_La Manumissione._
Nell'anno 1160 vivea in Saluzzo un arimanno[1] per nome Berardo della
Quercia, il quale godea da lungo tempo tal grazia del suo signore,
Marchese Manfredo, che sarebbe quasi potuta dirsi amicizia. Berardo,
sfuggendo gli onori della corte e stando ordinariamente nei suoi campi,
venia visitato dal Marchese e consultato sopra molti capi del suo
governo: tanto era noto il retto animo ed il senno di quel buon suddito,
per nobili prove ch'egli spesso ne avea date; e tanto a far pregiare
simili doti giovava la sua singolare modestia.
[1] _Arimanno_ vuol dire _uomo libero_.
Giunse fino ai principii della vecchiaia senza patire gravi sciagure; ma
egli avea partecipato alle altrui, come se fossero sue, e quindi il
cuore non gli si era indurato dalla prosperità. Giovanna sua moglie, di
nascita egualmente umile, ma di spiriti gentili, avealo fatto padre di
più figliuoli. Due soli rimaneano, Eriberto e Rafaella; quello in età di
oltre vent'anni e questa di sedici. Gli altri erano stati mietuti dalle
guerre di Cuneo; villaggio allora di poco antica fondazione, ma che già
prendeva aspetto di città, e tutto composto di ardimentosi, che voleano
vivere a popolo, a guisa di Asti e di altre città italiane.
Il favore del Marchese non redimeva Berardo dal poco pregio, in cui il
più de' Baroni, in cuor loro, teneanlo; perchè semplice arimanno; ed era
anzi cagione che alcuni lo abborrissero.
Fra questi annoveravasi Villigiso, signore di Mozzatorre, uomo prode, ma
d'anima abbietta; il quale abborriva Berardo particolarmente, perchè
questi l'aveva fatto stare a segno, alcuni anni addietro, quando,
trovandosi entrambi ad una festa di nozze campestri, Villigiso s'era
arrogata una famigliarità insolente colla sposa. Il marito erasi adirato
e Villigiso l'avea percosso. Dove Berardo, non solo difese arditamente
que' contadini e costrinse il temerario a ritirarsi; ma accusati quelli
da Villigiso, Berardo sostenne la loro innocenza, e fu cagione che
Manfredo pubblicasse una legge che tutelava sotto gravi pene, i
matrimonii de' villici contro l'audacia de' Baroni. Dopo alcun tempo di
lontananza dalla corte di Saluzzo, Villigiso fu rimesso in grazia; e
benchè trattando poi con Berardo, mostrasse di non serbar memoria dello
smacco ricevuto e desse anzi vista di condannare i proprii torti della
gioventù, pure segretamente abborrivalo e meditava vendetta.
Per mala ventura accadde, che il segretario di Villigiso, frugando in
carte dimenticate da molti anni, trovò un documento, il quale indicava
che Berardo della Quercia avea avuto per avo un servo del barone.
Notavasi che questo servo era fuggito nella gioventù, avendo un bambino
chiamato Iseppo; il quale, per testimonianza di molti, preso il mestiere
dell'armi, era ito a combattere pel sepolcro del Salvatore. Il
segretario poi si ricordò d'avere inteso dire che Berardo fosse
figliuolo d'un crociato, posatosi già vecchio in Saluzzo. Prese maggiori
informazioni, ed accortosi del fatto, il segretario diè di ogni cosa
contezza al barone.
Come prima questi vide il documento ed ebbe esaminate le prove, che
poteansi avere dell'identità del servo fuggito e dell'avo di Berardo,
egli tenne per fermo il suo trionfo di prostrare a' suoi piedi
quest'infelice con tutta la sua famiglia. Mosse dunque con questo
intento a Saluzzo, e palesati i suoi diritti al Marchese, dimandò
giuridicamente il nipote del servo fuggito.
Manfredo era scrupoloso osservatore della giustizia, e non l'avrebbe
violata se anche si fosse trattato del proprio figlio. Egli fece venire
Berardo in giudizio e mostrogli il documento e le testimonianze, questi
confessò d'avere avuto per padre il crociato Iseppo; di che egli fu
posto in balìa di Villigiso. Secondo le leggi di quei tempi, chi
usurpava la libertà o godea libertà usurpata da' suoi maggiori, era
quasi reo d'un furto, e niun potente, senza acquistar fama di tiranno,
avrebbe potuto sottrarlo al dominio del padrone che lo richiedesse. La
scoperta di tali usurpazioni di libertà non era avvenimento raro e se ne
leggono parecchi esempii nella storia di quei tempi. I servi fuggiti
ripatriavano talvolta in vecchiaia, attratti dall'amore del luogo natio,
o dopo di loro ripatriavano i figliuoli, con fiducia d'impunità che non
era sempre irragionevole. Giacchè dove trattasi di cose o persone non
illustri, pochi traslocamenti, pochi intervalli, poche vicende oscure,
sfuggite all'occhio altrui, bastano spesso a fare smarrire la cognizione
dell'origine e a farne attribuire una diversa dalla vera. Tali
ragionamenti avevano ispirato fiducia al crociato Iseppo: e la fiducia
doveva essere naturalmente ancor maggiore in Berardo.
Ecco dunque un'onesta famiglia caduta nell'obbrobrio! Ma se Manfredo,
per non ledere il diritto del barone suo vassallo, avesse abbandonato
l'uomo che egli onorava ed al quale era avvinto da gravi debiti di
gratitudine sarebbe stato un mostro; e tale non era. In Saluzzo, nel suo
territorio, ne' vicini marchesati, non sussurravasi più d'altro che
dell'infelice sorte di Berardo. Il volgo che, durante la sua prosperità,
non ristava dall'invidia e lo malignava, ora non ricordavasi più se non
delle sue virtù e lo compiangea. Di che ai mercati di Saluzzo affluiva
gente dai luoghi vicini e lontani, non tanto per comperare e vendere
quanto per udire se le sventure di Berardo non avessero qualche riparo.
Brulicava di popolo, in uno di tai giorni, la piazza di Saluzzo, e si
udivano da ogni lato frapporsi al grido del prezzo delle merci e alle
altre voci di mercato i nomi di Berardo, di Giovanna, di Rafaella,
d'Eriberto. Centinaia d'oratori di eguale facondia e tutti poco
informati declamavano senza gran fatto sentirsi a vicenda, trasformavano
i desiderii e i presentimenti in realtà, narravano stravaganze, che
nulla avevano che fare con quel fatto, fuorchè nutrire l'universale
cordoglio. Questi veniva contradetto da quello, contendevano,
s'ingiuriavano, ed invocavano per testimonio chi il vicino, che nulla
non sapea di meglio, chi l'astrologo che disceso con gravità dal banco,
s'offriva di dar lume alle parti altercanti. Gl'interrogati decidevano
la questione con nuove congetture e nuove favole, rimanendo ognuno
sempre più all'oscuro di quanto tutti bramavano sapere.
--Berardo è di schiatta libera quanto la mia (urlava uno); e lo calunnia
atrocemente chi lo vuole d'origine vile. Io conobbi suo padre quando
tornò di Terra Santa; il nostro marchese Bonifacio, di gloriosa memoria,
ve l'avea mandato fra gli arimanni capitanati da suo fratello.
--Ed io non dissi essere stato lui ciurma di schiavi (gridava un altro);
bensì che Berardo non sarebbe stato giudicato servo di Villigiso, se ciò
non fosse ben provato.
--Provato un fico! vi dico io. Il Marchese è uomo; e quantunque savio
come suo padre potrebb'essere ingannato.
--Sì! ingannato! Eh! che non si può errare, quando non si tratta di
niente più in là dell'avo di un cristiano. È vero che il crociato generò
qui nella vecchiaia il povero Berardo, e che il crociato era pur nato di
padre vecchio; è vero che questi era fuggito nell'infanzia e che lo
avevano creduto affogato nel Chiusone o nel Pollice, e che niuno ponea
più mente a quella schiatta di servi. Ma quando il diavolo
disseppellisce carte, che per disgrazia, serbano memorie in forza delle
quali una famiglia onesta dee precipitare nella sventura, e quando
l'infallibilità di quelle carte è accertata dai dottori, chi può
dubitare del giudizio che ne viene pronunciato?
--Chi può dubitarne? Io! io che so quai brutti giuochi facciano talora,
non so s'abbia a dire le apparenze, o il diavolo! I registri delle
famiglie de' servi non si possono inventare, lo riconosco; e la
pergamena dissotterrata sarà bella e buona per mostrare quali antenati
abbia avuti il servo che s'affogò, o fuggì. Ma niuna pergamena palesa se
quel servo sia piuttosto fuggito che affogato. Si acquistasse pure
certezza della sua fuga, quasi un secolo dopo, allorchè i vermi
avrebbero potuto mangiarlo venti volte; come volete che si dimostrino i
viaggi da lui fatti, e si sappia che un tale, il quale anco è cenere da
gran tempo, era suo figlio?
Sebbene questi e simili discorsi mostrassero la libertà del popolo nel
discorrere del suo principe; non v'era però germe d'odio contro di lui,
nè la minima diffidenza della sua equità: giacchè il marchesato
(all'eccezione di Cuneo) riposava fedelmente nell'abitudine
dell'obbedienza. Per quanto i mercati fossero romorosi e vi s'agitassero
diversi contrarii pareri, niuna ombra ne prendeva il governante, niun
notevole scandalo ne sorgeva nei governati. Pochi birri moveano su e giù
per la piazza, non solleciti di far badare alla loro presenza, se non
quando avvenissero gare di bastoni e di coltelli o si gridasse: al
ladro!
Infatti, mentre fervea la multiplice conversazione accennata, ecco un
suono di tromba sotto il portico doppio, e tutti volgersi rispettosi a
quella parte. Un banditore facea sventolare la bandiera marchionale per
intimare silenzio; e già niuno più zittiva. Tornò a sonare la tromba
prolungamente, e tutti giubilarono, perocchè quel segno annunziava la
discesa del Sire dal castello e qualche provvedimento che egli venisse a
dare al cospetto del popolo.
Il portico doppio era un palazzo presentante due ordini d'arcate l'una
sull'altra. Giunti dal castello il Marchese, la Marchesa, il loro figlio
e numerosa comitiva, salirono sull'arcata superiore, e s'assisero nei
proprii seggi, a vista di tutto il popolo. Qual fu la generale
maraviglia quando, dopo aver fissato gli occhi sui personaggi seduti, si
potè discernere, in un folto gruppo d'uomini e donne del seguito che
stavano in piedi l'infelice Berardo, la moglie ed i figli.
--Come lassù? che vuolsi far di loro? Guardatelo là quel valentuomo! non
umile più di prima, perchè era già tanto! non vergognoso, perchè e qual
colpa ha egli commessa? non corrucciato, perchè chi mai amò al pari di
lui il prossimo, compresi i nemici? E la buona Giovanna! E
quell'angelica creatura di Rafaella? Ed Eriberto?
Queste ed altre esclamazioni, levatesi a un tratto da tanti petti,
suonarono per l'aria, con quella specie di vibrazione che, agli orecchi
degli uomini esperti di tali scene, indica animi commossi da affetti
penosi, ma benevoli. Perocchè i bisbigli della moltitudine, sebbene
composti di sillabe indistinte, hanno come la voce d'una persona
individua, diversi caratteri, secondo la diversa passione che li
suscita. Berardo capì; e levò gli occhi al Cielo. Le due donne capirono
parimente, e nulla espressero all'altrui guardo, ma sotto i loro veli
una segreta lagrima accompagnò l'atto di grazie che offrivano a Dio.
Il banditore ripigliò la tromba, e fe' di nuovo il cenno del silenzio.
Allora Guglielmo di Manta, notaio del palazzo, s'accostò alla ringhiera
con ampia carta in mano e lesse in quel grossissimo latino, che allora
tutti intendevano, quanto segue:
«Nell'anno dell'incarnazione del Signore mille cento sessanta, terzo
delle calende di Giugno, indizione eccetera. Io Manfredo, figlio del fu
Marchese Bonifacio di buona memoria, dissi, presente ai presenti;
Berardo della Quercia essendo stato generato da Iseppo, il quale fu
generato da Antonio il quale era servo de' signori di Mozzatorre, come
consta dal documento prodotto, ecc. ed esaminato, ecc. ecc. e dalla
confessione di Berardo medesimo......
--Dalla confessione di Berardo medesimo! mormorò il popolo, con istupore
e pietà.
Il notaio, udendo quel romore agitò in aria la carta; il banditore
ripetè il cenno, e la piazza tornò ad ammutolire.
Ma troppo molesto sarebbe al lettore l'udire tutto intero il capolavoro
di Guglielmo di Manta. Que' che l'udirono dalla sua bocca erano più
pazienti di noi; e nondimeno lo interruppero tratto tratto con sbadigli,
per isfogare così l'ingenito bisogno di varietà che è nell'uomo. In quel
documento diceasi dunque che Berardo e tutta la sua famiglia, essendo
servi del Sire Villigiso di Mozzatorre, questi era stato richiesto dal
Marchese di venderglieli, e che l'accordo era seguito, mediante la
cessione che Manfredo facea a Villigiso d'alcuni campi e di parecchi
diritti colla giunta della somma di trecento genuine.
Manfredo inoltre dichiarava che l'acquistato servo Berardo gli s'era in
molte occasioni mostrato zelante della sua gloria e pieno di sapienza; e
che perciò esso Manfredo non volea, coll'opprimere sì degno uomo,
meritarsi la dannazione eterna. Quindi proseguiva: «Io vostro signore, o
Berardo, o Giovanna moglie sua, ed Eriberto e Rafaella figli loro, e
tutta la futura discendenza di Berardo, mosso da benevolenza e da
debito, statuisco essere voi _liberos et absolutos iuxta legem ab omni
vinculo servitutis_; e statuisco esservi conceduto, in grazia della
vostra libertà, ogni acquisto vostro, tanto per quel che avete, quanto
per quel che potrete avere, ecc., e che _sicut cives romani_ abbiate le
porte aperte, ecc., _et licentiam eundi et abitandi ea parte mundi qua
volueritis_. Infine, o mio Berardo e voi famiglia di questo giusto, _ad
recordationem huius libertatis et amoris mei, concedimus vobis tres
petias terrae iuris nostri......_ Vi concediamo tre pezzi di terra di
nostro diritto, confinante coi campi che già possedete lungo il Po, ecc.
_Prima petia habet sex iornatas optimas ad celoyram_[2]. La prima pezza
contiene sei giornate ottime per l'aratro, e va dal fiume fino
all'antico Olmo detto di Carlomagno, seguendo ivi il ruscello, ecc. la
seconda contiene sei giornate di bosco, ecc., e la terza due di vigna.»
[2] _Stoira_ dicesi ancora oggidì dai Piemontesi l'aratro.
Non occorre narrare che alle parole: _Statuisco esser voi liberi_, il
popolo fece tanto schiamazzo, che bisognò ricorrere alla tromba ed alla
bandiera. Ma l'efficacia della tromba e della bandiera mal poteano
reprimere i Viva Manfredo! Viva il nostro buon signore! Convenne al
notaio rassegnarsi, e leggere quindi innanzi a brani ed a saltelli, ne'
piccioli intervalli, in cui il popolo avea la compiacenza di ascoltare.
Finita la lettura, il Marchese discese dal seggio per firmare
l'istromento, Berardo poi, con tutta la sua famiglia, essendosi avanzato
per onorarlo, quegli non permise la genuflessione e li condusse verso la
Marchesa, la quale alzatasi abbracciò amorevolmente le due donne.
Sottoscrisse pure, nascondendo i suoi fremiti, Villigiso, e firmaronsi
come testimonii i seguenti fratelli di Manfredo: Guglielmo di Busca,
Anselmo di Ceva, Bonifacio di Cortemiglia, Enrico di Savona, Oddone
Boverio di Loreto. Ultimo firmossi il notaio _Willelmus de Manta_.
I _viva_ allora non ebbero più freno. Dalle botteghe, da' poggiuoli,
dalle finestre, tutti coloro che aveano qualche tromba, o flauto, o
piffero, o piva, o liuto, o tamburo, o campanella, si diedero
spietatamente a suonare. Per alcuni minuti fu una musica infernale;
finchè tutto quell'orribile caos si mutò, a poco a poco, in un certo
ordine non ingrato; perocchè ogni sonatore s'accordò al generale
prorompere della volgarissima canzone, con cui soleasi dalla moltitudine
far plauso ai suoi signori.
Laus et honor Manfrido de Vasto,
Filio quondam
Bonifacii;
Che vuol leve sul popolo il basto.
Onde portans
Domnum carum
Trotti e ragghi di gioia e d'amor.
Quoniam, quando il bastone ed il basto
Cruciant pellem,
Cruciant ossa,
L'infelice dall'omero guasto
Male ragghiat,
Malo trottat,
E il bussante rovescia talor.
Intanto che il rozzo inno dilettava o assordava gli orecchi, il
drappello signorile con tutto il seguito calò al basso, e con istento
avviossi alla chiesa di S. Chiaffredo, fendendo a mala pena la calca.
Entrati tutti in chiesa, e locatisi nei banchi, uscì un Sacerdote a
celebrar Messa. Il Vangelo dicea la guarigione dell'infermo che non
potea gettarsi nell'acqua salutare di Betsaida, quando l'Angelo del
Signore scendea ad agitarla. Voltosi allora il Sacerdote agli astanti
predicò: «Era forse l'infermo di Betsaida così bruttato d'iniquità, che
non meritasse di venire aiutato da alcuno? Anzi è da credere che fosse
giusto; giacchè Dio vedendolo abbandonato da tutti gli uomini, mosse
egli stesso per consolarlo e guarirlo. Miseri i potenti che non
ascoltano la voce di Dio, la quale grida in tutte le umane coscienze:
abbi rispetto alla sventura! perchè è il patrimonio di Adamo e de' suoi
figli! Ma a noi, o Saluzzesi, toccò un potente che dobbiamo benedire. Il
suo maggiore desiderio è d'adoperarsi a vantaggio degli oppressi. Il
fulmine caduto sulla onesta casa di Berardo, non gli fe' crollare il
capo e dire: È giudizio di Dio! Egli abbassò il capo con dolore e disse:
Qual è il giudizio di Dio su di me? Ed intese che il giudizio di Dio
era: Soccorri all'afflitto! E gli soccorse; e quelli che erano
precipitati senza colpa nella servitù, vennero redenti: i meritevoli
d'onore, vennero onorati...» eccetera, eccetera.
Terminata la Messa, Manfredo confermò dinanzi all'altare le manumissioni
de' servi, in questo modo. Li fece passare dalla mano di Villigiso a
quella d'altr'uomo libero e dalla mano di questo a quella d'un terzo,
poi dalla mano d'un terzo alla propria. Egli condusse allora la graziata
famiglia alla porta della chiesa, e disse, accennando le diverse vie
della piazza: «Berardo, Giovanna, Eriberto, Rafaella, io vi ho statuiti
liberi: ecco le vie che conducono ai quattro venti; avete potestà di
andare ovunque v'aggradi». Berardo tornò all'altare dicendo: «La nostra
prima via sarà quella che conduce al Padre delle misericordie». Ivi il
Marchese, e la Marchesa e il loro figlio parteciparono coi servi
liberati al mistico pane, che affratella tutti i credenti.
Non occorre che descriviamo la rabbia di Villigiso. Straniero ad ogni
generosità, non previde che il marchese gli avrebbe chiesto in grazia la
vendita de' servi, affine di manometterli. Ora questa richiesta gli era
stata fatta in presenza di dame e di cavalieri, al cui parere, egli
ricusandola, sarebbe stato villano, inoltre, come vassallo ch'egli era
bisognoso di protezione, niuna onorevole proposta del suo signore
avrebbe avuto ardire di respingere.
Splendido convito fu dato nel castello per sì lieto avvenimento: le sale
erano addobbate di magnifici arazzi e di serti di fiori. Ma la sala
delle mense era decorata specialmente di un fregio carissimo in que'
secoli guerrieri, cioè di copiosa collezione d'armi parte acquistate in
antiche o recenti vittorie, parte comperate per lusso. Ad ogni desco due
sole persone sedeano, e ciascuna di queste coppie era servita da un
siniscalco e da un paggetto riccamente vestiti. Il primo desco era
quello del principe e della signora; il secondo era quello del loro
figlio con una zia, seguivano i rimanenti zii, e zie, poi altri maggiori
personaggi, infine Berardo e Giovanna, Eriberto e Rafaella. In altra
desinavano parecchi ufficiali del castello; ed ivi traevano a reficiarsi
i trovadori e i giocolieri negl'intervalli, in che alternamente
ristavano dal trastullare il festino signorile con suoni e canti e
mirabili destrezze d'ogni sorta.
Ai deschi illustri regnava quella spontanea famigliarità che facilmente
si genera fra pari, e fra i nobili e signori era allora condita
d'eleganza più poetica che non fra i volgari. I poco esperti, come
Eriberto e Rafaella, stupivano il bello di tali maniere, e
s'abbandonavano, con silenzioso compiacimento, a considerarlo e
gustarlo. Anche si maravigliavano di certa indefinibile dissonanza, che
appariva ogni volta che i cavalieri e le dame volgeano la cortese parola
agli ultimi due deschi. La parola era cortese; parea la medesima
cortesia che usavano dame e cavalieri fra loro; eppure non era. Ma
Berardo non istupiva gran fatto nè al poetico, nè al dissonante delle
due cortesie; le quali egli conoscea da lungo tempo. Mentre con
disinvolta riverenza rispondea alle graziose proposte de' maggiori, o
con affetto coniugale e paterno rallegrava i tre volti a lui più cari,
nascondea il cruccio che prova ogni uomo irreprensibile e veggente ne'
cuori umani, che sa di essere odiato e sprezzato ne' giudizi secreti di
più d'uno che gli sorride. Nè ignorava come i cosiffatti avessero
approffittato de' suoi giorni d'umiliazione per deprimerlo
proditoriamente con vili calunnie.
Finito il pranzo, le mense furono tolte e nella medesima sala, che era
la più grande del castello, uno stuolo di gente travestita rappresentò
con gesto e cantò un'istoria non meno commovente che amena, nella quale
si voleva alludere da lontano alla superata sventura di Berardo; ma
volendo meglio salvare ogni decenza, il personaggio che ritraevalo
significava un giovane longobardo, fatto prigione da' soldati del
glorioso re Carlomagno. Supponevasi che molte menzogne fossero state
scagliate da' maligni contro l'infelice; il quale non essendogli dato
rintuzzarle, dal fondo del suo carcere cantava, in altre parole, questo
lamento.
Cadde sopra il mio capo una sventura.
E il suo nome era: Fulmin di Regnante
E anni di ferro in atra sepoltura.
Ed io non dissi il flagel tuo pesante
Più che non merto; e il verme lacerato
Baciò l'impronta di tue sacre piante.
Ma un altro ne scagliasti; e fu chiamato
Stral di calunnia, e allor, gran Dio, perdona,
Se di te querelossi il dementato.
Ed esclamai:--Non è Dio che tuona
Su dalle sfere? E come va, gridai,
Ch'Ei vede il giusto oppresso, e l'abbandona!--
Empio era il grido; ma crudele assai
Più di carcere e morte è la ferita
Ch'ultima venne, e se mertata, il sai.
Dato preda a carnefici, ogni aita
Volsi dell'intelletto, onde immolata
Non fosse con la mia d'altri la vita:
E fra tutte una! E a questa era legata
L'anima mia con quanti dolci nodi
Amistà far potesse inviölata.
Se mai speranze, se promesse o frodi
Corruppero il mio cuore, al porto eterno
Ch'io mai della salute non approdi!
Or qual fu quello spirito d'inferno
Che, a miei dì più incolpati invidiando,
Sacri all'odio li volle ed allo scherno?
E per quale incantesimo esecrando
Color, che già m'amaro, all'empia voce
Gentilezza e pudor misero in bando,
E sitibondi alla calunnia atroce
Posero il labbro, e poichè furono empiuti,
La riversar con ebbrezza feroce?
Spietati! e non doveano incerti e muti
Almeno starsi, o chiedere ove indici
Fossersi in me di codardia veduti?
E i giorni miei più lieti e più infelici
Risposto avriano:--Ei non fu mai codardo!--
Nè smentirli poteano i miei nemici.
Or chi lo stigma raderà bugiardo,
Onde al mondo segnato è il nome mio?
Chi mi svelle dal cor l'infame dardo?
Ah! dalle nubi odo risponder:--Io!--
Ma quando, o sommo giudice? Deh, affretta,
Sì che a me più non maledica il pio;
E l'amico fuggito alla vendetta
Dell'aspro fato, e i figli a lui rapiti
Sappian qual di me son parte diletta;
E il padre mio e la madre, incanutiti
Per me nel pianto, alzin la fronte ancora;
Chè i lor capei non fur da me avviliti
Nè il saran mai, per quanto oppresso io mora.
I versi erano in qualche armonia co' pensieri di Berardo; sebbene
diverse dalle calunnie, che corrucciavano il giovane Longobardo, fossero
quelle che egli sentia pesare sopra di sè. Villigiso se n'accorse;
perocchè vide gli occhi di Berardo ardere di magnanimo sdegno, mirando
parecchi de' circostanti, e più se medesimo; e quelle occhiate lo
conturbavano e gli crescevano l'odio.
La rappresentazione mostrò poscia il giovane, uscito di carcere e
ritornato fra' suoi cari, ove, dimenticate le offese de' maledici, cantò
un inno di consolazione.
Tutta la favola piacque assaissimo, particolarmente alle donne, delle
quali la più intenerita era Rafaella. Ma la sua commozione nasceva dalle
tristi peripezie del finto Longobardo, o dal fascino che spargeasi
dall'arpa, dalla voce e dal ciglio del trovadore, che vestia quella
parte? Sua madre la mirò e impallidì. Anche il padre ed il fratello la
mirarono, ma nulla scorsero: chè solo a pupille di madre non isfuggono i
segreti delle dilette figliuole.
La brigata finalmente si sciolse. Tutte le balze e le valli saluzzesi si
rallegrarono per due giorni della buona sorte di Berardo, per
ricominciare al terzo ad eccheggiare di nuovo delle inevitabili
mormorazioni dell'invidia, che non perdona ad alcun felice.