— Dunque? chiese il giovane, un po’ concitato — che ne dice?
— Senti, figliuol mio, che ben posso dirti tale, questa volta no, non
ti accontento. Ho deciso per tutto un cambiamento; per tutto un nuovo
ordine di cose... È la mia età... la mia età che lo vuole. I sessanta
sono giunti (parevano una volta così lontani!) e da qualche giorno,
anzi, se ne sono andati...
— E permetterà, uno speculatore come lei, un capitalista della sua
forza, che si facciano avanti gli altri? Che siano gli altri a fare
il giuoco di tutte quelle azioni? Ma signor Webb, ci pensi, è una
speculazione di un guadagno certo, certissimo; sarà la nuova, una delle
linee ferroviarie più produttive dell’America del Nord...
— Figliuolo, voglio tornartelo a dire, per ora basta. Ho lavorato, lo
sanno tutti, per oltre quarant’anni. Ho diritto a riposarmi. Non si
riposa, anche vivendo in mezzo agli agi, quando si devono aver pensieri
fissi di somme impiegate a destra ed a sinistra, quando si deve vivere
col _pover’a me_! di vedersi da un momento all’altro ridotti... sai?
ridotti come prima, con un mondo di idee, con le mani vuote... Ma
allora, prima, intendi? c’erano la energia e la giovinezza e la forza
davanti; c’era tutto da guadagnare, oggi, a questa età, ho mutato
pensiero. C’è tutto da perdere...
— Io non arrivo a capire questo cambiamento... Io non mi so spiegare
come un uomo della sua tempra oggi... abbia timore.
— Sicuro, sono debolezze dell’età. Ora, io, e tu con me, finchè
vorrai e con buon interesse (io non lesino le percentuali), dobbiamo
adoperarci a conservare ciò che abbiamo saputo acquistarci...
— Quand’è così — insistette il giovane spiacente, ma energico in atto —
quando è così, presti a me la somma e farò io in mio nome...
— E non è lo stesso? E se tu perdi? Da un pezzo a questa parte, non
si fanno, per quel che vedo dagli altri, che speculazioni pazze,
rovinose... Rispondi, e se tu perdi? Colui che perde, realmente, non
sono sempre io? Godi in pace la vita tu che lo puoi... Il denaro è
un’utopia...
— Un’utopia? Un’utopia, già, ora che avete i milioni, e non potrete
negare che qualcheduno non lo abbiate fatto con il mio aiuto...
— E ne fosti ricompensato — rispose un po’ secco il vecchio.
Evaristo Grinfieri si morse le labbra. Capì subito che non avrebbe
dovuto lasciarsi sfuggire una frase come quella.
Se il ricchissimo Francis Webb gli negava poche migliaia di dollari
perchè si interessasse alla costruzione d’una nuova linea ferroviaria,
aveva, o meglio poteva avere tutte le ragioni, cominciando da quella
che i suoi denari poteva spendere, o rischiare, secondo che gli
talentasse.
— Ebbene — disse poi Evaristo Grinfieri, come se un nuovo e diverso
pensiero fosse entrato a padroneggiarne la mente e ad attutire tutti
gli altri — ebbene, non ne parliamo più... Ciò che io prima volevo per
lei è la prova del mio attaccamento alla casa; ciò che dopo volevo per
me è il desiderio di fare... di fare anch’io, modestamente cominciando,
qualche cosa nel mondo degli affari... Mi sento di giorno in giorno
aumentare addosso la febbre, la smania del lavoro... Non per il denaro,
ma per fare, per mostrare di saper fare...
— Illusioni! Illusioni! — disse il vecchio con un risolino che
terrorizzò quasi Evaristo.
— A trent’anni? Dopo di aver vissuto con lei?
— Illusioni! Illusioni!
Successe un momento di silenzio assoluto.
Webb guardava il soffitto dell’ampio studio, battendo le unghie
sui bracciuoli della poltrona, Evaristo Grinfieri, deluso nelle sue
speranze di affarista nato che voleva o per sè o per altrui prodursi,
facevasi violenza per nascondere il suo tremito di rabbia.
*
* *
Vi hanno momenti che mutano tutta una vita e decidono un avvenire.
Momenti in cui si prendono delle risoluzioni che prima, alla persona
stessa, sarebbero parse follia.
Queste risoluzioni sono la scintilla che si sprigiona dall’urto di due
contrasti.
Evaristo Grinfieri, rimasto solo, dopo che il vecchio lo aveva lasciato
in modo brusco e brontolando, _sogni sogni_, Evaristo Grinfieri, ritto,
percosse il suo tavolo d’un formidabile pugno, quasi a conferma, ad
assentimento, a sanzione dell’idea che gli vibrò allora nel cervello.
Un’idea luminosa e mostruosa insieme, un’idea da genio e da cattivo
soggetto, e disse sbarrando gli occhi:
— Sì, ho bisogno di un milione, e _devo_ trovarlo!
Poi sedette, socchiuse gli occhi e pensò.
Molti mezzi, molti espedienti gli passarono traverso la mente per
giungere ad avere una tale somma; nessuno peraltro era quello che
riunisse tutte le condizioni da lui desiderate.
Una forte richiesta di denaro, da parte sua, avrebbe potuto far
nascere perfino dei sospetti intorno al banchiere di cui egli era il
_factotum_, l’occhio destro, e da ciò in ultima analisi venendosi a
chiarire le cose, a lui sarebbe toccata la peggio e sarebbero sorti
nuovi ostacoli a raggiungere il suo intento d’aver nelle mani _un
milione_.
A quel natural genio della speculazione s’affacciava ora tremenda la
realtà.
Egli non se ne sgomentò; si fermò anzi a guardarla in silenzio... Poi,
come ritornando, con maggior convincimento sopra una deliberazione già
presa concluse:
— Il milione ci vuole. Deve uscire...
Un riso infernale gli illuminò la faccia, dandole una espressione
sinistra come non aveva mai, mai avuto.
Il genio della speculazione s’era accostato di un altro piede
all’abisso.
Egli intimamente aveva risolto, dove gli si offrisse l’occasione, di
venire anche a patti con i mezzi.
Come un rifiuto trasmutò da un momento all’altro un’anima, di quelle
che sono fatte per essere sempre eccessive, così nel bene che nel male?
*
* *
Intanto il banchiere Webb da anni ed anni ligio ad abitudini che la
stessa ricchezza non aveva cambiato, neanche nei particolari minimi,
era uscito, preciso nell’ora come sempre, e come sempre si era diretto
allo studio del signor Isaiah Wood, un ricco negoziante in generi
coloniali, per andare con lui a colazione.
L’amicizia di Wood rimontava alla bellezza di venticinque anni, ed era
stata sempre uguale ed inalterata, perchè lavorando commercialmente
in rami diversi, veniva esclusa ogni possibile rivalità nelle
speculazioni.
Isaiah Wood aveva una terribile massima tutta sua, in fatto di
commercio, e non pareva neanche un negoziante della giornata. Ma alla
pratica inesorabile di quella massima diceva con sicurezza, di dovere
la sua fortuna, di parecchi milioni: _quei quattro soldi_ appena
necessarii per vivere, come propriamente o meglio impropriamente egli
aggiungeva con superba modestia.
Qual’era la massima di Isaiah Wood? Era questa:
— Mai, e poi mai, _cambiali_. Mai e poi mai _azioni_.
Ed era invecchiato fedele a questa legge impostasi, arricchendo di
giorno in giorno.
Tutto il contrario di ciò che era stato sempre Webb, ardito, audace,
temerario; speculatore più che commerciante, giuocatore accanito più
che speculatore.
E tutti e due dandosi per venticinque anni reciprocamente torto,
avevano acciuffata la fortuna.
I due diversi sistemi di _lavorare il denaro_, avevano fatto sì, che
inalterata si conservasse e prolungasse l’amicizia tra i due uomini
d’affari, che reciprocamente conoscevano il loro principio.
Eran venuti su, come si suol dire, dal nulla, partendo da poli opposti
e trovandosi nella fulgida bonaccia di un comune equatore.
Entrarono come di consueto assieme nella grande trattoria di Cosmus
Thily, anch’egli un nuovo arricchito.
La trattoria di Thily, era il ritrovo speciale, caratteristico, di ogni
tipo di grandi affaristi e più veramente, direm così, di quelli di un
_tic_ e di una genialità speciale, e che, pure mutando fortuna avevano
serbato antiche abitudini di modestia, crescendo in loro soltanto, in
ragione diretta degli anni, l’accanimento al lavoro.
Lavoro ininterrotto di cupidigia, spesso ingiustificata ed incosciente,
d’insidia verso l’altrui capitale.
A colazione Francis Webb e Isaiah Wood s’informarono reciprocamente
e con assai disinteresse del movimento bancario, agricolo,
ferroviario del giorno innanzi, facevano previsioni, tiravano
oroscopi, sentenziavano, sotto l’ispirazione della loro esperienza,
e si premunivano per i casi che potessero o interessare, o toccarli
indirettamente o di rimbalzo.
Ma nel giorno del quale noi trattiamo, dopo i discorsi in linea
generale, assaporando la frutta del comune ed abbondante _dessert_,
Webb prese a dire:
— Tu, Wood, conosci bene il _mio_ Evaristo Grinfieri, non è vero?
— Se lo conosco?! Da quando era giovanetto, che dico? fanciullo.
— Sicuro... Egli restò senza i genitori; suo padre era al mio servizio,
un uomo fidatissimo, ed io, che non avevo allora figli, lo allevai,
come fosse stato mio...
— E non hai a pentirtene.
— Ah, per questo no, no!
— E devi aggiungere, siamo giusti, che ti ha aiutato, perchè...
perchè...
— Ma non lo nego, anzi! È intelligente, intelligentissimo. Ha proprio
il bernoccolo dell’affare.
— Già. Lo vede da lontano, quando gli altri non lo vedono ancora, lo
misura, lo valuta, lo affretta, e quando l’affare non c’è... e sta qui
l’abilità, lo crea. E tu devi volergli un gran bene...
— Non dico di no, — rispose un po’ seccamente Webb. — Però...
— Però?! fece protendendosi alquanto il grosso Isaiah Wood — però?!
— Stamattina, per la prima volta in tanto tempo ci siamo... ci siamo un
poco urtati!...
— Il motivo?
— Ecco... Egli ha tutti i giorni un nuovo progetto...
— ... e questo non è male...
— ... no, ma alla mia, alla nostra età... bisogna andare adagio... Io
sono stato ardito, io ne ho avuto del fegato, e tu lo sai, Wood: dopo
un’impresa, l’altra; ma oggi... oggi voglio conservare e riposare...
Oggi voglio lavorare a mantenere, non più ad accrescere il mio
capitale, quindi, non debbo avere il cuore agitato da timore di danni.
Una volta stava bene rischiare... allora c’era anche poco da perdere;
oggi, non si sa mai, potrei perdere molto. Si fallisce da per tutto
e con troppa frequenza, è un momento a veder diroccare il proprio
castello. Basta, adesso, basta! Non ti pare, Wood?
Isaiah Wood, che aveva smesso di mangiare, accese lentamente uno
zigaro, standosi con la testa alquanto bassa, come volesse guardare
nel piatto che aveva spinto leggermente da sè; ma il fatto si era che,
quando egli assumeva quel fare di raccoglimento un po’ goffo, una nuova
macchinazione gli agitava i pensieri.
Stette alquanto così e poi levando il capo in atto risoluto chiese, con
aria indifferente:
— E che voleva farti concludere il tuo... diavolo suggeritore?
— Oh, niente di male per questo, ma sempre una nuova fatica, sempre
muova carne che si mette al fuoco.
— Sentiamo... parla...
— Egli intendeva che diventassi azionista, se ne tratterà forse in
pubblico fra qualche giorno, del nuovo tronco ferroviario dell’_Est_.
E fin qui, poco male... Ma dovevo acquistare azioni, per più di
un quarto... Il massimo possibile, di quello che si stabilirebbe
dalla società, dovevo a mie spese costruire sul fiume, che la linea
attraverserebbe, un ponte colossale, più acquistare da quel centro,
pel raggio di quaranta chilometri, tutto il terreno intorno. Ma ti
pare?! Ti pare che io sia venuto al mondo adesso? Ti pare che io debba
cimentarmi, con i capelli grigi, a simili prove? Caro mio, è venuto
il tempo in cui approvo pienamente il tuo consiglio. Nè _cambiali_, nè
_azioni_. Intendo di vivere tranquillo una buona volta.
Isaiah Wood corrugò lo grosse sopracciglia setolose e poi, tacito e
quasi meccanicamente, riempì di vino il bicchiere dell’amico.
Era sempre stato così da anni. L’ultimo della bottiglia toccava sempre
a Webb, che beveva un po’ più di Wood.
— Non ti pare ch’io abbia ragione? — insistè spettando la risposta Webb.
— Ed Evaristo Grinfieri (ora capisco la cagione del dissidio...
momentaneo) avrà insistito perchè tu, ti lanciassi a capo fitto nella
impresa, non è vero?
— Sì, ha insistito e come! ha detto qualche parola che non avrebbe
dovuto dire... E poi, indovina?
— C’è dell’altro?
— Ma sicuro! La trovata finale — fece Webb, restando un momento con
gli occhi sbarrati ed a bocca aperta, e scoprendo gli enormi canini. —
Indovina? Indovina?... Voleva che, non facendo io la cosa, perchè dissi
risoluto di no, voleva che gli dessi il capitale onde farla per proprio
conto... Qui poi, mi si oscurarono gli occhi... Ma se _perdi_, non son
sempre io colui che ci rimette? Se _perdi_, chi mi rifà del danno?
— Ed insisteva, scommetterei, per avere i denari?
— Sicuro che insisteva. Egli, Evaristo Grinfieri, reputa l’impresa
solida e lucrosa. Ne è infatuato, ne ha come una fede, che dico?... una
visione sicura...
— Mi sarebbe piaciuto vederlo _insistere_ — disse con tono canzonatorio
Wood guardando di sottecchi e in modo sospettoso il vecchio amico...
— Insisteva! — ripetè ancora Webb.
Qui cessò la conversazione.
I due commercianti sembravano concentrati in se stessi, e con un volto
che indicava chiaramente un’intima soddisfazione dell’animo.
Pareva che quei due uomini fossero usciti vittoriosi entrambi dal
conflitto di quella conversazione.
Che cosa si era operato, o meglio che si andava operando in loro?
È quel che vedremo in appresso.
Per ora dobbiamo occuparci di _Hulda_, la donna strana, dalla
meravigliosa bellezza superba e fatale, la donna che avrà lunga parte
in questo racconto.
Essere umano e misterioso, amata e detestata, invidiata e infelice,
idealizzata e spregevole, angelo e demonio.