— Proprio non viene stasera? — disse in tono di rimprovero Angela
Torralba al dottor Vignoni che s'avviava al cancello conducendo a mano
la sua bicicletta.
— No — rispose il dottore — non vengo... Presto non potrei e tardi non
voglio. Si preparano al suo babbo e alla sua mamma delle giornate
campali, ed è bene che questa sera si corichino prima del solito.
— Persuaderli! — sospirò l'Angela. — Dormono così poco.
— Non importa... Riposeranno almeno... E farebbe bene a riposare anche
lei.
Ella si strinse nelle spalle. — Io?... Se la fatica mi giova!
Il dottore squadrò l'Angela Torralba dalla testa ai piedi e soggiunse: —
Eh, non ha tutti i torti... Noi medici siamo dei gran minchioni. Io le
predicavo sempre: Non si strapazzi, non ha salute da buttar via... E
invece in queste ultime settimane, a lavorar come una bestia da soma,
scusi il paragone, ella ha guadagnato sotto ogni rispetto... Parola
d'onore, mostra diec'anni di meno.
L'Angela tentennò il capo. — Estate di San Martino.
— Certo — riprese Vignoni — che dopo questa baraonda, avrà bisogno di
quiete.
Ella si annuvolò in viso. — Della quiete?... Ne avrò anche troppa...
Basta, sarà quel che sarà... Intanto l'essenziale era di riuscire...
Ancora, glielo confesso, mi pare un sogno.
— Ma — chiese il dottore — recapitolando, quelli che vengono sicuramente
quanti sono?
— Il conto è presto fatto — rispose l'Angela. — Mia sorella Letizia con
due figliuoli; la Marialì col marito e con la ragazza; Luciano con
Tullio; Girolamo, con o senza la moglie; e Cesare finalmente, Cesare che
dev'esser partito da Nuova York il 25 o 26 di Settembre e di cui aspetto
con ansietà un telegramma da Genova.
— Il comandante Alvarez non viene?
— No, è imbarcato.
— E la Francese?
— La moglie di Luciano?... Dice ch'è indisposta, che non vuol lasciare i
bimbi... Pazienza!... Chi sa che idee porterebbe?
Vignoni sorrise. — Questa nuova cognata non è mai stata sul suo buon
libro.
L'Angela tentennò la testa. — Io non ho nulla con lei, ma certo la prima
moglie di mio fratello m'era più simpatica... E poi era la madre di
Tullio...
Chiacchierando così erano giunti al cancello.
— Arrivederci — disse il dottore che s'accingeva a montar sulla
bicicletta.
— Aspetti... Non abbia tanta furia — soggiunse la Torralba. — E ora non
rida delle mie incoerenze... Sono riuscita, non è vero?... Dovrei esser
contenta?... Ebbene?... Di tratto in tratto mi piglia uno scrupolo... Se
questa scossa fosse fatale ai miei vecchi?
Vignoni si affrettò a tranquillarla. — Perchè?... Sono vecchi,
s'intende... Le nozze d'oro non si festeggiano dai giovani... Ma hanno i
visceri sani... Il commendatore, se non fossero gli occhi, sarebbe un
miracolo...
— Gli occhi e i denti — interruppe l'Angela.
— Questi può sempre rimetterli... A ogni modo, non mostra i suoi
ottant'anni... E la signora Laura è piena d'acciacchi, lo so, piena di
disturbi nervosi e reumatici, il cuore è un po' debole, ma, per ora, di
serio, di grave non c'è nulla... E se ci pensasse meno sarebbe tanto di
guadagnato... Questa distrazione forzata non le farà male... No, no,
signorina, vedrà che non succederanno guai.
Rinnovati i saluti, Vignoni inforcò il suo cavallo d'acciaio e sparve in
un nembo di polvere, accompagnato dagli abbajamenti furiosi di Lupo, il
cane della fattoria.
— Lupo! Lupo! — chiamò l'Angela. E l'animale, chetatosi per incanto,
venne ad accovacciarsele ai piedi, mentr'ella gridava dietro al dottore:
— Dica a sua moglie che se vuol portare oggi i bimbi troveranno ancora
dell'uva sotto la pergola...
— Grazie — rispose la voce che si perdeva lontano.
L'Angela si chinò ancora una volta a carezzar il cane; poi
discorrendogli come a una persona lo indusse a tornar verso la fattoria.
— No, Lupo, sai che non si entra... Sai che il padrone non vuol bestie
in giardino.
Lentamente, ella ritornò sui suoi passi. Il sole, uscendo fuor dalle
nuvole, illuminò la facciata della vecchia casa grigia, illuminò, sul
portone, il quadrante del vecchio orologio.
— Quasi le nove... La mamma mi aspetta per alzarsi — pensò Angela
Torralba salendo i pochi gradini che mettevano alla sala terrena. Sul
ripiano si voltò; aveva sentito uno scalpiccìo sulla ghiaja.
Era Battista, il procaccia telegrafico di San Vito al piano, con un
espresso.
— O Battista — disse, precipitandoglisi incontro l'Angela che lo
conosceva. — Date quì... Come siete sudato, pover'uomo!
— Ho corso, e benchè si sia in Ottobre fa caldo.
— Passate in cucina e fatevi versare un bicchier di vino... Or ora verrò
io col danaro.
Il dispaccio ch'era diretto al commendatore Ercole Torralba ma che
l'Angela aperse senza esitazione non conteneva che poche parole:
_Sono sbarcato felicemente Genova. Arriverò San Vito domattina alle 8.
Abbraccio tutti._