I quali gocciolano giù ad uno ad uno entro la cascina, nel tinello dove
sta raccolta la famiglia.
Il vecchio _particolare_ Giacomo Bellardi della _trena_, che accasciato
in un seggiolone di noce ricoperto di cuoio sonnecchia sui suoi
ottantasette anni, dondola in cadenza il fiocco del berrettino nero.
Un giovane sul fior dell’età, d’aspetto e di abiti civili, che legge i
giornali a un capo della tavola: Giulio Bellardi, nipote in linea retta
del _particolare_. Egli ha lasciato lo stabilimento di Acquasana, di
cui è direttore, e prima di ritirarsi a Torino, ove dimora, è venuto a
passare alcuni giorni nella casa dei _vecchi_.
All’altro capo, la vecchia Martina, fantesca della casa, che fa la
calza.
Seduto sullo scalino della stufa un omiciattolo, un figuro nero,
tozzo, tarchiato, in camiciotto di maglia lordo di mosto, col suo bravo
cappellaccio in testa e una pipa di gesso fra i denti.
La Martina interrompe la calza, tende l’orecchio, corruga la fronte
e, come un orologio a cui si dà lo scatto, comincia a borbottare un
_deprofundis_.
L’uomo della pipa se la leva di bocca, guarda Martina, e con uno strano
sorriso domanda:
— È per lei?
— _Fiant aures tuae intendentes in vocem deprecationis meae_... sì.
— Oh stavolta il diavolo avrà il fatto suo, se ella non lo corbella.
— _Speravit anima mea in Domino_, — ha corbellato voi!...
— Peste! È qui Giacomo che fu troppo buono...
— E voi? bisognerebbe che avesse avuto a fare con me, la signora! —
_Quia apud Dominum misericordia_...
— Se anche foste stata voi...
— _Et nunc et semper et in secula seculorum. Amen_... borbotta Martina;
poi si leva gli occhiali e soggiunge con calma:
— Se fossi stata io quando Giacomo comprò da quello spiantato
del contino il castello, avrei posto per condizione che la madre
rinunziasse al suo usufrutto.
— E se questa non voleva?
— Eh! bastava tener duro; avrebbe voluto. Ma voi e Giacomo avevate una
così gran furia...
— Sfido, c’era sotto il contratto anche il signor Tavella.
— Sì, per pigliar la roba a credito. Andate là; avete fatta una gran
zappa. Almeno vi foste assicurati dei mobili!
— Oh, quanto a questi... non è uscito di là dentro un filo solo. Ho
fatto buona guardia, io!
— Ah, buon cristiano! Altro che il filo e la tela! son andati le
tovaglie di Fiandra, che ce n’erano dieci servizi; e le lenzuole
quindici dozzine, tutte di quattro tele, nuove da far invidia... eppoi
se ne è consumata ben più assai della roba... Maurizio, mettete un
altro ceppo nella stufa.
Maurizio obbedisce premurosamente, e poi con il suo solito sorriso
ripiglia a dire:
— Ma se si doveva lasciare che se ne servisse quella strega... che cosa
volevate fare?
Martina gli volge un’occhiata di compassione e risponde:
— Se si doveva lasciare che se ne servisse, ecco io avrei detto: —
Lei se ne servirà dei mobili, sì, ma prima si farà l’estimo e lei darà
qualcuno di sicurtà che sia buono alla fine di risponderne. Eh? ve l’ho
da insegnar io il modo? A voi che vi chiamano il _Volpone_? E lo siete
in quel che vi riguarda.
Maurizio sputacchia sui tizzoni e china il capo sotto il rimprovero di
Martina.
Ma questa non si accontenta di tal muto riconoscimento della propria
superiorità, e ripiglia:
— Ho ragione sì e no?
Maurizio fa una smorfia come per inghiottire qualcosa che gli scotta la
lingua, e poi con crescente condiscendenza risponde:
— Per dio, voi non dite mica male: ma chi allora pensava avesse a durar
più la gatta del micino? Se voi me l’aveste detto...
— Allora non ero nulla qua dentro; erano in tanti a comandare!...
— Eh! lo so! Però chi la pensava giusto eravate voi.
Mentre essi parlano a mezza voce, il vecchio continua a sonnecchiare e
il dottore rimane assorto nella sua lettura.
Il fuoco divampa e scoppietta allegramente nella stufa. L’_Imperatore_
che sta sulla colonnetta dell’orologio, un _Primo Console_, che in
una litografia del muro a sinistra è disperato di non poter passare
il ponte d’Arcole, un altro _Napoleone_ in faccia che è stufo di star
seduto sopra una nuvola di cotone portata da due aquile, contemplano
quella scena e sembrano impazienti di scender giù a scaldarsi anche
loro.
Dopo una mezz’ora la campanella della chiesa squilla ancora più
lugubremente.
— St? uno, due, — dice Martina, — è la _passata_, — è morta.
Maurizio cessa a un tratto di sorridere e di parlare.
Il dottore Giulio interrompe la lettura e domanda:
— Chi è morto?
— La contessa! risponde Martina, che sta già recitando il _requiem_.
Questa volta Maurizio non l’interrompe più.
— Povera donna! esclama il dottore ripiegando il giornale.
Il vecchio si sveglia di soprassalto e brontola:
— Ah!... finalmente... è morta... la vecchia!
Poi — cosa fa? — si alza barcollando, appoggiandosi al muro va ad un
canterano, lo apre, ne leva un involto di carte.
Tutti lo guardano sorpresi. — Sembra uno scheletro gigante vestito alla
foggia ridicola del secolo passato.
Egli ritorna barcollante al suo seggiolone, vi si lascia cadere, e,
slegato l’involto con mano tremante, si pone a scartabellarlo.
Pare che non riesca a trovare quel che vuole, perchè s’impazienta e
borbotta.
Allora il dottore gli viene accanto, e gli chiede:
— Nonno, cosa cercate?
— Un in...stro...mento.
— Aspettate, lo cercherò io. Ditemi qual è.
E il dottore prende il fascio di carte e si siede accanto al vecchio.
— Leggi...
Il dottore comincia dal primo che gli viene sottomano. — _An huitième
de la république: liberté, égalité_, ecc. — È in francese, traduco: —
«Rinunzia fatta dal cittadino Raimondo d’Ormeto al cittadino Giacomo
Bellardi di un diritto di passaggio nell’aia di quest’ultimo. Per lire
ottocento. — Non è mica questo?
— No.
— «1809 — 19 marzo. Cessione per lire seicento... L’illustrissimo
signor conte Raimondo d’Ormeto cede al qui presente ed accettante
Bellardi Giacomo il diritto di comunione del bastione prospiciente la
costui casa con facoltà di fabbricarvi contro.» — C’è unita una procura
con la data di Cagliari in Sardegna.
— Già... il sor... conte... era scapato col re in Sardegna... cedeva...
per procura.
— Era agli sgoccioli, — osserva Maurizio.
— Continua, — dice Giacomo al nipote.
— Questi cosa sono? Atti di lite. — Atto di citazione innanzi alla
prefettura d’Asti... l’anno 1816, addì 25 aprile. L’illustrissimo
signor conte rappresenta come il Bellardi abbia demolito il bastione
comune per tutta la lunghezza prospiciente la di lui casa... ecc.
ecc....» Seguono molte comparse, ordinanze, e qui c’è la sentenza: —
«La prefettura condanna Giacomo Bellardi a ricostruire il bastione e
nelle spese.» — Era dunque vero?
— Eh! eh! guarda... — dice ghignando il nonno, — lì c’è l’atto
d’appello al Senato.
— Sì, colla data del 9 giugno 1821... e con quella del 15 gennaio 1826
la sentenza del Senato di Torino... il quale... «ritenuto in fatto che
dal complesso delle prove presentate a suffragio dell’attrice domanda
non risulta un criterio di convinzione sufficiente, ecc.... ecc.... e
che però si deve nel dubbio ritenere che il bastione sia rovinato per
incuria di entrambe le parti... annulla la sentenza della Prefettura e
dichiara tenute le parti a ricostruirlo a spese comuni, — spese per tre
quarti a carico del conte di Ormeto e per il resto compensate.»
— Ah! non era vera la pretesa demolizione di cui vi si imputava, —
esclamò il dottore, lanciando un lungo respiro di soddisfazione.
— Non avevano le prove! — dice Maurizio con una smorfia beffarda; — il
dottore lo guarda inquieto, e pare volerlo interrogare, ma s’astiene.
— Egli continua ad esaminare le carte.
— Segue un atto di precetto per rimborso di spese giudiziali nella
somma totale di lire 7776, e poi una corrispondente iscrizione
ipotecaria sul podere di Ronco.
— E questa cos’è, una nuova lite? — «Denunzia di una nuova opera alla
data del 3 luglio 1835, promossa nell’interesse del minore Rinaldo
d’Ormeto.»
— Ah questo, glielo dirò io, perchè appunto in quell’anno io
incominciai a fare gli affari di suo nonno, — dice Maurizio. — Il
bastione, per cui si era tanto litigato, non fu mai ricostruito perchè
ci volevano denari, e lassù cominciavano a discendere la china: le
acque scolando dal giardino del conte allagavano l’aia; suo nonno
fece più volte sollecitare il vecchio conte, ma senza frutto: poi
egli lo fece avvertire che lo avrebbe ricostrutto a sue spese, ma che
intendeva che la proprietà del muro nuovo restasse, come era giusto,
tutta sua. — Lui, il conte a questa proposta voleva ammazzarci tutti:
urlava, bestemmiava; un giorno venne sulla ripa del terrapieno con lo
schioppo... è vero, Giacomo?
— Già, ei voleva sotterrarci, — risponde Giacomo.
— Ed è un pezzo che l’abbiamo sotterrato lui. Un bel dì quella
carogna andò ai vermi: allora il suo nonno fece spazzare la frana del
terrapieno, e in tre settimane fece alzare un bel portico, proprio qui,
dove poi si fecero queste stanze.
— E i signori d’Ormeto? — chiese il dottore.
— Per un anno e mezzo restarono zitti; il vecchio conte aveva lasciato
ai suoi eredi molta superbia e molti imbrogli; dopo, la vedova, la
contessa Cristina, ora buon’anima, fece quella denuncia che lei
ha in mano, ma la fabbrica era finita, e il giudice cantò chiaro
al procuratore che in _possessorio_ avevano torto, e che dovevano
rivolgersi in _petitorio_ per l’indennizzo.
— Cos’è sto pasticcio _possessorio_ o _petitorio_? — domanda il dottore.
— Ah, lei non capisce. Ecco: sono due cose differenti, come in un
coltello la lama ed il manico; chi abbranca la lama ci si taglia,
ma chi impugna il manico arriva a tagliare. In definitiva, nel caso
nostro, vuol dire che uno ad opera incompiuta può aver torto, ma a cose
finite ha ragione o quasi.
Il dottore guarda Maurizio cogli occhi spalancati. Maurizio continua:
— Non avendo mezzi di ricominciare la causa innanzi al tribunale,
si fece una transazione giudiziale, — guardi che la troverà, — una
transazione per la quale quei del castello cedevano a suo nonno
il terreno in cui erasi fabbricato il portico, e in compenso egli
condonava al minore diverse annate di interessi che gli si dovevano per
il credito ipotecario sul Ronco, che ha già veduto.
Il dottore rimane un po’ sopra pensiero, ma il vecchio gli fa cenno
di proseguire: egli prende di malavoglia un’altra carta e dice: — «29
ottobre 1837, Torino: — vendita a termine di riscatto per tre anni
fatta dal conte Rinaldo a Giacomo Bellardi.»
— È questo, nonno, l’instrumento che cercate?
Il vecchio fa segno di no.
— Ah! questo fu un bell’affare, — sclama Maurizio; — Martina, vi pare
che allora abbia fatto il vantaggio di Giacomo? eh? il podere del
Ronco; 35 giornate di terreno, e che terreno! servirebbe a concimare
l’altro, tutto per sole lire 10,000 di cui 8,000 già pagate per
l’ipoteca che avevamo messo su quei fondi.
— Ma come? non hanno pensato a riscattarlo?
— Ci hanno pensato, ma tardi: il figlio aveva venduto, la madre non
sapeva nulla e il figlio non si curava di nulla; egli badava a batter
moneta di quanto poteva, pur di scialarla a Torino, a Parigi; a
lasciare un po’ di lana ad ogni rovo. Spiravano quasi i tre anni e la
contessa, avvertita da quel birbo del notaio, mi fa chiamare, dicendo
che vuol riscattare il podere: io rispondo che è padrona ma, peste! mi
rincresceva di lasciar scappare quel boccone, e a voi, Giacomo?
— Per... Diana...
— Mancavano due giorni appena al termine, quando la vecchia mi fa dire
di passar dal notaio per combinare l’istrumento; io ci vado colla
procura di suo nonno: per la contessa c’era Falabrino, il fattore.
Costui tira fuori il danaro; tante pezze di Genova, e fin d’allora di
queste pezze ce n’erano già delle calanti. Io rispondo che quel danaro
non lo voglio; che Giacomo aveva date al figlio tante _savoie_, che
tante _savoie_ si debbono restituire. Il notaio allora s’intromette
e mi chiede se, fatta una certa riduzione... non so se di quattro o
cinque soldi per pezza, io acconsentiva a prendere le pezze di Genova.
Batti, e ribatti, io mi lascio persuadere a questo. Ma il Falabrino
dice che non può far la riduzione senza parlare colla padrona; che in
quel modo anche gli mancherebbe del danaro per la somma convenuta e
mi chiede una dilazione di un giorno; io gli dico che vada al castello
subito, che torni fra mezz’ora, che io non intendevo essere menato per
il naso. Egli esce: io aspetto mezz’ora, poi esco di là, e me ne vo in
campagna, alla Vallia, dove facevo atterrare delle piante. Il Falabrino
viene a cercarmi nel pomeriggio, non mi trova e non trova neppure
Giacomo che era andato ad Asti. Mi spediscono un ragazzo a chiamarmi,
ma io rispondo che poichè avevano aspettato fino allora aspettassero
ancora fino al domani mattina, che neanch’io volevo far contratto
senza prima parlare a Giacomo. La sera, tornato a casa, mi dicono che
il Falabrino se n’era andato su tutte le furie ed era tornato indietro
gridando che con noi contratti alla buona non se ne farebbero più, che
egli farebbe all’indomani deposito in mano al notaio, che la testa dura
l’aveva anche lui e che noi avremmo pagate le spese. Sì, dico io, fra
me, voi volete giuocare di corna e ve le romperemo ah! ah!...
— Questo deposito l’hanno poi fatto? — interrompe con voce malferma il
dottore.
— Volevano farlo al domani; ma bisognava che ce ne avessero prima
regolarmente notificato il tempo ed il luogo.
— Non l’hanno fatto?
— No, perchè per tutto quel dì l’usciere della giudicatura rimase fuori
del paese: era andato a fare per conto mio una citazione fin sulle fini
di Mombarone e non tornò che la sera dopo l’avemaria. Il domani non era
più tempo per nulla e il Ronco era guadagnato.
Il giovane dà un’occhiata al _factotum_ di suo nonno: gli occhi
di costui esprimono una maliziosa soddisfazione, le labbra strette
mostrano un uomo contento del fatto suo.
Il dottore piega l’istrumento che, durante il racconto di Maurizio,
ha tenuto in mano; ne cade una carta d’un caratterino ingarbugliato:
la prende e ci trova scritto: — «Io Rinaldo conte d’Ormeto dichiaro
innanzi a questi testimonii ed affermo d’essere maggiore d’età. In fede
mi sono sottoscritto.»
— A cosa serviva questa dichiarazione?
— Ah! ecco: quando il contino vendette il Ronco non aveva che vent’anni
ed era minore d’età.
— Era minore!... ma allora non era necessario il riscatto: essi
potevano impugnare la vendita _di nullità_.
— Sì, — dice Giacomo, — ma... io... avrei accusato il contino... di
truffa...
— Perchè? — chiede il dottore.
— Per quella carta lì che lei tiene in mano, nella quale egli
dichiarava una cosa falsa, — risponde Maurizio.
Il giovane li guarda entrambi attonito: egli impallidisce, la mano gli
trema.
Dopo qualche momento di stupore egli fa scorrere gli altri documenti:
ne legge i titoli frettoloso, come avesse paura di ricevere altre
spiegazioni.
Passa così sovra due o tre altri contratti intercessi fra la sua
famiglia e quella d’Ormeto. Il vecchio gli dice ogni volta: — avanti!
Giunge finalmente all’ultima carta: è l’atto col quale il conte
Rinaldo, nel 1848, ha venduto al Bellardi tutte le sostanze paterne che
gli rimanevano, compreso il castello; riservato, s’intende, l’usufrutto
del quarto, che spettava, per legge, alla contessa madre.
— Leggi la descrizione dei mobili, — dice il nonno.
— C’è unita infatti una lista di mobili, il cui uso rimaneva alla
contessa, stanza per stanza.
— Dim...mi quelli del salotto... ot..tago...nale.
— Quattro grandi arazzi di Francia... un _trumeau_... dodici sedie...
quattro canapè coperti di damasco... due grandi specchi con cornice
dorata... una scansia... un tappeto di Fiandra... una lumiera di vetro
di Boemia... sei doppieri di bronzo dorato... cortine di velluto con
frangie d’oro.
— Ah!... li ve...dremo, — esclama il vecchio, — e il suo volto manda
raggi di contentezza, di gioia quasi infantile. — Li... vedremo...
Egli scambia qualche parola con Maurizio.
Il dottore sembra assorto in dolorose riflessioni. Egli si scuote, poi
dice:
— Dunque tutto il castello è vostro...
Il vecchio fa cenno di sì.
— Fin d’ora...
Il vecchio si frega le mani.
— E a lei... alla contessina cosa resta?
Maurizio si stringe nelle spalle.
— La dote della madre?
— Ah... ah!... un bel paio d’occhi neri! la madre era una _operante di
teatro_... non aveva nulla.
— La dote della nonna?
— Eh!... in questi ultimi dieci anni se l’è consumata la vecchia per
vivere.
— Dunque... non ha più nulla.
— Eh... no.
Il vecchio s’alza e Maurizio l’accompagna a letto.
— Domani... voglio... andarci... voglio...
Anche la Martina s’alza, si ritira per svestire, secondo il solito,
il vecchio Giacomo; nella quale bisogna è sempre aiutata da Maurizio,
benchè questo servigio sia dalla Martina accolto colla maggior
scortesia e ricambiato d’ingratitudine.
Il dottore è ricaduto nella sua meditazione... egli rimane solo col
mucchio di carte spiegate davanti... Le fissa dolorosamente, per
forza... pensa a tante cose... alla sua famiglia alla sua origine,
all’umiltà sua d’una volta, alla sua ricchezza ora così imponente...
Egli n’era orgoglioso come del frutto di un lungo ed onesto lavoro: di
una tradizionale temperanza... i suoi vecchi gli erano sempre apparsi
come rispettabili e venerande figure: come eroi dello Smiles. — E
adesso?...
La loro storia eccola là innanzi a lui tutta quanta: in caratteri
indelebili... infami!...
Dopo mezz’ora Maurizio ritorna nel tinello, si adagia tranquillamente
nel seggiolone lasciato vuoto dal vecchio, e, riaccesa la pipa,
contempla Giulio con aria di chi vorrebbe riappiccare il discorso. Egli
non intende rinunziare alla seconda parte della sua serata, nella quale
si trattiene a parlare col dottore di quel che si fa _per il mondo_;
in quell’ore egli si degna concedere la sua indulgente attenzione alle
bagattelle della politica: a Palmerston, a Metternich, a Russel, a
Napoleone III; commisera Cavour e deplora da tre anni la spedizione
di Crimea; trova che nel municipio d’Ormeto sotto l’amministrazione
di Giacomo, di cui gl’avversari dell’altro partito dicono ch’egli
è vice-sindaco, ed egli li lascia dire, gli affari vanno meglio che
dappertutto e andrebbero come un orologio se non fossero gli inciampi
della costituzione (lo Statuto del 47) che egli si compiace di chiamare
_costipazione_. Le scuole sopratutto sono da dieci anni il suo rovello.
— Cosa pretendono insegnarci a noi? — egli esclama sovente; — i nostri
interessi li sappiamo. Un maestruccolo che guadagna quattrocento lire
l’anno vuol insegnarci a far di conto!
Maurizio si consola pensando che quello stato di cose assolutamente non
può durare.
L’altre volte il dottore si sfiatava per fargli un po’ di lezione,
ed entrava con lui in lunghe discussioni a tu per tu sulle questioni
politiche del giorno.
Quella sera invece delle novelle gli dice asciutto:
— Andiamo a dormire.
Maurizio lo guarda stupito, poi senza scomporsi batte la pipa sulla
pietra della stufa, ne scuote le ceneri, e, tratto un cartoccio di
tabacco, si pone a riempirla riprendendo con tutta calma:
— A che cosa serve la fretta? a domattina ci arriveremo tutti insieme
alla stessa ora.
E dopo una breve pausa domanda:
— E cosa dice la gazzetta?
Il dottore sembra non sentire: egli tace qualche minuto poi ad un
tratto dice:
— Da quanti anni eri qui quando morì mio padre?
— Da quasi sette.
— Che uomo era?
— Ah! il sor notaio era uomo che sapeva il suo conto... ma non quanto
Giacomo... non era avveduto come lui... era più molle... negli affari
non aveva il suo spirito...
— Ah! meno male, — mormora il dottore a mezza voce.
— Però con quei del castello sapeva tener duro; quando morì il conte
vecchio, fu lui che consigliò di spingere innanzi il portico; egli
sapeva che il _possessorio_... stava dalla nostra. Una volta... egli
era amico del giudice, aveva delle protezioni dalle braccia lunghe ed a
quei signori gliene ha fatte ingoiare delle belle... Una volta...
Il dottore s’alza a questo punto e interrompe il racconto incominciato,
dicendo:
— Non hai sonno, tu? Io sì... buona notte, — e scappa frettoloso dalla
stanza... Ma pare che il sonno egli lo perdesse nel salire le scale,
perchè passeggiò agitato per la stanza fino a notte molto inoltrata.