XVII.

Le notizie della contessa Zanze non tardarono ad aver piena conferma, e

l'affare del palazzo, già bene avviato quand'ella ne discorse alla

figliuola, fu concluso poco dopo. L'appartamento nobile, ammobigliato

come stava, era preso per due anni da un baronetto inglese ricchissimo,

il quale, pur di spuntarla, aveva dichiarato d'esser pronto a pagare

anticipatamente l'intera pigione in tante belle ghinee. Anzi può dirsi

che questa magnanima offerta aveva dato il tracollo alla bilancia e

vinte le obbiezioni del conte Zaccaria. Lo scrigno era vuoto, i bisogni

stringevano, e le ghinee del signore inglese capitavano molto a

proposito.

La famiglia Bollati decise di rimanere in campagna finchè fosse

allestito alla meglio il secondo piano del palazzo. Con altre parole, si

rinunziava a tornare a Venezia prima del San Martino di quell'anno 1845.

Quei sette mesi di villeggiatura forzata invecchiarono la contessa

Chiaretta di sette anni. Sempre chiusa fra quattro muri, sempre al buio,

ella non faceva che lamentarsi da mattina a sera. Rimpiangeva il suo

salottino di città che era caduto in mano di stranieri (luterani per

giunta), rimpiangeva il suo poggiuolo sul Canal Grande, rimpiangeva le

visite, il teatro, la gondola e tant'altre cose di cui ella a Venezia

godeva pochissimo ma che adesso le sembravano indispensabili perchè non

poteva averle.

Il resto della famiglia se la passava discretamente. Il conte Zaccaria

viveva nel suo mondo fantastico, e nel pensiero dei milioni che dovevano

venirgli, non si sa da che parte, si consolava dei milioni che gli erano

sfumati in mano. Di tratto in tratto egli faceva attaccare i cavalli e

con due giorni di viaggio andava nella sua tenuta del Friuli, tenuta

ch'era anch'essa, non occorre dirlo, sopraccarica d'ipoteche. Ivi

giunto, con molta gravità esaminava i terreni, e raccoglieva vari pezzi

di roccia, che poi spediva a qualche geologo di Venezia o d'altri paesi

con l'incarico di farne l'analisi. Oppure, chiudendosi in camera, egli

scartabellava alcuni documenti polverosi che aveva portato con sè in

campagna, e prendeva delle note circa a un credito di duemila zecchini

che nel 1685 i Bollati professavano contro un nobil uomo Steno. Quei

duemila zecchini con gl'interessi dal 1685 in poi che bella sommetta

avrebbero formato!

Quando il conte Zaccaria si era ben pasciuto delle sue illusioni, egli

era buono e degnevole anche con Fortunata. Le prometteva di farle fare

uno smaniglio col primo oro estratto dalla sua miniera, e di assegnare

una dote alla piccola Margherita prelevandola dalla prima rata del

credito che avrebbe incassato dagli eredi Steno. Fortunata non badava

alle promesse, ma i modi affabili del suocero le recavano un gran

conforto; sentiva d'esser riconosciuta, non più tollerata soltanto,

nella famiglia, quando egli le parlava così. Talvolta egli usciva con

lei in giardino e, appoggiato al suo braccio, percorreva i sentieri su

cui cresceva l'erba, i viali ove i rami degli alberi non rimondati da

mano esperta s'intrecciavano disordinatamente fra loro, e diceva che

nella villa c'erano infiniti bisogni, e ch'egli ci avrebbe pensato

appena avesse avuto quattrini. Voleva scrivere a suo genero, che di

queste faccende se ne intendeva, perchè gli mandasse un giardiniere

tedesco, voleva ricostruire di pianta alcune case coloniche e migliorare

le stalle e rinnovar le stufe dei fiori, e a tante altre belle cose

voleva provvedere a tempo e luogo. Discorsi da far pietà a chi sapeva le

condizioni vere del patrimonio. Fortunata, poverina, non si

raccapezzava. Ora temeva che il conte Zaccaria non avesse più il

cervello a posto, ora invece sperava che il diavolo non fosse così

brutto come lo si dipingeva, e che ci dovesse esser pure una via

d'uscita dagl'impicci presenti. Quantunque i segni dello sfacelo fossero

anche troppo visibili, Fortunata si trovava tuttora in mezzo ad agi

ch'ella non aveva mai goduti in sua casa. Una grande fortuna somiglia

un poco al sole d'estate che lascia dietro di sè un lungo crepuscolo; il

passivo, come dicono gli uomini d'affari, può superar di molto l'attivo,

e nondimeno le apparenze della ricchezza continuano per un pezzo ad

abbagliare gli estranei, a illuder quelli medesimi che sono immersi nei

debiti fino alla gola. Sicuro; il palazzo di campagna dei Bollati era in

condizioni deplorevoli, ma era sempre uno tra' più bei palazzi che

fossero sulla Brenta; il giardino era negletto, ma era sempre un

giardino ampio e signorile, e il podere contava più campi che non ne

contassero sommati insieme gli altri dei possidenti vicini. Per miglia e

miglia i contadini riconoscevano per padroni le loro Eccellenze Bollati,

e Fortunata riceveva anch'essa inchini e scappellate a profusione e il

titolo di _lustrissima_ a ogni momento. Che più? La stessa Margherita

era considerata una principessina, e allorchè tirata dalla bambinaia nel

suo paniere a ruote ella si recava a visitar la famiglia del bovaro, i

bimbi le facevano una festa da non dirsi e mettevano tutto l'impegno per

farla sorridere. In principio riuscivano spesso all'effetto opposto,

specialmente quando se ne immischiava Leone, il grosso cagnaccio nero

dal pelo irto e dalla voce di basso profondo. Ma alla lunga Margherita

s'era avvezzata al chiasso dei fanciulli e alle dimostrazioni romorose

del cane, e dalla sua cuna orlata di trine pareva prender parte a

quell'allegria, e agitava le sue manine color di rosa, e girava intorno

gli occhietti azzurri, e metteva certi piccoli strilli che volevano

esprimere l'eccesso della gioia. Povera Margherita! Che ne capiva lei

del temporale che rumoreggiava sempre più minaccioso?

Adesso però ci conviene appagare una legittima curiosità del lettore.

Come si adattava a quella vita campestre il contino Leonardo, uso in

Venezia a far di notte giorno nelle osterie e nei bordelli? Certo doveva

esservi una ragione perchè egli, incapace di far nulla pegli altri,

s'acconciasse a sacrificare ciò a cui teneva di più, vale a dire le sue

abitudini viziose.

La ragione era questa. Leonardo aveva riappiccato con molto maggior

fortuna di un tempo le sue relazioni con la Rosetta, quella Rosetta

nipote del gastaldo ch'era andata sposa a Menico caffettiere. Ell'era

maritata ormai da più anni, durante i quali il conte Leonardo non

l'aveva vista, si può dire, che alla sfuggita, giacchè serbava ancora

memoria delle busse avute per causa di lei e non voleva rischiar di

pigliarne dell'altre. Ma quel soggiorno forzato di parecchi mesi in

campagna gli aveva messo addosso di nuovo il solletico, ed egli aveva

spinto ripetutamente le sue peregrinazioni fino ad Oriago a prendervi un

bicchierino di rosolio dalla bella caffettiera. Infatti Rosetta era più

bella che mai, d'una bellezza sensuale, lasciva, con un paio d'occhioni

neri che mandavano fiamme e certe rotondità baldanzose innanzi alle

quali gli eleganti d'Orlago esaurivano l'intero dizionario dei vocaboli

ammirativi. Di riputazione la Rosetta stava maluccio e l'accusavano

d'aver tresche con questo e con quello; ella poteva rispondere a ogni

modo che viveva in ottimo accordo con suo marito, e contento lui,

nessuno aveva diritto d'impicciarsene.--Non voglio gelosie, non voglio

scene--eran state le sue prime parole dopo le nozze, e il buon Menico le

aveva giurato di non darle noia, nè con scene, nè con gelosie. Lo stesso

spirito di tolleranza ella imponeva agli amanti che le male lingue le

attribuivano; s'ella usava dei favori a qualcheduno, non intendeva per

questo di lasciarsi mettere i piedi sul collo da chicchessia. I

violenti, gli appassionati non avevano fortuna con lei; la sua

benevolenza era riserbata ai mansueti ch'ell'era sicura di menar per il

naso, o agli scapati di umore gioviale che nemmeno sapevano dove stesse

di casa la fedeltà.

Rosetta capì subito che il conte Leonardo al primo rivederla aveva

pigliato fuoco come una volta, e le parve che quello fosse un uomo da

farne ciò che si voleva. Inoltre, rovinato o no, egli aveva sempre un

gran nome e aveva ancora qualche zecchino in tasca, onde Menico il

caffettiere fu pronto a riconoscere che bisognava trattar con tutti i

riguardi un avventore il quale non poteva che dar credito alla bottega.

A poco a poco il contino Bollati spesseggiò le sue gite a Oriago sino

a venirci ogni giorno; ci veniva solo nella più modesta carrettina

della rimessa, tirata dai più modesto cavallo della scuderia, un

cavallo che sarebbe andato da sè e che lo stesso Leonardo si fidava di

guidare. La vispa Rosetta, appena il suo nobile avventore entrava nel

caffè, gli moveva incontro ufficiosa, gli dava del _lustrissimo_,

dell'_Eccellenza_, gli domandava notizie della sua preziosa salute e gli

portava con le sue mani il solito bicchierino. Allora, se non c'era

nessuno, egli se la faceva sedere accanto e mesceva il rosolio anche a

lei e la supplicava di non farlo sospirar altro, chè aveva già sospirato

abbastanza. Ella, disposta a cedere, voleva però mettere a prezzo le sue

compiacenze, voleva che questo babbeo le servisse a qualcosa. In tal

guisa, quando finalmente gli capitò la ricompensa meritata, egli aveva

speso un bel gruzzolo di denari ch'erano stati impiegati in parte a

ristaurar la bottega. Figuriamoci gli epigrammi che si fecero in

quell'occasione! I muri, quantunque meno eloquenti di quello che non

siano al nostro tempo, furono coperti di scritte ove al nome del

caffettiere e a quello della moglie s'aggiungevano degli epiteti tolti

al regno animale. Nè il cospicuo lignaggio fu sufficiente difesa al

conte Leonardo. Anch'egli lesse il suo nome, l'illustre nome dei

Bollati, seguito da un appellativo ingiurioso, e pensò che sua madre

aveva ragione di dire che la petulanza dei carbonari non aveva più

limite. Infatti bisognava esser carbonari per mancar di rispetto in

quella maniera a un nobile veneto. Comunque sia, l'esempio di Menico e

della Rosetta, i quali pigliavano la cosa con la massima indifferenza,

persuase il conte Leonardo a calmarsi.

Forse Menico e la Rosetta non avevano torto. Quelle iscrizioni concise

ed espressive restarono per un pezzo a far bella mostra di sè sulle

muraglie, ma la filosofia di coloro che v'eran presi di mira spuntò gli

strali della satira, e gli abitanti del villaggio, ch'eran gente di

buona pasta, non istettero molto ad amnistiare le relazioni amichevoli

della Rosetta e del conte Leonardo Bollati. Anzi il conte finì

coll'esser considerato un personaggio attinente alla bottega, una specie

di patrono, di capitalista a cui gli avventori facevano giunger

rispettosamente la manifestazione dei loro desideri e delle loro

lagnanze. Se lo zucchero non era abbastanza dolce, se il caffè sapeva di

paglia, se le carte da giuoco eran troppo unte, si diceva una parolina

al signor conte ed egli provvedeva a far cambiare lo zucchero, il caffè

e le carte da gioco; se un vetro era rotto, si diceva al signor conte

ch'era una bruttura il turare il buco con un foglio di carta oliata, ed

egli mandava subito pel finestraio. Con questo savio sistema Sua

Eccellenza Leonardo si conciliava le grazie della Rosetta, la tolleranza

di Menico e la benevolenza universale. Però c'era una difficoltà.

Bisognava aver sempre la borsa fornita, e la borsa del contino Bollati

si smungeva rapidamente. Finchè egli aveva avuto anelli, spille o altra

roba di valore, il servizievole signor Oreste lo aveva aiutato con

grandissimo zelo. Il valentuomo, che una volta alla settimana si recava

a Padova pei doveri d'ufficio, sia che impegnasse o vendesse davvero gli

oggetti affidatigli, sia che fingesse d'impegnarli o di venderli e li

tenesse invece per sè, tornava sempre con un po' di danaro. Ma quando

non ci fu più nulla, il signor Oreste mutò contegno e linguaggio, e

disse che non solo egli non voleva più favorire i vizi di Sua

Eccellenza, ma era deciso a pensare ai casi propri e a far qualche passo

per mettere al sicuro il suo vecchio credito. Allora il nostro

giovinotto cominciò a presentarsi alla Rosetta con le mani vuote, e

trovò accoglienze assai diverse da quelle d'un tempo. La furba

caffettiera gli teneva il broncio; Menico, forse catechizzato dalla

moglie, lo guardava con piglio sospettoso, come se fosse stato colto da

un tardo accesso di gelosia; gli avventori della bottega avevano l'aria

di canzonarlo, e prima che fosse terminata la villeggiatura il povero

contino Leonardo fu pulitamente messo alla porta dalla sua bella.

In quel torno di tempo accadde un fatto d'incontestabile gravità. Il

signor Oreste non aveva voluto che le sue minaccie rimanessero prive

d'effetto, ed era ricorso a un legale per vedere in qual modo egli

potesse far valere le sue ragioni contro il contino Leonardo. Noi

sappiamo che il contino Leonardo gli aveva sottoscritto parecchie

cambialette, le quali erano sempre nelle mani del sovventore e

figuravano come non pagate. Il legale, pur dicendo ch'era un affar

serio perchè si trattava di prestiti a un minorenne, promise di tentar

qualche cosa, e tentò realmente un accomodamento amichevole con _sior_

Bortolo, l'agente generale. Ma, in primo luogo, non c'eran quattrini nè

pochi nè molti, e poi _sior_ Bortolo montò su tutte le furie sentendo

che il cuoco gli faceva la concorrenza nell'imbrogliare i padroni, e

scrisse di buon inchiostro alle Loro Eccellenze. Il conte Zaccaria e la

contessa Chiaretta questa volta pigliarono fuoco anche loro, e la

contessa soprattutto fece al signor Oreste una scena non più vista, nè

udita. Era tanto e così strano il furore della gentildonna che don Luigi

uscendo sbigottito dalla sua camera fu in dubbio se dovesse

esorcizzarla.

La conclusione si fu che il signor Oreste ebbe quarantott'ore per far

fagotto. Ed egli partì infatti, ma, partendo, commise un delitto sì

atroce che il labbro rifugge dal raccontarlo. Come s'egli volesse

lasciar buona memoria di sè, nel giorno precedente a quello in cui egli

doveva andarsene, egli allestì un pranzo squisito, degno di qualunque

celebrità culinaria. C'era specialmente un manicaretto di lepre che la

_lustrissima_ Chiaretta dichiarò la miglior cosa ch'ella avesse mangiata

in sua vita, e che le fece dimenticare per qualche minuto una cura

fierissima che la turbava. Il gatto Romeo, il bel soriano che la

contessa portava seco in villeggiatura, era sparito fin dalla sera

innanzi, e nessuno ne sapeva nuova. Si sperava che egli fosse in giro

per fini galanti e tornasse la mattina dopo, ch'era quella appunto in

cui il signor Oreste doveva lasciar la villa. Quella mattina, invece a

ora di colazione e quando il cuoco era già lontano, capitò un biglietto

misterioso indirizzato:

_A la lustrissima D. N.

Contessa Chiareta Bolatti

in_

_Sue Grassiose Mani._

Non c'erano che poche righe:

_Lustrisima sigora Contessa._

_Mi preggio avisarlla che il ragù di lepre da Ella mangato geri era

il gato Romeo. Ciò per sua cuiette. Le baco le mani e sonno il suo

cuocho per servilla_

Dal primo piano alla soffitta · 第 35 / 57 题