— Sì — disse Vignoni — fin dove c'è il sole, fino al boschetto, non più
in là... E per 15 o 20 minuti.
Da un pajo di giorni l'Angela scendeva al pianterreno, ma quella era la
prima volta dopo la sua malattia ch'ella usciva in giardino.
E il dottore stesso, e Giulio Frassini, e Tullio e l'Antonietta si
offersero a gara per darle il braccio.
— Domando scusa — protestò Cesare Torralba — il braccio devo darglielo
io. C'è un impegno preventivo. Non è vero, Angela?
L'interrogata assentì.
— A ogni modo, noi saremo del seguito — dichiararono in coro gli altri.
La Maddalena battè palma a palma dalla contentezza.
— Or ora vengo anch'io dietro la mia padroncina.
Dal fondo delle loro poltrone in un angolo del salotto il commendatore
Ercole e la signora Laura si lamentarono.
— Già, ci piantate soli. Lo sapete che noi non possiamo muoverci.
La Marialì ch'era seduta al tavolino e sfogliava la _Mode illustrée_,
disse: — Rimango io... Va pure, Maddalena.
— Grazie... Torno subito subito... Del resto, se i padroni volessero,
potrebbero far benissimo due passi al sole... È un'aria così tepida.
Ma il commendatore diede sulla voce alla petulante cameriera.
— Non abbiamo bisogno del vostro permesso, e se teneste la lingua a casa
sarebbe meglio.
Dal canto suo, la signora Laura brontolava: — Son proprio in vena di far
quattro passi... Non ho un punto del corpo che non mi dolga... Anzi,
Marialì, se tu chiudessi quella finestra. Il marito si oppose
recisamente.
— Fin che c'è il sole una finestra aperta non dà disturbo.
La signora Laura non osò replicare e sospirando si strinse lo scialle
sul petto.
— Viva la signorina Angela! Viva la nostra padroncina!
Così la servitù raccolta in giardino salutava l'apparire dell'Angela sul
ripiano della scalinata.
E oltre all'Angela s'acclamavano l'Antonietta e Tullio. Anzi s'udì un
grido, coronato da unanimi applausi: — Viva gli sposi!
Veramente la promessa dei due cugini non era ufficiale e s'era convenuto
di non darne la partecipazione ai conoscenti e agli amici che di lì a
qualche mese, ma la voce se n'era sparsa e le congratulazioni per queste
nozze future fioccavano a Villarosa insieme con quelle per la ricuperata
salute dell'Angela. Le si accettava sì e no, dicendo ch'era una cosa
immatura, che i due giovani avevano tempo da aspettare, che potevano
anche pentirsi, eccetera, eccetera. In fondo, i nonni non vedevano
quest'unione di mal occhio, tanto più che il matrimonio non sarebbe
successo subito e che nell'intervallo i fidanzati si sarebbero trovati
spesso a Villarosa ove l'Antonietta rendeva già preziosi servigi, e ove
il signor Ercole sperava di utilizzare le cognizioni archivistiche del
nipote Tullio per l'esame di alcune antiche carte di famiglia.
Ciò non impediva però al commendatore di lagnarsi aspramente della
mancanza di riguardi che gli si era dimostrata combinando l'affare senza
consultarlo.
Se n'era lagnato anche con la Marialì la quale gli aveva risposto con
una scrollatina di spalle: — Caro mio, devi prendertela con l'Angela...
È lei che ha combinato tutto.
— L'Angela, l'Angela! — borbottava l'ex prefetto. — È una brava ragazza,
e dopo la sua malattia bisogna usarle speciali attenzioni, ma quando
sarà proprio ristabilita ce la intenderemo... Padrona assoluta, no.....
Il padrone di casa sono sempre io.
E anche ora il vecchio Torralba s'infastidiva del chiasso che facevano
quelli in giardino.
— Basta esser giovani per esser egoisti — egli sentenziava.
— Se chiudessimo la finestra — suggerì la signora Laura, incaponita
nella sua idea — si sentirebbe meno rumore, e facendo poi avvicinar le
poltrone si vedrebbe di dietro i vetri.
— Chiuder la finestra, no — protestò di nuovo il commendatore Ercole,
irritato dell'insistenza di sua moglie. — Io non voglio morire
asfissiato... E veder che cosa dietro i vetri?... Intanto io vedo appena
a due passi davanti a me... E a ogni modo, domando io, che cosa c'è da
vedere?... L'Angela, l'Antonietta, Tullio, non eran quì un momento
fa?... Non torneranno presto?... Se ci si teneva a _goder lo
spettacolo_, si poteva uscire anche noi...
— Oggi non sono in grado d'uscire nemmeno se mi portano di peso.... Tu
piuttosto.... con la Marialì.
— Son pronta — disse questa alzando gli occhi dal giornale di mode.
Il commendatore dichiarò seccamente che non usciva. E per mutar discorso
chiese a sua figlia: — Dunque tu parti domattina?
— Sì, con Cesare... Viaggeremo insieme sino a Pisa. Ho cambiato
itinerario. Vado a Firenze per assistere alle due recite della Duse. E
approfittando dell'occasione sentirò se Madama Lacroix s'impegnerebbe a
fornir il corredo per l'Antonietta.
— Che furia! — esclamò la signora Laura. — Non si sposano mica da oggi a
domani.
— Non importa — ribattè la Marialì. — È meglio non lasciarsi venir
l'acqua alla gola. Se non c'intenderemo con la Lacroix farò più tardi
una corsa a Parigi... verso Natale, quando il mio futuro genero andrà a
salutar suo padre.
— Bisogna convenire — notò ironicamente il commendatore Ercole — che
anche Luciano è stato trattato con una bella disinvoltura.
— Oh — rispose ridendo la Marialì — per lui è tutt'uno... pur che la sua
Banca dia buoni dividendi... Ha telegrafato il suo assenso in due
parole, tal quale come per un affare di Borsa... Del resto era un
assenso di semplice formalità... Tullio è maggiore, ha una sostanza sua
e può disporre di sè come gli piace.
— Naturale, naturale — disse il commendatore col tuono di prima. — Ormai
i vecchi non contano più.
In giardino Tullio e l'Antonietta erano presto riusciti ad appartarsi
dagli altri. Per un mutuo, tacito accordo rifacevano la passeggiata che
avevano fatto insieme il primo giorno in cui s'erano intesi.
— Rammenti?
— C'era più ombra quel giorno.
— Sì, oggi gli alberi sono spogliati. Allora cominciavano appena a
cadere le prime foglie... Rammenti? Rammenti?
L'Antonietta chinò gli occhi.
— Rammento la foglia di platano che s'era posata su' miei capelli e che
tu ne hai tolta.
Tullio ripetè la citazione petrarchesca.
«Da bei rami scendea.»
— Sì, rammento. Ma anche il sonetto che improvvisasti per me:
«Vorrei fossimo insieme in mezzo al mare.»
— Ah, il sonetto di cui mancano le due terzine. Avremo tempo da finirlo.
Le passò un braccio intorno alla vita e la strinse a sè.
— Mi pare un sogno, Antonietta mia. Cattiva, perchè mi hai fatto tanto
soffrire?
— Oh Tullio! — ella disse. — Come non hai capito, come non capisci con
tutto il tuo ingegno? E credi ch'io sia senza rimorsi? Povero babbo! Ero
il suo unico conforto.
— Non ti ha mica perduta.
— Oh! — soggiunse l'Antonietta. — Non è più la stessa cosa... Non è
stata più la stessa cosa da quando t'ho incontrato quì... Ho sentito
subito che m'avevi preso il cuore...
— Cara! E io me n'ero accorto ed ero beato!... Ma di punto in bianco ti
sei mutata... Ricordi quel sabato sera, la vigilia delle nozze d'oro?
La ragazza si turbò.
— Non parlare di quel sabato sera.
— E la domenica quella tua dichiarazione che non volevi sposarti?... Ah,
non so come io non sia diventato pazzo!
Ella cercò la mano di lui e la premette nervosamente nella sua.
— Perdonami... Mi pareva di dover fare così a costo di morirne.
— Saremmo morti tutti e due.
— Oh — disse l'Antonietta — gli uomini si distraggono facilmente. Tu
andavi in America.
— Sì, per disperazione, e sarei morto laggiù. Pensi che avrei potuto
resistere lontano da te, dalla mia Italia, dai miei studi? La zia Angela
ci ha salvati.
— Come ha fatto? Com'è riuscita a chiarir tutti gli equivoci, a vincer
tutte le resistenze?... Se non c'era lei!
— Iddio ce la conservi per un pezzo... Noi verremo sovente a tenerle
compagnia.
— Oh sì, sì — esclamò l'Antonietta. — Anche il babbo verrà... È il suo
sogno... Dice che se stesse a Villarosa guarirebbe delle sue malinconie,
delle sue fissazioni... Povero, povero babbo!... Tu lo compatirai, non è
vero, Tullio?... Ha le sue debolezze, ma è buono, ed è stato così
disgraziato!... Non dovrei dirlo io, ma è stato disgraziato anche nel
suo matrimonio... Troppo bella è la mamma, troppo avvezza a esser
corteggiata, adulata... Col babbo non ha mai avuto pazienza... E sì
ch'egli l'ha amata tanto, che l'ama ancora!... Ah, se avesse sposato
un'altra donna non si sarebbe ridotto al punto in cui è, nemmeno con la
sua arte... Qualche cosa avrebbe concluso.
Tullio si lasciò sfuggire: — Se avesse sposato la zia Angela...
— È vero dunque che doveva sposarla? — chiese vivamente la ragazza.
— Non so... È una mia idea — replicò il cugino, pentito della sua
indiscrezione.
L'Antonietta parve voler insistere; poi, come cacciando da sè una
curiosità vana e molesta, sospirò: — Ormai!...
E riprese dopo un breve silenzio: — L'arte fu la sua passione e il suo
cruccio. A sentirlo oggi, avrebbe deciso di buttar via i pennelli e i
colori... Ma non è possibile. Che farebbe della sua vita?.. E tu non lo
scoraggerai, Tullio? Non lo deriderai?
— Oh Antonietta! — protestò il giovine quasi offeso del dubbio. — Me lo
domandi?... Puoi supporre ch'io manchi di rispetto a tuo padre?... Credi
ch'io non intenda il sacrificio ch'egli ha fatto consentendo a separarsi
da te? Credi ch'io non gliene sia riconoscente?
— Grazie — mormorò commossa, l'Antonietta. E i suoi belli occhi umidi
cercarono quelli di Tullio.
— Cara! — egli disse, sfiorandole con un bacio i capelli.
Elia s'imporporò in viso.
— Bisognerà tornare indietro.
— Perchè? Non completiamo il giro?
— No, è troppo lungo. Arriviamo fino al lago.
— Ci siamo già... Non vedi?
In fatti, di là da una macchia di conifere, si scorgeva il luccicchio
dell'acqua stagnante sotto il sole. Accanto agli alberi e tutto coperto
di foglie secche c'era il famoso canotto, tirato a riva dopo la
spedizione disastrosa degli Alvarez.
Il ricordo del _naufragio_ destò l'ilarità dei due fidanzati.
— Ah, la faccia dei nostri cugini mentre si sommergevano a poco a poco!
— E gli strilli della zia Letizia!
— Max e Fritz! Fritz e Max!... Sembrano due nomi da operetta.
L'Antonietta sorrise.
— E pure ne sei stato geloso!
— Quella domenica sera, sfido! Saper ch'eri stata con loro, sentir le
loro lodi dalla tua bocca dopo il discorso che m'avevi tenuto nella
giornata...
— Hai ragione... È naturale esser gelosi quando si vuol bene...
Anch'io...
Tullio finì la frase: — Anche tu avresti quel difetto?...
— Credo di sì.
— E io ne son certo... Ma non ti darò mai un pretesto...
— Mai? Mai? — fece ella in tuono interrogativo.
— Mai. Te lo giuro.
Ella susurrò come parlando fra sè: — Ci son tante civette!
— Per me non ci sarà che una donna sola — ribattè Tullio calorosamente.
L'Antonietta sospirò: — Dio lo voglia!
Tullio cercò di convincerla con l'argomento persuasivo d'un bacio, ma
ella si schermì.
— No, basta ora.
E insistè per andare a raggiunger gli altri.
— Quì non si può nemmeno camminare... Si affonda nella melma...
Zitto!... Viene qualcuno... Oh guarda, guarda... Il babbo e il dottore.
L'Antonietta saltò al collo di suo padre; Vignoni prese a braccetto
Tullio.
— Andiamo a rifare un po' di corteo alla signorina Angela che rientra in
casa... È stata fuori quasi mezz'ora e non ha punto sofferto... Non
speravo proprio che si rimettesse così presto.
— Mi diceva il dottore — confidò Giulio Frassini alla figliuola — che
vicino alla sua abitazione c'è un punto assai pittoresco di dove un
artista potrebbe cavare un bell'effetto... Lo conosci?
— No
— Mi accompagnerai più tardi a vederlo... con Tullio?
— Sì, babbo.
— Oh, — seguitò Frassini con qualche esitazione — non è già ch'io abbia
mutato pensiero... L'arte mi ha dato troppi sopraccapi e vi rinunzio...
Non val la pena di occuparsene in quest'epoca di bottegai... Ma due
lavoretti vorrei ancora farli, uno per le tue nozze... l'altro per tua
zia Angela... Gli schizzi che avevo cominciati non vanno...
assolutamente non vanno... Fermar l'idea sulla tela, fermare il simbolo,
ecco quello che occorre...
— Babbo, babbo — interruppe l'Antonietta sgomentata di vederlo ripreso
dalle sue ubbie — non torturarti il cervello... Per me, per la zia
Angela, per Tullio qualunque cosa basta.
Frassini tentennò la testa. — Voi meritereste il capolavoro.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
— Eccoci — disse il dottore sboccando insieme con Tullio e con gli altri
sullo spiazzo davanti alla casa, ove l'Angela sedeva al sole su un
canapè rustico, e l'era accanto il fratello Cesare.
L'Angela si alzò e con le mani tese mosse incontro ai quattro arrivati.
— Bravi! Ora si rientra in compagnia. Il nonno ti domanda, Tullio, per
rispondere a certi biglietti... E la nonna vuol te, Antonietta, pel
solito massaggio... Abbi pazienza, finch'io ripiglio le forze.
— Pronti, pronti! — gridarono in coro i due giovani. E salirono di corsa
la scalinata.
Seguendoli con occhio amoroso, l'Angela veniva dietro a passi lenti,
appoggiata al fratello. Erano alla sua destra il dottore Vignoni e
Giulio Frassini.
— Sono raggianti — ella disse. E rivolgendosi a Cesare soggiunse: — La
felicità di questi nostri nipoti, ecco ciò che rimane di meglio dalla
cerimonia delle nozze d'oro.
Sul primo gradino si fermò, abbracciando con lo sguardo tutto quello che
si vedeva di Villarosa.
— A che pensi? — le chiese Cesare.
— Penso — ella rispose, e una lacrimetta le rigava la guancia — che tu
vai lontano lontano, che mai più l'intera famiglia si troverà riunita a
Villarosa.
— Eh via — saltò su il dottore — pensi anche a cose più allegre... Pensi
che il signor Cesare tornerà e che in ogni caso di quì a un pajo
d'anni... mettiamo pure a tre anni... qualcheduno che non c'è ancora
tenterà i primi passi fra queste ajuole.
Ella fece un gesto dubitativo.
— Ci sarò?
— Altro che esserci! Garantisco io.
L'Angela sorrise al cognato.
— Nonno!
Giulio Frassini si chinò ad afferrarle la mano e la portò avidamente
alle labbra.