Per due notti consecutive Emanuele stette in ascolto al buio nella
propria camera: nulla si mosse nella casa.
La terza sera, sfinito, si buttò sul letto e s’addormentò. La sua
naturale confidenza cominciava a rinascere in lui.
Ma le parole del marchese tornarono vive immagini a turbargli il sonno.
Si svegliò con grande sgomento. Invano si sforzò di riprender sonno.
Dopo un lungo battagliar fra il timore, la curiosità, il sospetto, la
ripugnanza, non potendo quetare, si levò, accese un lume e mosse dritto
alle stanze della moglie.
Nello spingere la porta del salottino urtò nel corpo di Nad, che s’era
buttata a dormire attraverso la soglia.
— Dov’è Luscià? le domandò il conte.
— Dorme.
Il conte tirò innanzi verso la camera della moglie.
— Ella si sente poco bene, non la svegliate, soggiunse la vecchia con
forzata naturalezza.
Il conte si fermò un minuto colla mano sulla gruccetta.
Poi con atto violento spinse l’uscio, entrò.
Luscià non c’era...
Emanuele balenò come se la scoperta gli venisse improvvisa.
Quando uscì, la vecchia era scomparsa, lasciando aperta la porta di
strada.
Emanuele corse alla piazzetta vicina, chiamò un fiacre, — si fe’
condurre all’indirizzo indicatogli dal marchese.
Quando vi giunse gli orologi battevano la mezzanotte.
Si trovò in una fangosa via del sobborgo, fiancheggiata inegualmente da
meschine casupole ed alti muri di officine.
Una plebe cenciosa si riversava nella strada dalle bettole, da certe
porticine di losco aspetto, su cui penzolavano delle lanterne a grosse
scritte. Gli esercenti spingevano fuori a malincuore, per rispetto
della moralità ad orario fisso dei regolamenti di polizia, lo stravizzo
che avevano sfruttato.
Frotte di ragazzacci e di donne avvinazzate venivano innanzi
schiamazzando, e due guardie civiche si adoperavano alla buona di
farle tacere; — ubbidivano, ma poco più in là le donne ricominciavano a
strillare più forte e a beffare le guardie.
Alcune giovinette saltellavano in punta dei loro scarpini attraverso
la belletta che correva in mezzo alla strada, tirandosi a bisdosso,
sulle spalle nude, sulla testa irta di fiori finti, certi scialletti
logori, luridi, inzaccherati, — e delle donne più attempate correvano
loro dietro bestemmiando sconciamente e chiamandole con stranomi di
carnovale.
Un fanale gettava su quel brulicame e su quel fango i suoi riflessi
tristi, smorti, quasi compassionevoli.
Il fiaccheraio si fermò innanzi ad una di quelle porticine, su cui un
largo trasparente recava scritto a lettere cubitali: _Sala da ballo_, —
e disse:
— È qui.
La vista della carrozza diè pretesto alla folla che usciva dall’andito
ad una quantità di lazzi:
— L’equipaggio di Suson, gridava uno.
— Lolotta, il tuo banchiere ti aspetta.
Qualcuno più impertinente cacciava la testa fra lo sportello e gittava
in faccia al conte, che stava rannicchiato nell’ombra, una sciocchezza,
una sconcezza, una nota di canzonaccia, con una ributtante vampa di
ubbriachezza.
— Esmeralda, strillava un ragazzo, — il mio cuore in un fiacre!
Due voci, una di uomo, l’altra di donna, che fecero trasalire il conte,
risponderono insieme:
— Alla paglia...
— Marmocchio!...
Il conte aspettò che la gente diradasse un poco, poi scese, licenziò la
carrozza e tornò indietro a piedi...
Non tardò a raggiungere Luscià e Nick.
Camminavano l’uno a fianco dell’altro; egli fumava la pipa, ella
morsicava tratto tratto una sigaretta; lo scialle, — uno stupendo
casimira, — le cadeva dalle spalle, — spazzava il marciapiede lubrico.
Egli vestiva un sucido abito borghese, ma portava il suo tondo _muchdi_
in testa.
Il conte li seguiva dalla parte opposta della strada.
Dopo un centinaio di passi entrarono da un acquavitaio che stava
chiudendo la bottega, e si fecero servire un bicchierino. Uscirono
cantarellando.
Emanuele pensava alle follie che avevano fatto insieme nel loro viaggio
di nozze.
Poco più in là svoltarono in una viuzza quasi buia a dritta.
Il conte tenne loro dietro in un labirinto di sucide ed ignote
straducole deserte, dove non si udiva più che il rumore dei loro passi.
Luscià si volse due o tre volte, e parve accorgersi d’essere seguita.
Rallentò il passo.
Ella e Nick si bisticciavano a mezza voce. Pareva ch’egli volesse
qualcosa e ch’ella se ne schermisse.
Sulla porta di un piccolo caffè si fermarono.
Nick prese il braccio della donna e lo strinse forte: ella mandò un
piccolo strido lamentevole e allargò la mano: un oggetto cadde, e Nick
si chinò a raccoglierlo.
Poi entrò borbottando nel caffè.
Luscià tornò indietro lentamente, fumando la sua sigaretta.
Il conte si nascose nell’andito buio di una porticina che stava
socchiusa.
Ma la donna spingeva poco dopo la testa fra i battenti, entrava, li
raccostava, e passando al buio accanto a Emanuele, gli disse:
— Vieni.
Il conte la seguì trasognato.
Fatti alcuni passi, ella si fermò.
Il conte sentì la mano di lei che cercava la sua: la prese.
Ella lo tirò su per una angusta scaletta a chiocciola.
Un piccolo sportellino si aperse e un viso scialbo di donna si affacciò
un minuto, scambiò con Luscià un bisbiglio e disparve.
Sul pianerottolo una vecchia fante assonnita comparve con un doppiere
di bronzo argentato, li precedette in una stanza, depose il lume sopra
una tavola tonda nel mezzo e prima di uscire domandò:
— _Champagne_ o _Portos?_
— _Champagne_, rispose distrattamente Luscià — vero?
La fante uscì passando accanto ad Emanuele che era rimasto sulla porta;
lo fissò con qualche po’ di attenzione.
Egli si guardava attorno sbalordito; la stanza era qualcosa tra la
camera mobigliata e il camerino di _restaurant_; una toeletta di legno
verniciata in verde, una larga ottomana, un armadio a specchio e alcune
sedie sfilacciate; alcune orribili litografie colorate con cornici
nere spiccavano sopra la tappezzeria scura dei muri: _Europa col toro,
Dafne ed Apollo, Giuseppe e la moglie di Putifarre, Susanna al bagno_;
profanazioni di mitologia sacra e profana.
Rientrò la fantesca col vino: trovò ancora il conte al suo posto e lo
guardò di nuovo.
Egli pareva impietrito.
Luscià non s’era voltata ancora, s’era levato lentamente il cappellino,
lo scialle, li aveva buttati sulla tavola; s’era lasciata cadere sopra
una sedia e aspettava.
Il conte la trovava bella come non l’aveva mai vista. Tutto quel non
so di triviale, di plebeo, di lurido che l’attorniava, non scemava, ma
faceva risaltare i suoi vezzi. La sua bella testa greca, il suo collo
flessuoso, avevano un fascino maggiore in quel fondo equivoco. Ella era
al suo posto. Pareva più seducente, più viva, più altera.
Egli la contemplava e dimenticava nel guardarla ogni cosa.
Ad un tratto ella s’alzò e accostandosi allo specchio disse con
impazienza:
— Dunque?... hai paura?
Poi levò gli occhi; il viso pallido, esterrefatto del marito apparve
nel cristallo dietro il suo.
Si volse di repente.
Il conte si fe’ innanzi col pugno chiuso; un’onda di sangue gli passò
innanzi agli occhi smarriti.
Ella chinò il capo sul petto nudo, ma gli teneva gli occhi in viso, e
lo guardava fisso più meravigliata che atterrita.
Emanuele si arrestò:
— Che fai qui? le disse con voce rauca.
— Nulla, dobbiamo uscire? rispose Luscià senza turbarsi...
Il conte arretrò allibito; un singhiozzo gli eruppe dal petto.
Un grande ribrezzo lo prese, una ripugnanza, una compassione profonda
a quella creatura abbietta e ignorante; a cui egli aveva donato il suo
nome e il suo cuore perch’ella li trascinasse inconsciamente nel fango.
— Non capisce, mormorò, non capisce...
E fuggì a tentoni giù per la scala.
Mentre scendeva lo sportellino si apriva e una voce disse:
— Esmeralda è sola.
Qualcuno saliva dietro di lui.
Uscì in istrada.
Il caffè era aperto ancora. Nick giocava a un tavolino in fondo...
L’indomani, per tempissimo, il marchese Tornielli si vide capitare
in camera il cugino, che pareva un uomo disfatto. Non ebbe cuore
d’interrogarlo.
Il conte sedette accanto al fuoco, stette per oltre mezz’ora senza far
parola: si passava la mano sul viso, si lisciava la barba.
— Sai? parto, disse finalmente.
— Parti?
— Ritorno a Peveragno e son venuto a salutarti.
Si abbracciarono, si baciarono, — il conte uscì.
Poco dopo rientrò.
— Volevo dirti che di tutto l’appartamento lascio padrona... lei...
— Non sarebbe meglio licenziare la casa... e consegnarle i mobili? non
conviene ch’ella rimanga là... ti pare?
— Bene, come vuoi... addio, disse il conte.
— Arrivederci, rispose il marchese.
Poco prima che varcasse il limitare gli gridò ad alta voce:
— E coraggio, neh! davvero!