III.

I quali gocciolano giù ad uno ad uno entro la cascina, nel tinello dove

sta raccolta la famiglia.

Il vecchio _particolare_ Giacomo Bellardi della _trena_, che accasciato

in un seggiolone di noce ricoperto di cuoio sonnecchia sui suoi

ottantasette anni, dondola in cadenza il fiocco del berrettino nero.

Un giovane sul fior dell’età, d’aspetto e di abiti civili, che legge i

giornali a un capo della tavola: Giulio Bellardi, nipote in linea retta

del _particolare_. Egli ha lasciato lo stabilimento di Acquasana, di

cui è direttore, e prima di ritirarsi a Torino, ove dimora, è venuto a

passare alcuni giorni nella casa dei _vecchi_.

All’altro capo, la vecchia Martina, fantesca della casa, che fa la

calza.

Seduto sullo scalino della stufa un omiciattolo, un figuro nero,

tozzo, tarchiato, in camiciotto di maglia lordo di mosto, col suo bravo

cappellaccio in testa e una pipa di gesso fra i denti.

La Martina interrompe la calza, tende l’orecchio, corruga la fronte

e, come un orologio a cui si dà lo scatto, comincia a borbottare un

_deprofundis_.

L’uomo della pipa se la leva di bocca, guarda Martina, e con uno strano

sorriso domanda:

— È per lei?

— _Fiant aures tuae intendentes in vocem deprecationis meae_... sì.

— Oh stavolta il diavolo avrà il fatto suo, se ella non lo corbella.

— _Speravit anima mea in Domino_, — ha corbellato voi!...

— Peste! È qui Giacomo che fu troppo buono...

— E voi? bisognerebbe che avesse avuto a fare con me, la signora! —

_Quia apud Dominum misericordia_...

— Se anche foste stata voi...

— _Et nunc et semper et in secula seculorum. Amen_... borbotta Martina;

poi si leva gli occhiali e soggiunge con calma:

— Se fossi stata io quando Giacomo comprò da quello spiantato

del contino il castello, avrei posto per condizione che la madre

rinunziasse al suo usufrutto.

— E se questa non voleva?

— Eh! bastava tener duro; avrebbe voluto. Ma voi e Giacomo avevate una

così gran furia...

— Sfido, c’era sotto il contratto anche il signor Tavella.

— Sì, per pigliar la roba a credito. Andate là; avete fatta una gran

zappa. Almeno vi foste assicurati dei mobili!

— Oh, quanto a questi... non è uscito di là dentro un filo solo. Ho

fatto buona guardia, io!

— Ah, buon cristiano! Altro che il filo e la tela! son andati le

tovaglie di Fiandra, che ce n’erano dieci servizi; e le lenzuole

quindici dozzine, tutte di quattro tele, nuove da far invidia... eppoi

se ne è consumata ben più assai della roba... Maurizio, mettete un

altro ceppo nella stufa.

Maurizio obbedisce premurosamente, e poi con il suo solito sorriso

ripiglia a dire:

— Ma se si doveva lasciare che se ne servisse quella strega... che cosa

volevate fare?

Martina gli volge un’occhiata di compassione e risponde:

— Se si doveva lasciare che se ne servisse, ecco io avrei detto: —

Lei se ne servirà dei mobili, sì, ma prima si farà l’estimo e lei darà

qualcuno di sicurtà che sia buono alla fine di risponderne. Eh? ve l’ho

da insegnar io il modo? A voi che vi chiamano il _Volpone_? E lo siete

in quel che vi riguarda.

Maurizio sputacchia sui tizzoni e china il capo sotto il rimprovero di

Martina.

Ma questa non si accontenta di tal muto riconoscimento della propria

superiorità, e ripiglia:

— Ho ragione sì e no?

Maurizio fa una smorfia come per inghiottire qualcosa che gli scotta la

lingua, e poi con crescente condiscendenza risponde:

— Per dio, voi non dite mica male: ma chi allora pensava avesse a durar

più la gatta del micino? Se voi me l’aveste detto...

— Allora non ero nulla qua dentro; erano in tanti a comandare!...

— Eh! lo so! Però chi la pensava giusto eravate voi.

Mentre essi parlano a mezza voce, il vecchio continua a sonnecchiare e

il dottore rimane assorto nella sua lettura.

Il fuoco divampa e scoppietta allegramente nella stufa. L’_Imperatore_

che sta sulla colonnetta dell’orologio, un _Primo Console_, che in

una litografia del muro a sinistra è disperato di non poter passare

il ponte d’Arcole, un altro _Napoleone_ in faccia che è stufo di star

seduto sopra una nuvola di cotone portata da due aquile, contemplano

quella scena e sembrano impazienti di scender giù a scaldarsi anche

loro.

Dopo una mezz’ora la campanella della chiesa squilla ancora più

lugubremente.

— St? uno, due, — dice Martina, — è la _passata_, — è morta.

Maurizio cessa a un tratto di sorridere e di parlare.

Il dottore Giulio interrompe la lettura e domanda:

— Chi è morto?

— La contessa! risponde Martina, che sta già recitando il _requiem_.

Questa volta Maurizio non l’interrompe più.

— Povera donna! esclama il dottore ripiegando il giornale.

Il vecchio si sveglia di soprassalto e brontola:

— Ah!... finalmente... è morta... la vecchia!

Poi — cosa fa? — si alza barcollando, appoggiandosi al muro va ad un

canterano, lo apre, ne leva un involto di carte.

Tutti lo guardano sorpresi. — Sembra uno scheletro gigante vestito alla

foggia ridicola del secolo passato.

Egli ritorna barcollante al suo seggiolone, vi si lascia cadere, e,

slegato l’involto con mano tremante, si pone a scartabellarlo.

Pare che non riesca a trovare quel che vuole, perchè s’impazienta e

borbotta.

Allora il dottore gli viene accanto, e gli chiede:

— Nonno, cosa cercate?

— Un in...stro...mento.

— Aspettate, lo cercherò io. Ditemi qual è.

E il dottore prende il fascio di carte e si siede accanto al vecchio.

— Leggi...

Il dottore comincia dal primo che gli viene sottomano. — _An huitième

de la république: liberté, égalité_, ecc. — È in francese, traduco: —

«Rinunzia fatta dal cittadino Raimondo d’Ormeto al cittadino Giacomo

Bellardi di un diritto di passaggio nell’aia di quest’ultimo. Per lire

ottocento. — Non è mica questo?

— No.

— «1809 — 19 marzo. Cessione per lire seicento... L’illustrissimo

signor conte Raimondo d’Ormeto cede al qui presente ed accettante

Bellardi Giacomo il diritto di comunione del bastione prospiciente la

costui casa con facoltà di fabbricarvi contro.» — C’è unita una procura

con la data di Cagliari in Sardegna.

— Già... il sor... conte... era scapato col re in Sardegna... cedeva...

per procura.

— Era agli sgoccioli, — osserva Maurizio.

— Continua, — dice Giacomo al nipote.

— Questi cosa sono? Atti di lite. — Atto di citazione innanzi alla

prefettura d’Asti... l’anno 1816, addì 25 aprile. L’illustrissimo

signor conte rappresenta come il Bellardi abbia demolito il bastione

comune per tutta la lunghezza prospiciente la di lui casa... ecc.

ecc....» Seguono molte comparse, ordinanze, e qui c’è la sentenza: —

«La prefettura condanna Giacomo Bellardi a ricostruire il bastione e

nelle spese.» — Era dunque vero?

— Eh! eh! guarda... — dice ghignando il nonno, — lì c’è l’atto

d’appello al Senato.

— Sì, colla data del 9 giugno 1821... e con quella del 15 gennaio 1826

la sentenza del Senato di Torino... il quale... «ritenuto in fatto che

dal complesso delle prove presentate a suffragio dell’attrice domanda

non risulta un criterio di convinzione sufficiente, ecc.... ecc.... e

che però si deve nel dubbio ritenere che il bastione sia rovinato per

incuria di entrambe le parti... annulla la sentenza della Prefettura e

dichiara tenute le parti a ricostruirlo a spese comuni, — spese per tre

quarti a carico del conte di Ormeto e per il resto compensate.»

— Ah! non era vera la pretesa demolizione di cui vi si imputava, —

esclamò il dottore, lanciando un lungo respiro di soddisfazione.

— Non avevano le prove! — dice Maurizio con una smorfia beffarda; — il

dottore lo guarda inquieto, e pare volerlo interrogare, ma s’astiene.

— Egli continua ad esaminare le carte.

— Segue un atto di precetto per rimborso di spese giudiziali nella

somma totale di lire 7776, e poi una corrispondente iscrizione

ipotecaria sul podere di Ronco.

— E questa cos’è, una nuova lite? — «Denunzia di una nuova opera alla

data del 3 luglio 1835, promossa nell’interesse del minore Rinaldo

d’Ormeto.»

— Ah questo, glielo dirò io, perchè appunto in quell’anno io

incominciai a fare gli affari di suo nonno, — dice Maurizio. — Il

bastione, per cui si era tanto litigato, non fu mai ricostruito perchè

ci volevano denari, e lassù cominciavano a discendere la china: le

acque scolando dal giardino del conte allagavano l’aia; suo nonno

fece più volte sollecitare il vecchio conte, ma senza frutto: poi

egli lo fece avvertire che lo avrebbe ricostrutto a sue spese, ma che

intendeva che la proprietà del muro nuovo restasse, come era giusto,

tutta sua. — Lui, il conte a questa proposta voleva ammazzarci tutti:

urlava, bestemmiava; un giorno venne sulla ripa del terrapieno con lo

schioppo... è vero, Giacomo?

— Già, ei voleva sotterrarci, — risponde Giacomo.

— Ed è un pezzo che l’abbiamo sotterrato lui. Un bel dì quella

carogna andò ai vermi: allora il suo nonno fece spazzare la frana del

terrapieno, e in tre settimane fece alzare un bel portico, proprio qui,

dove poi si fecero queste stanze.

— E i signori d’Ormeto? — chiese il dottore.

— Per un anno e mezzo restarono zitti; il vecchio conte aveva lasciato

ai suoi eredi molta superbia e molti imbrogli; dopo, la vedova, la

contessa Cristina, ora buon’anima, fece quella denuncia che lei

ha in mano, ma la fabbrica era finita, e il giudice cantò chiaro

al procuratore che in _possessorio_ avevano torto, e che dovevano

rivolgersi in _petitorio_ per l’indennizzo.

— Cos’è sto pasticcio _possessorio_ o _petitorio_? — domanda il dottore.

— Ah, lei non capisce. Ecco: sono due cose differenti, come in un

coltello la lama ed il manico; chi abbranca la lama ci si taglia,

ma chi impugna il manico arriva a tagliare. In definitiva, nel caso

nostro, vuol dire che uno ad opera incompiuta può aver torto, ma a cose

finite ha ragione o quasi.

Il dottore guarda Maurizio cogli occhi spalancati. Maurizio continua:

— Non avendo mezzi di ricominciare la causa innanzi al tribunale,

si fece una transazione giudiziale, — guardi che la troverà, — una

transazione per la quale quei del castello cedevano a suo nonno

il terreno in cui erasi fabbricato il portico, e in compenso egli

condonava al minore diverse annate di interessi che gli si dovevano per

il credito ipotecario sul Ronco, che ha già veduto.

Il dottore rimane un po’ sopra pensiero, ma il vecchio gli fa cenno

di proseguire: egli prende di malavoglia un’altra carta e dice: — «29

ottobre 1837, Torino: — vendita a termine di riscatto per tre anni

fatta dal conte Rinaldo a Giacomo Bellardi.»

— È questo, nonno, l’instrumento che cercate?

Il vecchio fa segno di no.

— Ah! questo fu un bell’affare, — sclama Maurizio; — Martina, vi pare

che allora abbia fatto il vantaggio di Giacomo? eh? il podere del

Ronco; 35 giornate di terreno, e che terreno! servirebbe a concimare

l’altro, tutto per sole lire 10,000 di cui 8,000 già pagate per

l’ipoteca che avevamo messo su quei fondi.

— Ma come? non hanno pensato a riscattarlo?

— Ci hanno pensato, ma tardi: il figlio aveva venduto, la madre non

sapeva nulla e il figlio non si curava di nulla; egli badava a batter

moneta di quanto poteva, pur di scialarla a Torino, a Parigi; a

lasciare un po’ di lana ad ogni rovo. Spiravano quasi i tre anni e la

contessa, avvertita da quel birbo del notaio, mi fa chiamare, dicendo

che vuol riscattare il podere: io rispondo che è padrona ma, peste! mi

rincresceva di lasciar scappare quel boccone, e a voi, Giacomo?

— Per... Diana...

— Mancavano due giorni appena al termine, quando la vecchia mi fa dire

di passar dal notaio per combinare l’istrumento; io ci vado colla

procura di suo nonno: per la contessa c’era Falabrino, il fattore.

Costui tira fuori il danaro; tante pezze di Genova, e fin d’allora di

queste pezze ce n’erano già delle calanti. Io rispondo che quel danaro

non lo voglio; che Giacomo aveva date al figlio tante _savoie_, che

tante _savoie_ si debbono restituire. Il notaio allora s’intromette

e mi chiede se, fatta una certa riduzione... non so se di quattro o

cinque soldi per pezza, io acconsentiva a prendere le pezze di Genova.

Batti, e ribatti, io mi lascio persuadere a questo. Ma il Falabrino

dice che non può far la riduzione senza parlare colla padrona; che in

quel modo anche gli mancherebbe del danaro per la somma convenuta e

mi chiede una dilazione di un giorno; io gli dico che vada al castello

subito, che torni fra mezz’ora, che io non intendevo essere menato per

il naso. Egli esce: io aspetto mezz’ora, poi esco di là, e me ne vo in

campagna, alla Vallia, dove facevo atterrare delle piante. Il Falabrino

viene a cercarmi nel pomeriggio, non mi trova e non trova neppure

Giacomo che era andato ad Asti. Mi spediscono un ragazzo a chiamarmi,

ma io rispondo che poichè avevano aspettato fino allora aspettassero

ancora fino al domani mattina, che neanch’io volevo far contratto

senza prima parlare a Giacomo. La sera, tornato a casa, mi dicono che

il Falabrino se n’era andato su tutte le furie ed era tornato indietro

gridando che con noi contratti alla buona non se ne farebbero più, che

egli farebbe all’indomani deposito in mano al notaio, che la testa dura

l’aveva anche lui e che noi avremmo pagate le spese. Sì, dico io, fra

me, voi volete giuocare di corna e ve le romperemo ah! ah!...

— Questo deposito l’hanno poi fatto? — interrompe con voce malferma il

dottore.

— Volevano farlo al domani; ma bisognava che ce ne avessero prima

regolarmente notificato il tempo ed il luogo.

— Non l’hanno fatto?

— No, perchè per tutto quel dì l’usciere della giudicatura rimase fuori

del paese: era andato a fare per conto mio una citazione fin sulle fini

di Mombarone e non tornò che la sera dopo l’avemaria. Il domani non era

più tempo per nulla e il Ronco era guadagnato.

Il giovane dà un’occhiata al _factotum_ di suo nonno: gli occhi

di costui esprimono una maliziosa soddisfazione, le labbra strette

mostrano un uomo contento del fatto suo.

Il dottore piega l’istrumento che, durante il racconto di Maurizio,

ha tenuto in mano; ne cade una carta d’un caratterino ingarbugliato:

la prende e ci trova scritto: — «Io Rinaldo conte d’Ormeto dichiaro

innanzi a questi testimonii ed affermo d’essere maggiore d’età. In fede

mi sono sottoscritto.»

— A cosa serviva questa dichiarazione?

— Ah! ecco: quando il contino vendette il Ronco non aveva che vent’anni

ed era minore d’età.

— Era minore!... ma allora non era necessario il riscatto: essi

potevano impugnare la vendita _di nullità_.

— Sì, — dice Giacomo, — ma... io... avrei accusato il contino... di

truffa...

— Perchè? — chiede il dottore.

— Per quella carta lì che lei tiene in mano, nella quale egli

dichiarava una cosa falsa, — risponde Maurizio.

Il giovane li guarda entrambi attonito: egli impallidisce, la mano gli

trema.

Dopo qualche momento di stupore egli fa scorrere gli altri documenti:

ne legge i titoli frettoloso, come avesse paura di ricevere altre

spiegazioni.

Passa così sovra due o tre altri contratti intercessi fra la sua

famiglia e quella d’Ormeto. Il vecchio gli dice ogni volta: — avanti!

Giunge finalmente all’ultima carta: è l’atto col quale il conte

Rinaldo, nel 1848, ha venduto al Bellardi tutte le sostanze paterne che

gli rimanevano, compreso il castello; riservato, s’intende, l’usufrutto

del quarto, che spettava, per legge, alla contessa madre.

— Leggi la descrizione dei mobili, — dice il nonno.

— C’è unita infatti una lista di mobili, il cui uso rimaneva alla

contessa, stanza per stanza.

— Dim...mi quelli del salotto... ot..tago...nale.

— Quattro grandi arazzi di Francia... un _trumeau_... dodici sedie...

quattro canapè coperti di damasco... due grandi specchi con cornice

dorata... una scansia... un tappeto di Fiandra... una lumiera di vetro

di Boemia... sei doppieri di bronzo dorato... cortine di velluto con

frangie d’oro.

— Ah!... li ve...dremo, — esclama il vecchio, — e il suo volto manda

raggi di contentezza, di gioia quasi infantile. — Li... vedremo...

Egli scambia qualche parola con Maurizio.

Il dottore sembra assorto in dolorose riflessioni. Egli si scuote, poi

dice:

— Dunque tutto il castello è vostro...

Il vecchio fa cenno di sì.

— Fin d’ora...

Il vecchio si frega le mani.

— E a lei... alla contessina cosa resta?

Maurizio si stringe nelle spalle.

— La dote della madre?

— Ah... ah!... un bel paio d’occhi neri! la madre era una _operante di

teatro_... non aveva nulla.

— La dote della nonna?

— Eh!... in questi ultimi dieci anni se l’è consumata la vecchia per

vivere.

— Dunque... non ha più nulla.

— Eh... no.

Il vecchio s’alza e Maurizio l’accompagna a letto.

— Domani... voglio... andarci... voglio...

Anche la Martina s’alza, si ritira per svestire, secondo il solito,

il vecchio Giacomo; nella quale bisogna è sempre aiutata da Maurizio,

benchè questo servigio sia dalla Martina accolto colla maggior

scortesia e ricambiato d’ingratitudine.

Il dottore è ricaduto nella sua meditazione... egli rimane solo col

mucchio di carte spiegate davanti... Le fissa dolorosamente, per

forza... pensa a tante cose... alla sua famiglia alla sua origine,

all’umiltà sua d’una volta, alla sua ricchezza ora così imponente...

Egli n’era orgoglioso come del frutto di un lungo ed onesto lavoro: di

una tradizionale temperanza... i suoi vecchi gli erano sempre apparsi

come rispettabili e venerande figure: come eroi dello Smiles. — E

adesso?...

La loro storia eccola là innanzi a lui tutta quanta: in caratteri

indelebili... infami!...

Dopo mezz’ora Maurizio ritorna nel tinello, si adagia tranquillamente

nel seggiolone lasciato vuoto dal vecchio, e, riaccesa la pipa,

contempla Giulio con aria di chi vorrebbe riappiccare il discorso. Egli

non intende rinunziare alla seconda parte della sua serata, nella quale

si trattiene a parlare col dottore di quel che si fa _per il mondo_;

in quell’ore egli si degna concedere la sua indulgente attenzione alle

bagattelle della politica: a Palmerston, a Metternich, a Russel, a

Napoleone III; commisera Cavour e deplora da tre anni la spedizione

di Crimea; trova che nel municipio d’Ormeto sotto l’amministrazione

di Giacomo, di cui gl’avversari dell’altro partito dicono ch’egli

è vice-sindaco, ed egli li lascia dire, gli affari vanno meglio che

dappertutto e andrebbero come un orologio se non fossero gli inciampi

della costituzione (lo Statuto del 47) che egli si compiace di chiamare

_costipazione_. Le scuole sopratutto sono da dieci anni il suo rovello.

— Cosa pretendono insegnarci a noi? — egli esclama sovente; — i nostri

interessi li sappiamo. Un maestruccolo che guadagna quattrocento lire

l’anno vuol insegnarci a far di conto!

Maurizio si consola pensando che quello stato di cose assolutamente non

può durare.

L’altre volte il dottore si sfiatava per fargli un po’ di lezione,

ed entrava con lui in lunghe discussioni a tu per tu sulle questioni

politiche del giorno.

Quella sera invece delle novelle gli dice asciutto:

— Andiamo a dormire.

Maurizio lo guarda stupito, poi senza scomporsi batte la pipa sulla

pietra della stufa, ne scuote le ceneri, e, tratto un cartoccio di

tabacco, si pone a riempirla riprendendo con tutta calma:

— A che cosa serve la fretta? a domattina ci arriveremo tutti insieme

alla stessa ora.

E dopo una breve pausa domanda:

— E cosa dice la gazzetta?

Il dottore sembra non sentire: egli tace qualche minuto poi ad un

tratto dice:

— Da quanti anni eri qui quando morì mio padre?

— Da quasi sette.

— Che uomo era?

— Ah! il sor notaio era uomo che sapeva il suo conto... ma non quanto

Giacomo... non era avveduto come lui... era più molle... negli affari

non aveva il suo spirito...

— Ah! meno male, — mormora il dottore a mezza voce.

— Però con quei del castello sapeva tener duro; quando morì il conte

vecchio, fu lui che consigliò di spingere innanzi il portico; egli

sapeva che il _possessorio_... stava dalla nostra. Una volta... egli

era amico del giudice, aveva delle protezioni dalle braccia lunghe ed a

quei signori gliene ha fatte ingoiare delle belle... Una volta...

Il dottore s’alza a questo punto e interrompe il racconto incominciato,

dicendo:

— Non hai sonno, tu? Io sì... buona notte, — e scappa frettoloso dalla

stanza... Ma pare che il sonno egli lo perdesse nel salire le scale,

perchè passeggiò agitato per la stanza fino a notte molto inoltrata.

Tenda e castello · 第 37 / 55 题