Presa la risoluzione, Emanuele, al suo solito, ne affrettò con furia i
preparativi.
Una settimana dopo, lo stretto necessario per mettere in sesto le
faccende più pressanti, Emanuele e Luscià partivano.
Sarebbe stato molto più facile rimanere a Torino, dove egli possedeva
una palazzina; ma la sua disgrazia a Corte e lo screzio colla nobiltà
gli avrebbero fatto colà una posizione intollerabile, avrebbero
tracciato intorno a lui una specie di quarantena d’appestato.
A Parigi, dove era stato parecchi anni, aveva lasciato degli amici, dei
compagni di studi, di aspirazioni.
Appena arrivati, i due sposi vi trovarono accoglienze affettuose,
compagnia, inviti, cortesia pronta e premurosa.
Luscià, per la stranezza stessa della sua avventura, che sarebbe
stata nella chiusa società torinese d’allora, un peccato originale
indelebile, incontrò rapidamente in quella capitale cosmopolita, avida
della novità, della singolarità.
La baronessa di Cortrans, dama savoiarda, congiunta di Emanuele, si
affrettò a presentarla nel mondo elegante, ne fece l’attrattiva della
sua sala, ritrovo rinomatissimo in quel tempo dell’alta emigrazione
italiana.
Molti degli uomini, che comparirono poi nella grande epopea della
nostra rivoluzione, venivano da lei quasi tutte le sere, confortando
l’esiglio con le memorie e le speranze; mettendo in comune il loro
patrimonio di alti propositi, di generose utopie, che con diversa
fortuna svanirono o prosperarono alle prove della realtà.
Si radunavano col barone nella biblioteca.
Intanto la signora, ancora giovane e oltremodo gentile benchè non
bella, faceva gli onori delle sale dove traevano in folla i _lions_
della migliore società parigina, artisti in voga, i quali cercavano
svago alla conversazione brillante, alle civetterie nervose dei
crocchi del paese, nella contemplazione delle superbe e scultorie beltà
italiane.
Luscià ebbe colà il suo momento di successo: diventò per tutto un
inverno la bellezza alla moda.
Ella non ci si trovava neppure troppo a disagio per le qualità
morali, perchè poche di quelle donne allevate colle rigide massime dei
_rusteghi_, erano realmente più côlte di lei.
Quanto agli uomini, anche intelligenti, essi perdonano sempre
con grande indulgenza l’ignoranza ad una bella donna; anzi se ne
compiacciono come di un vezzo, di una piacevolezza.
Luscià si lanciò dunque avidamente incontro al successo che le si
presentava. I suoi muscoli giovanili, irritati dall’ozio sonnolento di
Peveragno, tripudiavano di quel moto continuo.
Divideva le sue giornate in due parti: quella in cui si divertiva,
quella in cui si preparava a divertirsi.
Un’ansia, un sussulto nervoso, quasi un brivido foriero di febbre la
prendeva quando s’appressava l’ora del festino. Ell’era sempre vestita
parecchie ore prima; si agitava nella sua stanza, fra lo scompiglio ed
i salti di Nad, come un corsiero robusto impaziente di lanciarsi alla
corsa.
Poi ella correva da Emanuele: lo costringeva ad uscire: la loro
carrozza era sempre la prima ad arrivare e così presto che erano
costretti qualche volta a fare un lungo giro prima di entrare. Allora
ella si rovesciava sui cuscini; si copriva il volto colle mani,
cercando di reprimere con uno sforzo di calma il fremito che l’agitava.
Il primo tocco d’archetto, la sera di ballo, la trovava sempre al suo
posto, accanto alla padrona nel piccolo crocchio di damigelle premurose
di non perdere una battuta; silenziosa, sorda a quel che le dicevano;
già lanciata col desiderio nel vortice del valzer o della galoppe.
Appena il direttore delle danze aveva gridato il _Messieurs à la
queue_, tutti i suoi nervi scattavano ad un tratto come galvanizzati da
una scarica prepotente d’elettricità. Ella era sicura di non rimanere
indietro: si buttava fra le braccia del primo cavaliere che le passava
innanzi, senza guardarlo in viso e partiva, trascinandolo attraverso la
sala, inebbriata, frenetica.
Tutta assorta nello sfogo meccanico delle membra, ella non aveva
preferenze, non faceva distinzioni, dimenticava tutto e tutti — anche
il marito, che se la vedeva passar innanzi cogli occhi accesi, fissi
nelle fiammelle agitate delle lumiere: il suo viso prendeva in quei
momenti il pallore brunito fosforescente della passione delle donne
del Murillo. Egli, seduto in un angolo, ritto contro lo stipite di una
porta, l’aspettava dell’ore intere, la contemplava senza ottenere da
lei uno sguardo. Del resto il marito non poteva essere geloso; quando
ella ballava con lui mostrava lo stesso piacere o almeno la stessa
indifferenza. Ella non pensava all’uomo, ma solo si valeva delle
braccia del ballerino.
I sentimenti di Emanuele, usciti dall’ambiente morboso della solitudine
di Peveragno, s’erano un po’ alla volta tranquillati. L’atmosfera
vivace della società aveva ristabilito un po’ di equilibrio fra i suoi
sensi e il suo spirito. La serietà del suo carattere riprendeva, a sua
insaputa, stimolata dal pudore, dal decoro del mondo, il sopravvento.
Il pensiero ritornava a lumeggiare quella fronte, cui un principio di
calvizie precoce rendeva più vasta e più solenne.
L’incontro degli antichi compagni, il riannodarsi di antiche amicizie,
lo aveva ricondotto agli studi, alle aspirazioni d’una volta.
Egli era rientrato nel crocchio di quella generosa aristocrazia
italiana che, a scapito della propria ricchezza, ad onta dei propri
privilegi, preparava le future grandezze del proprio popolo: che
rinunziava volonterosa alla patria per darne una a tutti gl’italiani.
I nuovi pensieri, il ritorno di un più alto ideale, dovevano
necessariamente smorzare la sua passione — che, d’altra parte, nulla
veniva allora a riaccendere.
Veramente, i primi giorni, il trionfo di Luscià l’aveva un po’
inquietato; il vederla passare, la sera di ballo, fra le braccia di
tanta gioventù, il vederla sempre circuita da un codazzo di ammiratori
lo mortificava. Ma poi s’era calmato: il contegno di Luscià era
irreprensibile. Ella attirava tutti, non tratteneva nessuno.
Dopo tre mesi era impossibile avvertire intorno a lei quel diradamento
di adoratori, quella progressiva solitudine che segnala la fortuna di
un solo: impossibile scoprire nei suoi modi quell’apparente sazietà,
quella rinunzia al dominio leggero delle feste, onde si tradisce in una
donna la scelta, il concentramento di una preferenza. Non la si vedeva
mai seduta negli angoli; invano la si voleva staccare dalla gran sala;
fuori di là non c’era per le attrattiva di sorta; non ne usciva che per
partire al braccio del marito.
Ella non aveva mai cercato di ricevere, non aveva mostrato alcuna
ambizione di prendere un appartamento elegante: la sua stanza non aveva
per lei altra importanza che quella d’un camerino d’attrice, in cui
ella indossava le sue preziose toelette, di cui era passionatissima.
Tutta la sua vita era fuori, allo sbarbaglio dei lumi, nelle feste, nei
teatri, agli occhi di centinaia di persone.
In casa non veniva che qualcheduno dei più fidati amici di
Emanuele: uomini seri, innamorati di un’idea, assorti in un grande
obbiettivo, i quali non osservavano Luscià più che se fosse un mobile
dell’appartamento.
Tranquillato così, Emanuele si era lasciato andare alla sicurezza
tranquilla del possesso maritale, e poi insensibilmente a
quell’indifferente abitudine di convivenza che era l’ideale dell’alta
società parigina d’allora, — in cui molti mariti si contentavano di
peggio.
Egli non era uomo da darsi mezzo: altrettanto violenta era stata
la sua passione, altrettanto profonda fu la sua rassegnazione
all’insensibilità morale di Luscià a suo riguardo.
Cominciò a far vita a parte: — il giorno non la vedeva più che
all’ora della tavola, passando il resto chiuso nella sua camera o
nelle biblioteche. La sera l’accompagnava in qualche casa, e quivi
lasciandola, usciva con un amico a carezzar con esso i comuni progetti.
Poco alla volta anche Luscià parve sfreddarsi, stancarsi della società,
frequentarla meno, e poi abbandonarla affatto.
Emanuele continuò tuttavia per molto tempo a venir tutte le sere a
chiederle se voleva escire, — ma al suo diniego non insistette che
le prime volte, poi si lasciò dolcemente tentar dalla nuova libertà
e non gli parve vero di trarsi in disparte da quel faticoso turbinío
di feste. Ne fu anzi gratissimo alla moglie. La sera, ritirandosi di
buon’ora nel suo studio, sentiva una viva soddisfazione di veder già
tutto buio nelle stanze di Luscià.
Le cose andavano per lui alla meglio, lisce come olio.