Ad Ormeto e nei dintorni, parecchi si ricordano ancora di quando il
castello, — uno dei più vistosi dell’Astigiana, — occupava tutta
la spianata in cima alla collina e i suoi giardini scendevano giù
a ripiani per le falde ed erano chiusi da un grosso bastione munito
di barbacane, di spaldi e di guardiole che gli davano l’aspetto di
una fortezza. — Costoro dicono che allora, proprio in faccia alla
torricella esagonale, che difendeva la porta del bastione, a destra,
sulla strada che da quella conduce al villaggio, giaceva una meschina
casupola di contadini con una stalletta, un piccolo fienile e un po’
d’aia davanti: — si chiamava la _Cascina della trena_ con voce del
paese, che risponde alla toscana _trapelo_, perchè una volta, da tempo
immemorabile, quelli che ci stavano avevano, con tanti altri obblighi,
anche quello di venir colle loro bestie incontro ai veicoli del conte
d’Ormeto giù nella valle, e quindi trainarli su per l’erta salita
fin nei cortili interni del castello; la quale servitù, quantunque
dichiarata nel 1771, con tutte l’altre feudali, redimibile da un
decreto di re Carlo Emanuele III, aveva continuato ad esercitarsi,
per avarizia o miseria dei gravati, fino all’epoca della conquista
francese.
Finchè il castello mantenne intera la sua maestà, quell’abituro
accosciato ai suoi piedi doveva far la figura del cane di san Rocco
nelle immagini dei piloni rustici. Ma poi, poco alla volta, il castello
era diventato una stamberga e la _cascina_ un caseggiato vasto ed
opulento.
La trasformazione aveva durato sessant’anni.
Quel che l’uno perdeva l’altra guadagnava. Era stata una lotta sorda,
lenta, ma incessante, implacabile, a corpo a corpo.
La _cascina_ aveva cominciato ad allargarsi quetamente fino ad occupare
tutto il terreno che le rimaneva ai due lati; e s’alzò d’un piano.
Poi spinse innanzi due ali ai fianchi e attraversò la strada privata
che girava tutto intorno sotto il bastione ed era una volta il fosso di
questo, e venne ad appoggiarle al muro.
Poi, dopo un po’ di sosta, un bel giorno sfondò il bastione, squarciò
il terrapieno che stava dietro e spianatone un buon tratto, chiuse il
suo cortile con un gran portico che congiunse le due ali. La torricella
del portone feudale, rimasta serrata in un angolo, nascose vergognosa i
suoi merli sott’una gronda plebea e si mutò in piccionaia.
Poi la cascina diventò casa civile e gettò il rustico dietro le spalle,
facendo per questo un’altra breccia nel muro e un altro squarcio nel
terrapieno signorile.
Poi tutto il bastione fu levato e i suoi materiali servirono alla
fabbricazione di un altro portico e d’un’altra stalla smisurata, che
sorsero dal lato opposto della collina.
Allora la _cascina_ si spinse arditamente innanzi dalle due bande e
si strinse intorno al castello: poi prese a scalzarlo, a cacciarvisi
sotto, a ficcarvisi dentro, a scavarne le fondamenta, a strappargli le
viscere, a scrollarlo, ad abbatterlo.
La facciata e i due corpi laterali caddero ad un tratto lasciando
aperto il cortile. E cadde con essi il grande terrazzo della facciata,
rudere venerando dell’epoca longobarda, sul quale nelle solennità della
famiglia si alzava lo stendardo stemmato; e al suo piede dalla parte
di fuori s’appoggiava una volta la tribuna di pietra donde il signore
amministrava la giustizia. — Sparirono allora il doppio portico a
centine e i vasti cameroni del pian terreno.
Dopo qualche anno si misero le piccozze e le zappe nel fabbricato
del fondo, corpo principale del castello, che mostrò le sue viscere
lacerate, i suoi appartamenti storici, dove hanno alloggiato D.
Ferrante Sanseverino principe di Salerno e Bernardo Tasso: — spaccati
da cima a fondo i suoi anditi pieni di misteri e di tradizioni, le
sue alcove ricche di memorie e di segreti: — le costruzioni di tanti
secoli accatastate l’una sull’altra, sepolte l’una sotto l’altra, veri
strati di una storia famigliare e patrizia, i macigni rozzi dell’età
remote, gli edifizi semigotici della media, i barocchi dei tempi più
vicini, le colonne tozze, senza base, dai capitelli mostruosi, i solai
a modiglione, gli stretti fenestrelli binati, le lesene, gli stucchi,
gli stipiti, le cornici dorate, i muri dipinti, vennero fuori ad
un tratto per sparire insieme in un sol mucchio, per confondersi in
un polveraccio comune, per diventare terra e macerie. Pareva venuto
proprio l’ultimo giorno, per il vecchio maniere d’Ormeto. Ma ad un
tratto, quando già metà della fabbrica era stata abbattuta, le picche
si arrestarono come per incanto. — Si spazzò il terreno dai rottami,
si puntellarono i muri rovesciati che ancora rimanevano in piedi, si
turarono alla meglio le fessure. E sulla collina si fe’ silenzio.
Questa tregua dura da dieci anni.
La cascina si chiama ancora con questo nome, e i proprietari di essa
sono ancora chiamati _quei della trena_.