A. ELIA.

=CAPITOLO I.=

=Garibaldi in America.=

Nato in Ancona il 4 settembre del 1829 e figlio d'un marinaro, Elia

volle fin dalla tenera età di nove anni intraprendere esso pure la

carriera del mare incominciando ad esercitarla da mozzo e percorrendola

tutta, fino a diventare Capitano di lungo corso.

Nei suoi viaggi più volte gli era occorso di entrare in relazione

con patrioti italiani; nei loro discorsi aleggiava già la fulgida

figura di Giuseppe Garibaldi. Si sentivano entusiasmati dal racconto

delle eroiche azioni da lui compiute nell'America del Sud, ne

apprendevano i particolari con avidità e ne facevano prezioso

tesoro. Era tutta un'epopea che vedevano svolgersi intorno all'eroe,

e loro sembravano omeriche gesta quelle compiute in difesa della

piccola repubblica dell'Uraguay invasa dalle truppe del terribile

Rosas, e fra le altre, la campagna del Paranà combattuta da Garibaldi

con tre piccoli legni, male armati, contro tutta la flotta Argentina

comandata dall'Ammiraglio Brown; e particolarmente il combattimento di

Nuova Cava decantato quale uno dei più brillanti fatti navali. La

gloriosa giornata di Sant'Antonio al Salto fu poi quella che illustrò il

nome italiano e rese celebre quello di Garibaldi; combattimento di leoni

che il Generale stesso descrisse così:

«Nella mattina del 18 febbraio 1846 dalle ore 8 alle 9 sortii

dell'accampamento del Salto alla testa di centonovanta legionari

italiani divisi in quattro piccole compagnie e circa duecento cavalieri

comandati dal Colonnello Baez che da pochi giorni si era a noi riunito.

«Costeggiando la sinistra dell'Uraguay un pò prima delle 12 si arrivò

alle alture del Tapevi, fiancheggiato sempre dal nemico che fu tenuto in

soggezione dalle nostre catene di Cacciatori.

«La fanteria prese posizione sotto tettoie di paglia, che altro

vantaggio non ci offrivano fuorchè di ripararci dai cocenti raggi del

sole; la cavalleria si spinse fino al Tapevi in esplorazione. Una

mezz'ora passò senza nessuna dimostrazione ostile per parte del nemico;

ma questo da tempo covava un inganno e ci aveva tratti nell'agguato,

occultando accuratamente le sue forze nei boschi del Tapevi, per trarci

in aperta campagna, cosa che non gli riuscì, causa l'azione della nostra

batteria. La nostra cavalleria, attaccata da forze molto superiori, fu

travolta e messa in fuga, meno pochi che ci raggiunsero. Io arringai con

brevi parole i miei:--«I nemici sono molti, ma per noi sono ancora

pochi--non è vero? Italiani! questo sarà un giorno di gloria pel nostro

paese; non fate fuoco se non a bruciapelo.

«Grandi masse di cavalleria si avanzano su di noi, e per poco ci

lusingammo di avere a fare con la sola cavalleria; ma fummo ben presto

disingannati nel vedere scendere dalla groppa dei cavalli i fanti, ed

ordinarsi in numero di oltre trecento: mille e più erano i cavalieri,

tutti sotto il comando del generale Servando Gomez. Le nostre piccole

compagnie furono ordinate in battaglia sotto le tettoie per trarre

profitto di una scarica generale e caricar quindi alla baionetta; la

cavalleria, ridotta in pochi, si tenne pronta ad agire ove più

occorreva. La fanteria nemica ci assaliva di fronte; la cavalleria ci

prendeva ai fianchi ed alle spalle: ma quando la fanteria fu a trenta

passi da noi, l'accogliemmo con una scarica così concorde ed aggiustata,

che s'arrestò di botto: e poichè anche il suo comandante era caduto da

cavallo lo scompiglio del nemico crebbe a tal segno che noi pensammo di

trarne profitto immediatamente. E ben n'era tempo, perchè anche la

cavalleria ci era sopra e pochi istanti di titubanza ci potevano riuscir

fatali. Con l'esempio e con la voce, ci scagliammo all'attacco della

fanteria impegnando una lotta corpo a corpo che terminò colla quasi

distruzione del nemico. Anche la nostra cavalleria ci giovò in quel

frangente, divergendo da noi parte delle truppe nemiche e caricando

forze dieci volte superiori, quando già stavano per piombare su di noi.

«Distrutta la fanteria restammo padroni del campo; il nemico si ritirò a

rispettosa distanza atterrito dalla nostra difesa. Non abbandonò però il

pensiero di considerarci come cosa sua, e dispose tutta la sua

cavalleria--metà della quale era armata di carabine--all'intorno del

nostro campo, sicuro che la fame e la mancanza di munizioni ci avrebbero

costretti alla resa.

«La nostra posizione era ben critica: scemati di numero, feriti la

maggior parte dei superstiti, circondati da un nemico imponente e

minaccioso, la nostra energia era pressochè esaurita; guai a noi se il

nemico ci avesse attaccati un'altra volta in quel momento.

«In attesa della notte si diede opera a sollevare e curare i feriti.

«Era tanto il terrore del nemico per l'eroismo dei legionari, che i suoi

capi non riuscirono a condurlo ad un secondo attacco.

«Infine venne la desiderata oscurità.

«Ad un miglio circa dal luogo del combattimento eravi il bosco che

costeggia l'Uraguay, porto di salvezza, che l'ignoranza del nemico aveva

lasciato aperto.

«In gran silenzio si formò una piccola colonna--così dice Garibaldi--i

feriti atti a camminare, furono posti nel mezzo, caricati sulle

spalle!... Ad un dato segnale si partì compatti, a passo accelerato,

decisi a tutto; si prese la direzione del bosco passando silenziosi

avanti al nemico, che stupefatto, del nostro ardire ci lasciò libero il

varco, e prima che si fosse riavuto o fosse stato in grado di seguirci

noi avevamo raggiunto il bosco--porto tanto necessario e desiderato.

«Nessuno si sbandò--ubbidienti all'ordine, tutti si gettarono a terra,

distesi in una lunga catena, in attesa del nemico che non si fece

attendere molto. Il suono delle sue trombe ci avvisò del suo

avvicinarsi, e poco stante comparvero i suoi squadroni, che noi,

silenziosi e nascosti, attendemmo fino alla distanza di venti passi per

salutarli con una salva che li colpì nel più fitto, e riuscì micidiale,

tanto da metterli in scompiglio e deciderli a dar volta a briglia

sciolta!

«Soddisfatto il bisogno il più sentito, quello della sete, riprendemmo

la ritirata verso il Salto. A poca distanza dal paese incontrammo il

bravo Anzani, tenente colonnello Comandante la legione italiana, che ci

era venuto incontro per abbracciarci.

«Gli abitanti del paese presero amorevole cura dei nostri feriti. La

nostra perdita ammontò a quarantatre morti--gli altri quasi tutti

feriti; ma le perdite del nemico furono assai gravi, più di cinquecento

fra morti e feriti, e fra i morti diversi ufficiali superiori. Appena si

seppe che la Campagna era libera dal nemico, sortimmo per raccogliere i

corpi dei nostri fratelli per dar loro onorata sepoltura sul terreno ove

caddero valorosamente, pugnando per tenere alto ed onorato il nome

italiano. Una alta Croce colla modesta iscrizione:--_trentasette

italiani morti combattendo l'8 febbraio 1846_--indica il luogo ove quei

valorosi riposano per sempre»!

A questa narrazione fatta da Garibaldi non manca di aggiungere che

l'ordine del giorno col quale egli ringraziò i suoi legionari della

vittoria riportata, e il decreto, con cui la Repubblica Orientale

deliberava ai vincitori di Sant'Antonio imperitura onoranza.

Ecco i due documenti:

Salto 10 febbraio 1846.

Fratelli,

«Avanti ieri ebbe luogo nei Campi di Santo Antonio, a una lega e mezzo

da questa città, il più terribile ed il più glorioso combattimento. Le

quattro compagnie della nostra Legione, e circa cinquanta uomini di

cavalleria rifugiatisi sotto la nostra protezione, non solo si sono

sostenuti contro mille e duecento uomini di Servando Gomez, ma hanno

sbaragliato interamente la fanteria nemica che li assaltò in numero

assai superiore. Il fuoco cominciò a mezzogiorno e durò fino a

mezzanotte; non valsero al nemico le ripetute cariche delle sue masse di

cavalleria, nè gli attacchi dei suoi fucilieri a piedi; senz'altro

riparo che una casupola in rovina coperta di paglia, i legionari hanno

respinto i ripetuti assalti del più accanito dei nemici; io e tutti gli

ufficiali abbiamo fatto da soldati in quel giorno. Anzani che era

rimasto al Salto, ed a cui il nemico aveva intimato la resa della

piazza, rispose colla miccia alle mani e il piè sulla Santa Barbara

della batteria, quantunque lo avessero assicurato che noi tutti eravamo

caduti morti o prigionieri.

«Abbiamo avuto trentasette morti e cinquantatre feriti; tutti gli

ufficiali sono feriti. _Io non darei il mio nome di legionario italiano

per tutto il globo in oro_». Il vostro

_G. Garibaldi._

Ricordi di un garibaldino dal 1847-48 al 1900. vol. I · 第 3 / 29 题