I.

Qualche anno fa, un inglese, che aveva sposato una zingara, divorziò

con un processo scandaloso, e scrisse anche un libro di memorie, col

quale riusciva a cangiare in interesse il ridicolo di cui la sposa

l’aveva coperto.

Il processo e il libro fecero rumore grande. Tutti i giornali d’Europa,

compresi i nostri, copiarono dai fogli inglesi dei riassunti dell’uno,

degli estratti dell’altro, e li ammanirono, come novità mai più udite,

ai loro lettori.

Ma il caso di un’unione così bizzarra non è nuovo. Qualcosa di simile,

benchè in circostanze assai più gravi, è avvenuto parecchio tempo

addietro, e se allora l’avventura non si divulgò con pari fortuna, gli

è che nel nostro paese i gazzettieri sono meno solleciti nel ricercare

lo scandalo e meno industri nello sfruttarlo.

Se andate nell’alto Vercellese tutti vi conteranno stringendosi nelle

spalle, la grande pazzia del conte Emmanuele di Peveragno. Diffatti il

suo matrimonio colla bella Luscià fu la pazzia di un cervello annoiato

e di un cuor generoso.

Egli era l’uno e l’altro.

Un pio sentimento l’attirò verso la fanciulla, — e le si affezionò poi

per stravaganza.

Curioso il come s’incontrarono.

Il conte la sorprese un giorno ginocchioni, davanti al ritratto di sua

madre, che pregava fervidamente, come davanti ad un’immagine sacra.

Gli zingari di Nick avevano posto le tende in un prato sotto il

giardino del castello, e Luscià colla indiscrezione soppiattona

della sua gente, penetrata per una breccia del bastione, attraversato

il boschetto dei nocciuoli, costeggiato il viale degli olmi dietro

l’alta siepe di mortella, era sbucata innanzi alla casa. Salita la

scala esterna e trovata la porta aperta, per il salotto d’estate e lo

stanzino di toeletta, s’era spinta fin nella camera della fu contessa

Adelaide.

La divota cura della famiglia dava a quel luogo, disabitato da

oltre venti anni, un aspetto di melanconia soave e di religioso

raccoglimento. L’ordine scrupoloso, la severità pomposa degli arredi,

i damaschi rossi a fogliami d’argento delle pareti, la luce rossa che,

trapelando dalle tende seriche, digradava in una colorita penombra;

— un sentore di rinchiuso, un leggero, un misterioso profumo, un

alito di freschezza come di chiesa, il silenzio profondo avevano

piegato a súbita reverenza la curiosità petulante della fanciulla.

Crescevano l’illusione le cortine dell’alcova socchiuse, come quelle

di un santuario, fra cui luccicavano nell’ombra dorature invisibili;

un candelabro di bronzo che sosteneva un alto cero pasquale miniato,

un piccolo reliquiario d’ebano intarsiato d’avorio, un prezioso

acquasantino d’alabastro sul quale s’incrociavano un ramo d’ulivo e

una palma trecciata; l’alto inginocchiatoio coi cuscini di velluto e un

gran libro di preghiere aperto sul davanzale.

Il piano del camino ricoperto di velluto cremisi, ricamato coll’insegne

della casa, somigliava un piccolo altarino, onde, fiancheggiato da due

candelieri d’oro e da due vasi di alabastro pieni di rose, s’ergeva,

vero nume del luogo, oggetto di tutto quel culto, il ritratto a persona

intera della contessa al tempo delle nozze.

Il suo sfarzoso abito di corte, di raso bianco a mazzolini di fiori,

tutto nastri e gale; la sua alta pettinatura ad _ala di colombo_,

gettavano in mezzo a quell’austera armonia di colori, delle note

acute, profane. Ma la zingarella non era troppo schizzinosa; nelle sue

migrazioni dal Volga al Manzanare aveva visto santi e madonne conciate

in tante foggie che il suo sentimento religioso non si sgomentava così

di leggieri.

Poi quel volto giovanile, più fanciulla che donna, bianco, delicato,

nobile, fra il mesto e il sorridente, ispirava insieme il rispetto e

la simpatia, temperava la fredda rigidezza del luogo, ravvivava l’aria

morta, ne raddolciva l’impressione.

A Luscià era parsa la Vergine senz’altro e le faceva le proprie

divozioni.

Il conte, nascosto dietro l’arazzo della porta, ascoltò quella

strana preghiera in un linguaggio ignoto, armonioso; contemplò

quella personcina bizzarra, pittorescamente cenciosa, quel visino dal

profilo regolare, purissimo, della razza indostanica, bruno, pallido,

lumeggiato dai riflessi dei damaschi di tinte calde, sfumate, quasi

trasparenze alabastrine di un intimo fervore, di una passione intensa,

— fu tocco di quella pietà ingenua, sincera, irrequieta, tutta vivacità

spontanea e stravaganze leggiadre.

La giovinetta pareva presa da una grande commozione; si agitava,

rizzava la persona, levava la testa, poi la piegava, quasi sopraffatta

dalla piena dell’affetto, curvava la fronte sino a terra, sulle

tavole lustre del pavimento, si stringeva la fronte, si picchiava

il petto, si copriva gli occhi colle palme, incrociava le braccia,

le alzava distese, le lasciava ricader penzoloni; somigliava una

statua, somigliava una delirante, un’addolorata coi coltelli nel

cuore; il suo sguardo prendeva tutte le espressioni dall’afflizione

al tripudio, dallo sconforto alla speranza, tremava, si velava, era

timido, era temerario, era compunto, era quasi irriverente; e la sua

voce anch’essa saliva, scendeva, si smorzava in toni di una varietà

infinita, diventava gutturale, profonda, rauca, poi aperta, poi sonora,

acuta, argentina, lenta; si faceva concitata, poi fioca di nuovo,

supplichevole, dolce, e pareva, secondo i momenti, preghiera, inno,

lamento, singhiozzo, rampogna; tremula di tenerezza, di desiderio,

piena di grazia, di vezzi infantili, di accenti caratteristici,

originali, efficaci...

Quando ella fu uscita, il conte prese il suo posto e pianse. Quella

voce singolare lo avea tutto rimescolato, gli aveva resuscitato

nell’animo i sentimenti di fanciullo, l’amore di sua madre, l’angoscie

d’averla perduta.

Da molti anni la sua vita non era che un fastidioso accumularsi di

tedio; esigliato dalla corte, rimosso dagli affari, dall’esercito,

per aver preso parte al sogno sublime di una certa notte di marzo

al palazzo Carignano; sdegnoso di rientrarvi per la porticina della

grazia, ora che, per l’avvenimento al trono del regale suo complice

gli pareva di aver diritto a quella gran porta d’onore; tenuto lontano

dal suo posto più dalla diffidenza propria che di quella che ispirava

— egli non aveva vissuto — ma passato il suo tempo. I giorni lenti,

monotoni, tristi, erano discesi l’un dopo l’altro nel suo spirito, come

cade la goccia nell’acqua morta della cisterna abbandonata in mezzo al

deserto. Non li aveva contati, li aveva lasciati scorrere senz’altra

speranza che quella di vederli terminare una volta. Gli parevano

innumerevoli; si credeva in buona fede decrepito a trentacinque anni...

Tenda e castello · 第 5 / 55 题