forze, io non so resistere, non vincolarmi, sento che in me passa
tutta la sua anima infame, maledetta!... Sento tutto questo, capisci?
eppure... Che strazio, che strazio il mio...
— E quando siete con Evaristo, che cosa vi dice il cuore? Come fate ad
essere la schiava di uno per forza e la volontaria amante dell’altro?
Come fate, Hulda?
— Quando sono al fianco di Evaristo, mi sento un angelo, qualche cosa
mi dice qui, dentro nel cuore, che con lui potrei ritrovare quella
prima felicità, della quale mi è rimasto come un ricordo... Io sono
un’altra allora!
Vedi che stranezza? Se io mi specchio, e lui mi è vicino, mi sembro più
bella...
— Eppure, così, non potete continuare... Ci vuole della prudenza e
tanta, mia signora. E se un giorno, un malaugurato giorno, Evaristo
Grinfieri venisse a scoprir tutto?
— Non sarà poi tanto facile...
— So bene; la città è grande, è immensa; egli poi non sospetta per
nulla; ma sapete voi che cosa possa riserbarvi il caso? Sono accadute
tante, tante di quelle dolorosissime cose, che nessuno mai sospettava,
che parevano impossibili, che si dicevano, anzi, impossibili. Eppure?
Io sono vecchia, ho assistito nella mia vita a molti di questi scherzi.
— Bess, proprio adesso? Proprio adesso vuoi farmi pensare a un mondo
di cose? Ma insomma come vuoi che faccia io? e rimase muta in atto
desolato.
Successe un lungo silenzio.
Nè la padrona, nè la cameriera ardivano romperlo, bene pensando
che nuove parole disgustevoli e inutili si sarebbero dette, per
amareggiarsi inutilmente a vicenda.
Bess si alzò e si allontanò con un viso più triste e più rassegnato del
solito; Hulda scosse nuovamente la bella testa ed accese una sigaretta
dicendo a se stessa:
— Dopo tutto affliggermi per mali che non sono ancora accaduti?... Ma
via, tutto ciò è da sciocchi!
Da la picciola rosea bocca usciva a ondate, a nuvolette, a cirri
tenuissimi il fumo della sigaretta fragrante... velando un poco
l’ambiente che Hulda guardava ad occhi socchiusi... compiacendosi tutta
ne la voluttà di quel momento in cui non sentiva lo stimolo di nessun
desiderio, e si reputava felice, o quasi. O quasi, perchè a volte,
involontariamente, sorgeva a turbar la quiete dell’anima uno sfilare di
memorie affliggenti. Il passato non muore.
*
* *
Bess frattanto, nella propria cameretta, andava pensando con un sincero
accoramento alla situazione di Hulda, povera per se stessa, e indecisa,
irresoluta fra Guy Stein e Grinfieri, due amanti così diversi, e pure
così degni di riguardi e di studio. Due tipi opposti, così egualmente
capaci di far del male alla padrona. Quel male, in qualunque modo,
sarebbe stato anche il suo, e forse in parte molto maggiore.
Bess presso la cinquantina, dopo una vita agitatissima e povera, tutta
sola, sentiva ormai il bisogno di un po’ di pace, e il bisogno d’un
pane sicuro pel domani.
Così, quietamente avrebbe voluto trascorrere la vita, prestandosi come
esperta e prudentissima cameriera presso Hulda, col carattere della
quale il suo combaciava perfettamente, più che pei caratteri, per le
circostanze che li avevano livellati.
*
* *
Wood, quell’Isaiah Wood, che i lettori conoscono e che parlò così
lungamente a tavola con Webb, si stava spogliando, per andare a letto,
come da anni, nelle prime ore della sera.
Per lui la vita della notte non esisteva. Esisteva quella del giorno,
tutto intero, perchè s’alzava a primissima mattina.
Anzi, si meravigliava, sinceramente, al pensiero che ci fossero delle
persone che andavano a perdere il tempo in teatro, e a rovinarsi lo
stomaco nei caffè.
— Dev’essere gente che non lavora, perchè non capisce il piacere del
riposo.
Così sentenziava il grosso, il quasi elefantesco Wood, quando lo
interrogavano del perchè non si lasciasse mai vedere in alcun luogo di
ritrovo e di divertimento.
Ma a quella dell’andare a letto presto — _essere nottambulo_ — diceva
lui, si aggiungeva un’altra abitudine, quella di volere in camera il
cognato, ogni sera e, spogliandosi e facendosi aiutare, parlar d’affari
seco lui: concertare l’ultimo piano, pigliare le ultime disposizioni
pel dì susseguente.
Ma questa volta la conversazione fu dissimile dalle altre.
Bulghery, il cognato, una specie di nano, dovette, mentre lo svestiva
come un’ordinanza militare sveste il suo superiore, dovette udire cose
strabilianti.
— Io diventerò uno degli azionisti più interessati, nel nuovo tronco
ferroviario dell’Est. Io gitterò un gran ponte sul fiume, io acquisterò
intorno ad esso l’area per edificarvi una nuova città. La chiameremo
_Wood_.
— Come, tu?! — chiese il cognato piccolissimo, sgranando gli occhietti
cilestri, tu, così positivo, così compassato, così alieno da ogni
operazione che non fosse tua, esclusivamente tua, ora ti impegni... ti
rinfranchi, ti...
— Caro mio, tu lo sai. Sono tanti anni che fo sempre alla rovescia del
mio amico Webb, perchè dovrei cessare adesso? Pensa che io ho molta
stima di Grinfieri e Grinfieri _insisteva_... insisteva, capisci?
Il nano, con i calzoni sospesi del gigante che lo nascondevano tutto,
rispose sinceramente:
— Non ne capisco nulla... — e si strinse nelle spalle già strette.
Wood, salendo sul letto, il cui elastico s’inclinava e crocchiava
sotto quel pachiderma umano, diede in uno scroscio colossale di
risa. Spalancò la bocca mostrando i due lunghi canini, affilati più
che quelli di Webb, e così poggiato su le braccia tese e su le gambe
ripiegate, rendeva l’imagine d’un bue, con la testa di foca...
— Spiegami, spiegami, — insistè premuroso il minuscolo cognato — ma
quegli rise ancora facendo sobbalzare il letto sotto le scosse della
pinguedine enorme.
. . . . . . .
Così si chiuse il primo giorno di questo romanzo nel quale ai
personaggi già noti, altri ne succederanno per quella legge tanto
umana, tanto naturale che dice:
— Da cosa nasce cosa.