Così sono trascorse quasi quattro settimane, nelle quali Pasquale non
è rimasto colle mani in mano: subito nei primi giorni inquietato dalle
intimazioni di Maurizio, s’è recato dal giudice del mandamento, il
quale gli ha detto che avuto riguardo all’infermità della contessina,
questa poteva rimanere al castello fino a guarigione finita ed
occuparvi due stanze; ma l’ha consigliato a rimettere tutto il resto
senz’indugio, perchè il contegno della contessina non avesse l’aria di
una _detenzione abusiva_.
Veduto poi che il male si dileguava, si diè attorno per trovar di
allogare la contessina; non sapendo s’ella avesse parenti ne ha scritto
ad un vecchio cavaliere, amico della contessa, che molto tempo prima
veniva tutti gli anni ad Ormeto a farle una visita. L’amico ha risposto
così evasivamente che de’ parenti, che potessero alla contessina venire
direttamente in aiuto, non ne conosceva; che unico partito conveniente
per lei sarebbe quello di entrare nel _Ritiro delle vedove e nubili_,
sulla collina di Torino, _luogo decente e arioso_; che se la contessina
voleva, ne avrebbe parlato al marchese Pamparato per farvela ricevere,
che anzi la consigliava di scriverne ella stessa al marchese.
Intanto Maurizio ha installati al castello nelle stanze del piano
terreno due famiglie d’inquillini, quattro creature sue; e da parecchi
giorni quattro paia d’occhi e altrettanti d’orecchi si danno la muta
nel vegliare sugli interessi del proprietario. Pasquale è fuori dei
gangheri, egli brontola tutto il giorno e lancia moccoli contro tutti
quei della _cascina_, non escluso il dottor Giulio di cui, a dir il
vero, egli comincia ad aver piene le tasche.
Un bel giorno entra nelle stanze della contessina dopo una visita
piuttosto lunghetta di Giulio, e, sempre coll’usato rispetto, ma con
piglio di visibil malumore, domanda:
— Cosa dice di bello il _medichino_?
Maria risponde sorridendo:
— Curioso! mi dice tante belle cose.
Pasquale si lascia sfuggire un gesto dispettoso, ma subito si pente e
rimane afflitto, mortificato.
Maria gli viene accanto, e postagli una mano sulla spalla, gli dice
carezzevole:
— Suvvia, hai da dirmi qualche cosa: dilla; tu sai che qualunque cosa
sia detta da te non può spiacermi.
Pasquale la guarda intenerito e con rispetto.
— Cos’hai da dirmi?
— Io sono uomo grossolano, ma comunque sia ho le mie opinioni; e non
so capire cosa voglia il _medichino_. Io dico che il meglio di tutto
sarebbe ch’egli s’intromettesse per liberarla da questi cani, per farla
rispettare, egli che lo può, e poi le dicesse:
— «Stia qui finchè non ha trovato un posto dove andare...»
Maria gli pone la mano sulla bocca e dice in fretta:
— Zitto, zitto, se lo potesse l’avrebbe fatto.
E soggiunge:
— Egli non sa nulla.
— Come? viene due volte al giorno e non vede cosa si fa lì abbasso?
Coloro là non sono forse suoi dipendenti? non li conosce? Dica
piuttosto...
— Cosa?
— Che... anche lui è della famiglia.
— Oh! Egli è stato così buono con me...
— Anche gli _altri_ sono buoni; buoni a tutto... fuorchè a far del
bene...
La contessina non è persuasa, ma le parole di quell’uomo affezionato la
scuotono dolorosamente.
Pasquale continua:
— Se sapesse come la conosco io quella razza lì; quando fanno bella
ciera è quando ne studiano qualcuna delle più triste; essi non sono
come noi, non parlano per farsi capire ma per non lasciarsi capire.
Maria dice con qualche amarezza:
— Insomma, di’ subito che non sei contento che il dottore venga a
vedermi...
— Oh, lei è padrona di fare quel che vuole.
— Ma tu non sei contento... io lo vedo; e, senti, io voglio fare tutto
quello che mi dici... sai bene che voglio ascoltarti in tutto... Perchè
non mi consigli... non mi dici schietto il tuo parere?... Guarda; per
farti piacere, il dottore non voglio più vederlo.
Così dicendo si volta dall’altra parte, s’allontana e va a sedersi
nella poltrona accanto al camino.
Dopo qualche minuto ripiglia:
— Ma di’, come si fa, quando viene, a mandarlo via?
Pasquale non sa cosa rispondere.
— Finchè sono qui in casa sua, per questi pochi dì che ci devo
rimanere, non posso chiudergli l’uscio in faccia, non è vero? non
posso.
— No... — mastica Pasquale fra i denti.
La contessina s’alza vivamente, s’avvicina di nuovo a lui.
— Bisogna ch’io continui a riceverlo; ma, senti: tutte le volte che
viene tu starai qui a farmi compagnia; sì, sì, lo voglio.
Pasquale fa qualche ritrosia e poi si lascia persuadere; non avrebbe
mai osato proporre una cosa simile; l’avrebbe creduta un’irriverenza
bella e buona verso la contessina; ma, poichè lei lo vuole, questo fa
piacere anche a lui. Egli accetta di buon grado questa nuova funzione e
comincia subito nella sera stessa. Quando viene il dottore dopo cena,
egli rimane là in un canto, silenzioso, riverente, ma immobile, duro
come una pietra.
La contessina Maria accoglie il dottore con un fare contegnoso che
non è tutto volontario; i discorsi cadono più presto del solito, e il
dottore se ne va di buon’ora.
Lo stesso avviene all’indomani mattina; Giulio s’inquieta, pare
accorgersi di qualche cosa, e la sera non si fa vedere.
Pasquale fa di tutto per intrattenere la contessina, che è molto
distratta e di malumore.
Il giorno dopo uno degl’inquilini del pian terreno, con pretesto di
venir a cercar Pasquale, penetra fin nella camera della contessina;
uscito di là, egli se ne va difilato da Maurizio a dirgli che la
signorina è alzata, sta benissimo e che la storia della malattia è una
famosa carota tallita.
Maurizio fa _in conformità a questa cognizione_ i suoi _passi_ per
costringere la signorina a sloggiare.
Nello stesso tempo arriva una lettera del vecchio cavaliere, colla
data di due giorni prima; egli scrive «che ha parlato al marchese di
P***, il quale si mostrò favorevolissimo alla sua preghiera, e gli ha
detto che la contessina può considerarsi come accettata nel ritiro;
che però non si tratta più che di sapere il giorno in cui potrà
essere presentata e che a questo effetto egli ha per l’indomani un
appuntamento col marchese. La contessina si tenesse dunque pronta a
partire quando che sia.»
Questa buona notizia non fu accolta da Maria con troppa gioia, e anche
Pasquale, che l’aspettava con tanta ansietà, pensando alla partenza
della contessina, finisce per non provarne tutta la soddisfazione che
credeva.
— Però è una cosa questa, — dice all’ultimo, ed è un comando ch’egli dà
alla sua ragione di persuadere il suo cuore.
Il dottore non venne neppure quel giorno.
La mattina di poi egli manda alla contessina un bel canestro di
moscatella sana e ghiotta quanto mai.
Maria ne va in solluchero e ne fa una gran festa, tanto che non
s’accorge di Pasquale che è entrato in quel punto e che colla sua ciera
stravolta fa un singolare contrasto con lei.
Il poveretto ha ricevuto anche lui allora allora un regalo, anzi due.
Il primo da parte di Maurizio, e glie l’ha portato l’usciere della
giudicatura; è un regolare diffidamento _in forma_ per la contessina di
_sgombrare, evacuare, dismettere i locali da lei occupati direttamente
o per mediata persona, e ciò subito o almeno entro il termine di due
giorni_ dall’intimazione, sotto _le comminatorie legali per la forzata
dismessione e pene conseguenti_.
L’altro regalo è una lettera da Torino, che porge alla contessina
dicendo:
— Vediamo questa.
È ancora del cavaliere; due sole righe:
«Mi recai oggi dall’Ill. marchese di Pamparato; trovai che era
partito improvvisamente da ieri per Parigi, dove rimane per qualche
tempo. Perciò non c’è altro da fare per ora che aspettare il suo
ritorno.