Il Provicario Apostolico dell'Africa Centrale Ignazio Knoblecher
— Ultime sue parole in _Koròsko_ ai Missionari veronesi — Le rive
del fiume _Bianco_ da _Chartùm_ ai _Scìluk_ — Le meraviglie di una
foresta — Gli Arabi d'_Abù-Zèt_ — I _Baggàra-Selèm_ — Linguaggio
mimico degli Arabi.
Mi recai per la seconda volta in Africa sullo scorcio del 1857 coi
missionari Francesco Oliboni, Angelo Melotto, Alessandro Dal Bosco,
Daniele Comboni, e con un artigiano, Isidoro Zili.
In _Koròsko_, piccolo e povero villaggio di Nubia fra il 22º e il
23º lat. N. sulla riva destra del Nilo, c'incontrammo col Provicario
Apostolico Ignazio Knoblecher, il quale tornava in Europa per
rimettersi in salute; ma invece moriva in Napoli nel mese, se non erro,
di aprile dell'anno 1858.
A questo imperterrito Missionario, a cui mi legano tante care memorie,
era dovuta l'origine della Missione dell'Africa Centrale che allora
contava dieci anni; e a lui principalmente s'addiceva il merito
d'averla conservata e diffusa in mezzo a stenti, sofferenze, difficoltà
e pericoli senza numero. Egli aveva lungamente lottato col terribile
clima e sopportato con vera rassegnazione le febbri del _Sudàn_,
a vincere le quali torna quasi sempre inutile il solfato e persino
l'arseniato di chinina.
Mi suonano ancora all'orecchio le parole che mi diceva avanti di
benedirci tutti e di lasciarci l'ultimo saluto. — «Caro don Giovanni,
vi raccomando la Missione Italiana, di cui voi sarete il Presidente. Ho
già disposta ed ordinata ogni cosa perchè siate bene accolto coi vostri
fratelli nella Stazione di Santa Croce sul fiume _Bianco_ (6°, 40′ lat.
N.). Colà starete per qualche tempo, esplorerete il paese, noterete
i costumi degli abitanti, ne studierete la lingua, e sceglierete
quindi la posizione che a voi sembrerà più opportuna per fondarvi la
vostra Missione. Vedete però di andar molto cauto prima di conferire
il Battesimo, specialmente agli adulti. — Non so se noi ci rivedremo
ancora. — Io mi sento sfinito e temo di dover presto morire.... se mai,
a rivederci in cielo.»
Quattro volte percorsi in barca la via del fiume _Bianco_; due volte a
ritroso della corrente, nella stagione secca, favorito dai venti del
nord; e due volte a seconda, nella stagione delle piogge (_charìf_),
allorquando spirano i venti del sud; e giunsi fin quasi al 4º grado di
latitudine settentrionale.
Partendo da _Chartùm_, nello scendere il fiume _Azzurro_, a sinistra
del quale è posta la città, i barcaiuoli a forza di remi possono a
stento tenere scostata la barca da quella riva, contro cui fortemente
la spinge il vento di tramontana: ma girata appena l'estrema punta
della penisola del _Sènnaar_, ecco ch'essi depongono i remi, spiegan
la vela, e intonano un canto monotono al loro profeta, mentre la barca
sotto la carezza poderosa del vento procede innanzi superba verso il
mezzodì.
Per un buon tratto, la curiosità del viaggiatore che per la prima volta
veleggia sul fiume _Bianco_ preparato a gustar cose nuove e mirabili,
rimane alquanto delusa. Egli non vede che due sponde basse, piane e
sabbiose, larghe dai 40 ai 50 passi, che rassomigliano a due grandi
strade imperiali, macchiate qua e là da alcuni arbusti e fiancheggiate,
ciascuna, da un lembo del fiume e da una foresta d'acacie; sicchè,
trovandosi a una cert'ora in mezzo al fiume, presentansi a destra e a
sinistra come tre lunghi nastri coi colori azzurro, bianco e verde, che
pare non finiscano mai.
Presso a 40 miglia geografiche da _Chartùm_ si inalzano due piccoli
monti, l'uno a destra del fiume chiamato _Gèbel-Àule_ (monte primo) ed
anche _Giàr-en-Nèbi_, dal nome di un gran Capo che abitava vicino; e
l'altro a sinistra appellato _Gèbel-Mòndara_ (monte specchio), perchè
la sua testa, come dicono gli Arabi, è piatta e rotonda a foggia di
uno specchietto di Trieste. Dopo alcune ore di cammino s'erge pure
a sinistra _Gèbel-Mùssa_ (il monte Mosè), ch'ebbe il nome, come
_Giàr-en-Nèbi_, da un gran Capo, tutti e due tenuti in venerazione
dagli Arabi _Hossanìeh_.
Quindi il fiume si divide in più bracci che par che spacchino la
foresta, formando varie e graziose isolette ombreggiate, come le rive,
da acacie, da mimose, da tamarindi e da altre piante.
Io volli internarmi nella foresta per osservarla da vicino; ed oh!
quanto grande e potente è lo scheletro di quella generazione, i cui
Nestori abbarbicati nel terreno primevo con tante radici serpentine e
nodose inalzano il loro fusto ramoso, quasi a contendere lo spazio al
cielo! e intorno ad essi cento piante serpeggianti s'avviticchiano, si
arrampicano e danzano, per così dire, vagamente cadendo dalle loro cime
in modo da lasciar qualche volta nel mezzo uno spazio vuoto e rotondo
impenetrabile ai raggi del sole, ove gran parte della notte trovan
rifugio le gazzelle, i bufali, gli elefanti, il leone, il leopardo,
la pantera, che s'appressano al fiume per dissetarsi; e sulle cui
braccia erculee riposano tranquilli gli avoltòi rapaci e le aquile, i
papagalli dalle verdi piume, le timide tortorelle, le cicogne nere,
le galline faraone e una quantità d'altri svariati uccelli. — E il
mattino! oh! come qui è bello il mattino! — La luce dei primi raggi
del sole saluta ridente le cime degli alberi e le sprazza minutissima
e le indora; si agglomera e si condensa intorno alle loro chiome
eleganti; si arriccia e si velluta nelle foglie pubescenti e pelose; si
acciglia e s'ottenebra fra i rami stipati; s'inceppa nelle reti delle
piante parassite, e si nasconde fra i mille labirinti de' cespugli
ramosi, dipingendo con la tavolozza più feconda e capricciosa i figli
prediletti della flora africana. — S'ode frattanto qualche mugghìo
lontano delle fiere che si addentrano nella foresta. — E lungo il fiume
su quell'onda di foglie disegnata dalle cime degli alberi si veggono
navigare le scimmie coi loro nati in seno, percorrendo grandi distanze
senza discendere mai al suolo; e sotto quegli alberi, una quantità di
gazzelle e d'altre antilopi di forme le più leggiadre brucano l'erba
rugiadosa e saltellano festose nella libera e palesemente gaia loro
vita; mentre stormi di grossi uccelli vanno e vengono fra l' una e
l'altra riva del fiume; e qua e là gloterano le cicogne, e rotano in
alto gli avoltòi e le aquile intorno a centinaia di tortorelle che
amoreggiano giulive tra le piante; e ovunque una infinità di volatili
d'ogni specie. Tutto canta, tutto gruga, tutto chiocchiola, tutto
pigola; per tutto si sente frullo d'ali, per tutto c'è vita e armonia.
— Oh! quanto solenni, nel mattino, sono i primi fremiti della foresta
che risente la vita! — Ma a misura che s'alza il sole, la delicatezza
delle prime tinte svanisce in un immenso chiarore che ricopre come d'un
bianco velo le bellezze di questa natura selvaggia, i quadrupedi si
rintanano o si posano all'ombra d'alberi annosi, e tace il canto degli
augelli fin verso sera. — «Allora una luce pallida dà alla foresta
non so che di molle e di malinconico; c'è una specie di silenzio per
l'occhio, una pace di linee e di colori, un riposo di tutte le cose,
nel quale sembra che lo sguardo illanguidisca e l'immaginazione si
culli;» finchè sotto gli ultimi raggi del sole che cade, le varie tinte
de' colori di cui s'adornano le piante e il movimento de' volatili che
cercano un luogo per riposarsi la notte, par che ridonino alla foresta
la vita del mattino.... ma una vita che tosto muore, come l'ultima
scintilla del lucignolo che sta per ispegnersi.
La foresta continua a fiancheggiare le rive del fiume e a presentar
sempre nuove scene.
Mi tormenterei invano se volessi esprimere con parole le varie emozioni
che provai viaggiando in un paese a me fino allora sconosciuto, di cui
avevo letto e avevo udito narrare mille cose bizzarre e stravaganti.
Dirò solo che inoltrarsi in un tal paese e spaziare collo sguardo
avidamente da ogni parte; trovare un pascolo continuo alla curiosità
in tutto ciò che cade sott'occhio o giunge all'orecchio; gettare un
oh!! di stupore a ogni tratto, e chiedere ogni momento a' barcaiuoli
or questa or quella cosa; sentire che la mente a poco a poco si dilata
e si rischiara; provarsi ad abbozzare un gruppo di gente che non si sa
ancora a quale tribù appartenga e qual religione professi; sperare di
veder presto la Croce di Cristo trionfar della loro barbarie traendo
seco gloriosa la civiltà; e pensare di descrivere un giorno, o colla
voce o colla stampa, tante cose a chi non le ha mai vedute o sentite...
è davvero il più vivo e il più vario dei diletti umani.
Queste foreste, che accompagnano il fiume a destra e a sinistra, da
_Chartùm_ (15°, 37′) fin presso a _machàdat-Abù-Zèt_ (13º lat. N.), non
s'estendono in larghezza che circa due miglia geografiche, e in gran
parte sono inondate dalle acque del fiume durante la stagione piovosa.
I primi abitanti che si trovano a sud di _Chartùm_ lungo il
_Bàhr-el-Àbiad_ sono gli Arabi _Hossanìeh_, e quindi i _Baggàra_ a
sinistra del fiume, e gli _Abù-Ròf_ a destra tra il 10º e il 14º lat.
N.
Questi, come quasi tutti gli Arabi del _Sudàn_ qua e là dispersi tra
il 10º e il 15º grado, dalle rive del _Senegàl_ sino a quelle del fiume
_Azzurro_, si dicono Arabi d'_Abù-Zèt_.
Ecco quanto ci racconta la tradizione presso tutte le tribù arabe da me
visitate lunghesso i fiumi _Bianco_ ed _Azzurro_, fatta eccezione degli
_Abù-Gerìt_, o _Zabàlat_[1], e di qualche altra piccola tribù di colore
_giallognolo_, la quale venne a stanziarsi nel _Sudàn_ molto più tardi
degli Arabi _Abù-Zèt_.
«In un'epoca posteriore all'egira, e forse allor quando _Amùr_
s'impadroniva dell'Egitto, molte tribù arabe, sotto la condotta
di _Abù-Zèt_ e di altri suoi compagni, abbandonarono la penisola
arabica, e traversato il mar Rosso, probabilmente a _Bab-el-Màndeb_,
per una via ora sconosciuta arrivarono finalmente al fiume _Bianco_
durante la stagione secca. _Abù-Zèt_, essendo le acque molto basse,
camminava lungo il fiume per vedere se c'era un guado; e trovatolo,
passò pel primo alla riva opposta tirando per l'orecchio una delle sue
capre e cercando così di eccitare uomini ed animali a seguirlo; ma
non vi riuscì; niuno s'attentò di traversare il fiume in quel punto
a cui fu dato il nome, che tuttora conserva, di guado della capra
(_machàdat-el-Àns_). _Abù-Zèt_ quindi ruppe il guado, poche ore dopo
di cammino più a nord, in un luogo che presentava minori difficoltà, e
tutti lo seguirono uomini ed armenti. Da quell'epoca il guado prese il
nome di _Abù-Zèt_ (_machàdat-Abù-Zèt_).»
Questi Arabi si diffusero poi per tutto il _Sudàn_. Le tribù arabe del
_Senegàl_, di _Bòrnu_, dell'_Uadày_, del _Dar-Fùr_, gli _Aulàd-Rascìd_
e i _Salamàt_, i _Risekàt_ e i _Benì-Aèlba_, gli _Aulàd-Òmar_ ed altri
non traggono altra origine.
Gli Arabi poi che si stabilirono nel _Kordofàn_ formarono le seguenti
tribù:
I _Kubabìsc_, cioè pastori de' montoni, che compongono la tribù più
importante del _Kordofàn_ e che abitano il paese da _Dòngolah_ fino
a _El-Obèid_. Essi guidano le carovane e noleggiano i loro cammelli
ai _Giallàba_ (mercanti) pel trasporto dell'avorio, del tamarindo e
specie della gomma. Oltre i montoni e i cammelli essi pascono capre in
quantità.
I _Benì-Geràr_, tribù potente di cui la maggior parte abita il
_Dar-Fùr_, gente guerriera e predatrice, temuta dagli stessi
_Kubabìsc_, coi quali è spesso in guerra.
Gli _Hababìn_, tribù formidabile alleata coi _Benì-Geràr_.
I _Megianìn_ e gli _Aulàd-el-Bàhr_ stanziati sulle frontiere del
_Dar-Fùr_.
Gli _Hossanìeh_ (cavalieri), da _hossàn_ == cavallo, tribù assai
povera, accampata, come dissi, a sud di Chartùm a sinistra del
_Bàhr-el-Àbiad_.
I _Baggàra_ (mandriani), da _bàgar_ == bove, i quali sono numerosissimi
e prendono diversi nomi, di _Baggàra-Hauàsma_, _Baggàra-Risekàt_,
_Baggàra-Selèm_ ecc. dal nome di qualche antico e celebre loro capo,
o da qualche loro qualità speciale. Essi abitano a sud, sud-ovest
degli _Hossanìeh_, ed io ebbi occasione di parlare più volte con
loro, specialmente coi _Baggàra-Selèm_, dei quali posso dir qualche
cosa, senza però ripetere quanto scrissi altrove degli Arabi nomadi in
generale[2].
Questi Arabi commerciano coi _Giallàba_ (mercanti) del _Kordofàn_,
ai quali danno avorio, gomma, pezzi di tela di cotone (_damùr_), e
ricevono vecchie piastre d'argento egiziane, che sono la moneta più
ricercata presso gli Arabi.
I _Baggàra-Selèm_ si servono dei bovi per trasportar carichi;
posseggono poche capre e pochissimi cavalli che si procacciano dagli
Arabi nomadi attendati tra i fiumi _Dènder_ e _Azzurro_, intraprendendo
così viaggi assai lunghi e pericolosi. In queste spedizioni essi si
uniscono in numero di trenta o quaranta; traversano il fiume _Bianco_
col mezzo di una zattera, o a nuoto, un po' al sud delle montagne
dei _Dénka_ (_giobàl-ed-Dénka_), presso il 12º lat. N., e per una via
affatto deserta, dopo tre giorni di cammino verso oriente, arrivano al
monte _Gùle_, ove si riposano presso Arabi della stessa loro tribù;
quindi dopo tre giorni ancora passano in barca, o a nuoto, il fiume
_Azzurro_ nelle vicinanze di _Rosères_, e circa al mezzodì del quarto
giorno si trovano nel luogo destinato per la compera dei cavalli, il
cui prezzo oscilla dalle sessanta alle centoquaranta piastre egiziane
(dalle 15 alle 35 lire italiane).
Questi Arabi nutrono i loro cavalli d'erbe, di latte, e talvolta di
burro o di _dùrah_ (mais bianco), e se ne valgono per dar la caccia
agli animali e ai Negri, occupazioni predilette ai _Baggàra Selèm_,
i quali sono tanto codardi a piedi quanto sono arditi e temerari a
cavallo.
Durante la stagione secca, essi abitano tutti presso il fiume, e i
loro casotti si estendono da _machàdat-Abù-Zèt_ verso il sud per circa
sessanta miglia geografiche; ma cominciato il _charìf_ (l'epoca delle
piogge), pochi solamente rimangono sulle rive a custodia dei campi di
_dùrah_ e di _sesàme_; la maggior parte se ne allontana e va errando
da un luogo all'altro in cerca di buoni pascoli pei loro bestiami,
stando però sempre in guardia per non essere sorpresi ed assaliti dagli
_Hauàsma_, i quali muniti di una grossa veste di cotone fatta a maglia,
che a guisa di corazza li difende dal collo fino alle anche, incuton
loro gravi timori. Perciò i _Baggàra-Selèm_ ricercano con premura aste
guarnite di lunghi pezzi di ferro rotondi e puntuti, atti a penetrare
le maglie degli _Hauàsma_.
Gli arabi _Selèm_ nell'estate sono intesi alla caccia e alla preda.
Essi spiano continuamente i Negri _dénka_ che pascono i bestiami
sull'altra riva del fiume; e quando possono congetturare che nessuno
trovasi alla loro custodia, o non veggono che teneri giovinetti,
allora quattro o cinque dei più arditi passano nuotando col cavallo
il fiume, e due o tre s'avventano spietatamente addosso ai giovinetti
e, afferratili pel collo, se li caricano sul cavallo e via; gli altri
inseguono il bestiame che fugge impaurito verso il fiume, ove, non
sapendo trovare altro modo allo scampo, si precipita e cerca di toccar
l'altra riva.
Avviene però talvolta che i _Dénka_, fatti accorti del loro arrivo,
s'imboscano per investire i _Baggàra_ all'improvviso, e riescono a
farli prigionieri. Allora questi vengono al più presto riscattati dai
loro parenti.
Il riscatto di un Arabo prigioniero, sia ricco o povero, costa ai
parenti trenta buoi; mentre i _Dénka_ debbono darne dai quaranta
ai cinquanta per liberare un figlio o una figlia di un Capo, e per
qualunque altro Negro dai dieci ai venti, secondo la sua condizione. I
poveri che non posseggono bestiame non vengono riscattati, e rimangono
proprietà degli Arabi.
Ciò non ostante, i _Baggàra-Selèm_ e i Negri _dénka_ fanno tra loro
mercato, o, come lo chiamano gli Arabi, _El-Sùk_; e sì gli uni che gli
altri si servono delle feluche dei _Scìluk_ per tragittare il fiume e
per trasportare le loro merci.
Presso i _Selèm_ è adottata la circoncisione, la quale viene praticata
sui figliuoli e sulle figliuole; ma essa è tenuta come opera meritoria,
non come obbligazione assoluta.
Uomini e donne hanno i capelli intrecciati; queste però pongono uno
studio maggiore nell'acconciarseli; e pezzetti d'ambra e di corallo,
perline di vetro e cordoncini rossi si veggono qua e là pendenti dare
miglior risalto al nero dei loro capelli, i quali pel vecchio strato
di grasso che li ricopre perdono, osservati da vicino, la grazia ed
eleganza che mostrano veduti di lontano.
Le donne, e specialmente le ragazze, fanno a gara di spalmarsi il corpo
con unguenti odorosi, e tengono in molto pregio gli anelli d'oro che si
pongono per ornamento alle pinne del naso.
Le donne, in generale, sono piccine, ma belle assai; esse amano
oltremodo la danza, che viene regolata da battute di mano e dal suono
di un tamburone.
Questi Arabi sono gelosissimi di tutto ciò che succede nell'interno
delle loro famiglie, delle quali essi non parlano mai. Per la qual cosa
è ignota del tutto al viaggiatore l'intima loro vita.
Il latrocinio è il loro mestiere principale; essi fanno scorrerie nelle
terre vicine dei Negri, raccolti in bande, a cavallo, armati, rubando
quanto possono portare o trascinare, e ammazzando, per precauzione,
quanti incontrano. Ci sono ladri speciali di biade, ladri di bestie
bovine, ladri di fanciulli negri, ladri di mercato. Assaltano a
cavallo per le strade, particolarmente le carovane; e in ciò sono
artisti insuperabili. La loro bravura consiste più nella rapidità
che nell'accortezza, più nel non lasciarsi raggiungere che nel non
lasciarsi vedere. Passano, afferrano e dispaiono senza dar tempo
alla gente di riconoscerli. Sono furti a volo, fulminei, giochi di
prestidigitazione equestre. E in ciò sono maestri persino i giovinetti
di otto anni. Bisogna dire adunque che l'istruzione, che questi
ricevono in argomento nelle loro famiglie, sia incessante, premurosa, e
che incominci assai per tempo. — Povere creature!!
Pare che i _Selèm_ sieno venuti dal sud-ovest del _Dar-Fùr_ da circa
sessant'anni. La maggior parte di essi s'estese lungo la riva sinistra
del fiume _Bianco_, e gli altri errarono per qualche tempo nella
penisola del _Sènnaar_, e s'accamparono finalmente presso il monte
_Gùle_.
La fisionomia dei _Selèm_, come quella di tutti gli Arabi, è di una
mobilità sorprendente; «essi manifestano i loro pensieri coi più rapidi
movimenti degli occhi e della bocca, e traducono le loro parole in
gesti così caratteristici, per dar aiuto, chiarezza e forza ai loro
discorsi, che difficilmente se ne riscontra un simile esempio presso
altre nazioni.»
Di questi loro gesti esprimenti un'azione qualunque, anche senza il
concorso della parola, si potrebbe comporre un dizionario abbastanza
lungo; ma io qui m'accontento di esporre un brevissimo saggio, che
basti a dare un'idea generale del linguaggio mimico da essi praticato.
Dirò adunque che presso gli Arabi del _Sudàn_:
1. L'azione del mangiare si esprime accostando al ventre la mano
diritta aperta e avvicinandola poi subito alla bocca, raccogliendo
le dita della mano stessa intorno al pollice nell'atto che si compie
quest'ultimo movimento.
2. L'azione del bere, chiudendo le tre dita indice, medio e anulare
della mano destra, e tenendo quindi levati il mignolo e il pollice,
coll'unghia del quale si toccano e si ritoccano gl'incisivi della
mascella inferiore.
3. L'azione del dormire, portando la palma ben distesa della mano
diritta contro l'orecchio destro, e piegando un po' la testa da quella
parte.
4. L'azione di montare a cavallo, mettendo la mano destra a cavalcioni
sulla mano sinistra.
5. L'azione di mozzare il capo, strisciando rapidamente il dosso della
mano diritta su pel collo dal di dietro in avanti.
6. L'azione dello sferzare, scotendo dinanzi a sè la mano destra bene
aperta.
7. L'azione del colpire con lancia o spada, imitando i movimenti che
si fanno impugnando queste armi nell'atto che si cerca d'offendere il
nemico.
8. L'azione del pagare in piastre d'argento, stropicciando coll'indice
il pollice della mano diritta, percotendo nello stesso tempo
leggermente coll'unghia di questo la palma della mano sinistra.
9. L'atto di vedere e quello di udire, mettendo l'indice dell'una o
dell'altra mano immediatamente sotto dell'occhio, o verso il meato
uditorio.
10. L'azione di prendere qualche cosa, allontanando un poco la mano
destra aperta e chiudendola nel mentre la si riavvicina al proprio
corpo.
11. L'atto di comprendere, portando l'indice sulla fronte o sulla
tempia.
12. L'atto di consentire, toccando con la mano diritta la fronte, e
inchinando nello stesso tempo un po' il capo.